di Giacomo Bergamaschi

Si parla ogni giorno di Fascismo, non solo in occidente ma anche dal Brasile all’Argentina, dalle Filippine alla Cina. Quasi sempre a sproposito, decontestualizzando e confondendo abilmente. Come a sproposito si parlò di Napoleone e della “Vecchia Guardia” bonapartista dopo il Congresso di Vienna, il Patto di Yalta dell’800, volendo azzardare un paragone forte e volutamente provocatorio.

Il saggio di Zeev Sternhell  “Nascita dell’ideologia fascista” rimane sicuramente quello più profondo e oggettivo per comprendere il fenomeno fascista, con talune precisazioni, che di seguito tenteremo di avanzare. Zeev Sternhell, israeliano di estrema sinistra, antifascista e materialista storico, oltre a quello citato ha dedicato molti saggi alla questione: Né destra né sinistra, La destra rivoluzionaria, Contro l’Illuminismo: la storia delle idee, Nascita di Israele e molti altri articoli e scritti che spaziano dalla rivoluzione americana a quella francese.

L’autore israeliano è più un filosofo della politica come Del Noce che uno storico puro come De Felice, per questo talune sue intuizioni sono a mie parere brillanti e non superate sulla questione Fascismo. Non possiamo nemmeno prendere in considerazione come autori primi del Fascismo né un Guido Melis, né un Emilio Gentile, in quanto la loro visione empirista, riduzionistica, fenomenologica (soprattutto quella di Gentile, che non fa che trasferire al caso italiano il metodo che Mosse applica al caso tedesco), non permette di comprendere in profondità il fenomeno.

Giuseppe Parlato è senza dubbio più acuto e problematico, ma l’unica sintesi geniale e lapidaria sul Fascismo ce la fornisce Sternhell.

Sabino Cassese, che dovrebbe essere uno dei più illustri rappresentanti dell’elite culturale italiana, definisce Melis “il più grande storico del Fascismo” (Corriere della Sera 4.1.2018); questo è sintomatico di un certo degrado culturale che affiora anche nei migliori intellettuali. Per il filosofo marxista luxemburghiano Sternhell, di contro alla corrente storiografica che va per la maggiore, la storia sociale è sopravvalutata, a causa del dominio ideologico di una “falsa coscienza” economicistica (capitalista ma anche marxista) ed astratta dalla realtà profonda; come Benedetto Croce, egli afferma invece la centralità e la supremazia della storia delle idee.

Con la metodologia della storia sociale non si comprende il Fascismo italiano, ma si creano equivoci e falsa ideologia. La lezione storica e di pensiero di Sternhell, il simbolo intellettuale e culturale dell’autentico antifascismo contemporaneo, è impareggiabile; il filosofo ebreo di sinistra studia il Fascismo proprio affinché il Fascismo non torni più, non per passare il tempo o per portare a casa il mensile da parlamentare o per smania di successo e notorietà, come avviene in Italia, il paese dell’antifascismo dove milioni di persone son diventate note o si sono arricchite sproloquiando di Fascismo, ripetendo una serie di banalità e luoghi comuni che han finito per ridicolizzare chi li ha pronunciati.

Diversamente, il filosofo israeliano studia e analizza nel modo più disincantato, oggettivo, avalutativo possibile il fenomeno fascista. Sternhell non vuole sdoganare Mussolini, tantomeno storicizzarlo o contestualizzarlo. Sternhell è un filosofo della politica, non gioca con i concetti né tantomeno maneggia con fare da prestigiatore con i concetti storico-politici. La lezione storica per lui è terribile. Stranamente, per lui figlio e nipote di donne ebree uccise dai nazisti quando il giovane Zeev aveva appena 7 anni, l’archetipo del Fascismo non è Hitler né il razzismo né Vichy o le camere a gas, ma è il Mussolini che traduce arditamente in prassi politica il messaggio del Sindacalismo rivoluzionario. Nazismo, vichismo, franchismo non sono pericolosi per la storia dell’umanità, poiché non sarebbero stati fenomeni politici, ma contingenze storiche.

Il nazionalsocialismo tedesco, per il nostro, fu una metamorfosi di nichilismo, non una dottrina politica. Mussolini, per Sternhell, viceversa sarebbe stato un genio politico: “sotto di lui arte e cultura prosperavano, conquistava con abili strumenti il consenso popolare, i campi di concentramento in Italia non c’erano e gli italiani non si macchiarono della persecuzione razziale come francesi e tedeschi” dice Sternhell nel maggio 2017 a un giornale israeliano.

