di Costanza Miriano

Nei giorni scorsi, quelli successivi alla manifestazione contro la violenza sulle donne, si sono succedute alcune voci che secondo me meritano una reazione seria. Sentendo la Finocchiaro declamare (a dei bambini, peraltro) da Rai 3 che gli uomini sono tutti dei pezzi di m…, o la Murgia dire che nascere maschio in un sistema patriarcale è come essere figlio di un mafioso, anche io ho pensato che non fossero degne di attenzione o, che, come ha scritto qualche illustre pensatore sui social, mettersi a rispondere a questo livello è come fare a gara di rutti. Si potrebbe replicare con affermazioni dello stesso spessore speculativo, tipo che le sarde sono tutte basse e brutte (e pazienza che ne conosco di bellissime, come Silvia e Annamaria – scusa Elisabetta Canalis, ho le mie preferenze – ma l’ideologia non considera i fatti, sennò magari è costrettaa cambiare). Si potrebbe scherzare come il mitico Lercio (“Partorisce un maschio: Murgia arrestata per associazione mafiosa”), che comunque fa molto più ridere della Finocchiaro.

Eppure la questione è un po’ più seria di così. Mi piacerebbe moltissimo che la Finocchiaro e la Murgia, soprattutto, argomentassero con qualche fatto: dove sarebbe questa società patriarcale? Non vedo tracce di patriarcato in Italia, ma io direi neanche in Europa, il continente senza padri – letteralmente, visto che di figli non se ne fanno più; senza padri anche culturalmente – è dal ’68 che si inneggia a una società senza padri, persino la psicanalisi, con Lacan, ne prende atto: l’Europa delle quote azzurre (in Norvegia), dei congedi obbligatori di paternità (in Svezia), l’Europa dove le donne abortiscono a milioni senza che i padri possano dire una sillaba, l’Italia dove le mie amiche – non so quelle della tv delle ragazze – vorrebbero più figli e più tempo per stare con loro, e più sono giovani meno capiscono simili questioni da vecchie babbione. Loro, le ragazzine di oggi, i loro coetanei se li mangiano a colazione, hanno le stesse possibilità di lavoro e di carriera, sono più brave a scuola, vivono la loro sessualità con tutta la libertà del mondo, ricevono istruzioni per i contraccettivi dalla scuola media, a volte prima della pubertà. Abbiamo un problema di paternità anche nella Chiesa, con pastori che si vergognano di ciò che sono, e invitano a non fare il presepe per rispetto degli altri, stravolgono il credo, insegnano nei seminari che la Madonna non era vergine e che quello che Gesù ha detto non era tanto certo perché non c’era il registratore, raccomandano l’uso della contraccezione.

Il problema però è che per un vecchio corto circuito del solito piccolo circoletto pseudo intellettuale, sono chiamati a parlare in tv, a scrivere editoriali sui giornaloni, sempre i soliti esponenti di una sola cultura, che si è conquistata un posto egemonico col ’68 e non lo ha più lasciato, e pazienza il crollo degli ascolti, pazienza le copie sempre più esigue di libri e giornali, pazienza se la realtà dice altro, pazienza se non rappresentano più nessuno. Pazienza anche se il voto ha recentemente giudicato con estrema severità un partito liquido e femminilizzato che ha fatto delle unioni civili il suo gonfalone, appuntandosi poi come medaglia sul petto le Dat, cioè il suicidio, quando un uomo vero di fronte al dolore non scappa ma lo affronta virilmente.

La realtà, al contrario di quello che declama il solito gruppetto di intellettuali, è che viviamo in una società senza maschi e senza padri, la realtà è che nelle relazioni personali normali il potere, come è sempre stato e sempre sarà, è delle donne, che possono usarlo o per rendere gli uomini più virili e padri, o per manipolarli, esattamente come gli uomini che non sanno amare possono usare la forza e la violenza, che è il loro modo di esprimere il loro limite. Oggi solo l’ideologia può negare che l’emancipazione delle donne sia definitivamente compiuta: non so a Cabras, ma a Perugia già trenta anni fa una ragazzina normale come me, figlia di una mamma a tempo pieno, alla fine del liceo poteva andare a New York senza genitori, pensare il suo futuro senza contemplare la famiglia e i figli (per fortuna poi non è andata così) e immaginare di misurarsi in qualsiasi campo del sapere, senza avere mai subito nessuna sorta di discriminazioni, esercitando la sua facoltà di andarsene quando intuiva che una relazione poteva essere in qualche modo malata o pericolosa.

Oggi a essere sotto attacco è invece l’uomo, maschio, eterosessuale, bianco, euroatlantico. È lui il colpevole di tutto, quando invece avremmo così bisogno che tornasse a esercitare la sua paternità su figli sempre più fuori controllo a scuola e fuori, incapaci di concentrarsi e di rispettare la pur minima regola. E avremmo bisogno anche di professori con gli attributi, che non patteggiano compiti e interrogazioni con i ragazzi, che non contrattano voti, ma professori come quelli della generazione precedente, talmente autorevoli che bastava una loro occhiata a precipitare nel silenzio la classe, a costringere a ore e ore di studio. Ho sentito un professore universitario americano auspicare di poter assumere per una cattedra una donna, di colore, lesbica, così “con una ho soddisfatto tre minoranze, e gli altri li posso scegliere in base al merito”.

Io lo so, perché i figli che studiano ce li ho, e posso dire che il livello che è oggi loro richiesto è figlio di un appiattimento verso il basso che viene proprio dalla rinuncia dell’esercizio dell’autorevolezza, che non è stata affatto sostituita da una capacità di far innamorare del sapere o di trovare se stessi, ma semplicemente da una grande cialtroneria.

È evidente oggi che c’è un pregiudizio negativo nei confronti dei padri, che io invece vedo presenti come non mai, e molto, molto più dei loro padri: una vicinanza emotiva che ha fatto sicuramente perdere qualcosa in capacità normativa, con la complicità di madri dilaganti e poco inclini a dare ai padri il giusto spazio (non sono una sociologa ma ho una larga esperienza di mamma con figli con amichetti, e di sicuro ho più titolo a parlare di di certe maitre a penser che non frequentano asili e scuole e licei).

Il bersaglio ultimo, a livello macroculturale, è l’autorità paterna come matrice della realtà, quindi il Padre, quindi Dio.

FONTE: https://costanzamiriano.com/2018/12/05/lattacco-al-padre-e-un-attacco-alla-paternita-di-dio/