Il ritorno di Celentano

MV, 22 gennaio 2019

QUINTA COLONNA

Da come si è presentato, Adrian è un minestrone di linguaggi, immagini e sovrapposizioni, fondato sull’attesa di un miracolo che non ci sarà: mescolando banalità, luoghi comuni, perfino ossessioni politically correct, pensano che venga fuori un prodotto sorprendente. Come se un pappone di conformismi, agitati e miscelati, possa produrre un frutto anticonformista. Ma Adriano Celentano è sempre stato così, vuol stupire dicendo banalità, crede di essere originale e ribelle restando nell’ovvietà piaciona.

Celentano è mitico, a cominciare dalla sua voce straordinaria, poi la sua mimica e le sue movenze paleo-rock. Azzurro, benché firmata da Paolo Conte, è ritenuta la canzone più bella d’Italia nella versione adrianea e se la batte con Volare di Modugno nel titolo di Inno sub-nazionale o inno patriottico pop. Uscì nel maggio ’68 e diventò il simbolo canoro di un’Italia in pace col mondo, col sole, col cielo, con la vita e con l’amore, contro lo spirito sessantottino. Celentano è una voce straordinaria a patto che non pretenda di riempirla di contenuti, di messaggi, di predicozzi. Lì casca l’asino, o la scimmia, che come è noto imita maldestramente gli umani e perfino Dio. E dai tuoni e lampi che lo annunciano, Celentano si crede un dio, o quantomeno una sua derivazione. Un Diota. Ridisegnato in perenne gioventù con i fumetti vuol farsi leggenda, passare da mortale a mito.

Anni fa studiai la sua origine di Molleggiato e confrontai tre dizionari. Alla voce celenterato è scritto: tipo di invertebrato con corpo molle e tentacoli, provvisto di una cavità digerente con l’apertura boccale a forma di disco, scollegato però dalla testa; nei celenterati la fessura per nutrirsi è la stessa che serve per espellere. Tutto spiegato. Da cantante era nostalgico (il ragazzo della via Gluck), preferiva l’erba ai casermoni, ma nel senso della campagna e non della cannabis e si scontrava con Gaber che invece preferiva l’urbanizzazione. In tempo di trasgressioni cantava Pregherò, in tempo di divorzio celebrava la coppia unita, in tempo di scioperi cantava da crumiro chi non lavora non fa l’amore, difese la femminilità contro i trans (Quel punto). Poi passò dal canto al sermone, si scoprì predicatore, diventò eco-insostenibile e teologo di se stesso; elesse sua moglie non solo press agent ma anche Vicario di Lui in Terra e portavoce della Santa Sede, di Galbiate: la Mori rilascia interviste in Suo Nome e annuncia la Sua Venuta. Adriano che canta accende il cuore, Celentano che parla spegne il cervello. Qui diventa il prototipo dell’italiano conforme. Annusa l’aria e appena sente da che parte va il vento, porta il gonfalone. Simpatizza in modo furbo-ecumenico, si barcamena tra destra, sinistra e centro, più cattolici ed ecologisti. E per pararsi anche l’ultimo lembo delle chiappe, elogia Beppe Grillo. A volte penso che sia lui, Adrian, il vero precursore dei grillini e dell’ignoranza universale eletta a virtù. Lui va sempre in soccorso dei vincitori, come quando faceva il cattolico berlusconiano di sinistra verde. Inesperto di tutto, Celentano scopre l’Acqua Calda e ossequia i santuari del Politicamente Corretto: la lotta all’omofobia e alla discriminazione delle donne, la difesa dell’ambiente e della ricerca, il taglio degli stipendi ai parlamentari e delle tasse e insieme la difesa dei poveri contro i ricchi (celentani esclusi), la tirata contro i nazi e la guerra. Ma dai, non ci avevano pensato, meno male che Adriano c’è.

Bocca lo aveva definito “un cretino di talento”. E’ forte la tentazione di dar ragione a Bocca solo a metà, non vi dirò quale. Intelligenti pauca. Musicalmente resta un genio ottuso, e assume vesti regali quando forma la coppia regina della canzone italiana con la Sovrana Assoluta, Mina, diventata mitica per la sua invisibilità. Ancora oggi i due ottantenni sono un prodigio di bellezza, uniti nel canto.

Vedendo Celentano e il suo modo di muoversi capisci che Darwin aveva studiato solo a metà il problema dell’evoluzione: c’è pure un girone di ritorno. Quando interviene nel dibattito pubblico è irritante la sua ovvietà conforme e “corretta” Poi però lo senti cantare e ritorna la Memoria di Adriano; ti senti trasportare dalla sua voce in un’Italia mitica e amorosa, azzurra e verdeggiante, senza tempo o di una tua mitica e perenne adolescenza, e ti riconcili con lui. Forza Adriano, quattro volte ventenne, torna a cantare. E dal pugno chiuso una carezza nascerà.

 

di Marcello Veneziani
fonte- http://www.marcelloveneziani

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