Sternhell dice che Mussolini non fu mai razzista e antisemita, anche in Rsi avrebbe avuto taluni ebrei al suo fianco e nessun uomo italiano o “ariano” lo seppe ispirare o anche affascinare come fece l’intellettuale ebrea Sarfatti. Il più grande nemico di Mussolini, l’unico, per Sternhell, fu l’Inghilterra, nell’Imperialismo britannico egli vedeva in azione, ben più e ben oltre l’Ebraismo, il dominio ideologico globale di quell’illuminismo massonico e borghese che avrebbe particolarmente disprezzato. Differenza fondamentale e irriducibile con il nazismo hitleriano che vedeva un alleato nell’Imperialismo britannico ed anche con Francisco Franco che nel suo tepore di realista passivo, non attivo, nemmeno provò a togliere la spagnola Gibilterra ai britannici.

La conclusione sternhelliana è che il Fascismo italiano, non il nazismo, né il franchismo, né il salazarismo, è il male assoluto del mondo contemporaneo, ma per una ragione filosofica.

“Male assoluto” in quanto unica risposta Politica seria e concreta alla cultura illuministica franco-kantiana dominante da secoli. Sternhell usa un metodo ermeneutico di tipo vichiano-idealista, con grande correttezza di scienziato sociale, sebbene la sua visione del mondo sia progressista, neoilluminista, tutto sommato aperta anche all’ipotesi “tardo trockista di “democrazia sovietica”.

E come scienziato della filosofia politica egli indaga sulla sostanzialità filosofico-politica del Fascismo. Il Nostro sostiene con valide argomentazioni ermeneutiche due tesi forti, che secondo Belardinelli (Cfr Introduzione a Intervista sul Fascismo, Laterza 2017), avrebbero finito per convincere lo stesso De Felice. Sternhell parla a più riprese di un “fascino segreto del fascismo di Mussolini”, dovuto alla visione dell’universo antimaterialista e al volontarismo profondamente umanistico, soggettivista e immanentista rivoluzionario della elite in camicia nera, che con tali presupposti, caso raro nella storia contemporanea, riesce a conquistare il potere, e sostiene anche che il fascismo fu il movimento politico più originale e caratteristico del Novecento.

La prima tesi forte sternhelliana è che il Fascismo italiano di Mussolini, non il Nazionalsocialismo tedesco né il Franchismo spagnolo (che sarebbero oggettivisti e deterministi come il marxismo e il liberal-capitalismo), è un atto di guerra filosofico politico contro l’Illuminismo borghese e lo scientismo contemporaneo, il più grande atto di guerra ideologico che vi sia stato a tal riguardo dall’89 a oggi. Il Fascismo sternhelliano vede nell’intera politica contemporanea il trionfo della “democrazia totalitaria giacobina”, anche quando travestita da liberalismo giolittiano bismarckiano o da socialdemocrazia tecnocratica o da bolscevismo di stato. L’unico antagonismo possibile a ciò, per il Mussolini de “La dottrina del fascismo” (e Sternhell è con lui) è una pratica politica neo-umanistica, non neo-legittimista o teocratica, di una Destra di stato che sia al tempo stesso tradizionalista e rivoluzionaria. Ribadisco tradizionalista; non reazionaria né conservatrice.

La distinzione è sostanziale. La seconda tesi forte sternhelliana è che non sarebbe possibile storicizzare il Fascismo italiano, in quanto non sarebbe stato un mero fenomeno contingente che va dal 1922 al 1945; laddove vi è l’impulso di uno Stato Tradizionale e rivoluzionario, che smobilita l’apparato e l’edificio istituzionale dell’occidente anglofilo materialista e borghese e della “democrazia totalitaria giacobina” più o meno liberale, lì vi sarebbe Fascismo in atto. Durante un convegno parigino alla fine degli anni ’80, Sternhell disse che il Fascismo non riviveva affatto nel Cile di Pinochet, che definì di contro afascista, neo-franchista, semiliberale e liberista, ma ben più semmai nella Tehran degli ayatollah, sebbene per iscritto non abbia mai approfondito un simile paragone, di certo assai interessante. Il Fascismo non è nazionalismo e etnarchia (altra differenza sostanziale dal Franchismo e dal Nazionalsocialismo), ma è l’elite del Sindacalismo rivoluzionario che usa eventualmente l’idea di Stato Nazione, che fu di origine borghese, con senso e finalità del tutto antiborghese, come comunità morale e organica in funzione antindividualista ed anticollettivista; attraverso l’uso totale dello Stato (produttore d’identità, organizzatore dell’economia, monopolista della socialità) Mussolini tenta di risolvere le irriducibili antimonie della modernità. Sternhell forse esagera però, a mio modesto parere, in alcuni concetti.

