di Giacomo Bergamaschi

Pejman Abdolmohammadi è uno studioso di origine persiana che insegna Storia e Istituzione dei paesi del Medio Oriente presso l’Università di Genova. E’ autore di un saggio fondamentale sul pensiero politico sciita dell’Imam Khomeini, considerato il più obiettivo e scientifico in circolazione a livello internazionale. Nel suo ultimo saggio, scritto a quattro mani con Giampiero Cama, “L’Iran contemporaneo” Edizioni Mondadori Università, scrive (pp. 127-129) che Ahmadinejad appartiene, nella dialettica interna della Repubblica Islamica iraniana, alla corrente dei “conservatori populisti e nazionalisti”; dirigista e statalista in economia, durante i suoi due governi Ahmadinejad punta a ridurre le elevate differenze sociali createsi in Iran, offrendo politiche di supporto nei confronti delle classi più disagiate, le azioni e i profitti delle fabbriche e delle industrie statali, per esempio, furono ridistribuiti tra i lavoratori e parte delle relative azioni furono ridistribuite ai ceti più deboli sotto forma di “azioni di giustizia sociale”. (p. 169).
Ahmadinejad crea un fondo chiamato “Imam Reza” per famiglie giovani che si sposano e fanno figli; pone inoltre un freno alle privatizzazioni concedendo il controllo delle industrie e delle aziende di stato a cooperative invece che a investitori privati e il suo sistema riformò in modo ben più equo e “socializzato” rispetto all’Hartz IV o al Decreto Dignità il sistema dei sussidi statali. “Ahmadinejad mise in piedi una politica sociale (realmente e concretamente, ndc) populista, distribuendo benefici sociali mirati solo alle classi meno abbienti” (p. 169).
Nel settore pubblico gli stipendi dei dipendenti con livelli d’istruzione più bassi furono aumentati allo scopo di ridurre il divario nei confronti dei dirigenti e del personale qualificato e inoltre le azioni di giustizia vennero ridistribuite tra circa 3.600.000 pensionati statali. Ahmadinejad ha puntato anche sui centri rurali, vistando numerose volte le città periferiche e aumentando il budget per lo sviluppo delle infrastrutture dei centri rurali a scapito di quelli urbani. Un documentario del regista ceco Petr Lom (2009) che visse per mesi a fianco dell’allora presidente ( https://www.youtube.com/watch?v=bWlb1S8akGQ) mette bene in evidenza la politica sociale ultrapopulista dell’esecutivo di allora, fondata sul principio della Socializzazione. Si vede come l’ex presidente si recava in zone dimenticate del paese, sorprendendo contadini e poveri, abbandonati da anni dal governo centrale di Tehran: laddove nessuno si era mai recato, arriva Ahmadinejad sostenendo gli umili e i poveri nei loro sforzi quotidiani. Quando lo vedono entrare nelle loro povere case, non credono ai loro occhi, molti di loro piangono e gridano che dopo quel giorno moriranno felici. A loro bastava solo quello. Ma nessun politico del pianeta lo fa, o meglio ha il coraggio folle di farlo, proprio per viltà e per paura. Tale stile politico e sociale è stato chiaramente ripreso da Evita Peròn e dal peronismo più rivoluzionario e antimperialista. Ahmadinejad, sul piano dei rapporti di forza globali, non differenzia i campi di battaglia tra la Casa dell’Islam e il Territorio della guerra da conquistare all’Islam. Tutt’altro. Ahmadinejad non vuole convertire, né fa proselitismo, Egli basa la propria strategia politica internazionale su un dualismo Oppressi-Oppressori (mustaz’afin-mustakbirin). Per cui un musulmano può benissimo militare nel campo degli Oppressori (ad esempio consideriamo le oligarchie saudite, qatariote, emiratine, marocchine ecc) e un non musulmano nel campo degli Oppressi. L’autore considera Ahmadinejad un campione di nazionalismo iraniano (p. 128) ma a mio avviso il punto è un po’ più complesso. Ahmadinejad e la sua corrente, che si chiama “Il Profumo del buon servire”, agisce nella consapevolezza che il ruolo di una nazione millenaria come quella Persiana o è globale o non è. L’Impero Persiano è stato la prima potenza globale della storia e l’ex presidente è cosciente che il popolo persiano sente tuttora vibrare nel proprio quotidiano