L’esecuzione di Giovanni Gentile, settantacinque anni di ambiguità

LA NOSTRA STORIA

«Io ho ragioni che non posso dire qui, perché, perché…toccano cose che forse ancora non si possono dire, ma molto precise». Questo lasciava intendere sull’assassinio di Giovanni Gentile il filosofo ed ex senatore del PCI Cesare Luporini durante una trasmissione radiofonica di Radio Tre nell’aprile del 1989, ma nel giro di quattro anni portò con sé il segreto nella tomba.
Alle soglie del settantacinquesimo anniversario dell’omicidio Gentile non sarebbe perciò innoportuno tornare sul possibile significato di questa frase sibillina, avvalendosi anche di alcuni risultati dell’indagine condotta da Luciano Mecacci nel suo libro “La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile” (Adelphi, 2014).

Com’è noto, la sentenza di morte del filosofo apparve per la prima volta nel febbraio del 1944 sul foglio socialista di Lugano «Libera Stampa», per poi essere riproposta sull’organo clandestino del PCI «La Nostra Lotta» in forma leggermente modificata: in entrambi i casi gli articoli portavano la firma del latinista Concetto Marchesi e nascevano come radicale rigetto delle proposte di conciliazione nazionale avanzate da Gentile nel corso del 1943. In realtà il secondo articolo, quello in cui compare il famigerato verdetto («senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sua sentenza: MORTE!») venne modificato da Girolamo Li Causi, responsabile della stampa clandestina del PCI, e avallato da Togliatti. L’esecuzione avvenne all’ingresso della villa di Montalto al Salviatino il 15 aprile 1944 da un commando di gappisti fiorentini composto da Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini, anche se restano ancora incertezze su chi fu dei due a sparare.
A lungo la versione ufficiale del PCI insistette sulla tesi di un’autonoma iniziativa vendicatrice dei gappisti capeggiati da Fanciullacci, attorno al quale andò consolidandosi un mito popolare di giustiziere del proletariato.
Ma sin da subito in alcuni ambienti fiorentini si dubitò di questa ricostruzione: non tanto e non solo riguardo agli esecutori fisici, quanto piuttosto sulla questione dei mandanti intermedi, coloro cioè che resero effettiva la lontana minaccia della sentenza. Già Bernard Berenson -celebre critico d’arte statunitense, stella fissa nel firmamento culturale e aristocratico fiorentino- annotava nel suo diario, a cadavere ancora caldo, i rumors di un possibile ruolo degli intellettuali cittadini, o meglio di quel mondo del quale faceva parte anche Luporini, e in cui i confini tra comunisti e azionisti erano alquanto sfumati, salvo poi escludere -con reale o simulata ingenuità- l’ipotesi, visto l’aiuto che Gentile aveva sempre prestato bene o male a tutti coloro che si erano trovati in difficoltà col regime o semplicemente bisognosi di una raccomandazione. Berenson propendeva piuttosto per una responsabilità fascista, vedendo nel maggiore Mario Carità, ras dell’omonima banda di torturatori, il probabile responsabile dell’omicidio a causa della nota contrarietà di Gentile ai suoi brutali metodi d’azione, che peraltro il filosofo si apprestava a denunciare a Mussolini in un viaggio a Salò programmato per il 17 aprile.
Sulla pista nera tornerà a fare insinuazioni in anni recenti Licio Gelli, sostenendo la versione di un laissez-faire ai gap da parte dei servizi fascisti, o del Sicherheitsdienst nazista, per ragioni sostanzialmente speculari a quelle di Marchesi e Li Causi: ovvero l’esigenza, sentita in particolar modo dalla fazione repubblichina oltranzista di Alessandro Pavolini, di escludere ogni possibile forma di pacificazione tra le parti in lotta. Per queste ipotesi, a dire il vero, non sono emerse prove convicenti, ma è utile ricordarle a testimonianza di quanto ampio fosse lo spettro dei nemici di Gentile.
Mecacci non esclude neppure un possibile coinvolgimento del mondo azionista inteso in senso lato, e proprio questo elemento costituisce forse il busillis delle parole di Luporini e dell’affaire Gentile in generale. Non trascurando la responsabilità degli intellettuali organici alla locale dirigenza comunista, circoscritti già negli anni Ottanta da Giampiero Mughini e Luciano Canfora ai nomi del “Conte Rosso” Ranuccio Bianchi Bandinelli, dello scrittore Romano Bilenchi e dell’industriale Bruno Sanguinetti, sembra però possibile allargare il campo anche ad alcuni esponenti liberalsocialisti, magari ideologicamente lontani dai primi ma appartenenti a quel medesimo milieu sociale dell’intellettualità fiorentina para-aristocratica radunato attorno al salotto di Berenson e affini. Una conferma bottom-up di questa tesi del “complotto di corte” arriva, per esempio, dalla testimonianza apparentemente attendibile del tenente Bindo Fiorentini, militare reduce dalla campagna jugoslava a cui proprio in virtù della sua destrezza con le armi venne proposto di eliminare Gentile da una non esplicitata figura di alto livello nella quota azionista del movimento di liberazione cittadino. Fiorentini rifiutò, ma resta il fatto che gli azionisti, e quindi quel mondo, in qualche modo erano coinvolti.