Se è vero che Mussolini fu sempre attento lettore di Sorel e se è vero che (come precisa del resto proprio il Duce ne “La dottrina del fascismo”) il Fascismo sarà l’incarnazione politica e storica della frazione sindacalista e rivoluzionaria del Socialismo italiano, è anche vero che la tattica politica usata dal capo fascista nella fase della conquista del potere e nella conduzione di stato fu antitetica allo “spontaneismo” armato sociale soreliano. Mussolini fu un iperpoliticista e ha ragione la Sarfatti quando dice che “Machiavelli fu il suo unico maestro” con la scuola politica del Rinascimento italiano. L’elitismo mussoliniano fu tutto politicista ed incentrato poi nella Ragion di Stato, non fu un avanguardismo proletario o produttivistico, come era viceversa nella teoria sindacalista e soreliana. In tal senso, Carl Schmitt ci aiuta. Quest’ultimo definendo Mussolini il Machiavelli della sua epoca (Schmitt, Condizioni storico-spirituali del parlamentarismo), precisa che la teoria volontaristica e immanentistica del mito di Sorel è una teoria autenticamente politica e conflittuale nel senso machiavellico; si torna così alla sostanza antilluminista, antideterminista, antinaturalistica del Fascismo.

Questa teoria, ben più che la prassi dello sciopero generale, potrebbe essere l’apporto soreliano al Mussolini fascista. Altro grande limite di Sternhell, il più evidente e veramente incomprensibile del peraltro prezioso saggio “La nascita dell’ideologia fascista” (come già detto il migliore in assoluto per comprendere Mussolini e il fascismo, sebbene contraddicendo la tesi forte dell’autore, la Baldini Castoldi ha messo inspiegabilmente nella edizione 2002 una svastica invece che un fascio littorio quale immagine di apertura), è che egli identifica la difesa tattica della piccola proprietà e della piccola borghesia fatta dal Fascismo movimento durante la guerra civile come una difesa tout court del capitalismo. Così conclude il filosofo antifascista, marxista israeliano:

“Il Regime Fascista degli Anni Trenta è più vicino alla sintesi ideologica promossa dalla “Lupa” ( sindacalista rivoluzionaria, 1911) di quanto lo sia lo stalinismo ai principi marxisti. L’evoluzione del Fascismo avviene in funzione di quegli obiettivi primari che si erano prefissati i protagonisti di una rivoluzione antiliberale, antimaterialista e antimarxista che non ha precedenti nella storia. Fu una rivoluzione, quella fascista, per la nazione nella sua interezza, una rivoluzione politica ma anche morale e spirituale” .

