La marcia su Roma non fu una passeggiata di salute

Roma, 28 ott – Sono passati quasi cento anni dalla celebre marcia su Roma, allorché decine di migliaia di fascisti presero la via della capitale per conquistare il potere. Eppure, malgrado sia trascorso quasi un secolo, in tutti gli ambienti semicolti d’Italia continuano a circolare interpretazioni deformate o addirittura irridenti di quegli eventi. E la lettura più gettonata è quella che descrive la marcia su Roma come un qualcosa a metà strada tra una passeggiata domenicale e un mero colpo di teatro. Peccato solo che le cose non stiano affatto così.

Letture di parte

Secondo le interpretazioni di matrice antifascista più in voga, in effetti, la marcia su Roma non sarebbe stata altro che «una goffa kermesse» (A. Repaci) o «poco più che una trascurabile adunata di utili idioti» (D. Sassoon). Una lettura strafottente e al contempo autoconsolatoria che, però, non riflette minimamente la realtà storica. A liquidare queste interpretazioni di comodo ci ha pensato Emilio Gentile, uno dei massimi storici del fascismo, che in E fu subito regime: il fascismo e la marcia su Roma (Laterza, 2012) scrisse a chiare lettere: «Il sarcasmo storiografico lascia senza risposta, ripetendo così l’errore di incomprensione commesso a suo tempo dalla maggior parte degli antifascisti, che non presero sul serio il fascismo e la “marcia su Roma”. Poi, sconfitti e messi al bando dal fascismo, si consolarono ridicolizzando la “marcia su Roma” come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario: e non capivano che, in tal modo, essi ridicolizzavano se stessi, perché si erano lasciati travolgere dai commedianti di un’opera buffa, i quali rimasero al potere per un ventennio, e furono detronizzati soltanto dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale».

Il significato della marcia su Roma

In effetti, parlando di «marcetta» o «colpo di teatro», sfuggirebbe completamente il dato storico più rilevante della vicenda: un partito-miliziaconquista il potere tramite un’insurrezione armata e con il dichiarato intento di smantellare lo Stato liberale. Naturalmente, non bisogna neanche fare l’errore opposto, ossia considerare la marcia su Roma alla stregua della presa della Bastiglia. La vera battaglia infatti, più che in piazza, ebbe luogo sulla linea telefonica che univa Milano (dove si trovava Mussolini), il Quirinale (residenza del re) e Palazzo Chigi. Fu infatti soprattutto l’azione diplomatica di Mussolini a rendere possibile l’impresa. Con un’abilità politica senza pari – come dichiarò il suo attendente Cesare Rossi – il futuro Duce «fece fessi tutti» e riuscì a coronare di successo l’insurrezione armata delle squadre d’azione.

Un esito non scontato

Questo ovviamente non vuol dire però che la marcia su Roma abbia rappresentato solo una dimostrazione di forza dai caratteri meramente spettacolari. La storiografia – anche la migliore – ha dato spesso eccessivo peso alla versione autoassolutoria del generale Emanuele Pugliese, comandante della guarnigione preposta alla difesa della capitale. Rispondendo alle accuse che gli furono rivolte, Pugliese ha infatti indicato cifre quanto meno sospette riguardo alla sua guarnigione, non mancando di rilasciare dichiarazioni del tipo «sarebbero bastati pochi colpi di cannone a salve, per disperdere e disarmare quelle torme». Le «torme» di cui parla con disprezzo Pugliese sarebbero le colonne di squadristi accampate ai confini di Roma, formate da circa 30mila armati. Nel resto del centro-nord i fascisti, che avevano mobilitato 300mila camicie nere, avevano già occupato quasi tutti i centri nevralgici delle principali città, spesso aiutati dai militari, entrando in possesso di fucili, mitragliatrici e, addirittura, pezzi d’artiglieria. Sebbene la loro organizzazione non fosse irreprensibile (come valutava il quadrumviro De Bono), si deve pur sempre calcolare che le squadre erano per la maggior parte formate da ex combattenti e decorati al valore. Quindi gli esiti di un eventuale scontro, per lo meno in quel frangente, erano tutt’altro che scontati.

Tant’è che Vittorio Emanuele, interrogando lo Stato Maggiore, si sentì rispondere che l’esercito era «troppo simpatizzante col fascismo da poterlo arrischiare in un conflitto» e che la guarnigione di Pugliese «disponeva di 5-6.000 uomini in tutto. Si trattava di reparti raccogliticci e non sicuri al cento per cento». Al re, in sostanza, fu detto: «L’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Insomma, le cose sono molto più complesse e intricate di quanto non lascino intendere Pugliese e gli storici che gli hanno dato credito. Ma al di là della querelle storiografica, è stato forse Richard Child, l’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, a cogliere l’essenziale dell’evento: «Qui stiamo assistendo a una bella rivoluzione di giovani […] ricca di colore e di entusiasmo». Gioventù, colore, entusiasmo: questo rappresentò la marcia su Roma per occhi non accecati dall’antifascismo.

Valerio Benedetti

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