Hafez Al Assad il fascista

J. Lacouture, nella sua biografia di Gamal Abd el-Nasser, ritiene che la scelta di Damasco di aderire alla Repubblica Araba Unita (RAU) con l’Egitto fosse stato un tentativo siriano di sfuggire alle proprie contraddizioni. Le forze armate siriane la imposero all’allora presidente Shukri al-Quwwatli in quanto c’era il concreto rischio di guerra civile. L’effetto della crisi di Suez e il rafforzamento del ruolo di potenza regionale dell’Egitto determinarono la progressiva fuoriuscita di Damasco dall’orbita anglosassone, agevolata anche dal collasso del Patto di Baghdad al momento del rovesciamento della monarchia hashemita in Iraq nel 1958. La contesa interna siriana si risolveva a favore del Baath, con l’epurazione del fronte  fascista SSNP, il Partito socialnazionale siriano, fautore della “Grande Siria”. L’identificazione totale tra Baath panarabo e fascismo (promossa sia dal Gregor sia dal Germani) è dunque una forzatura storiografica ma come poi vedremo nel caso del Baath siriano assadista la politica realistica di Hafez al-Assad assumerà concretamente caratteri fascisti. Ispirandosi al modello panarabista nasseriano, che non va confuso con il modello occidentalocentrico, filosionista e arabofobo turco kemalista, Hafez al-Assad diede vita, assieme ad altri cinque ufficiali (tre alawiti e due ismaeliti) al Comitato militare. Nel febbraio 1963 vi fu il golpe baathista in Iraq; nel marzo 1963 vi fu la rivoluzione siriana. L’affermazione definitiva della linea di Assad dovette attendere sino al 1970. Abbiamo una prima fase, guidata da Salah Jadid (1963-1970) che si può considerare marxista; una seconda fase, guidata appunto da Hafez al-Assad che si può considerare socialista nazionale o elitista fascista. La crisi del regime di Jadid, caratterizzato da un populismo di ultrasinistra in cui la terminologia marxista-leninista entrò con prepotenza nel lessico ufficiale, si ebbe con l’umiliazione del Golan nella guerra contro Israele e con l’intervento a favore delle fazioni palestinesi nella guerra civile giordana del settembre 1970. Il cosiddetto “movimento correttivo” assadista trovò il pieno appoggio degli ufficiali ma anche della frazioni della piccola e media borghesia sunnita. Nel novembre 1970 il socialista nazionale Hafez al-Assad prese perciò il controllo di una Siria profondamente divisa all’interno, divisa e frammentata sia su basi confessionali sia su basi sociali, impoverita ancora di più dalle impopolari iniziative economiche di segno collettivista e marxista della fazione “rossa” baathista che avevano disintegrato la piccola proprietà e la media imprenditoria. Jadid, ideologo del “socialismo scientifico” marxista siriano, spazzò comunque via dalla scena interna i comunisti siriani, come in seguito farà del resto anche Assad. Non condivido la tesi della “linea correttiva” assadiana come bonapartismo alawita (Raymond Hinnebusch). Né tantomeno condivido la lettura monoconfessionale del Baath siriano come fazione dominante alawita: il blocco sociale baathista rappresentato da Hafez al-Assad fu invece composto da elite militare, piccola imprenditoria agricola e soprattutto media borghesia sunnita urbana, non alawita dunque.

Il presidente Hafez puntava così sulla prassi realista politica dell’unità tra le varie frazioni nazionali e sociali, per una terza via universale oltre capitalismo liberista e comunismo, basata sulla logica del generale compromesso, imperniato sulla propria personale capacità di mediazione diplomatica e tattica e sulla progressiva dilatazione e estensione dei poteri dello Stato siriano. La base di massa e rurale del Partito baathista, che fu denominato dal marzo 1972 Fronte nazionale progressista (FNP, al Jabha al wataniyya al taqaddumiyya), si integrò gradualmente con i quadri urbani militari e borghesi del Partito-Stato. E’ un metabolismo politico che richiama talune correnti del fascismo italiano, come quella d’estrazione sindacale di Edmondo Rossoni o dello squadrismo rurale di Farinacci. Fazioni che per De Felice vennero in seguito ridimensionate grazie alla realpolitik da statista di Benito Mussolini. Alla medesima risultante sarebbe approdata la Damasco del Baath patria eletta del socialismo nazionale mediterraneo dopo il 1945. E’ un socialismo nazionale di “destra”, sostiene il biografo per eccellenza del “leone di Damasco”, Patrick Seale, in quanto all’ideologia baathista il rais sovrappone il realismo politico e il tatticismo geopolitica rifiutando le fughe in avanti avventuristiche, eccessivamente populiste. Netta la distanza perciò con i teorici baathisti Aflaq e al-Bitar che non a caso furono acerrimi avversari del Baath siriano di Assad (che consideravano una sorta di nasserismo in salsa fascista) e convinti sostenitori del ramo baathista iracheno, che consideravano a ragione più dogmatico ed ideologico e dunque simile al loro modello ideale (nota 1). I perni del realismo tattico di Hafez sono tre.

1)      Le fondamenta di una strategia di sviluppo e modernizzazione della Siria, nonostante il 20-25 per cento dei bilanci statali fossero sistematicamente assorbiti dalla difesa: il corporativismo statalista, associato a una moderata ed equilibrata liberalizzazione economica, diviene la forza interna che dà impulso a una crescita economica di tutto rispetto nonostante la profonda crisi economica degli anni ottanta.

