“A decorrere dal 1°gennaio, nessun uomo o partito politico potrà dichiararsi irresponsabile dei propri errori con la scusa che c’è stato il fascismo”. Ci vorrebbe una dichiarazione del genere, come quella scritta dal poeta e scrittore socialista Giacomo Noventa per ritenere definitivamente fuori corso il fascismo, a un secolo dalla sua nascita e a tre quarti di secolo dalla sua morte.

Noventa auspicava di prescrivere il fascismo come alibi in un Capodanno assai precedente a questo; ma ora che siamo arrivati a cent’anni, non ci sono più alibi per invocare sempre il fascismo.

Nel secolo in cui siamo nati, il diciannovismo fu sinonimo di Inizio, fu l’anno degli Albori. Il ’19 fu in Italia un anno speciale: nacque il fascismo a Piazza San Sepolcro, a Milano, come un movimento radicale e rivoluzionario benché patriottico e nazionale. Ma nel ’19 nacque pure l’italo-comunismo, sorto sulle ceneri della Grande Guerra e sull’onda della Rivoluzione bolscevica, con la fondazione di Ordine nuovo di Gramsci e Togliatti a Torino, da cui poi nascerà a Livorno il partito comunista. Nel ’19 nacque pure il Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo, che sarà poi padre della Dc. Un movimento che diventò regime, un partito che diventò poi il più grande partito comunista d’occidente e un partito democristiano che diventò governo per mezzo secolo. Ma non solo: sempre nel ’19 avvenne il cortocircuito tra guerra, rivoluzione, sindacalismo e poesia con l’Impresa Fiumana di d’Annunzio. Fu la prova generale della rivoluzione fascista ma anche il prototipo di altre rivolte, ’68 incluso.

E pensare che un anno così pesante è ricordato da una canzone così lieve: “Nel millenovecentodiciannove vestito di voile e di chiffon, io v’ho incontrata non ricordo dove, nel corso oppure a un ballo-cotillon”. La canzone di Achille Togliani si concludeva con uno smemorato ricordo: “Poi vi condussi non ricordo dove, e mi diceste… non ricordo più. Nel 1919 vi chiamavate forse gioventù”. Nostalgie d’amore a parte, quello fu davvero l’anno in cui irruppe la gioventù, anzi la giovinezza, come categoria dello spirito, consacrata dalla guerra, avanguardia della rivoluzione e del radioso avvenire.

Ma di tutti quegli anniversari ci resta addosso il fascismo. Dopo tante scorpacciate di fascisteria, arriva il centenario di una storia che durò “appena” un quarto di secolo ma che perdura nella damnatio memoriae da tre quarti di secolo. L’esatto contrario del comunismo, che durò tre quarti di secolo ma è stato rimosso già nel restante quarto. Cent’anni di fascistudine.

Proviamo a scrivere, come disse Prezzolini, un necrologio onesto del fascismo o quantomeno di come nacque. Per cominciare, il fascismo ebbe un padre e una madre: Padre Coraggio, ovvero una guerra sofferta, vinta e tradita; e Madre Paura, ossia la minaccia della rivoluzione comunista, interna e internazionale. Una guerra vittoriosa a caro prezzo e un biennio rosso di violenze fecero nascere il fascismo; poi, una guerra disastrosa e un biennio di guerra civile lo affossarono. Un destino circolare ebbe il fascismo. Ma il fascismo è dentro la storia del socialismo, fu un suo capitolo interno: il fascismo ne fu figlio e figliastro, fu l’eredità e la reazione. È difficile pensare che il fascismo sia eterno, l’Urfascismo di Eco, e che il grembo da cui nacque e in cui crebbe sia invece morto e sepolto. Se è eterno il fascismo, eterno è il socialismo da cui nacque, ed eterno è il conflitto da cui germinò. Più sensato ci pare invece pensare che si tratti di fenomeni storici, dunque con un’alba, un apice e un tramonto, di cui restano eredità, tracce e memorie. Possono a volte riaffiorare ma non sono eterni. Storicizzare il fascismo è l’unico modo per comprenderne il senso, la portata e gli effetti. Con quelle premesse ci chiediamo: può rinascere oggi il fascismo? Se il fascismo nasce da una guerra, da una generazione di arditi che torna dal fronte, dal socialismo di cui eredita metodi ma non scopi, dal nazionalismo e dal sindacalismo rivoluzionario, dal terrore nazionale e mondiale del comunismo, non c’è alcuna possibilità di fascismo oggi. Un contesto mutato, un conflitto che si trasferisce in video e sui social, un mondo interdipendente, global, dominato dall’economia e un’Italia dentro l’unione europea. Aspettarsi il fascismo oggi è come aspettare il ritorno di Napoleone.

Allora, modifichiamo la domanda: il ’19 che si apre somiglierà al ’19 del secolo precedente, avrà lo stesso fervore degli inizi, sarà davvero come dice Di Maio, l’Anno del Cambiamento? A giudicare da quel che è accaduto negli ultimi anni, di inizi ne abbiamo avuti già troppi e in breve tempo: siamo passati dal berlusconismo al renzismo, dai tecnici eurocrati ai populisti-sovranisti al governo. Cambi radicali di prospettive, cambiamenti sorprendenti, traumatici. Un succo concentrato di politica e antipolitica, con relativo collasso di destra, sinistra, centro e leadership. Ma adesso davvero l’Italia è divisa tra Cambiamento e Restaurazione? E se prevalesse il terzo movimento, la stanchezza e il rigetto, dove porterebbe, che facce avrebbe, che movimenti e idee veicolerebbe? E se fosse il tempo della Rivoluzione conservatrice?

Cent’anni fa, nel ’19, l’America che si ergeva con Wilson alla guida del mondo, la Russia bolscevica di Lenin divenuta Urss e il sorgente fascismo si definirono Ordine nuovo, come era scritto pure sul dollaro. Oggi siamo al Disordine nuovo. Il futuro è una terra straniera. Benvenuti nel ’19.

MV, Panorama n. 1 2019

Fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/centanni-di-fascistudine/