respiro questa grande storia. Nonostante il dualismo di cui ho appena parlato, più che di nazionalismo iraniano, io perciò parlerei di Autocoscienza della missione universale e globale della Grande Persia religiosa e culturale. Ahmadinejad, con i pasdaran, con i basiji, con il suo esercito, ha umiliato in più casi sia gli americani in Iraq, sia gli inglesi nel Golfo Persico – quando ad esempio catturò un reparto inglese che aveva sconfinato senza avvertire, restituendolo poi solo dopo le scuse ufficiali del governo inglese. Se oggi l’Iran è in offensiva strategica su tutta la linea lo deve proprio a questo neo-“nazionalismo” ahmadinejadiano. Ahmadinejad ha recuperato una relazione importante di leale collaborazione con Mosca, dopo secoli di contrasti; ed una relazione che oso definire strategica con Cina e Corea del Nord. L’autore sostiene che la corrente di Ahmadinejad dal 2011, insieme a una parte affiliata ai pasdaran, avrebbe iniziato a sfidare la Guida Suprema Khamenei e il corpo ortodosso degli stessi pasdaran. Da lì sarebbe iniziata la decadenza politica di Ahmadinejad. Ora, non mi azzardo a entrare in una simile analisi, poiché si leggono al riguardo solo sciocchezze ed è difficile farsi un pensiero esatto e preciso. Posso solo dire che oggi Ahmadinejad continua la sua azione politica in ogni angolo dell’Iran e ovunque vada è accolto da centinaia di migliaia di suoi sostenitori che lo incitano a tornare alla guida del paese. Nel febbraio 2017 ha scritto una lettera al Presidente Trump, invitandolo a non cedere alla tentazione del partito sionista e britannico della guerra e al bellicista complesso militare-industriale, a non seguire inoltre la politica stragista e criminale di Obama, una politica peraltro di esplicito sostegno ad Isis e ai peggiori terroristi presenti sulla faccia della terra. Ahmadinejad ha riportato più volte la frase di H. Clinton in riferimento a Isis che diceva chiaramente: “ma questi ci vogliono veramente sfuggire dalle mani?”. Ahmadinejad dice in più casi che Isis è stata supportata, sostenuta, appoggiata per far crollare la Repubblica islamica e circondare Tehran. Così oggi i terroristi curdi sono usati da Israele per il medesimo fine. Nel luglio 2017 rilascia un’intervista esclusiva a vari organi occidentali (ripresa con scorretta traduzione in Italia dal Corriere della sera) dove dichiara che la politica strategica americana è decisa da un “consiglio ristrettissimo” di cui farebbe parte, oltre a un ramo massonico della casa reale britannica, un importantissimo esponente israeliano. Considera l’Europa e la Germania sudditi degli Usa. A pagina 129, infine, il professore Abdolmohammadi ritiene che la dottrina politica e l’esperienza ahmadinejadiana  sia un fascismo in salsa iraniana. Anche in questo caso, preferisco non addentrarmi in una analisi specifica ma riporto solo alcuni fatti. Quando Ahmadinejad venne a Roma nel 2008, pochi giorni dopo un giornale iraniano serio e credibile come Ettel’at scrisse che vi era stato un tentativo di assassinare l’ex presidente con radiazioni. Nel corso dell’articolo poi si riportavano taluni aneddoti sul viaggio italiano di Ahmadinejad; parlando con alcuni, non meglio precisati funzionari e politici di casa nostra il politico iraniano disse che Mussolini era l’unico politico mondiale degno di alzare al cielo la Spada dell’Islam contro le Plutocrazie oppressive e espresse il pensiero che prima di essere ucciso dai suoi nemici il Duce si era convertito all’Islam. Anche la stampa italiana, solitamente assai poco prodiga di tali notizie, riportava tali notizie riprendendole dal quotidiano persiano, aggiungendo pure il fatto interessante che l’ambasciatore iraniano avrebbe dovuto lasciare, proprio in coincidenza con la visita italiana di Ahmadinejad, per giorni la residenza ufficiale di Via della Camilluccia a causa della presenza di radiazioni letali. Già Sternhell, grande studioso di Mussolini e del Fascismo,  aveva sostenuto negli anni Ottanta che la rivoluzione khomeinista era una forma di fascismo, sulla linea del peronismo argentino. Ora arriva la tesi  del professore.