Ci sono più migranti in libreria che in mare

Come giudicare le tonnellate di letteratura paternalistica e scontata? Business osceno

Quando in letteratura si diffondono delle mode sociali, moraleggianti, è sempre brutto segno, soprattutto per la letteratura. Tipo la narrativa operaista, quella femminista, tenendo conto che io sbadiglio perfino con i vinti di Verga (grandissimo scrittore, per carità), con la straccioneria neorealista, per non parlare dei ragazzi di vita di Pasolini, diciamo la verità: chi se li legge più? Sarà perché la letteratura vera è sempre universale, è per questo che Proust se ne fregò perfino della Prima Guerra Mondiale.

 

Come oggi i migranti. Non i migranti di per sé, poverini, ma il romanzo migrante, sarà che tutto ciò che è strappalacrime e edificante mi edifica solo una grande rottura di palle. Con Alessandro Baricco che l’anno scorso cercò perfino di far passare come un romanzo sui migranti che approdano da noi un classico come Furore di Steinbeck, che se non l’avevi mai letto ti faceva passare la voglia, ma per fortuna Furore non è mica quello che ti racconta Baricco, non è un libro di Baricco.

Di romanzi migranti ne escono quasi uno al mese. Ultima lagna arrivata Ero straniero (Bompiani) di Salvatore Maira, dove ci sono Karim e Saro, uno dall’Africa, il secondo dalla Sicilia, il primo scippa una vecchietta, il secondo gli diventa amico (della vecchietta chi se frega), tra i due nasce un’amicizia che neppure in Dolce Remì, poi c’è pure una suora che ospita una famiglia di egiziani, tenerissima, in un Paese, l’Italia, così razzista che al confronto la Germania nazista sembra Las Vegas. Ma il bello è che di tutti questi qui, dopo trenta pagine, non ce ne frega niente, devi essere almeno Zola, considerando che già Zola annoiava rispetto alle vette raggiunte da un Flaubert e da un Proust.

Ma c’è pure, fresco fresco di stampa, Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi) di Francesca Mannocchi, e il succo è tutto nel titolo, poverini perfino quelli che fanno i mercanti di migranti in Libia, come questo Khaled, bisogna capirli, perché «ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina la chiamano. Io sono solo la cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della sua mercanzia».

Io non capisco perché anziché scrivere romanzi insipidi e di un vomitevole pietismo come questi gli autori non si facciano invitare in uno dei tanti talk presenti, un bel dibattito e via, almeno le librerie sono salve.

Anche perché negli ultimi anni sbarcano più libri sui migranti che migranti. Questa storia della Mannocchi per dire l’aveva già scritta Andrea Di Nicola con Confessioni di un trafficante di uomini (Chiarelettere), volendo bastava quello, macché. Anna Bono aveva scritto Migranti!? Migranti!? Migranti!? (Edizioni Segno), con grande spreco di punti interrogativi e esclamativi, Francesco Rocco Oliva un bel La canzone dei migranti (goWare), dove ci parla di Jusuf, Laila e tanti altri, i quali sbarcati a Lampedusa «trovano un’umanità che li accoglie ma non li ama». A leggere questi libri sembra che stiamo aprendo un lager al giorno. Oppure c’è Domenico di Cesare con Migranti (Castelvecchi), certo pure nei titoli che fantasia, e con tanto di prefazione di Erri De Luca, perché ti pareva che Erri De Luca non firmava una prefazione di un libro sui migranti? Tra l’altro io ci starei pure a prendermi un migliaio di migranti in più se potessi spedire in cambio Erri De Luca in Libia, e ne accoglierei altri diecimila se potessimo fare a cambio anche con Roberto Saviano.

Comunque Castelvecchi non fa in tempo a pubblicare Migranti che subito pubblica un altro, fondamentale libro di Paola Gandolfi, un titolo un programma: Noi migranti, sottotitolo Per una poetica della relazione, cazzo, come facciamo a perdercelo, a vivere senza questa poetica.

Questo business dei libri migranti va avanti ormai da un decennio, i titoli non si contano, ci sono pure le Voci di donne migranti (ma ai gay migranti per esempio non ci hai pensato nessuno, che stronzi), le Scrittrici migranti, i Migranti involontari, le Famiglie di migranti, le Traiettorie migranti (lì per lì avevo letto Trattorie migranti, pensavo fosse una guida di ristoranti per profughi), Ho viaggiato fin qui. Storie di giovani migranti, e qui mi fermo altrimenti per elencarli tutti ci vuole un elenco del telefono. Mi chiedo solo quanto vendano e a cosa servano, perché a parte che messi tutti insieme avranno deforestato mezza Amazzonia, perfino a me, che l’unico partito a cui sono iscritto è quello radicale, fanno venire voglia di votare Salvini, e credetemi ce ne vuole.

fonte – http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/ci-sono-pi-migranti-libreria-che-mare-1646240.html?mobile_detect=false

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