di Filippo Savarese*
*Direttore delle Campagne della Fondazione CitizenGO

La battaglia delle famiglie per la libertà educativa e contro la “colonizzazione del Gender” nelle scuole segna un punto fondamentale e per certi versi storico.

Lo scorso 21 novembre il Miur ha infatti emanato una Circolare per tutti gli istituti scolastici su alcune questioni fondamentali inerenti il Piano Triennale dell’Offerta Formativa (Ptof), ovvero il documento in cui tutte le scuole mettono nero su bianco come intendono concretamente istruire gli alunni e studenti iscritti, comprese le attività e le iniziative ulteriori rispetto al cosiddetto curricolo nazionale obbligatorio (in altre parole la grande varietà di iniziative proposte dalle scuole che esulano dalle ‘classiche’ materie: italiano, matematica, storia, etc).

Prima di esaminare i contenuti della Circolare, è bene ricordare che il Ptof è di gran lunga il più importante documento sull’identità, per così dire, di una scuola. È quello che i genitori firmano all’atto di iscrizione del figlio. Firmandolo, in poche parole dichiarano: “Sì, scuola, voglio che tu istruisca mio figlio sulla base di quello che c’è scritto qui”. Ecco perché è fondamentale (benché spesso possa essere anche molto noioso) leggere e conoscere il Ptof nel dettaglio. L’idea che la scuola insegni solo a contare, scrivere, datare esattamente la battaglia di Waterloo e risolvere equazioni di primo, secondo o terzo grado è un’idea gravemente in ritardo rispetto alla realtà dei fatti.

Oggi le scuole integrano il classico “pacchetto base” con una enorme quantità di contenuti che non riguardano minimamente le materie tradizionali, e che vorrebbero trasmettere ai ragazzi una serie di “competenze” sociali, relazionali, culturali e – per quel che più ci interessa in questa sede – sessuali, affettive e sentimentali.

Queste attività e questi contenuti vengono spesso inseriti nel Ptof in modo generico e vago, e con l’esposizione dei soli princìpi generali che si intendono perseguire (Es: ‘contrasto a ogni forma di discriminazione e violenza’; ‘decostruzione degli stereotipi di genere’; ‘educazione alla parità di genere’; etc). Di conseguenza, quando i genitori iscrivono i loro figli a scuola spesso non sanno, e non possono sapere, che cosa concretamente si farà in classe per realizzare questi scopi. Non sanno chi entrerà a far cosa, con quali materiali cartacei o video, per affermare cosa e promuovere quale visione dell’uomo e della società. Lacune gravissime che violano il diritto Costituzionale dei genitori di supervisionare sempre l’educazione dei loro figli, e di farlo in via prioritaria rispetto a qualsiasi altra realtà, scuola compresa, come sancito anche dall’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Per risolvere questo problema, la Circolare del MIUR fissa finalmente con chiarezza 5 principi fondamentali:
1) “Il Ptof deve, necessariamente, essere predisposto antecedentemente alle iscrizioni, per consentire alle famiglie di conoscere l’offerta formativa delle scuole così da assumere scelte consapevoli in merito all’iscrizione dei figli”;
2) “Tutte le attività didattiche inserite nel Ptof, anche ove aggiunte in corso d’anno, devono essere portate tempestivamente a conoscenza delle famiglie (…) in particolare, per quelle che prevedano l’acquisizione di obiettivi di apprendimento ulteriori rispetto a quelli di cui alle indicazioni nazionali di riferimento”;
3) “La partecipazione a tutte le attività che non rientrano nel curricolo obbligatorio, ivi inclusi gli ampliamenti dell’offerta formativa di cui all’art. 9 del D.P.R. n.275/1999, è, per sua natura, facoltativa e prevede la richiesta del consenso dei genitori per gli studenti minorenni, o degli stessi se maggiorenni”;
4) “In caso di non accettazione, gli studenti possono astenersi dalla frequenza”;
5) “Al fine del consenso, è necessario che l’informazione alle famiglie sia esaustiva e tempestiva”.

Oltre a ribadire l’importanza di comunicare alle famiglie il contenuto delle integrazioni al Ptof in modo esaustivo e tempestivo, si afferma nettamente che queste stesse attività integrative – ivi comprese quelle su temi sessuali o affettivi – sono per loro natura facoltative e pertanto necessitano di consenso informato, mancando il quale scatta il diritto di astenersi dalla partecipazione.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione, frutto diretto del lavoro iniziato ormai 3 anni fa dal Comitato Difendiamo i Nostri Figli (CDNF) promotore dei Family Day del 20 giugno 2015 a San Giovanni e del 30 gennaio 2016 al Circo Massimo. Fu proprio il Comitato presieduto da Massimo Gandolfini a ingaggiare la battaglia per il consenso informato preventivo e per il diritto di astensione col Ministero dell’Istruzione dopo l’approvazione della Riforma della cosiddetta “Buona Scuola”, che col comma 16 del suo unico articolo obbliga tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado a inserire nei propri Piani Triennali dell’Offera Formativa attività sull’educazione di genere, aprendo un’autostrada legale alla “colonizzazione del Gender” nelle scuole italiane.

