Almirante

di Francy Rossini
 
Non è facile scrivere di Giorgio Almirante per chi lo ha conosciuto e frequentato, politicamente e umanamente, ovvero il sottoscritto (tra da posizioni vicine a quelle di Beppe Niccolai dal 1984 circa). La contestazione interna alla linea Almirante verte tutt’ora su un paio di principi fermi, che in teoria potrebbero avere una loro validità e che meritano qui di essere analizzati: ovvero  Almirante fu atlantista, dunque non poteva essere neofascista, quindi  Almirante non fu neofascista  poiché il fascismo era sociale, l’almirantismo fu invece la ruota di scorta della Dc.

Va anzitutto precisato che Almirante fu un politico, non fu un teorico della politica né un ideologo, e ancor prima che figlio del regime fascista o della Rsi, fu un figlio della guerra civile italiana e di Piazzale Loreto, fu figlio di una precisa epoca storica in cui “partigiani” con la bandiera britannica ebbero per un certo tempo campo libero per esercitare il proprio peggiore spirito di vendetta ed odio su altri italiani imponendo la logica dello sterminio. Se non si comprende questo, o non si vuole comprendere questo, non si può comprendere tutta la successiva tattica politica almirantiana.

Operando politicamente dall’immediato dopoguerra, egli volle farsi la parola vivente di quei “martiri italiani”: trasformò la retorica dei vinti in miracolo politico, imponendo ovunque la logica politica comunitaria, simbolica e immaginativa, del Tricolore contro i due miti politici di quell’epoca, ossia la bandiera sovietica e quella del super-capitalismo occidentale. E il Tricolore che Almirante reinsegnò ad amare agli italiani non era il tricolore dei giacobini o dei risorgimentisti, ma era il tricolore dei ragazzi della Decima che beffarono e umiliarono il potentissimo e umiliarono Impero inglese, era il tricolore dei ragazzi di El Alamein e Giarabub, era il tricolore dei vinti. Quel tricolore era il sangue dei vinti. Tutta la sua politica estera o interna di Segretario missino fu modulata alla luce di questa primaria esigenza, ricomporre la storia italiana con il ventennio fascista, che Almirante considerò sempre “l’unico momento epico nella storia del popolo italiano” (Cfr Il Msi all’avanguardia d’Italia, in “Secolo d’Italia” 30 settembre 1969). In base a questa visione, il comunismo storico del ‘900 non fu tanto un movimento di opposizione all’illuminismo borghese e giacobino occidentale, alla democrazia totalitaria occidentale, quanto un fenomeno contraddistinto proprio dalla esigenza pratica di una “rivoluzione nazionale borghese” capace di portare all’estreme conseguenze la concezione dell’uomo della borghesia progressista. Questo disse Augusto Del Noce a più riprese di Almirante negli anni ’80: il comunismo italiano non era l’opposizione al sistema giacobino-borghese, lo era invece il Movimento sociale almirantiano. E di conseguenza, già dai primi anni ’70, l’opposizione almirantiana al centro-sinistra, che si andava organizzando intorno all’asse confindustriale Agnelli-Pirelli, che puntava proprio al Pci, sarà giustamente totale; e chi fosse interessato si può andare a leggere i discorsi almirantiani di quegli anni che sempre ribadivano fieramente che il Msi era un partito piccolo-borghese e proletario a base soprattutto meridionale, non era dunque il partito del capitalismo demo-comunista (Cfr. Ignazi, Il polo escluso, p. 184). Non coglie nel segno l’accusa di atlantismo, inoltre, se è vero, come riporta una fonte non certo missina (Fondazione Lelio Basso e Archivio storico del Senato della Repubblica), che la costante della politica americana in Italia (epoca Nixon compresa) fu l’assoluta e decisiva preclusione all’apertura verso il Msi, considerato il principale nemico politico (D. Conti, L’anima nera della Repubblica. Storia del Msi, pp. 13-159). Di certo, analisti anglosassoni, MI6 e Cia-liberal ne capivano di più, sulle reali intenzioni del Segretario missino, di quanti lo accusano di atlantismo. Anni di assedio, di caccia mirata al missino in ogni angolo e scuola d’Italia, con il tentato scioglimento, del tutto incostituzionale,  del Msi, anni di complicità generale e istituzionale con gli assassini di ragazzi indifesi come Sergio Ramelli ed i fratelli Mattei, la messa in campo della costola massonica di Democrazia nazionale, tali eventi cosa vorrebbero dirci del resto? (Cfr. Bollati, La Destra alla sbarra. Il Msi in trincea, Orionlibri 2006). Almirante l’”atlantico” fu peraltro l’unico segretario di un partito italiano che nel ’79, ’80, ’81 difende in parlamento, proprio contro i comunisti che lo accusano di “oscurantismo”, il diritto della gioventù iraniana e della classe media persiana dei bazar, a farsi protagoniste, sotto la Guida illuminata dell’Imam Khomeini dice il Segretario, di una rivoluzione politica dal potenziale respiro mondiale, arrivando a prospettare l’idea di Islam rivoluzionario e politico, non fanatico e integralistico, come terza forza oltre est e ovest , oltre la democrazia sovietica e oltre la democrazia capitaliste, due tiranne neogiacobine che la storia, lo vediamo ai giorni nostri, avrebbe condannato (Cfr S. Forte, La vita, le idee, le battaglie di Almirante , Roma 1987). Quando vi fu il sequestro della nave Achille Lauro e l’ammirevole decisionismo da statista di Bettino  Craxi (la famosa “crisi di Sigonella), Almirante impone alla scettica maggioranza del partito, più antisocialista che filoamericana, un odg antiamericano e filocraxiano (Cfr. Ignazi, op. cit., p. 242). La visione del mondo del segretario missino fu, dunque, sempre quella stessa del novembre 1953, quando da Trieste insorta parlava dei due fronti, delle due civiltà, le due barricate, che la destra rivoluzionaria fascista aveva contrapposto nel ‘900 in conflitto mondiale, l’imperialismo anglosassone e la civiltà “proletaria” italiana. E da lì, da Trieste, andava spiegando agli italiani della ennesima “rivolta fascista” contro il nemico anglosassone (G. Almirante, Nessun diaframma tra i ragazzi e la morte, in “Il secolo d’Italia” 14 novembre 1953). Ciò che però, nel suo disegno tattico, considerava prioritario era trasmettere alle nuove generazioni quel patrimonio di valori e di battaglie, agendo con estrema prudenza, senza cadere nelle provocazioni nemiche e senza fughe soggettivistiche in avanti; inevitabile, in omaggio a tale disegno, la condanna senza appello e indistinta di tutto ciò che si agitava alla destra del Msi (dove lui vedeva sempre, talvolta esagerando talvolta no, la lunga mano della Dc e proprio dei servizi atlantici e britannici, come spiega il già citato volume di Ignazi), come necessario era il profilo basso che spesso sembrava caratterizzarlo, consapevole che l’Italia, gravitante nell’orbita anglosassone dal risorgimento sino al 1925, era di nuovo dal 1945, come sappiamo, un paese a sovranità limitata, questa volta sotto il dominio sovietico-americano. Anche la seconda accusa mossa ad Almirante è in realtà un po’ debole, la filosofia politica del Msi almirantiano era rappresentata dall’“umanesimo del lavoro” gentiliano (Genesi e struttura della società) ed il modello istituzionale del partito, ancor prima che il presidenzialismo, era proprio lo Stato nazionale del lavoro anticapitalista e antiborghese!

