Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 9/19 del 31 gennaio 2019, San Giovanni Bosco
 
Don Bosco e la setta valdese
“Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco”, Vol IV, ed. 1904 – Capo XXX. Apostasie – Predica sulla Verginità di Maria SS. – Zelo e carità di D. Bosco per gli ingannati dagli eretici – Dispute coi partigiani de’ Valdesi e co’ loro ministri – Un perfido sermone; l’aquila e la volpe – Costruzioni de’ Valdesi intorno al loro tempio.
 
I VALDESI continuavano colla parola e colla stampa a spargere i loro errori nel popolo, regalando 80 lire a chi si faceva ascrivere alla loro setta. Alcuni dei giovani degli Oratorii festivi, che avevano dati gravi dispiaceri a D. Bosco, e in certe questioni avevano parteggiato contro di lui, si erano lasciati tirare all’apostasia, accettando quella vile moneta. Ne venne quindi per conseguenza che il loro astio cercava di sfogarsi contro gli antichi loro compagni, dai quali la coscienza avvertivali che da qui innanzi sarebbero tenuti in concetto di rinnegati. Una sera Tomatis rincasava verso le 9 ore. Passando vicino alla chiesa della Consolata, scendeva verso l’Oratorio, quando si accorge che due individui lo inseguono. Impaurito affretta il passo, ed essi pure. Si mette alla corsa e può entrare nel cortile e chiudere la porta in tempo, perchè se avesse ritardato un istante lo avrebbero raggiunto. Egli si recò subito a narrare il fatto [347] a D. Bosco, il quale dispose per alcune precauzioni che tutelassero la sicurezza della comunità.

