Piaccia o no, il sovranismo sveglia l’Europa

di Marcello Veneziani 

Fonte: Marcello Veneziani

I carri allegorici dell’eurocrazia sfilano uniti contro il pericolo nazional-sovranista e i suoi richiami mitologici veri e presunti. Napolitano, Prodi, Monti, Moscovici, il Collettivo Direttori dei Giornaloni all’unisono con l’Arco Euro-Costituzionale nostrano, si sono mobilitati contro il Pericolo Imminente, il sovranismo di casa e il sovranismo di fuori. L’allarme non è giustificato dalla minaccia di un golpe o di una rivoluzione armata – anche se i sovranisti vengono decorati con vecchi fregi nazifascisti – ma nasce dal terrore che il popolo europeo, in libere, pacifiche e democratiche elezioni, decida una svolta.

Non so se i sovranisti avranno davvero i numeri per capovolgere gli assetti di potere dell’Europa; non so se riusciranno a trovare un punto di convergenza ampio, pur nelle loro diversità nazionali e se troveranno alleati lungo la strada o in parlamento. E ancora non so se i sovranisti saranno in grado di far cambiare – e in meglio – quest’Europa asfittica e lacerata che ci ritroviamo addosso. Non so nemmeno se avranno strategie e non solo slogan, se avranno statisti o solo tribuni delle plebi scontente; insomma se saranno all’altezza della sfida. Non lo so, e magari dovremmo provarli su strada prima di bocciarli in salotto.

Però quel che si può dire con certezza è che grazie a quella ventata di sovranismo, di identità nazionali e popolari che soffia nel mondo, in Europa e da noi, si è rimessa in moto la democrazia, andiamo finalmente a votare potendo scegliere tra due modelli, due visioni, due strade differenti. Pensate a cos’era accaduto negli ultimi vent’anni e più. Caduto il comunismo, divenuto dominante l’assetto tecno-finanziario vigente, divenuto egemone il modello ideologico politically correct, non avevamo altra scelta se non all’interno dello stesso quadro. Era il Nuovo Ordine Mondiale che si andava imponendo, si confondeva con il capitalismo globale e non ammetteva scampo. Lo chiamavano con un acronimo T.I.N.A. ossia there is not alternative, non c’è alternativa. Sullo sfondo, il pericolo del terrorismo islamico, la minaccia degli stati canaglia, l’incognita espansiva del commercio cinese, incrinavano questo orizzonte uniforme. Ma nel nostro mondo euro-occidentale tutto era dentro quel sistema, potevi scegliere tra liberal o radical, tra popolare o socialdemocratico, ma nella piena osservanza di quell’Assetto e quel Codice.

Invece da qualche anno si è aperto il campo, è in atto una svolta decisiva. Nuove leadership emergono nel mondo e vanno in direzione opposta al Canone Prestabilito, gli elettori scelgono a sorpresa gli outsider, si rimettono in gioco gli assetti consolidati e i catechismi indiscussi. Finalmente abbiamo la possibilità di scegliere tra due vie, due priorità, due paradigmi e non solo dentro un solo tracciato di prescrizioni. Cresce la libertà con i suoi spazi, migliora il tenore della democrazia, si allargano le inclusioni e le opzioni. Crescono anche i rischi? Può darsi, ma sono i rischi di una democrazia aperta. E’ la prima volta che accade all’Europa Unita, la prima volta dopo Maastricht, anzi dalla nascita del Parlamento Europeo. Due idee contrapposte d’Europa si affrontano e non in piazza o in trincea, ma nelle urne e nei dibattiti.

Perché dunque dovremmo gridare al pericolo sovranista? Anche chi non è fautore, seguace o simpatizzante del sovranismo dovrebbe considerare questa novità mondiale come un fattore positivo. Il confronto costringe a ripensarsi, a rimettersi in discussione, a migliorarsi. E dà al popolo sovrano la possibilità di fare scelte importanti, non di routine; scelte di fondo e non solo laterali o marginali. Da quando c’è la possibilità di adottare la via della sovranità nazionale e popolare, lo scenario si è animato, la democrazia è più viva, il dibattito è più fervido. Sui confini, sulle identità, sulle reti di protezione civile ed economica, sulle famiglie e sulle società, sui flussi migratori si confrontano due idee e non vige solo un canone. E non solo: aprendosi la reale possibilità di cambiar verso all’Europa, per usare uno slogan renziano, il potenziale d’insofferenza e dissenso che cova nelle viscere profonde della società può finalmente incanalarsi in uno sbocco costruttivo, democratico e civile. Ovvero può non fermarsi allo stadio ribollente del rancore e dell’invettiva, fino all’eversione, perché può cimentarsi nella competizione elettorale con possibilità concreta di affermarsi.

Ecco perché grazie alla presenza di un’alternativa sovranista, che è al governo in mezzo mondo, oggi la nostra democrazia, il sistema politico europeo, può diventare più partecipativo e più inclusivo. Si allargano i confini della lotta politica, rientrano nel gioco forze escluse, si crea circolazione delle classi dirigenti, si aprono sfide che possono liberarci da quella percezione di automatismo e dominazione oligarchica che avevamo finora.

Torno ai carri allegorici in difesa dello status quo, ovvero ai nemici del fronte sovranista (come chiamarlo, fronte sottanista?): perché dovremmo considerare una sciagura avere due opzioni anziché un percorso univoco e obbligato? E lo dico anche se a conti fatti ritenessi poi preferibili gli assetti vigenti a quelli eventuali. Ci stavamo avviando e avvitando in una china di depressione e decadenza; questa scossa, comunque la si valuti e qualunque effetto sortisca, rivitalizza un voto spento di un’Italia e un’Europa in declino. Chiamatela libertà, chiamatela competizione, chiamatela adrenalina, ma la politica ha senso solo se prevede la scelta tra due campi realmente divergenti. Avanti popolo, corri alle urne.

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