La doppia sfida di Bertolaso

La doppia sfida di Bertolaso

Costruire un ospedale di emergenza, attrezzato e presidiato (di cui la Lombardia ha assoluta e urgente necessità) nonostante l’ostilità e gli intralci posti dal governo

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La scelta del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di chiamare come consulente l’ex direttore della Protezione Civile, Guido Bertolaso, è una opzione doppiamente forte. Una doppia sfida lanciata al governo.

La prima è quella di cercare a tutti i costi di realizzare, negli spazi messi a disposizione da FieraMilano, quell’ospedale d’emergenza che la Protezione Civile di Conte ha ritenuto di bocciare per mancanza di dotazioni tecniche e del personale necessario.
La seconda è proprio quella di aver chiamato per questa missione ai limiti dell’“impossibile” quel Guido Bertolaso che il centrodestra aveva proposto come commissario straordinario per l’approvvigionamento ma che il vanesio Conte non ha voluto, temendo che potesse “fargli ombra”.

Dalla Regione spiegano: «Non molliamo, non lasciamo nulla di intentato, proviamo tutte le strade possibili, abbiamo tante donazioni e tanti rapporti internazionali, altri ne acquistiamo con Bertolaso oltre a un modulo base già pronto. Da Fontana non c’è alcun calcolo politico, non ci interessano le polemiche ma solo fare di tutto per affrontare l’emergenza».

Ancora l’altro ieri, però, era arrivata una dimostrazione della scarsa attenzione che la Protezione Civile e il suo direttore Angelo Borrelli hanno nei confronti della regione Lombardia. Parliamo della fornitura di mascherine che l ’assessore alla Sanità, Giulio Gallera, ha definito «un fazzoletto, un rotolo di carta igienica» mostrandole alle televisioni, che hanno fatto in modo, poi, di parlarne il meno possibile… mentre esponenti del Pd – sempre in diretta 24 ore su 24 – si “indignavano” per la polemica.

Una autentica vergogna considerando che – in teoria – erano destinate a tutelare medici, infermieri e operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta contro il virus.

Da parte sua Bertolaso – che per la consulenza ha chiesto il compenso simbolico di 1 euro – ha dichiarato: «Se ho aperto l’ospedale Spallanzani vent’anni fa, e ho lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di ebola, forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo».
Di sicuro rimane il fatto che – ancora una volta – il governo ha fatto perdere almeno una settimana di tempo prezioso. L’altra cosa certa è che Bertolaso avrà contro tutti: a partire dal sindaco Sala per finire con i sindacati.

Eppure, di un ospedale d’emergenza – in questo momento – la Lombardia avrebbe immenso bisogno per far fronte ad una situazione sempre più difficile, avendo esaurito i posti negli ospedali di Bergamo e di Brescia che, al momento, sono le provincie più colpite dal virus.

La Lombardia ha più del 50% dei positivi e il 67% dei morti, seguita da Emilia-Romagna e Veneto, mentre le Marche hanno superato il Piemonte. In attesa di riuscire a capire se i vari esodi in treno, consentiti fino a sabato dagli errori del governo (che solo ora ha sospeso i treni notturni) hanno portato il contagio e in che misura, anche al Sud.

Altro piccolo fronte di polemica con Angelo Borrelli riguarda le modalità di comunicazione. I cronisti più attenti hanno notato che, nel corso del quotidiano bollettino, quando si arriva al numero dei morti Borrelli usa la definizione «morti con coronavirus» e non «per coronavirus». Forse Borrelli cerca così di rassicurare accompagnando questa definizione con dati che farebbero pensare che il coronavirus sia solo il “colpo di grazia” per persone già moribonde.

Il dato fornito è quello dell’Istituto Superiore di Sanità sui primi 268 pazienti deceduti (ormai siamo a quasi 1.500) che parla di come il 26,1% soffriva di una patologia; il 25,8% di 2 patologie; il 47% di 3 o più patologie e solo l’1,1% non soffriva di alcuna patologia.

L’altro dato che ha fatto discutere (diffuso dalla Protezione Civile) è che tra gli ultra novantenni c’è un tasso di mortalità del 19%; tra gli ultra ottantenni del 16,6%; tra gli over settanta del 9,6%; tra gli oltre sessantenni del 2,7%, per poi scendere allo 0,65 per chi ha più di cinquanta anni e addirittura allo 0,1 dei sopra i 40. Le vittime più giovani, finora registrate sono due trentanovenni: un uomo con pre-esistenti patologie, diabete e obesità, deceduto presso il proprio domicilio, e una donna ammalata di tumore…

Questi dati, diffusi in maniera acritica e non accompagnati dalla spiegazione, per esempio, che in molti ospedali sovraffollati e privi di respiratori per tutti si è costretti a effettuare un “triage selettivo”, portano molti giovani a sentirsi immuni e, quindi, autorizzati a infrangere i divieti.

A seguito di questo modo sbagliato di comunicare, sui social c’è già chi incomincia a dire che di coronavirus non si muore o, addirittura, chi, non avendo conoscenza diretta della situazione, ha persino messo in dubbio l’esistenza del contagio.

La verità che viene taciuta è che, se ci fossero abbastanza medici (capaci di intubare), respiratori, posti di terapia intensiva e personale infermieristico per tutti… il tasso di mortalità scenderebbe dall’attuale 6% e più, a sotto il 2%. Come avvenuto in Cina appena costruiti i nuovi ospedali e arrivati i mille medici dell’esercito.
Questa è ciò che Conte i suoi non hanno voluto capire, ed anche la “missione impossibile” che aspetta ora a Bertolaso.

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