di Francy Rossini (nostro amico, in Russia)

E’ stato proprio il capo cinese, Xi Jinping,per primo,  a sollevare il tema di fronte all’opinione pubblica mondiale, evocando il concetto storico-politico della “trappola di Tucidide”. Lo storico greco attribuiva infatti lo scoppio della guerra tra Atene e Sparta (V secolo avanti Cristo)  alla potenza emergente ateniese ed alla conseguente paura conservativa dell’egemone Sparta. La Cina di Xi ha deciso di lasciarsi alle spalle il basso profilo di Deng Xiaoping, si sta facendo rapidamente protagonista di un nuovo ordine globale “confuciano”, gerarchico (con Pechino quale nuovo centro geopolitico) e “socialista”; vari analisti americani, per questo, la considerano la Prussia dei nostri tempi, intenzionata a passare dal grado di mera potenza a potenza egemone. Le dichiarazioni  recenti del presidente russo, Vladimir Vladimirovic Putin, secondo le quali il mondo politico internazionale sta sottovalutando il concreto rischio di una guerra nucleare sono consequenziali alla tattica difensiva panrussa di fronte agli attacchi Britannici – Rivoluzioni Colorate e guerra ibrida antirussa – che imperversano da quando Mosca è tornata a contare sulla scena mondiale.

Vi è un elemento su cui occorre spostare l’attenzione, il fallimento della saldatura politica tra le due potenze continentali, Germania e Russia e la decadenza della teoria della “Grande Europa” che avrebbe dovuto costituire l’evento geopolitico rivoluzionario dal 2000 in avanti. I fatti han mostrato, al riguardo, che la sudditanza all’atlantismo delle elite e del popolo tedesco è purtroppo ancora forte, forse irreversibile a meno che un nuovo “spirito germanico”, conservatore, si irradi dalla Germania dell’est. L’unica elite europea che, viceversa, è realmente antiamericanista e antibritannica, quella francese, è purtroppo ancora imprigionata nella religione civile del laicismo estremista, convergendo così su una direttrice, volente o nolente, neo-atlantica. Di conseguenza ha scioccamente optato per Macron, un agente britannico creato dalle elite anglosassoni, contro la filorussa Marine. Le elite cinesi e russe ritengono perciò che europeismo sia un concetto politico vuoto e fuorviante, una metamorfosi di atlantismo, non esiste un “imperialismo” europeo nè un concreto progetto politico-militare e ciò renderà, come già sta succedendo peraltro, l’Europa terra di conquista, in quanto “un popolo che non sa portare le proprie armi, deve portare le armi degli altri” (Benito Mussolini). Si va perciò dalla prospettiva geopolitica cinese fondata sull’idea dell’Europa mera provincia della “Grande Asia” socialista e confuciana a trazione globale del XXI secolo, a quella russa che sembra mirare all’affermazione di un fronte Gollista di nazioni europee di “destra”, in quanto neo-tradizionaliste, da integrare però in una Civiltà Eurasiatica anti-occidentale. La Russia deve però continuamente fronteggiare l’assalto dell’imperialismo euro-occidentale, che tenta di avanzare contro Mosca a colpi di Rivoluzioni Colorate e di guerra ibrida. Le elite atlantiche sono viceversa spaccate tra di loro e lo sono di conseguenza pure sul destino delle nazioni europee. Unico motivo comune verso l’Europa, tra queste, pare essere l’insofferenza per la potenza geoeconomica tedesca. I GAFA sembrano aver scelto però la prospettiva di un dominio globale di Pechino (testimonianza ne può essere l’endorsement dei ceo di Amazon e Fb per il capo cinese e l’elezione da parte della stampa globale di Xi come “guida mondiale illuminata”) e di conseguenza la saldatura con l’UE, con la Russia unico nemico globale da eliminare. Il partito anglosassone (ben presente anche oltreoceano, ad esempio nei Dem di Clinton-Obama) è il partito della guerra, e laddove vi sono Rivoluzioni Colorate antiputiniane vi è la bandiera del Regno Unito che sventola; il dominio, però, per Londra deve rimanere assolutamente in occidente, non si può né si deve livellare la grande divergenza con Pechino. Il trumpismo, che ha saputo genialmente avvantaggiarsi da una iniziale  lotta interna a Goldman Sachs, è diventato sempre più il fronte politico del capitalismo produttivo occidentale che reagisce di fronte a una globalizzazione che ha visto fallire miseramente i miopi e utopistici disegni delle lobby del capitalismo finanziario occidentale, in quanto il potere concreto, politico e economico, rischia di spostarsi definitivamente verso le nuove potenze non occidentali, come Russia e Cina e Kaplan in