Fascismo oggi? XXI secolo e oltre

Il Fascismo oggi? Gli intellettuali neo-giacobini dell’Occidente anglofilo e dell’anglosfera vedono il Fascismo un po’ dappertutto, è una ossessione che dal 1922 li perseguita e da cui non si sono più liberati. E’ la secolarizzazione weberiana, niente altro; è il processo di razionalizzazione astratta e estrema del neo-illuminismo e del giacobinismo fanatico che proprio Weber definì l’ideologia della “gabbia di ferro” dell’occidente, con tanto di disincanto del mondo realizzata da un capitalismo feroce e a-umano. Il “totalitarismo giacobino”, il totalitarismo dei diritti, sarà l’orizzonte dell’occidente liberalcapitalista, la “democrazia plebiscitaria” fascista, secondo Carl Schmitt e il giurista Francesco Mercadante, l’antagonista politica di questo.  A scanso di equivoci, voglio subito precisare che non ritengo possibile un Fascismo o un nuovo fascismo in Italia. Nonostante la necessità, per meri fini di sopravvivenza, percepita oggi da larghe fasce popolari, di un ineludibile“ritorno” non al passato ma a certi valori tradizionali. La questione fascista oggi, ragionando in termini sternhelliani, è la questione di una elite politica neo-machiavellica che conosca l’arte dell’Insurrezione di scuola sindacalista rivoluzionaria e bonapartista, che si sappia fare Stato di cultura, antilluminista e antirazionalista, che sappia eventualmente guidare e temperare, sul piano di una visione del mondo e appunto di una grande tattica politica di Stato, il processo di razionalizzazione meccanica e macchinica che imperversa, che sappia dunque incarnare e trasmettere dei punti fermi, concretamente “mitici”, che sappiano irradiare nella comunità per contrastare l’irruzione dell’ideologia neo-scientista del gender e dell’uomo macchina. Non c’è in Italia la possibilità di tutto questo. Io almeno non la vedo. E non c’è, di conseguenza, la possibilità di un nuovo Fascismo poiché, anche paradossalmente vi fosse un Mussolini oggi in Italia, non saprebbe bene cosa fare. Decenni di Dc e Pci hanno esasperato il carattere individualistico, scettico, rassegnato, materialista della Nazione, finendo per dissanguare le energie profonde di questo popolo. Dc e Pci non conoscevano l’arte della politica, ma solo quella della neutralizzazione ideologica ed avaloriale del conflitto politico. Hanno chiuso così ogni porta alla pratica di una sana politica creatrice. Dc e Pci furono le frazioni tattiche dello straniero (americano o sovietico), furono proprio l’esatto contrario di quel sovranismo che tanti oggi gli vorrebbero attribuire. Gli unici “statalisti” sovrani dell’epoca, almeno sul piano della coerente prospettiva teorico-politica, furono Craxi e Giorgio Almirante. Quest’ultimo, peraltro, è considerato da Parlato un coerente modello politico di neofascista alternativo al sistema borghese e massonico, ben più delle varie correnti di estrema destra (http://www.secoloditalia.it/2014/06/giuseppe-parlato-almirante-uni-le-anime-del-msi-tra-unione-delle-destre-e-alternativa-al-sistema/).  Al contrario dell’Italia post-fascista e guidata ideologicamente dal Neoatlantismo (tra cui va annoverato lo stesso Mattei, il mito dei sovranisti contemporanei) , il gollismo francese fu una cultura politica antagonistica essa stessa al modello della “democrazia totalitaria occidentale” di sostanza massonica e giacobina, fu una autentica scuola di grande politica. Il gollismo non è stato ben compreso. Il Generale fu un rivoluzionario francese, non un conservatore neo-legittimista come lo si descrive solitamente e come lo saranno invece i successori, tiepidi conservatori. Nell’intero dopoguerra lui e l’Imam Khomeini furono gli unici che osarono mettere in discussione i sacri dogmi di Yalta. De Gaulle, già nel corso della Seconda Guerra Mondiale, considerò gli Anglosassoni il primo nemico di Parigi, instaurò con gli angloamericani una relazione di aperto conflitto, ben più che con l’Asse (Cfr De Gaulle, Memorie di guerra),  alla morte di Churchill poi (1965), dichiarò, come riporta il politologo Mario Toscano (Cfr Designes in Diplomacy, p. 330), che l’anglosassone fu di certo un grande statista, ma Mussolini fu a suo avviso più grande e l’unico rivoluzionario di quell’epoca passata. La pratica politica del Generale fu, a suo modo, in quel particolare contesto segnato dalla decolonizzazione, una prassi di continuità con la grande tradizione francese, di assoluta opposizione all’Occidente anglofilo e un serio tentativo di lineare continuità con la tradizione statalistica di Richelieu, Luigi XIV e Napoleone. I limiti del costituzionalismo gollista furono di certo già evidenti al Generale stesso, che sulla vicenda si giocò la carriera politica. Non a caso vedremo poi “democratici totalitari” neogiacobini e di estrazione massonica, come Macron e Mitterand, usufruire del meccanismo politico della V Repubblica. Ciò non oscura, ne può oscurare la grandezza del De Gaulle. Almirante comprese il gollismo molto meglio di J.M. Le Pen, indicando proprio nel De Gaulle l’esempio di una moderna politica di Stato rispetto al servilismo italiano democristiano e comunista e il modello operativo di una geopolitica conflittuale rispetto al bipolarismo stretto di Yalta. J.M. Le Pen invece originariamente si oppose al De Gaulle da posizioni occidentaliste, atlantiste, liberiste, dunque assolutamente antifasciste. Occorrerà attendere Marine Le Pen – con la variante ultratradizionalista e neoconservatrice di Marion -, che sul piano teorico porterà per certi tratti il Fn verso il modello del fascismo sternhelliano (lo riconosce oggi lo stesso filosofo israeliano), poiché si riconosca il valore intimamente francese e rivoluzionario del gollismo. Dunque, se vi sarà un nuovo fascismo, potrà risorgere dalla Francia, dall’altro Occidente, dall’unico polo antagonista all’anglosfera come hanno ben capito i Russi putiniani, non da Roma o dall’Italia. Ma dubito fortemente anche di questo.

