Ora l’alleanza dei populisti d’Europa

Fonte: La Verità

L’ultimo è stato l’attentatore di Strasburgo. La Francia è piena di immigrati di nuova generazione che, pur essendo legalmente cittadini, odiano il loro Paese.
«Sì, ci sono molti giovani, francesi a tutti gli effetti, che non si sentono francesi. Pensano che, quali che siano i loro sforzi per integrarsi, saranno sempre considerati cittadini di serie B».
E sparano sulla folla?
«Diciamo che, per compensazio- ne, si mettono a fantasticare sull’i- dentità culturale dei loro genitori e nonni, che però hanno a loro volta ormai perduto».
Quindi?
«Quindi vivono un profondo ma- lessere identitario, che li rende vul- nerabili alla propaganda».
Il fondamentalismo islamico sfrutta questi vuoti d’identità?
«In alcune zone, la comunità musulmana ha già cominciato a er- gersi come una sorta
di “controsocietà”».


Una «controsocietà»?
«Per molti giovani, già passati attraverso la delinquenza, diventare soldati del califfato è un sogno, se paragonato alla prospettiva di consegnare le pizze».
Allora l’islam non è tanto il nemico del- la civiltà cristiana, quanto la scoria del fallimento delle democrazie liberali?
«Di sicuro è troppo semplicistico giudicare islam e cristianesimo come due entità tra loro nemiche, anche perché l’uno e l’altro non sono realtà omogenee. Ma credo che lei abbia ragione».
Sul vero nemico dell’islam?
«Sì. Gli islamisti che attaccano l’Occidente non lo fanno tanto perché esso sia, o sia stato, cristiano, ma perché si è votato a una cultura priva di punti di riferimento, a una cultura della merce, che è una cul- tura senza senso».
Insomma, il melting pot all’americana è stato un fallimento.
«In realtà, anche negli Usa, dove gli immigrati che vengono dal Sud del continente non sono musulmani, non parlano più di melting pot, bensì di “insalatiera”. Ma una cosa è sicuramente vera…».
Quale?
«Che oltre una certa soglia quantitativa, la coesistenza tra diverse etnie pone problemi che nessuno, per il momento, sa risolvere».
Gli immigrati in Europa sono troppi?
«Be’, è certamente preferibile preservare l’identità etnica delle nazioni europee. Ma resta da stabi- lire come riuscire a raggiungere questo obiettivo».
Mi parla di nazioni europee. La rinascita dello Stato nazionale non è una pia illusione?
«Gli Stati nazionali sono in crisi ormai dal 1930. Troppo grandi per affrontare i problemi quotidiani, sono diventati oggi troppo piccoli per far fronte alle grandi questioni globali».
Sono incapaci di prendere decisioni?
«La globalizzazione e la costruzione europea li hanno privati della maggior parte della loro sovranità, senza che questa sovranità venisse riprodotta a un livello più alto».
Ma allora perché stanno rinascendo i nazionalismi?
«Perché per la gente è meglio un cattivo rifugio che nessun rifugio». Lei è considerato il teorico della cosiddetta Nouvelle droite. Destra
e sinistra hanno ancora senso?
«La dicotomia tra destra e sinistra è obsoleta da tempo. È chiaro che, con la crescita del populismo, l’asse verticale popolo-élite sta sostituendo l’asse orizzontale destra- sinistra».
A proposito delle élite: non le pare impossibile farne a meno, come invece paiono credere alcuni populisti?
«Oggi, nella società globale, le
élite rappresentano una casta inte- ressata ai suoi privilegi esclusivi, che gradualmente si è staccata dal popolo. In questo senso, i populisti sono perfettamente giustificati se si oppongono alle élite che li ignorano, li umiliano e li sottopongono a una triplice esclusione, culturale, sociale e politica».
Sì, ma non è anche questo un «cattivo rifugio»?
«Infatti, stabilire se e come queste élite transnazionali, di “senzaterra”, che si oppongono un po’ ovunque alle classi medie in via di depauperamento, possano essere sostituite da un’altra élite, è tutta un’altra questione».
Se alle elezioni europee dovessero sbancare i partiti populisti, l’Unione europea collasserà?
«È difficile affermarlo con certezza. Ma una maggioranza euroscettica consacrata dalle urne sarebbe già di per sé l’equivalente di un tuono».
Molti però giudicano improbabile un’alleanza tra i vari movimenti populisti.
«A me un’alleanza tra i diversi movimenti populisti europei sembra del tutto possibile».
Le sembra possibile?
«Sì. In alcuni casi è stata già realizzata. D’altra parte, non credo che tali alleanze, necessariamente contingenti, possano condurre a una vera “internazionale”. I contesti nazionali sono troppo diversi».