questi giorni parla di un declino irreversibile dell’occidente (https://www.nytimes.com/2019/01/01/opinion/afghanistan-war-american-troops-withdraw.html). Va peraltro considerato a tal riguardo che la Cina, nonostante la stupefacente crescita economica e commerciale degli ultimi decenni, politicamente e militarmente, non può comunque competere, almeno per ora, con gli Usa. Il “numero è potenza”, il lavoro anche, e qui la Cina domina, ma il nucleare e la flotta marittima lo sono allo stesso modo, se non di più, oltre la retorica sulla democrazia, i diritti, la libertà e la diplomazia del dollaro, e qui la Cina, nonostante gli abili intrighi di una sottile politica mandarina, non ha scampo di fronte al colosso nordamericano. La Russia è perciò l’unico antagonista mondiale (anche e soprattutto ideologico) dell’occidente, è oggi l’unica seria Alternativa Globale alla Democrazia totalitaria giacobina e massonica, Putin ha di recente definito il filosofo tradizionalista Solzenicyn il padre spirituale della Nuova Russia. La politica diplomatica russa ha nel proprio intimo retroterra psicologico secoli di tradizionale competizione politica con l’imperialismo anglosassone (il più grande Nemico di Mosca, ancora oggi), particolare che non andrebbe sottovalutato. Sul piano militare, inoltre, le forze armate della Federazione avrebbero addirittura raggiunto, negli ultimi anni, il primato mondiale. La decisione dell’elite panrussa di intervenire unilateralmente, senza alcuna previa consultazione con i dem obamiani (il partito anglosassone) in Siria nel 2015 ha aperto un nuovo scenario globale, una autentica epoca multipolare. Se Putin non avesse pianificato l’operazione antiterrorismo in Medioriente, Damasco sarebbe caduta nelle mani dell’esercito sunnita filo-anglosassone e i terroristi si sarebbero precipati verso Mosca. La tenuta di una alleanza russo-cinese, anche con fini meramente difensivi, è assai dubbia e con molti punti interrogativi, la vera dorsale russa eurasiatica non è quindi quella tra Mosca e Pechino, ma è quella con il fronte sciita-iraniano che si è solidificata con brillanti risultati in Medioriente; dopo lo storico incontro a Tehran tra Putin e Ahmadinejad di anni fa, Russia e Iran hanno unificato il proprio destino nel campo della politica mondiale, riuscendo, almeno per il momento, a salvare la pace globale di fronte allo strumento di guerra ibrida denominato Isis. La vittoria di Damasco è la più grande vittoria tattica di un chiaro fronte politico (decisamente antioccidentale) dopo l’11 settembre 2001 e gli anni di caos monopolare dominato da Londra e Usa che ne seguirono. L’avvicinamento della Turchia sunnita di Erdogan (appartenente alla Nato) a questo fronte eurasiatico russo-persiano ha posto il Cremlino in una posizione di supremazia geopolitica e militare rispetto a Pechino e Washington. Il timore evidente, a tal punto, è che le elite occidentali optino di nuovo, come sempre han fatto quando han visto il potere globale sfuggirgli di mano, per una serie di provocazioni che possano degenerare in un conflitto caldissimo. Nemmeno a dirlo, la zona delle nazioni europee sarebbe il fronte hard adatto per limitare i danni delle tre potenze egemoni, Russia, Cina, Usa. Se la Russia ha tutto da temere da un simile scenario, l’estremo occidente ha in teoria tutto da guadagnare rispetto a un declino naturale e ormai avanzante. Il piano A, il più praticabile, consiste nello sganciamento di una Nuova Francia autenticamente neo-gollista o lepenista dall’Occidente. I Piani B e C consistono in scenari di guerra convenzionale, purtroppo, più o meno caldi.  La partita decisiva si gioca perciò per ora a Parigi, non in Italia o in Germania, come invece i media occidentali vorrebbero far credere. Le elite globali (russe, cinesi, atlantiche) sono  in verità disinteressate geopoliticamente a Roma e Berlino, piccole pedine americane. Non è un caso che la strategia della tensione ha colpito Parigi, continua a colpire Parigi, non Roma o Berlino. Un definitivo, ideologico, sganciamento capeggiato dalla Destra nazionale francese, un riposizionamento di Parigi verso l’Eurasia scongiurerebbe definitivamente il  concreto rischio di una Terza Guerra Mondiale e significherebbe il definitivo e liberatorio, almeno per l’umanità, declino dell’occidente atlantico. Anche se si parla, per alzare continuamente cortine fumogene, quasi esclusivamente di finanza e tecnologia, la sfida decisiva è assolutamente Politica; oggi come ieri. Francy Rossini