di Roberto Siconolfi

Il culto del migrante. Tra propaganda e senso di colpa

Fonte: Stanza 101

Uno dei capolavori propagandistici del nuovo sistema “ordomondialista” è il “culto del migrante”. Partendo dal soggetto in causa, vediamo che il progetto, nemmeno tanto nascosto, è quello di formulare un “nuovo tipo antropologico”. Un progetto assai complesso nel quale il migrante è parte in causa, ma che prevede anche altri elementi, come lo svilimento delle qualità sessuali, culturali, e spirituali e più in generale tutto quel processo definito Transumanesimo.

Anche il termine “migrante” fa presupporre una edulcorazione e un cambiamento lessicale di tipo orwelliano. Dal termine “immigrato” che rappresentava“colui che si immette in un contesto nazionale o geopolitico diverso dal suo”, si passa al “participio presente”, e, quindi, a “colui che è in perenne migrazione”.

Dal punto di vista politico-sistemico il migrante è utile in due ambiti fondamentali:

  • economia, abbassando il costo del lavoro, grazie alla contraddizione tra lavoro “autoctono” e lavoro “migrante”, appunto;
  • identità, realizzando il tipo antropologico “sradicato” e spiritualmente “svilito”, che ha abbandonato il suo contesto di riferimento familiare, comunitario, nazionale, culturale e tradizionale.

Da qui, la propaganda del “nuovo ordine mondiale e mondialista” ha costruito intorno alla figura del “migrante” un vero e proprio “culto”. Questo culto si estende su due direttrici a seconda se il migrante in causa sia di importazione – proveniente da contesti “altri” rispetto a quello italiano, europeo e occidentale – oppure di esportazione – dal contesto italiano verso una zona più sviluppata economicamente o più attrattiva.

Da un punto di vista storico, l’entrata di masse di sradicati nel continente europeo costituisce un vero e proprio capolavoro del mondialismo, sia che venga intesa come “deportazione”, controllata o pianificata, di nuova manodopera schiavizzata nel mercato del lavoro; sia che venga vista in chiave offensiva di “invasione”, volta a colpire il momento “debole” dell’“uomo bianco” ai fini di predarne i suoi territori e la sua vita stessa.

Una vittoria per il mondialismo, e a danno, oltre che dell’Europa, dell’Africa stessa, in quanto gli individui che arrivano nel vecchio continente, dovrebbero essere coloro che rimangono a lottare in difesa dei loro territori dalla colonizzazione economica delle multinazionali, e dall’imperialismo USA o Francese.

Capitolo a parte lo meritano poi, i musulmani, e ci riferiamo in particolare alle correnti wahabite, sunnite radicali o salafite, che animano gruppi come ISIS e Al Qaeda. E’ il loro stesso credo, che gli impone di penetrare ed assoggettare il mondo occidentale, magari anche sgozzando qualche europeo.

E’ incredibile che alcuni dei nostri conterranei siano morbidi o mostrino addirittura “rispetto” per questi elementi che sarebbero disposti a farci saltare in aria, poiché ci considerano“infedeli” e quindi spiritualmente“inferiori”. Così come è avvenuto nell’attentato di Barcellona dell’agosto 2017, conseguenza di politiche morbide e “aperte” di questo tipo, le quali avevano già portato, nel tempo, la capitale catalana ad essere una delle più importanti roccaforti salafite nel mondo occidentale.

Ad agire in questo vero e proprio culto di ciò che è “altro da sé”, abbiamo fattori sia ideologici che emotivo-psicologici, oltre ai motivi di “business migratorio” che evitiamo di analizzare perché oramai tristemente noti.

Quelli più comuni sono legati al “senso di colpa”. Un senso di colpa indotto,però, da decenni di “ideologia terzomondista”, che aveva pure un senso laddove si legava ai movimenti di liberazione nazionali degli anni’60-’70, e quindi appoggiando l’Angola, il Congo o successivamente ancora il Burkina Faso.

La questione “umanitaria” è venuta fuori prettamente dagli anni’80, quando in virtù di una specie di noia “sociale” i ceti benestanti occidentali, si fecero carico dei problemi della “fame nel mondo”, con l’effetto perverso di squilibrare economie autosussistenti, e introducendo in Africa i modelli divita occidentali forieri di migrazioni.

In particolare, è proprio da questa fase in poi che verrà fuori quella forma di pietismo ipocrita e “borghese”,che sarà la copertura ideologica dell’“accoglientismo radical chic”, e che si alimenta con bufale della serie “ci pagano le pensioni”, “ci raccolgono i pomodori”, “fanno più figli di noi”, ecc. – come vediamo tutte tematiche economiche che ricordano molto lo schiavismo alla Zio Tom.

