Leggi tanto o poco? Importante è leggere bene

Torna dopo oltre tre anni la rubrica settimanale di Agerecontra.it “L’EDITORIALE” che uscirà ogni venerdì, come accadeva in precedenza, e che da oggi viene curata dal giornalista Matteo Orlando. Il taglio sarà differente rispetto a quello cui ci aveva abituati per anni il compianto amico Arai Daniele. Anche gli argomenti e lo stile varieranno a seconda delle scelte e degli avvenimenti della settimana. Snello, semplice, frizzante, a volte provocatorio, Matteo Orlando non scrive “encicliche” – come purtroppo qualcuno si aspetta sempre da chi scrive qualcosa da cattolico – ma esprime opinioni, documentate e motivate, che non hanno alcuna pretesa “dogmatica” su questioni aperte, ma fungono da spunti di riflessione, che il lettore può commentare. 

L’EDITORIALE
di Matteo Orlando

D’estate, lontano dagli impegni lavorativi, i cattolici che non amano dedicare tutto il loro tempo libero al mare o alla montagna, dedicano, rispetto alle altre tre stagioni, qualche ora in più alla lettura di qualche libro.
In Italia la vulgata comune dice che si legge poco. In realtà non si legge poco ma si legge male. Così scalano le classifiche dei libri più venduti vere e proprie opere che meriterebbero, per il loro taglio culturale, uno spazio nel cassonetto differenziato della carta. Così opere di veline, calciatori e personaggi TV catturano milioni di persone mentre testi, anche romanzi, molto profondi a volte, se non vengono osteggiati, riescono a raggiungere un pubblico di nicchia.
Oggi vogliamo suggerire tre libri che, secondo la nostra modesta opinione, un buon cattolico, fedele alla tradizione bimillenaria della chiesa, dovrebbe leggere.
Ve li presentiamo dal più antico al più recente, secondo l’ordine cronologico di pubblicazione.
Si tratta di tre romanzi ma molto attuali…
Il primo romanzo che vi presentiamo ha avuto milioni di lettori in tutto il mondo e ne hanno tratto un film di Otto Preminger (non pienamente aderente al libro).
Si tratta de “Il Cardinale”, di Henry Morton Robinson,pubblicato in Italia, nel 1951,  dalla Garzanti.
E’ la storia di un ragazzo, Stephen Fermoyle, proveniente da una famiglia cattolica irlandese trapiantata a Boston, che ascende ai più alti gradini della gerarchia ecclesiale per meriti e impegno, contrastato dall’invidioso di turno e favorito dagli animi nobili che non mancano mai. Una trama semplice ma non banale, tra tratteggi psicologici dei personaggi non male (con Steve che decide di salvare il suo sacerdozio e la virtù della donna che lo insidiava, smettendo di frequentare gli ambienti della nobiltà romana), spunti teologico-ecclesiali (con il protagonista che scopre la vera natura di servizio a Dio e all’uomo insita nel suo sacerdozio cattolico) e vissuti liturgico-tridentini da non perdere, accanto alle vicende storiche che scorrono bene in sottofondo tra Stati Uniti, Vaticano e altri paesi europei.
Un libro da leggere che vi conquisterà pagina dopo pagina. L’unica difficoltà è reperirlo. Provate su Amazon.
Un secondo romanzo che vi consigliamo è “Habemus Papam – Il fumo di Satana e l’uomo di Dio” (Fede&Cultura 2011, pp. 483, 24 euro) di Walter Martin, pseudonimo del sacerdote salesiano don Giuseppe Pace (1911-2000).
Come capirete leggendo il testo non si tratta di una semplice storia da “fantavaticano” (tutto il libro ruota sul pontificato di un ipotetico Pio XIV elletto grazie ad una macchinazione di alcuni cardinali progressisti che volevano un pontefice di transazione) ma fornisce una lucida analisi profetica (è bene ricordarsi che fu scritto tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta) sulla situazione in cui versa una parte della Chiesa oggi.
Nelle pagine del testo l’autore dona al lettore, attraverso la tecnica narrativa del romanzo, tante spiegazioni teologiche e razionali su taluni aspetti che si vivono nel modernismo ecclesiale oggi.
L’azione di restaurazione promossa da papa Pio XIV, nell’arco del suo breve pontificato, è tesa a riscoprire la bellezza della tradizione della Chiesa, in particolare la Messa tradizionale in lingua latina, maturata lungo i secoli per opera di tanti Dottori, Pontefici e Santi.
Nel corso di “Habemus papam” vengono toccate varie tematiche, dalle vocazioni al divorzio, dall’arte religiosa all’ecumenismo (Gesù non ha detto “Ite et dialogate, e non turbate le coscienze!”, si legge a pag. 416).
Vi assicuriamo, come è stato scritto, che si tratta di un grande romanzo dai chiari contenuti teologico-dottrinali.
Da non perdere.
Il terzo libro che vi suggeriamo è diventato un caso letterario ed è stato pubblicato in una settanta Paesi. Si tratta dell’opera prima di Natalia Sanmartin Fenollera, pubblicata nel 2013, dal titolo “El despertar de la señorita Prim”, edito in Italia col titolo “Il risveglio della signorina Prim” (Mondadori, 2014, pagine 256, euro 16,50).
La protagonista del romanzo, Prudence Prime, assetata d’indipendenza arriva a Sant-Irénée d’Artois, piccola cittadina del centro della Francia, “una fiorente colonia di esiliati del mondo moderno alla ricerca di una vita semplice e rurale”, che si trova vicino a un’abbazia benedettina in cui si celebra la liturgia in latino, per lavorare come bibliotecaria per un tanto colto quanto originale celibe gentiluomo (“l’uomo dello scranno”), che ha adottato i nipoti orfani ed ha una sua concezione tradizionale della cultura e della società paesana.
All’inizio refrattaria, Prudence Prim finisce con l’apprezzare lo stile di questo villaggio poco comune, che si sforza di condurre una vita sociale di tipo familiare dove le visite, la lettura e le conversazioni riprendono il loro giusto posto, parlando del divino e dell’umano.
Dopo discussioni anche burrascose, la signorina Prim impara a conversare e poi si risveglia alla fede grazie ad una forza che prepara tale evento, cioè la preghiera
La signorina Prim, che da sempre ha avuto nostalgia della bellezza, finirà con il risvegliarsi alla grazia divina, scoprendo a poco a poco che “la bellezza non è un che cosa, ma un Chi” e comprenderà anche la bellezza del matrimonio cristiano, “che non è una questione a due, ma a tre”. “L’uomo dello scranno” fa capire alla signorina Prim che la fede non è qualcosa di teorico, ma presuppone “una lacerazione, una catarsi intellettuale, un’operazione a cuore aperto”.
La vita liturgica, silenziosa e operosa dei benedettini risplende a Saint-Irénée, dove si vive un sistema economico “distribuzionista” e anti-liberista, l’elevata educazione è trasmessa nelle scuole casalinghe, nella formazione cattolica la messa tradizionale svolge un ruolo cardinale, non si parla di mass media e tecnologie ma si vive di arte, lettura, musica, conversazione e le donne non sono femministe ma femminili.
La conclusione del romanzo è chiara: Prudence Prim ha incontrato Dio, nella libertà sovrana della grazia, ma non vi sveliamo come.

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