E in Francia che aria tira? Marine Le Pen beneficerà dell’impopolarità di Emmanuel Macron?
«Secondo gli ultimi sondaggi, il Rassemblement national della Le Pen è in testa».
In testa?
«La rivolta dei gilet gialli gli ha giovato più di quanto non abbia gio- vato alla France insoumise di Jean- Luc Mélenchon. Però…».
Però?
«Se i gilet gialli presentassero una loro lista indebolirebbero le opposizioni e farebbero vincere i sostenitori di Macron».
Ma come? I gilet gialli rischiano di diventare gli «utili idioti» di Macron?
«È il motivo per cui l’Eliseo sta spingendo sottobanco per la costituzione di una loro lista».
Davvero finirà così?
«A mio parere, l’interesse dei gilet gialli è di non cedere a questa tentazione. La loro forza sta pro- prio nel fatto che agiscono al di fuori di partiti e sindacati».
Devono rimanere «mine vaganti»?
«Devono rimanere plurali, elusivi, incontrollabili, non trasformarsi in un partito».
Intanto, il primo governo populista d’Europa è nato in Italia.
«Come sempre, da voi la situazione politica si è evoluta a una ve- locità straordinaria».
Abbiamo battuto tutti sul tempo…
«La formazione del governo populista è stata avvertita ovunque come un evento storico».
Addirittura?
«Certo. Chi con simpatia, chi con paura, ma tutti oggi guardano all’Italia come al “laboratorio del populismo”».
E a suo avviso l’esperimento italiano durerà?
«Una rottura tra Lega e 5 stelle è una possibilità concreta: sia per via di differenze programmatiche, sia per via di questioni personali, sia, ancora, per via di possibili difficoltà a governare».
Al netto degli ostacoli che potrebbero incontrare i populisti, si può immaginare un’Europa diversa da quella dei burocrati?
«Ma certo. Anzi, non dovremmo confondere questa Europa con l’idea di Europa in sé: la più grande accusa che può essere mossa all’Ue è proprio di aver screditato l’Europa in quanto tale».
Il fatto che l’Unione europea abbia voluto ignorare la questione delle sue radici culturali (specialmente cristiane) è tra le cause di questo fallimento?
«Io non parlerei di radici cristiane».
No?
«Nel vero senso della parola, una radice è qualcosa che va in profondità, che si riferisce all’origine. Ma il cristianesimo non è all’origine dell’Europa: quando nacque Cristo, la cultura europea esisteva già da secoli».
Un’Europa prima di Cristo?
«Sì, ma d’altra parte il cristianesimo è stato una componente molto importante della storia dell’Europa. È la totalità di questa storia che deve essere presa in considerazione».
E invece l’Europa di oggi che fa?
«Dà un quadro vergognoso del suo passato, ridotto a una successione di pagine oscure».
Si riferisce ai vari tentativi di cancellare il passato, magari nel nome della condanna di fascismo e nazismo?
«Io dico che qualsiasi forma di “pentimento” deve essere respinta. Non sappiamo dove dobbiamo andare se non sappiamo da dove veniamo».
Che responsabilità ha la Germania nell’impasse della costruzione europea?
«Non amo la germanofobia né la logica del capro espiatorio».
Ma…
«La politica che conduce la Germania sotto la guida di Angela Merkel è detestabile».
Detestabile?
«È all’origine di tutte le difficoltà causate dall’adozione di una moneta unica modellata sul marco. Ma non è detto che la politica della Merkel, che sta per abbandonare il potere, appartenga alla “Germania eterna”».
C’è chi sostiene che le grandi difficoltà incontrate dalla Gran Bretagna per attuare la Brexit siano la prova che l’Unione europea è irreversibile.
«Non credo che l’esempio della Brexit sia il migliore in assoluto. A questo punto ci si potrebbe chiedere se l’adesione della Gran Bretagna all’Unione europea sia mai sta- ta giustificata».
Non lo era?
«Charles De Gaulle non la pensava così. Riteneva, non senza ragione, che il Regno Unito si sentisse più vicino agli Stati Uniti che agli interessi europei. Detto questo, nulla è irreversibile nella storia».
E come lo vede il futuro dell’Eu- ropa?
«Credo a un’implosione dell’Unione europea».
Un’implosione? E dopo che verrà?
«La storia è aperta. Ma sul mondo incombono tre minacce».
Quali?
«Un’esplosione demografica, che è una delle cause dell’immigrazione, una nuova crisi finanziaria e un disastro ecologico».
Mamma mia… Rischiamo l’apocalisse?
«Nella storia nulla è predeterminato. Dobbiamo solo stare attenti ai segni che ci avvisano su cosa è in arrivo…».

a cura di Alessandro Rico su La Verità 7 gennaio 2019

fonte – https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61406