Se il secolo XX fu il secolo del conflitto politico tra fascisti e giacobini, il secolo XXI sarà il secolo del conflitto tra quelli che, usando ancora i termini politici novecenteschi per intenderci meglio, chiamiamo qui i neo-trockisti e i neo-gollisti.  Se scaviamo nell’ideologia globalista, da Soros a Toni Negri sino ai neocons angloamericani, troviamo Trockij. Lo troviamo pure in un certo europeismo alla Monti; è necessario sacrificare il popolo greco, è necessario l’orrore in Grecia, disse l’ex primo ministro italiano, perché il sogno europeista possa continuare a camminare. Era la visione dei circoli massonici della Bce e della Bundesbank. Una visione utopistica ed irrealistica, come ogni visione giusnaturalistica e neogiacobina più o meno liberalistica. Il sogno globale per avanzare abbisogna di vittime sacrificali. Prima sacrifichiamo, poi vediamo che cosa succede. Questa la direttiva. E’ la logica dei genocidi giacobini; la logica di Hiroshima. Oggi è la logica della guerra sociale alla Piccola impresa. E i Gilet Gialli francesi sembrano averlo bene a mente. L’opposizione politica a questo sogno, di materialistico livellamento globale, di dominio assoluto delle grandi concentrazioni di poche multinazionali, ha per forza di cose la forma dello Stato nazionale gollista, non può conoscerne altra; non può avere la forma dello Stato idealista etico fascista, almeno a mio parere, in quanto ciò presupporrebbe lo stato d’eccezione, l’arte dell’Insurrezione e la supremazia da parte della elite machiavellica di cui ho già parlato. Non vedo assolutamente le tracce di tutto questo. Non penso nemmeno i popoli e le nazioni europee desiderino ciò, detto in tutta onestà. Peraltro Mussolini fu l’unico politico occidentale che fece fuori la democrazia giacobina più o meno liberale; De Gaulle non vi riuscì. C’è però la solita variabile francese, che non saprei che strada prenderà. Trockij fu un politico mediocre e inconsistente, ma fu, forse, il più grande analista politico del secolo scorso. Il comandante dell’Armata rossa comprese il Fascismo meglio di tutti all’epoca e molti giudizi sul Fascismo del De De Felice provengono proprio dall’analisi trockista. Trockij non parlava di un fascismo agente del capitalismo monopolistico, ma di un movimento piccolo-borghese e del ceto medio rurale che si andava rendendo politicamente autonomo e indipendente dal vecchio ceto burocratico-politico tramite un regime neo-tradizionalista e neo-bonapartista ma di massa, moderno e avanguardistico, non legittimista (Cfr. Rapone, Trotskij e il fascismo, pp. 171 e segg); durante l’Etiopia, scrisse che il grande disegno tattico mussoliniano era rappresentato dal fine di liberare il Mediterraneo dal dominiodell’Imperialismo britannico, il suo più grande e unico nemico, che continuò a dominare in modo soft l’Italia dal 1860 al giorno del delitto Matteotti, e per realizzare questo fine avrebbe messo abilmente in contrapposizione tedeschi a franco-inglesi, dando anche fuoco alle polveri in un nuovo conflitto mondiale pur di raggiungere l’obiettivo della disgregazione dell’Impero del Regno Unito. Dunque Trockij fu un lucidissimo ideologo ed il profeta del globalismo neoilluminista che ha iniziato dal 2000 a dichiarare la sua guerra sociale ai ceti medi e alla piccola proprietà e non si può fare spallucce di fronte a un grande della storia, nonostante la sua indubbia miopia politica e nonostante la distanza che mi separa da lui.

Il conflitto del secolo che viene sarà comunque, ideologicamente, sempre il medesimo dell’epoca moderna.  I grandi spiriti, i pensatori dell’epoca contemporanea non si possono ignorare con la loro immortale lezione di pensiero. Da una parte il razionalismo meccanicistico e trascendentistico o l’empirismo (Hume, Kant), dall’altra l’idealismo immanentistico (Machiavelli e Vico). Machiavelli e Vico, maestri di Realpolitik, che Benedetto Croce giustamente unifica in un superiore ideale umanistico fondato su una scuola di pratica storicistica e politica in antitesi di civiltà alla democrazia totalitaria giacobina e all’Illuminismo borghese. Si consideri al riguardo della grandezza del realismo panpoliticista italiano che il discepolo di Hegel, Rosenkranz, J.K.F. Rosenkranz, ci rivela che la più grande aspirazione noetica di Hegel sarebbe stata quella di divenire il “Machiavelli tedesco”, ma non vi riuscì. Rimase uno scolaro, in termini di filosofia politica, di fronte all’immortale lezione del Cancelliere di Firenze.