2)      La “dottrina della sicurezza” diventò il principio rivoluzionario dell’Assad pensiero. La visione del leader siriano su Israele contempla il concetto che la nozione dell’equilibrio mediterraneo di forze è addirittura più centrale di quella della difesa del Levante. Si gioca qui la rottura più radicale con quella linea araba rinunciataria che aveva spesso prevalso dopo il 1948. Assad giunge a tale conclusione, spiega Seale, dopo aver osservato lo svolgimento della diplomazia di pace di Sadat. A suo parere, Sadat non ha fatto la pace con Israele ma ha capitolato. “La pace non è per i deboli”: una massima strategica dell’assadismo siriano su cui egli tornerà più e più volte. Il nucleo centrale della visione del presidente siriano è perciò basato sul fatto che un accordo autentico con i sionisti deve andare oltre la semplice restituzione dei Territori Occupati e deve perciò arrivare a sancire una modifica effettiva dei rapporti di forza tra l’arabismo e Israele. E a questo proposito, secondo Assad il problema palestinese è troppo importante perché lo si lasci ai palestinesi. La stessa politica interna siriana si trasforma in una modulazione tattica di questo principio strategico: dalla lotta senza quartiere ai “Fratelli criminali” (come li chiama Hafez) ossia alla Fratellanza mussulmana sostenuta nel suo tentativo terroristico dai sionisti e dall’intero occidente alla  politica libanese pansiriana ed all’alleanza strategica con l’Iran khomeinista e a quella tattica e sovranista con la Russia sovietica, il presidente siriano si muove con sagacia tattica sulla base di questo flessibile centralismo strategico. Lo stesso dicasi riguardo a taluni inevitabili momenti di emergenza militaristica interna che non oscurano e non mettono in discussione la prassi di “democrazia plebiscitaria” della costituzione baathista del 1973.

3)      La continuità politica con i socialisti nazionali pansiriani, ovvero con i fascisti libanosiriani degli anni ’30. Nella Siria baathista di Hafez, il ministro della Difesa, il generale Mustafa Tlas, ripubblica con il totale semaforo verde dell’elite politica damascena la fondamentale opera del 1938: “L’ascesa delle Nazioni”. Autore è il fascista grande siriano Antun Saada (1904-1949), intellettuale libanese fondatore del già citato SSNP il quale sosteneva la sostanziale identità siriana dell’intera regione araba e dell’arabismo culturale e geopolitico, condannando su tutta la linea sia il razzismo etnico biologico sionista sia il materialismo marxista e capitalista. La geopolitica pansiriana di Assad non è romantica ma realistica. La “Grande Siria” di Assad è frutto di una prudente tattica geopolitica. Eppure, al di là di tutto ciò, è evidente che egli nutra una profonda convinzione sulla grandezza siriana, sulla sua centralità, sul suo ruolo guida nella politica araba e – perché no? – sulla grandezza del suo leader. Sotto il suo governo, il paese ha cessato di essere un giocattolo nelle mani dei potenti vicini per diventare l’unico paese della regione in grado di resistere a Israele. Alla reputazione di cui godeva la Siria come patria e matrice del panarabismo e motore della rivoluzione araba moderna Assad ha aggiunto la forza militare, la stabilità sociale, un notevole tatticismo politico. Hafez Assad, sul modello pansiriano di Saada, propose peraltro l’uso del saluto romano come segno distintivo per ufficiali e militari dell’Esercito arabo Siriano, saluto che non solo è tuttora usato quotidianamente dall’esercito e dalle guardie rivoluzionarie baathiste ma è stato anche adottato dall’Hezbollah libanese, da sempre vicino al Baath siriano. La “zouba’a”, simbolo politico del socialismo nazionale di Saada, indica sia l’unita antisionista tra cristiani e islamici sia l’unità per il bene statale dell’elemento sociale con quello nazionale. Va considerato che il SSNP sempre perseguitato diventerà un’organizzazione satellite del Baath siriano, come il Comando Generale di Ahmed Jibril organizzazione patriottica palestinese assai vicina al socialismo nazionale pansiriano del SSNP.

Il modello politico del giovane Hafez che si formava con il mito del Baath e del nasserismo, per quanto poi arriverà la doccia fredda della RAU nasseriana antisiriana, fu il militante socialnazionale Adib al Shishakli, il curdo siriano che guidò la democrazia presidenziale antisionista e antioccidentale nei primi anni cinquanta e che sarà poi ucciso dai marxisti-leninisti nel 1964.

Giulio Andreotti, che conobbe da vicino Hafez, lo definì il più grande statista della sua epoca. Kissinger, visceralmente antisiriano ed antiarabo, riconobbe lo stesso, in più casi, la grandezza politica del nemico considerandolo il guardiano rivoluzionario dell’antisionismo mediterraneo e vicino-orientale . La Siria dei nostri giorni, ossia la leggenda di uno Stato socialista, lo stato del presidente Bashar (che diventò presidente perché il designato, Basil Assad “il martire”, fu assassinato da mani ignote nel gennaio 1994) e di un popolo indomito e volitivo che ha saputo sconfiggere una coalizione mondiale di circa 183 nazioni guidata dall’avanguardia occidentale e sionista denominata DAESH-ISIS aprendo perciò sicuramente le porte ad una Nuova Era – di cui probabilmente vedranno i frutti russi, cinesi, arabi, nipponici e indiani – è certamente sua figlia.

nota 1: A differenza del Ba’ath siriano, il Ba’ath iracheno fu esempio di socialismo nazionale di sinistra. Per quanto durante le varie fasi del Governo baathista Sadam Husayn si ispirò all’Urss, nel corso del processo nel dicembre 2005 il presidente iracheno dice ai suoi accusatori: “Sadam Husayn è il rivoluzionario che come Mussolini resisterà all’occupazione americana sino alla fine”.

fonte – http://www.noreporter.org/index.php/storiaasorte/25890-hafez-al-assad-il-fascista

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