Papa Pio XII sul culto a Dio e sulla santificazione delle feste

• Il culto da rendersi a Dio. La prima [osservazione necessaria per restaurare la società] concerne il senso stesso del culto da rendersi a Dio, senso che negli ultimi cento anni si è venuto oscurando anche in mezzo ai fedeli. Se infatti in ogni tempo accade che nel santuario della vita religiosa personale gli uomini cerchino e si studino di far avanzare il proprio interesse, questo si vide oltre misura verificato e provato sotto l’influsso della superba e vanitosa cultura materialistica, che signoreggiò le moderne generazioni. Si vollero ridurre i rapporti tra Dio e l’uomo all’aiuto di Dio nelle occorrenze materiali e terrene; per il resto l’uomo volle fare da sé quasi che più non avesse bisogno del sostegno divino. Il culto di Dio divenne un concetto dell’utile; la religione dalla sfera dello spirito cadde in quella della materia. La pratica religiosa non usava che chiedere favori al cielo per i bisogni della terra, facendo quasi i conti con Dio; la fede vacillava, se l’aiuto non rispondeva al desiderio. Che religione e fede avanti ogni altra cosa importino adorazione e servizio di Dio; che vi siano Comandamenti di Dio, i quali obbligano sempre, in ogni luogo e in tutte le circostanze; che per il cristiano la vita futura domini e determini la terrena; questi concetti e queste verità, che reggono e guidano l’intelletto e la volontà del credente, erano divenuti estranei al pensiero e al sentimento dello spirito umano. A tale traviamento qual rimedio conviene opporre? Fa d’uopo che le grandi verità e i grandi concetti della fede ritornino, come vita e realtà, in tutte le classi del popolo, nelle superiori ancor più che in quelle diseredate e provate dall’indigenza e dalla miseria di quaggiù. Bisogno più urgente di questo nell’educazione religiosa non vi è forse al presente, che non solo lo esige, ma facilita anche il provvedervi, perché quanto adesso di mali e di sventure l’umanità sperimenta per la decadenza della morale e della giustizia, viene ad essere una correzione terribilmente aperta e dolorosa della falsa idea di Dio e della religione stravolta nella sua pratica. È stato detto che il prodigio di questi anni sono i milioni di fedeli che onorano Dio e lo servono, sottomessi ai suoi Comandamenti, sebbene siano venuti a trovarsi in condizioni di strettezze indicibili. Certamente così devoti e impavidi cristiani, vanto della Chiesa, vi sono, e voi stessi, diletti figli, ne conoscete non pochi; adoperatevi con zelo, affinché crescano sempre più in numero tra i credenti affidati alle vostre cure.

• La santificazione delle feste. Il culto di Dio, che nel corso della vita umana dovrebbe iniziare e chiudere ogni giornata, impone però doveri speciali per la santificazione delle feste; e qui cade la seconda Nostra osservazione. Non si può certo far rimprovero alla Chiesa di voler applicare il precetto domenicale con eccessiva durezza, a lei che lo determina e lo regola con quella «benignitas et humanitas» [Cf. Tit., 3, 4], di cui le diede esempio il suo divin Fondatore. Ma contro la profanazione e il tramutamento laico del sacro giorno della domenica, che con ritmo crescente lo vengono spogliando del suo carattere religioso, e in tal guisa allontanano gli uomini da Dio, la Chiesa, custode della legge divina, deve opporsi e far fronte con santa fermezza. Anche qui l’opera zelante della cura pastorale, pur usando ogni mitezza nei casi di necessità e ogni riguardo verso anormali situazioni economiche e sociali non possibili a mutarsi d’un colpo, ha da essere ampia e procedere nella seguente direzione: Sospensione delle opere servili nella domenica e nelle altre feste di precetto, specialmente in pubblico. Le orribili distruzioni causate dalla guerra appariscono alla pietà cristiana come una spaventosa manifestazione dei danni che l’aver profanato la domenica ha portato con sé. Ma se dalla vita pubblica noi entriamo nella privata, chi non vede quanto convenga che anche la famiglia sia educata a limitare il lavoro domenicale allo stretto necessario, così da permettere e accordare a tutti, anche ai domestici, il riposo festivo? Fronte ha da far la Chiesa anche contro l’assorbimento e la distrazione derivanti dallo «sport» eccessivo, cosicché non rimane più tempo per la preghiera, per il raccoglimento e per il riposo; i membri della famiglia vengono l’uno dall’altro forzatamente separati, i figli rimangono alienati e fuori della vigilanza dei loro genitori. Fronte senza timore contro quei divertimenti, i quali, come il cinematografo immorale, tramutano la domenica in giorno di peccati. Finalmente deve darsi il debito riposo e ristoro festivo, che torna sopra ogni altra cosa a vantaggio dell’elevazione religiosa, del rinnovamento spirituale e del concorde avanzamento della vita di famiglia. È vero che il ritorno alla santificazione delle feste nelle grandi città moderne domanda a chi ha cura delle anime uno zelo eroico e un lavoro quasi sovrumano; però da tale ritorno molto dipende quel più e quel meglio che si fa non solo per la salute delle anime dei fedeli, ma anche per la salvezza della famiglia e per il risanamento della vita sociale contro le forze dissolventi del malcontento, della irritazione e del decadimento dello spirito nelle cose puramente terrene e materiali.

[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 – 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].

 

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