D. Bosco, ci scrisse Giuseppe Brosio, soffriva molto per queste defezioni e tradimenti. Una domenica predicava in Valdocco contro gli errori dei protestanti e con affocate parole si lamentava di quei giovani, che si lasciavano ingannare dai corifei dell’empietà, e smascherava le arti ingannevoli delle quali costoro servivansi per trarre a certa perdizione la gioventù. A un tratto interruppe la predica, come era uso a fare qualche volta, e prese ad interrogare alcuno dei fanciulli, affinchè i compagni comprendessero bene l’argomento. Così dilucidò le ragioni che difendevano invincibilmente alcuni dei dogmi negati dai protestanti, principalmente la verginità della Madonna. D. Bosco si infiammò tanto nello svolgere il suo argomento, che la sua faccia divenne risplendente quasi fosse stata la fiamma di una lucerna. Questo l’ho veduto io. Diremo a suo tempo come in altra circostanza fummo eziandio noi testimonii di simile meraviglia.
Intanto D. Bosco aveva incominciato a darsi con grande sollecitudine all’opera di convertire gli eretici. Per anni molti fu tale la sua costanza, che ebbe la consolazione di ricevere, in numero considerevole, abiure di apostati e di quelli che erano nati nell’eresia. Non è a dire quanto egli godesse quando poteva aggregare qualcuno alla vera Chiesa.
Spesso veniva visitato da coloro che, ingannati dai Valdesi, avevano rinnegata la fede, ed egli con tutta benignità li accoglieva, spiegava loro le verità cattoliche con molta chiarezza, mostrava loro come fossero stati sedotti, metteva loro davanti il mal passo che avevano fatto: incoraggiandoli a non disperare mai della Misericordia di Dio. Nello stesso, tempo li aiutava quanto poteva. Alcuni erano bisognosi, ed egli dopo averli istruiti dava loro qualche sussidio. Altri [348] accolse nell’Oratorio affinchè fossero tolti dall’occasione di ricadere nell’errore e per poterli meglio catechizzare. Alcuni poveri ragazzi protestanti ricoverò, istruì, e convertì. Intiere famiglie furono da lui ricondotte nell’ovile di Gesù Cristo, procurando ad alcune il modo di vivere onestamente colle proprie fatiche. Di tutto il qui detto fa testimonianza D. Rua.
Taluni dei neofiti valdesi venivano all’Oratorio più per disputare che per convertirsi, e D. Bosco acconsentiva. Io stesso, ci disse il Can. Anfossi, ho assistito parecchie volte a queste dispute da lui sostenute, ed era ammirabile la sottigliezza degli argomenti da lui adoperati, ed appariva chiaramente che non solo aveva fatto studio particolare nell’intento di confutare gli errori del Protestantesimo, ma che di più aveva dal cielo un lume speciale; e che traspariva ancora dalla grande carità colla quale s’intratteneva con questi illusi. Costoro non adoperavano sempre verso di lui modi cortesi, ma egli non smise mai dal trattarli con dolcezza. Questa ei la diceva la virtù più necessaria particolarmente cogli eretici. Infatti se si accorgono che si voglia prevalere sopra di essi, allora si preparano, non già a conoscere la verità, ma a combatterla; e le vive contestazioni chiudono la porta del loro cuore, mentre l’affabilità l’avrebbe aperta. Infatti San Francesco di Sales sebbene abilissimo nella controversia, guadagnava più eretici colla sua dolcezza, che non per mezzo della scienza. La forza di una disputa senza la dolcezza non convertì mai nessuno.
E più d’uno dei sopraddetti presuntuosi furono persuasi da D. Bosco, e rimessi nella barca di Pietro.
I così detti pastori valdesi non tardarono ad accorgersi dello zelo col quale D. Bosco si adoperava per fare ritornare alla fede cattolica i traviati. Quindi alcuni di loro vennero essi stessi da D. Bosco, colla speranza di confutarlo e [349] di menarne poi vanto pubblicamente. Ma non poterono riuscirvi mai, non solo per la sodezza delle sue ragioni, ma perchè sapeva fermarli in quelle divagazioni da un argomento all’altro, nelle quali sono maestri, sia per la loro ignoranza, sia per l’arte di rendere impossibile la conclusione di una tesi, determinata. D. Bosco talora lasciava l’argomentazione diretta e positiva, e procedeva per interrogazioni, specialmente trattandosi della storia ecclesiastica, dei concilii, dei SS. Padri, e le loro risposte a vanvera cadevano in tali anacronismi da far ridere le galline. Era poi espertissimo nell’ottenere, anche da un avversario abbastanza colto, concessioni di cui questi non aveva potuto prevedere le conseguenze, e gli creava tali imbarazzi e difficoltà dalle quali non poteva sciogliersi. Quei signori perciò se ne tornavano scornati.
Intanto anche in quest’anno egli continuava a diffondere una nuova edizione dell’opuscoletto intitolato Avvisi ai Cattolici, che a migliaia di copie promovevano un grandissimo bene in Piemonte e specialmente in Torino. Mentre però D. Bosco, combatteva l’eresia accampata fuori del cerchio delle mura di Valdocco, la brutta bestia tentava di seminare la zizzania nello stesso Oratorio.
Un certo frate minore riformato del convento di S. Tommaso in Torino, Padre Vitale Ferrero, fratello di alcuni ragazzetti che frequentavano l’Oratorio, si era fatto molto amico di D. Bosco. Costui seppe così bene dissimulare la malvagità del cuore, che D. Bosco, credendo fosse persona di fiducia, più volte avevalo invitato a pranzo con sè . Quindi in quell’anno 1852 incaricavalo di fare il panegirico di San Francesco di Sales nel giorno della Festa. Il frate salì il pulpito, e incominciò a parlare in dialetto piemontese che possedeva assai bene. Vive erano le descrizioni che tratteggiava. Dipinse S. Francesco che a piedi, stanco, saliva la montagna [350] per salvare le anime, e che rattoppava lui i suoi abiti che aveva guastati, facendo il parallelo con altri che vanno in carrozza e mandano le loro robe al sarto. Con quell’altri alludeva ai Vescovi.
Quindi portò una parabola dell’aquila e della volpe. L’aquila era sopra un albero, e la volpe si strisciava per terra, piena di piaghe schifose, pestifere, e volendo nascondere le sue piaghe, cercava di occultarsi tra le siepi per poi andare in mezzo agli animali ed infettarli. Ma l’aquila stette a guardare un po’ di tempo tutti i passi subdoli della volpe, e poi gridò ad ogni specie di animali: – Guardatevi dalla volpe! – E concludeva il perfido predicatore: – Figliuoli, sapete chi era l’aquila? Lutero! Sapete chi era la volpe? La Chiesa Cattolica!
A questa conclusione D. Bosco, che fino a quel punto era stato con pena immensa attento ad ogni sua parola, si avanzò verso il pulpito mentre il frate scendeva, e presolo per un lembo della tonaca, gli disse con voce vibrata, sicchè tutti i giovani udirono: – Lei è indegno di portare quest’abito!
Quel disgraziato dopo poco tempo usciva di convento con licenza dei superiori, col pretesto di assistere al suo vecchio padre. Giunto però a casa vestito da prete secolare, cacciò il padre in mezzo ad una strada, quindi gettò l’abito, e finì con darsi al Protestantesimo con pubblica professione di fede eterodossa, sotto la guida del pastore valdese Amedeo Bert. Mandato a Londra acciocchè pervertisse gli Italiani ivi residenti, morì nello stesso anno per una coltellata ricevuta da un connazionale.
L’infelice era venuto a predicare nell’Oratorio d’accordo coi protestanti; ma non aveva saputo contenersi con accortezza, gettando subito la pelle di pecora. Quei giovanetti che l’udirono, [351] dopo circa 40 anni ricordavano ancora per filo e per segno l’empia parabola. Tanta impressione aveva fatto quel racconto sui loro animi!
E D. Bosco con gran dolore aveva narrata ad essi l’apostasia di quell’infelice, raccomandandolo alle loro preghiere
L’eresia con un tale colpo mal riuscito aveva fatto concepire contro di sè maggior aborrimento nell’animo di quelli dell’Oratorio.(…)
Intanto i Valdesi, presso il tempio che andavano edificando, incominciavano a fondare scuole per fanciulle di famiglie agiate, altre per giovani poveri d’ambo i sessi, un asilo d’infanzia, un ospedale, una Diaconia per distribuire sussidii ai poveri, e poco distante un collegio di artigianelli valdesi. Ma a questa operosità nel male, retribuita largamente dall’Inghilterra, D. Bosco contrapponeva la sua operosità nel bene con grandi sacrifizii: a costruzioni profane, ove sarebbe insegnato l’errore e avrebbe risonato la bestemmia, edifizii sacri, nei quali si predicherebbe la verità e si glorificherebbe il nome santo di Dio; ai tesori accumulati delle Società Bibliche, l’obolo della fede e della carità.
fonte – http://www.centrostudifederici.org/don-bosco-la-setta-valdese/