Il disagio di dirsi italiani

di Marcello Veneziani

Neanche nelle dittature africane o nei regimi sudamericani succede che appena un leader politico lascia il potere sparano su di lui raffiche di processi per metterlo dentro o per sbatterlo fuori, col peana dei soliti sciacalli di professione, col sorriso di iena e la bava d’odio. Appena si è chiusa l’esperienza di governo, si è aperta la caccia grossa a Matteo Salvini: tra fondi russi e fondi bossi, voli di stato e di moto d’acqua, torture ai migranti e alle ong, si sono concentrate in un inquietante trailer tutte le minacce che pendono su di lui. Salvini rischia che il cumulo delle accuse si trasformi in pena di morte civile. Il reato vero di cui lo accusano è il doppio record di consensi popolari e di odio concentrico verso di lui di poteri interni e internazionali. Si conoscono già i programmi per eliminarlo: persecuzione giudiziaria, legge elettorale modificata, sordina mediatica.

Confesso che mi trovo a disagio a vivere in questa fase nel nostro Paese, che esito a chiamare Italia; mi vergogno nel vedere questo spettacolo di saltimbanchi e di cialtroni vendicativi e giustificarlo col suo rovescio, che è finita l’epoca dell’odio e della cattiveria, ora arrivano i buoni e l’umanità. Vivo con sdegno e preoccupazione la retata social contro gli iscritti a CasaPound e Forza Nuova, non dopo un episodio preciso – come le dichiarazioni d’odio dello scrittore Sandro Veronesi, dello chef Rubio, del giornalista Rai Sanfilippo, dell’ex-brigatista Raimondo Etro – ma in generale, per quel che sono, non già per quel che scrivono.

Confesso che mi vergogno da italiano nel vedermi rappresentato all’estero da un avvocato saltafossi, venuto dal vaffanculismo e approdato al paraculismo, premier nel vaniloquio e nelle citazioni farlocche per far capire in mezzo a tanti ignoranti che lui ha studiato; e cita ovvietà sconcertanti, del tipo “Hannah Arendt dice che in politica esistono i pregiudizi”. La banalità del tale… Immagino cosa penseranno in Europa e nel mondo quando lo vedono arrivare come un gagà a tempo scaduto: eccolo il tipico italiano, maggiordomo d’indole, servitore di più padroni, girella e trasformista. Lui conferma ai loro occhi il vecchio stereotipo dell’italiano tipo, suonatore di mandolino e cameriere che sventola il tovagliolo per invogliare a entrare nel ristorante, cicisbeo e compiacente.

Confesso che mi vergogno nel vedere lo spettacolino dei contorsionisti, in Rai, ai vertici delle Forze dell’Ordine, ovunque, fino a ieri silenziosi o addirittura collaborativi con la Lega e ora insorti, col loro antisovranismo a scoppio ritardato, vomitando parole meschine. Confesso che mi vergogno nel vedere le facce dopate del grillin meschino fino a ieri antisinistra e lo stesso Grillo che conclude miseramente una pur brillante carriera di comico e di leader. E le mezze calzette di sinistra elevate al soglio ministeriale, la ressa e la rissa per accaparrarsi i sottosegretariati, che arrivano a vagonate, come nei camion che distribuivano viveri. E poi le priorità di governo che si addensano all’orizzonte, tra suicidio assistito ed eutanasia, tassare i bancomat e il contante, riaprire i porti e i flussi clandestini, nuove tasse e vecchi merletti… Avrei voluto dire: saranno figli di puttana ma sono capaci, sanno governare; e invece neanche quello, al cinismo non corrisponde la capacità, sono davvero poca roba, li conosciamo dai precedenti, dai loro curricula, dai loro programmi, dalle loro intenzioni e dal cemento corrotto su cui regge la loro alleanza.

Confesso infine che avrei voluto dedicare questo scritto ad altri temi di più alto profilo; e sono costretto a rimandare pure una riflessione cruda e disincantata su Salvini, la Meloni, la consistenza dei sovranisti oltre i tweet, i selfie, i comizi, i cortei e i talk show. Ma che volete, quando ti trovi sommerso da questa marea di miserie, tutto viene sospeso e posposto, va in secondo piano; gli errori e i limiti degli uni sfigurano rispetto ai danni e alle carognate degli altri, e ti prende la voglia di dire e di usare toni forti e giudizi drastici. Non riesci nemmeno a farti prendere dal dubbio, quando ti accorgi sotto quale merdocrazia siamo costretti a vivere.

Poco tempo fa avevo rivolto un appello a riprendere la faticosa via del rispetto reciproco, a separare le critiche pur intransigenti dal disprezzo ad personam, a reintrodurre la civiltà del dialogo che seppure a sprazzi c’era fino a qualche anno fa. Un appello caduto nel vuoto, non ripreso da nessuno (unica eccezione Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità). Prevale l’omertà, l’astioso silenzio, il ringhioso disprezzo. E ti porta poi a concludere – dopo avere per una vita teso la mano per dialogare civilmente – che si, davvero, stiamo di fronte a un’associazione di stampo mafioso genericamente definita sinistra e a un circo di saltimbanchi grillini che per campare fanno capriole, cammino sul filo e si cambiano velocemente i costumi da pagliaccio.

Poi, dopo la tempesta subentra la calma. Ti distacchi dalla scena e li vedi con gli occhi dei posteri: cosa resterà di questo feroce carnevale dell’esteta diciannove? Pulvis et umbra. Un mucchio di polvere, tanto squallore. Tutto è così miseramente piccolo, labile, cagionevole che il vento se lo porterà via.

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-disagio-di-dirsi-italiani/

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