Il trauma post aborto, la sofferenza dei padri che nessuno conosce

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Se c’è un argomento legato all’aborto, di cui non si parla mai abbastanza, è quello del trauma psicologico che esso produce nei potenziali padri che spesso vedono svanire la possibilità e la gioia di avere un figlio, senza poter fare assolutamente niente per impedirne la  soppressione. L’insolito spunto sull’argomento arriva da dove non ce lo saremmo mai aspettati ovvero da Invece Concita, una rubrica quotidiana online e cartacea di Repubblica su cui risponde Concita De Gregorio, firma storica del quotidiano, alle lettere dall’argomento più disparato.

In una di queste, Andrea B. racconta la sua esperienza di padre mancato, in seguito all’inesorabile decisione, presa dalla sua ex fidanzata, di non tenere il bambino avuto insieme.

L’uomo rivendica, con dolore e rabbia, il diritto che il suo punto di vista di padre possa avere un peso in una scelta così tragica e definitiva compiuta su quello che è anche, a tutti gli effetti, suo figlio. Confida anche lo smarrimento e la sofferenza al pensiero che il suo bambino andasse a morire, senza poter far nulla: «Ricordo che il giorno prima dell’interruzione di gravidanza ho poggiato il mio orecchio sulla pancia di C., ho immaginato di sentire il battito di quell’essere infinitesimamente piccolo, ho riempito i miei polmoni d’aria inspirando profondamente come per provare a trasmigrarlo dentro di me, per continuare a farlo crescere e poi ho pianto per quel figlio che l’indomani sarebbe tornato in quell’oblio da cui era venuto». Chiede, infine, a gran voce che la legge 194 venga modificata in modo da tutelare anche il padre del nascituro e il suo pensiero, in quanto, sostiene, gli strascichi psicologici ed emotivi dell’aborto, spesso non ricadono solo sulla donna ma anche sull’uomo.

Purtroppo il trauma post aborto visto e vissuto dal punto di vista maschile, così come quello vissuto dalla donna, è stato talmente preso sotto gamba, come sotto gamba è stata presa, nella nostra società, la figura paterna, alienata spesso dalle sue funzioni educative e sociali, che un gruppo di giuristi, giornalisti, medici e docenti universitari è arrivato a sottoscrivere un comunicato stampa in cui si chiede a gran voce, ai rappresentanti politici e alla società civile che rivedano le norme giuridiche che tendono a sottrarre i padri dalla vita dei loro figli, con particolare riferimento ai figli non nati.

Nel comunicato si legge a chiare lettere che «di grande significato affettivo, e simbolico, è la posizione del padre nei confronti del figlio procreato. La prassi oggi vigente priva il padre di ogni responsabilità nel processo riproduttivo. Una situazione paradossale, ingiusta dal punto di vista affettivo, infondata dal punto di vista biologico e antropologico,  devastante sul piano simbolico. Per il bene dei figli, e della società, è necessario che al padre sia consentito di assumere le responsabilità che gli toccano in quanto coautore del processo riproduttivo. I casi di cronaca che presentano la disperazione dei padri, che vogliono, prendendosene ogni responsabilità, il figlio che la madre ha deciso di abortire, sono solo la punta dell’iceberg del lutto dell’uomo-padre, espulso dal processo di riproduzione naturale di cui è promotore. È necessario avviare una riflessione collettiva che equipari realmente la dignità della donna e dell’uomo nella procreazione, a garanzia della vita, della famiglia e della società».

Insomma, se davvero  l’uomo e la donna hanno pari dignità in quanto persone, come garantito di diritto dalla nostra Costituzione, all’art. 3, allora ne deriva che debbano avere pari diritti anche come genitori e, in una decisione così ferale e definitiva, entrambi debbano poter ricoprire il ruolo che gli spetta.

Manuela Antonacci

fonte: https://www.notizieprovita.it/notizie-dallitalia/il-trauma-post-aborto-la-sofferenza-dei-padri-che-nessuno-conosce/

Una Risposta

  • Nella società matriarcale, di stampo USA, installata in Italia dal dopoguerra, i padri sono figure di secondo piano e come tali disprezzati. Infatti la società italiana, privata del supporto paterno, come lo è quella americana per eccellenza, vede il sorgere di una violenza senza freni e senza ragione. E’ la violenza del sentimento, quello trasmesso dalla parte femminile che ripudia le regole ed apprezza solo il sentimento. Ma il sentimento senza regole è pura follia perchè, sganciato dalla realtà, analizzata dalla logica maschile, diventa libertà totale di sentire quel che si vuole Questa libertà sganciata dalle regole produce violenza senza senso. Infatti quella che viene definita violenza ma ha la sua ragione d’essere nella reazione ponderata non è altro che “forza”. Ma sono tempi in cui ogni atto di forza è giudicato violenza dalla società femminile che non ammette la reattività ragionata con scopo preciso. Tanti libri, tra cui spiccano quelli di Risè, analizzano molto bene questa situazione di matriarcato vigente in Italia e denunciano da anni la deriva violenta che si attua sulle generazioni di giovani cui è mancata la figura paterna. Questo articolo è solo un grido che sarà presto soffocato dagli sproloqui continui della società abnorme, di stampo femminile. In Italia la “gran madre mediterranea”, archetipo di dea infernale, ha vinto da decenni !

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