Teologia Politica n° 83. La tassazione non può compensare il deficit causato da un’amministrazione improvvisata

Studiando i principali punti programmatici dell’estinto Centro Politico Italiano, abbiamo notato che al § 11, citato la scorsa settimana, si legge: «L’imposizione da parte dell’Autorità statale di tributi fiscali è giustificata dalla rispondenza dei suoi servizi alle esigenze del bene comune e deve incidere in misura equamente progressiva sui redditi di capitale nei confronti di quelli di lavoro. Realizzate queste premesse deve ripristinarsi nella coscienza pubblica, anche nei confronti delle leggi fiscali, il concetto che queste, quando sono giuste e giustamente applicate, obbligano in coscienza». (cf. Nuova All., Quad. VIII, p. 29).

Proviamo ad approfondire, sebbene con sintesi. L’imposta è quel tributo (o quella tassa) che lo Stato preleva dalla ricchezza privata per coprire le proprie spese e per provvedere ai servizi pubblici (che non necessariamente devono essere tutti immediati). Due sono i soggetti coinvolti: la legittima Autorità ed il suddito, pertanto duplice ne è il suo aspetto morale. È di necessità naturale l’esistenza dello Stato che deve avere come suo fine il bene comune dei cittadini, quindi deve avere i mezzi, anche economici, per poterlo concretamente conseguire. Può accadere che lo Stato non riesca ad ottenere altrimenti (p. es. vendendo energia al confinante) questi mezzi, totalmente od in parte, cosicché capiamo che ha il diritto naturale, entro certi limiti, di esigere i tributi dai propri sudditi

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fonte – https://www.sursumcorda.cloud/articoli/teologia-politica/1367-teologia-politica-n-83-la-tassazione-non-puo-compensare-il-deficit-causato-da-un-amministrazione-improvvisata.html

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