 

Che cosa c’entra l’emergenza Gender col Ptof? Moltissimo. Elementi di ideologia Gender, più o meno espliciti, possono entrare nelle scuole in diversi modi. Il più diretto e lampante è sempre stato, per ovvie ragioni, il variegato ambito della cosiddetta ‘educazione sessuale’. Quale occasione migliore per parlare di identità e fluidità di genere se non proprio nell’ora di educazione sessuale? Tanto più dato il fatto che se una volta il tema era trattato negli istituti dalle Asl in chiave per così dire ‘tecnica’ (comunque spesso gravemente superficiale), negli ultimi anni il monopolio è passato alle associazioni di natura culturale e certamente anche politica come quelle del movimento LGBT (Lesbiche-Gay-Bisessuali-Transessuali) evidentemente interessate a cambiare i connotati del tradizionale discorso sulla sessualità maschile e/o femminile, in particolare attaccando e sovvertendo quello che chiamano con disprezzo il “paradigma eterosessista”.

Dall’anno scorso tutte le scuole di ogni ordine e grado devono inserire nel Ptof attività di “prevenzione della violenza di genere”. È sbagliato? Siamo forse per la violenza di genere? Assolutamente no: purché sia chiarissimo che cosa si intende per violenza di genere. A tal fine, però, dovrebbe anche essere chiaro che cosa si intende per genere. E il problema è proprio che sul concetto di ‘genere’ oggi il caos ideologico è pressoché totale. Com’è noto, infatti, le associazioni LGBT che entrano, numerosissime, nelle scuole a parlare di sessualità e affettività considerano l’identità di genere di una persona una sorta di lavagna bianca su cui ognuno può scrivere quello che preferisce, cancellando poi quanto scritto e riscrivendolo infinite volte senza limiti oggettivi.

D’altro canto, è proprio ciò che avviene nella nota rappresentazione teatrale Fa’afafine, messa in scena in decine di teatri alla presenza di centinaia di alunni di scuole medie e liceali in questi anni. Alex, un bambino, non sa se vuole essere maschio o femmina. Così si sveglia ogni mattina e si sente ora l’uno ora l’altro. Il suo obiettivo dichiarato, però, è non essere né l’uno né l’altro, ma un terzo sesso/genere indefinito. Alex viene definito dalla trama ufficiale dello spettacolo un “Gender-creative child”, ovvero un “bambino che crea da sé la propria identità di genere”. Domanda: ritenere il messaggio di questo tipo di spettacoli ideologico e dannoso per la sana maturazione psicofisica e anche affettiva dei minori, rientra o no nella violenza di genere citata dalla Buona Scuola? Il movimento LGBT dice di sì: dire che tutti i bambini sono maschi e tutte le bambine sono femmine, e che non esistono bambini-femmine e bambine-maschi, è violenza di genere.

È per questo che il Comitato Difendiamo i Nostri Figli ha lottato in questi anni per il consenso informato preventivo dei genitori e per il diritto di non far partecipare i propri figli alle attività svolte in particolare in attuazione del comma 16 della Buona Scuola. La Circolare dei giorni scorsi corona tre anni di incontri al MIUR coi Ministri Giannini e Fedeli e di sensibilizzazione dei Dirigenti Ministeriali e degli Uffici Scolastici Regionali, nonché ovviamente delle Dirigenze Scolastiche locali nei Comuni italiani. Tre anni difficilissimi, segnati anche da due manifestazioni di genitori davanti al Ministero, che finora avevano portato a due documenti emanati dai precedenti Ministri sicuramente propensi a venire incontro alle istanze delle famiglie ma che mancavano sempre di chiarire in modo netto la necessità del consenso informato preventivo e del diritto di astensione in caso di mancato consenso.

E ora? La Circolare e i suoi contenuti resteranno lettera morta se i genitori non torneranno protagonisti nelle scuole dei loro figli. Corsi malsani e attività ideologiche nelle scuole continueranno ad entrare, e benché la scuola sia ora più che mai istituzionalmente obbligata a tenere i genitori sempre informati, saranno sempre loro a dover prendere l’iniziativa per non farsi passare sotto il naso contenuti lesivi della sana maturazione dei loro figli. La prassi migliore consolidata in questi anni è prendere appuntamento col Dirigente scolastico insieme a qualche altro genitore e, portando con sé anche l’ultima Circolare del MIUR, far sapere alla scuola che ci sono genitori che su certe tematiche non intendono delegare la scuola e non intendono transigere in alcun modo sul loro diritto di priorità educativa.

FONTE: https://www.uccronline.it/2018/11/27/il-miur-ora-contrasta-il-gender-a-scuola-consenso-informato-e-diritto-allastensione/