“I nuovi Unni”. Intervista a Gianfranco Amato

 

Lei ha scritto ormai quasi dieci anni fa un libro sulla Gran Bretagna intitolato “I nuovi Unni”: quanto è accaduto ha confermato le sue previsioni?

Ricordo che l’uscita di quel libro fu accompagnata da una scia di polemiche soprattutto in quella parte del mondo cattolico, che potremmo definire irenista o buonista, la quale ancora oggi si ostina irriducibilmente ad adottare la cosiddetta “logica dello struzzo” nella lettura della realtà. Del resto, non è un mistero che da lungo tempo ormai il grande assente in quel mondo – compresa larga parte della Chiesa istituzionale – sia proprio il realismo tomista dell’«adequatio rei et intellectus».

Le polemiche di dieci anni fa si fondavano sull’obiezione che le denunce lanciate dal libro riguardassero, in realtà, concetti come quello di “gender” e “omofobia”, che l’opinione pubblica in Italia non conosceva e che non avrebbe compreso. Si sosteneva che tali concetti appartenessero alla Weltanschauung anglosassone e che non sarebbero mai stati recepiti dalla nostra cultura italiana. Per questo mi si accusava di voler procurare un inutile allarmismo, di voler «agitare fantasmi», o addirittura di «fare del terrorismo psicologico».

Letto oggi, quel libro sembra ormai persino datato. L’opinione pubblica italiana è andata addirittura oltre. E pensare che nel libro io avevo spiegato bene perché la Gran Bretagna è il laboratorio sperimentale della rivoluzione antropologica che stiamo vivendo. È per noi come la sfera di cristallo: per comprendere cosa accadrà con quale anno di anticipo, basta dare un’occhiata a quel che succede Oltre Manica.

In che modo aggiornerebbe questo libro se dovesse ripubblicarlo oggi?

Il libro si divide in due parti. Nella prima, intitolata Le cause, io cerco di analizzare le ragioni storiche, culturali, filosofiche e religiose, che sono all’origine della peculiarità britannica. Nella seconda parte, intitolata Gli Effetti, rendo evidente, attraverso precisi e circostanziati episodi di cronaca, le conseguenze pratiche di questa peculiarità.
Se dovessi riscriverlo oggi, lascerei invariata la prima parte – quelle ragioni appaiono sempre più fondate –, mentre sarei costretto ad aggiornare la seconda. La rivoluzione antropologica in atto ha raggiunto livelli che nel 2010 erano ancora inimmaginabili. Mi riferisco, in particolare, al campo della bioetica e alla distruzione della famiglia. Oggi non solo si è aperto, per esempio, lo scenario inquietante della cosiddetta “intelligenza artificiale”, ma si comincia a parlare di «artificial womb», per la creazione della vita, del «baby sharing» o del «coparenting» per quanto riguarda gli ultimi attacchi all’istituto della famiglia. Certo, sono tutti concetti che al momento l’opinione pubblica italiana non conosce o non comprende bene ma che ­– temo nel giro di poco tempo – imparerà a conoscere. Esattamente come nel 2010.

Sembra che in Gran Bretagna rifiutino le cure ai pazienti di una certa età coerentemente con una visione utilitaristica della politica sanitaria. Lei pensa che in questo paese l’analisi costi/benefici si sostituisca al valore della persona umana?

La Gran Bretagna, da questo punto di vista, insieme all’Olanda è al Belgio, è uno dei Paesi più scristianizzati d’Europa. Oggi nei pub come in parlamento si sentono i discorsi che facevano gli stoici, i cinici e gli scettici duemila anni fa. In un ristorante di Londra una volta mi è capitato di ascoltare un avventore del tavolo accanto, le cui parole mi hanno ricordato quello che scriveva Seneca nelle sue Lettere a Lucillio: «C’è un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne. Perché dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso andarmene sfuggendo ai tormenti e alle avversità? Si può scegliere la morte come si sceglie la nave quando ci si accinge a un viaggio, o si sceglie una casa quando si intende prendere una residenza».

Stiamo tornando indietro di venti secoli, ed è come se duemila anni di cristianesimo fossero passati inutilmente. Questo è il vero problema. Una società senza Cristo si trasforma in una società cinica, incapace di riconoscere un’autentica dignità all’essere umano dal concepimento alla sua morte naturale. E senza questo riconoscimento l’uomo viene privato della sua dimensione spirituale, viene considerato mera materia. Questo implica inevitabilmente l’applicazione della logica imprenditoriale dei costi/benefici. Quando, però, si comincia ad accettare la prospettiva del puro pragmatismo utilitarista, allora gli esseri umani si cominciano a vedere non come soggetti titolari di una dignità, ma come possibile fonte di spesa, come esseri improduttivi, come un inutile peso per la società. Questo, tra l’altro, sta anche modificando la relazione tra medico e paziente. È la fine della cosiddetta alleanza terapeutica che per secoli ha caratterizzato la Medicina. Il paziente diventa solo un “cliente” per il professionista della salute e il consenso informato si trasforma in un mero mezzo di tutela giuridica del medesimo professionista. Con buona pace del povero Ippocrate.

In Gran Bretagna è già così, e quindi basta dare un’occhiata alla sfera di cristallo per comprendere che questa logica non tarderà molto ad entrare anche nei nostri ospedali.
Sembra assurdo, ma come spiegava bene il grande Dostoevskij, se Dio non c’è allora tutto è possibile.

Tra l’altro, molti dimenticano che il concetto moderno di sanità lo hanno inventato i monaci benedettini di quel medioevo considerato “oscuro”. Lo stesso Benedetto nella Regola scrive: «infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda est». E questa cura nasce dall’esempio del Buon Samaritano e dall’esortazione evangelica di amare il prossimo come se stessi. Al tempo dei romani gli ospedali non esistevano. Vi erano i cosiddetti “valetudinaria”, ma erano infermerie destinate ai soli militari. È Benedetto che nella Regola impone l’istituzione in ogni monastero di un’infermeria, dalla quale nascerà l’«hospitale pauperum et pelegrinorum». L’ospedale per tutti. Non c’è nulla da fare: se si toglie l’autentica cultura della vita e dell’amore che solo Cristo può davvero portare in una civiltà, ciò che appare all’orizzonte è la silhouette luciferina del Male pronta ad inoculare la sua cultura della morte e del disprezzo per l’uomo.

 

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