Una conferma top-down, invece, emerge dalla strana vicenda di Mario Manlio Rossi, filosofo sui generis con vasti contatti nel mondo anglosassone. Recensendo nel 1950 «Genesi e struttura della società», opera finale di Gentile, Rossi riportò le parole che quest’ultimo gli disse porgendogli il manoscritto: «Ora ho completato la mia opera. I vostri amici, ora, possono uccidermi se vogliono». Rossi a Firenze non aveva molti amici, anzi nell’arengo intellettuale pullulava di nemici a causa del suo carattere bizzarro. Ma di amici ne aveva eccome tra gli anglosassoni, prova ne è che immediatamente dopo la liberazione iniziò a lavorare come uomo di fiducia del governo militare alleato, per poi approdare nel 1947 a Edimburgo dove lui, filosofo di formazione, succedette a John Purves nella cattedra di italianistica senza alcun titolo accademico per giustificare l’incarico. Ora, questo Purves non era solo un topo di biblioteca, ma anche un collaboratore dei servizi segreti britannici sin dagli anni della prima guerra mondiale: nel maggio 1938, durante le “giornate particolari” di Hitler in Italia, l’agente scozzese ricevette l’ordine di tastare il terreno per scoprire se esistessero focolai di opposizione al regime tra l’intellighenzia fiorentina extra-accademica. L’esito di questo lavoro fu un taccuino intitolato «Ghirlanda fiorentina», in cui Purves prese nota di coloro che, in occasione di un probabile conflitto, avrebbero potuto fungere da referenti per azioni britanniche di intelligence. Si trattava della quasi totalità dell’intellettualità locale, unita più dall’aura di insofferenza aristocratica e cosmopolita al regime che da un antifascismo di preciso colore politico: era in sostanza il solito mondo gravitante attorno al “papa laico” Berenson (e a Montale).
Parlando con Rossi, quindi, Gentile più che a presunte macchinazioni britanniche di un suo assassinio per ottenere il controllo culturale della futura Italia liberata -come sosterrà con un certa dose di complottismo anche Renzo De Felice- si riferiva probabilmente in modo generico alla ben nota galassia di “amici” della Ghirlanda. Era questo un mondo totalmente agli antipodi di quello di Gentile, non solo a livello politico, ma si potrebbe dire di classe, oltreché per stile e concezione della vita: nobliare e coltissimo, ma frivolo e cortigiano il primo; famigliare, bonario, piccolo borghese e tradizionalista il secondo.
Un mondo inoltre che scalpitava per liberarsi da quella sorta di pater familias della cultura italiana che il filosofo era stato e che, se fosse sopravvissuto alla guerra, molto probabilmente sarebbe rimasto visti il suo peso speculativo, le ben note doti di mediazione e i vari crediti di gratitudine che contava pressoché ovunque. In questo senso, nella figura di Gentile potè manifestarsi una sorprendente convergenza tra istanze politiche, intellettuali e personali (non esenti da meschinità) che lo rese il bersaglio perfetto: uccidendo Gentile col pretesto della ragion politica si sarebbe tolto di mezzo un padre-padrone disponibile pressoché con tutti i suoi questuanti, ma proprio per questo troppo ingombrante e altrimenti inamovibile. Non sorprende perciò trovare tra i principali ispiratori della sentenza di morte di Marchesi e Li Causi il filosofo milanese Antonio Banfi, che tanto era stato beneficiato negli anni Trenta da Gentile nonostante il diverso orientamento teoretico, e in cui l’opprimente debito di gratitudine si trasformò in un peso futuro da cancellare col sangue approfittando del clima politico rovente della guerra civile.

A settancinque anni dai fatti, così, anche le parole da cui eravamo partiti, pronunciate da quel trait-d’union tra ambienti aristocratici, filosofici, liberalsocialisti e comunisti che era Luporini, perdono forse la loro aura oracolare per rivelarsi solamente l’ostinata e miserevole copertura di qualcosa a metà strada tra una congiura rinascimentale e una freudiana uccisione collettiva del padre.

Luca Platti

 

fonte – http://lanostrastoria.corriere.it/2019/04/07/lesecuzione-di-giovanni-gentile-settantacinque-anni-di-ambiguita/

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