di Paolo Becchi su Libero, 12/04/2019


L’arresto di Assange è solo la prosecuzione della lenta distruzione fisica e psichica di un uomo colpevole solo di aver fatto il suo lavoro: quello del giornalista, del reporter che scopre notizie vere ma inquietanti che nessuno avrebbe mai rivelato e le ha rese pubbliche. Stiamo parlando dei 400mila file divulgati da Wikileaks che proverebbero crimini di guerra in territorio iracheno da parte della coalizione militare a guida statunitense e delle mail compromettenti di Hillary Clinton.

Non vogliamo qui ricostruire la sua intera vicenda, le accuse infamanti di violenza sessuale fatte dagli svedesi – accuse false e non a caso in seguito ritirate – e poi l’accusa sicuramente più pesante, quella di aver rivelato notizie compromettenti per gli Stati Uniti. Assange godeva del diritto d’asilo nell’ambasciata ecuadoriana a Londra grazie all’intervento dell’ex presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Per diversi anni è vissuto come un recluso, libero per modo di dire, ma se non altro riusciva ancora a comunicare con l’esterno, almeno finché i funzionari ecuadoriani, con un pretesto e sotto forte pressione statunitense, non hanno interrotto il suo accesso a internet e vietato ogni visita.

Il cambiamento del presidente in Ecuador ha rappresentato per lui il colpo di grazia. Non sappiamo per quale piatto di lenticchie Lenin Moreno abbia venduto agli americani la testa di Assange. E forse non avremmo visto neppure le immagini dell’arresto di un uomo che si vede braccato, con barba e capelli lunghi e persino incapace di reggersi in piedi, probabilmente in uno stato di salute psicofisico assai precario.

E abbiamo visto queste immagini, ora divulgate dappertutto, solo grazie alle riprese di Ruptly, l’agenzia video del network RussiaToday. L’idea era dunque quella di fare tutto in segreto, senza divulgare immagini. Non sappiamo quale sarà il destino di quest’uomo. Sara estradato in America come vogliono gli americani? Al momento quella che sembra essere una scusa per l’arresto è la violazione delle condizioni del rilascio su cauzione per non essersi presentato in tribunale il 29 giugno 2012. Per questo rischia fino a 12 mesi di carcere. Certo, si tratterebbe di una bagattella, ma non dobbiamo dimenticare che gli americani da tempo hanno richiesto la sua estradizione, e negli Stati Uniti Assange rischia addirittura l’ergastolo o la pena di morte.

L’unico Paese che finora ha preso la parola in sua difesa è stata la Russia, con una dichiarazione del portavoce di Putin a difesa dei diritti di Assange e con la portavoce del ministro degli esteri Lavrov che ha parlato di «mano della “democrazia” che stringe la gola della libertà».

L’Unione Europea è nel silenzio più totale. Gli Stati membri pure. Facile parlane di violazione dei diritti umani quando si tratta di migranti clandestini che sbarcano sulle nostre coste, ma nessuno che abbia qualcosa da dire su questo che è veramente un caso di persecuzione politica. Qui in discussione è la libertà di un giornalista che ha fatto solo il suo lavoro: quello di divulgare notizie anche se compromettenti.

Ma attenzione, l’arresto potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Non sappiamo se Wikileaks abbia già pubblicato tutto il materiale di cui è in possesso, inoltre se Assange arrivasse vivo al processo svuoterebbe sicuramente il sacco e allora saranno guai; ma per Trump o per quello che in realtà c’era prima di lui?

fonte – https://paolobecchi.wordpress.com/2019/04/12/assange-da-una-cella-all-altra/