Il culto del migrante odierno però si sostanzia anche di un’anima “militante”, radicale ma inversione “stracciona”. Questa proviene dal cosiddetto “antagonismo”, dai centri sociali, dalle femministe silenti per gli innumerevoli stupri in atto ed ammiccanti a sogni erotici con l’“aitante africano” –  e questo in combutta con le ricche professioniste “chic” di cui sopra –,o ancora dalle cosiddette “anime belle” moderne legate a concezioni tipo “amore universale”.

Da qui tutta la propaganda “militante” della serie “sono meglio di noi”, “abbiamo da imparare da loro”, “la vita è nata in Africa”, “Mama Africa”, “l’occidente ha depredato i loro territori”, come se il tabaccaio sotto casa, l’impiegato, il giovane iscritto all‘università nel 2018 debba espiare colpe di un passato coloniale di circa un centinaio d’anni prima.

Le centrali di potere economico ed imperialista che attaccano l’Africa sono le stesse che, seppur con grado diverso di intensità, attaccano anche l’Europa. La vera lotta di liberazione economica ma soprattutto identitaria, è in Africa non in Europa, come indicano stesso i capi dei movimenti “panafricanisti” come Kemi Seba e Mohamed Konare, i quali elogiano le manovre del nostro governo e dei populisti italiani. In ciò essi divergono dalle solite “élite” africane “di importazione”associate ai voleri dell’occidentalismo italiano– ricordiamolo! –  seppur in versione sindacale e socialisteggiante, come nel caso del dirigente USB Aboubakar Soumahoro.

E’ davvero incomprensibile dal punto di vista di una logica “militante”, come si possa elogiare qualcuno che ha vigliaccamente lasciato il proprio territorio, la propria famiglia e la propria comunità per venire a scimmiottare le seduzioni occidentaliste tipo l’egolatria da social network, degli abiti firmati, e delle cretinerie“gansgsta rap” già demenziali negli autoctoni.

Elementi tutti proveniente dai ceti medi, perché “ci vogliono i soldi per lasciare l’Africa”, ribadiamolo a quelli che…”scappano dalle guerre – pochissimi – o dalla miseria!”. Gli immiseriti muoiono di fame là, non pagano lo scafista per tagliare la corda!

A onor del vero, però, dobbiamo analizzare anche l’altra figura migratoria, quella artefice di un ragionamento simile – in uscita però non in entrata –,tipo quelli che sentiamo in continuazione nelle comitive giovanili elogiare “estasiati” questa o quella capitale europea (Londra, Parigi, Berlino, ecc.), magari odiando l’Italia.

Adesso per gli studenti è in vigore quella specie di servizio militare europeista “bianco”, che va sotto il nome di Erasmus, nel quale si regalano esami a destra e manca e si cela a un’avvincente sistema di“vita notturna”, autoconvincendosi che si stia facendo formazione.

Andare a Londra per fare il lavapiatti – il dishwasher pardon! – o altri lavori che a malapena si farebbero nel proprio paese, bella rivoluzione o mobilità sociale! Le generazioni della prima metà del ‘900, ma anche quelle del “boom economico”, si sentirebbero riempite d’orgoglio.

Tra gli elementi fondanti di questo “migrante”, cortigiano e vero e proprio “pasdaran” della globalizzazione vi è il culto della lingua inglese, dei social network e della tecnologia, vista in chiave “mistica”, una specie di“paradiso attualizzato”. Da qui anche e un certo disprezzo verso tutto ciò che è richiamo alle radici, e verso tutto quanto c’è di “spirituale” e tradizionale nella vita o in una comunità, ammenoché non si tratti dello “spiritualismo contemporaneo”, appariscente e “fico”.

In ultim’analisi possiamo dire che i cosmopoliti di oggi sono nient’altro che i “provinciali” di ieri, perché in fin dei conti non importa che tu sia nato in una città, in provincia o in una metropoli, chi ha dentro di sé il culto delle radici e della propria identità tradizionale è superiore ovunque si trovi. Invece, “viceversa”si dimostra chi fa carta straccia di tutto ciò,estrinsecando la sua anima “rozza” ed entrando nel magma della “plebaglia indistinta”, tanto cara alle oligarchie e agli speculatori come George Soros.

Non parliamo poi di tutta quella spazzatura artistica, definita “arte contemporanea”, o di tutta quella paccottiglia libraria alla Saviano tanto amata dai cosmopoliti “chic”, magari “accademici” che, o per aver “leccato il culo” a questo e a quel docente illo tempore, o per aderire in maniera ottusa al “pensiero unico” che ne sta alla base, pontificano da Berlino o Parigi sulle arretratezze dell’Italia populista.

Il quadro finale è ancora tutto da decidere, certo il movimento sovranista/populista, e soprattutto in Italia, ha dato una bella sterzata ad esso. Colpi duri, innanzitutto per tutta quella che è la “struttura di potere”, ma soprattutto utili in virtù di una “rinnovata”e “risvegliata” forma antropologica e “spirituale” dell’Uomo italiano e meglio ancora Occidentale.