Secondo Giuseppe Parlato, brillante allievo di De Felice, Almirante fu un eccellente tattico; la sua destra nazionale fu una autentica “destra rivoluzionaria” contro il centro conservatore di A. Michelini e contro il social-comunismo, l’antagonismo al sistema borghese giacobino fu la concreta azione politica almirantiana, capace di interpretare in maniera intelligente e moderna la dottrina fascista, molto meglio di tutte le altre correnti della destra radicale o sinistra nazionale (http://www.secoloditalia.it/2014/06/giuseppe-parlato-almirante-uni-le-anime-del-msi-tra-unione-delle-destre-e-alternativa-al-sistema/).

Al Lirico di Milano, il 26 gennaio 1986, così ricordò Mussolini di fronte a circa 9 mila persone provenienti da tutta Italia:

Pur tradito dall’alleato militare e dai dirigenti di partito, abbandonato dall’Italia, fece un discorso per la sua adorabile patria; sapeva che il prezzo del tradimento dell’alleato tedesco sarebbe ricaduto sul popolo italiano, sia avessero vinto gli alleati sia avessero vinto i tedeschi. Sapeva però che il suo personale sacrificio sarebbe stato alba di resurrezione del popolo italiano, quel popolo che ora è qui davanti a me“.

 

3 Risposte

  • A proposito del tradimento dell’alleato militare , desidero qui ricordare l’esemplare figura di mio padre che commerciava con la Germania postbellica. Ad una riunione conviviale, ad un certo punto, un tedesco uscì con l’infelice frase sugli italiani che tradiscono e tradirono i tedeschi nell’ultima guerra. Con calma mio padre rispose: ” I tedeschi tradirono Mussolini e gli unici italiani che furono fedeli fino alla fine, quelli della Repubblica Sociale !” Il tedesco si zittì, mortificato e scornato e la stima per mio padre crebbe immediatamente…

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