Chissà perché i cattolici esaltano Sepúlveda

Tra le vittime della pandemia Covid-19 va annoverato pure il noto scrittore cileno Luis Sepúlveda.

Scontatissimo il cordoglio, l’omaggio e il rimpianto da parte della sinistra radical-chic. Un po’ meno quello di un certo mondo cattolico. Mi ha stupito, ad esempio, l’articolo apparso sul quotidiano della C.E.I. “Avvenire” a firma di Fulvio Panzeri, dai toni sostanzialmente elogiativi fin dal titolo:

È morto Luis Sepúlveda, cantore della comunità e dei diritti dell’uomo. Sottotitolo: «Lo scrittore cileno è scomparso a 70 anni a Oviedo. Da febbraio l’autore della “Gabbianella e il gatto” lottava contro il Covid-19. Guardia di Allende, fu perseguitato dal regime di Pinochet». Stesso elogio dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha ricordato di averlo pure ospitato con tutti gli onori per un incontro con gli studenti nel 2010. Anche “ChiesadiMilano.it”, il portale della Diocesi ambrosiana, si è sentito in dovere di scrivere un panegirico a favore di Sepúlveda, ricordando «il suo impegno in difesa dei diritti umani».

Ma chi era davvero Luis Sepúlveda Calfucura?

Suo nonno Gerardo Sepúlveda, noto anche con il nome di battaglia “Ricardo Blanco”, fu uno di quegli anarchici andalusi che sparsero odio anticristiano nella Spagna alla fine degli anni Trenta, e che solo l’intervento provvidenziale del generale Franco riuscì a debellare, salvando la Chiesa e la fede cattolica nella penisola iberica. Non dobbiamo mai dimenticare il bilancio della carneficina dei martiri cristiani perpetrata dalla Repubblica anarchico-marxista di quegli anni: Del 18 luglio 1936 al 1 aprile 1939, furono uccisi 12 vescovi, 1 amministratore apostolico, 4.184 sacerdoti diocesani, 283 religiose e 2.365 religiosi. Più le migliaia di laici uccisi in odium fidei.

La liberazione della Spagna da parte di Franco costrinse il nonno di Sepúlveda a fuggire in Cile, dove nacque il giovane Luis. Crebbe nella città di Valparaíso con il nonno paterno e con uno zio, anch’egli anarchico, i quali lo educarono all’odio e alla violenza dell’ideologia marxista fin dalla tenera età. La logica conseguenza di quell’esiziale insegnamento fu che Luis, all’età di quindici anni aderì alla Gioventù Comunista, finendo, poi, per abbracciare convintamente la lotta armata in Bolivia, dove militò tra le file dell’Esercito di Liberazione Nazionale, e in Nicaragua dove combatté al fianco del Frente Sandinista de Liberación Nacional con Daniel Ortega.

Sepúlveda, che ovviamente aderì con entusiasmo agli ideali della rivoluzione cubana, si sentiva emulo di Ernesto Che Guevara, altro losco figuro della storia dell’umanità. Credo di essere uno dei pochi contemporanei ad aver letto integralmente, e in lingua originale, il saggio del “Che” pubblicato il 16 aprile 1967 nel Supplemento Speciale della rivista “Tricontinental”, dal titolo L’ordine è creare uno, due, molti Vietnam. È lì Che Guevara parla dell’«odio come fattore di lotta» e dell’«odio intransigente, che permette all’uomo di superare le sue limitazioni naturali convertendolo in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere», perché «un popolo senza odio non può vincere». Raramente ho letto qualcosa di più anticristiano di questo spietato elogio dell’odio. In quel suo scritto Che Guevara proseguiva teorizzando la logica terroristica: «Bisogna attaccare il nemico nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento, fare una guerra totale; non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità (…) occorre attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti». Logica degna degli jihadisti dell’ISIS.

Luis Sepúlveda è vissuto immerso in questa logica come un sottaceto, e ha voluto spacciare l’odio e la violenza terroristica come lotta per i “diritti degli ultimi”. Lo scrittore cileno, in realtà, con la propria esistenza, ha incarnato il percorso evolutivo o involutivo, a seconda dei punti di vista, dell’epopea della militanza marxista, finita per trasformarsi nell’individualismo liberal-radicale. Lo aveva lucidamente profetizzato il filosofo Augusto del Noce, quando a proposito del Partito Comunista Italiano predisse la sua fine in un partito radicale di massa. Una sorta di eterogenesi dei fini per cui dalla prospettiva marxista, che teorizzava la prevalenza del collettivo sull’individuo anche a costo di conculcare le sue libertà (Gulag), si è passati alla visione liberal-radicale per cui l’individuo – e molto spesso i suoi desideri o i suoi capricci – devono prevalere sulla dimensione comunitaria sociale.

Dicevamo che Sepúlveda ha incarnato questa parabola attraversando pure la fase gay-friendly e quella ecologista.

Luis Sepúlveda diventò, infatti, un sostenitore delle adozioni per le coppie LGBT. Lo disse prendendo ad esempio la sua celebre opera intitolata Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Fu intervistato nel novembre 2013 dalla giornalista di Repubblica, Leonetta Bentivoglio, che gli pose questa domanda: «Visto che La gabbianella e il gatto è la metafora di una famiglia “anomala”, Lei è favorevole all’adozione di bambini da parte di famiglie gay?» La sua risposta fu: «Sicuramente si. Se due persone sono capaci di amore e di responsabilità, non vedo perché negargli questa possibilità». Non è un caso che il sito omosessualista “Gay.it” abbia omaggiato proprio con questo ricordo della sua intervista a “Repubblica” la scomparsa di Sepúlveda, elogiando il suo dichiarato appoggio al mondo gay.

Dopo la fase gay-friendly, arrivò per il nostro scrittore cileno la fase ecologista. Nel 1982 venne in contatto con la nota organizzazione Greenpeace e lavorò fino al 1987 come membro di equipaggio su una delle loro navi. Nel 1982 partecipò anche al blocco del porto di Yokohama,per impedire l’uscita della flotta baleniera giapponese. Successivamente lavorò come coordinatore nei vari settori di Greenpeace.

Luis Sepúlveda è morto rivendicando ancora con orgoglio di essere stato concepito «rojo profundamente rojo» (rosso, profondamente rosso) e proclamandosi ostinatamente «marxista». In un’intervista rilasciata nel febbraio 2012, riflettendo sul senso della vita, aveva definito la morte come «la chiusura biologica e necessaria di un ciclo», ritenendo l’idea dell’immortalità come «insopportabile». Per lui, infatti, il senso della vita era semplicemente «vivere e lasciar vivere». Ossia non c’è nessun senso. Sempre in quell’intervista Sepúlveda rivendicava «la fortuna di essere marxista e quindi non avere bisogno né di inganni religiosi, né di ricerche della luce per sapere dove sta il cammino che si vuole percorrere». Dio, la fede, la religione? Per Sepúlveda erano, quindi, solo una «superchería», che in spagnolo significa imbroglio, truffa, impostura, inganno fraudolento e doloso.

Ora, è vero che dei morti bisogna solo parlar bene, ma è altrettanto vero che non è possibile ignorare che cosa abbia rappresentato e in quali principi, valori e ideali abbia creduto il morto. Ancora una volta assistiamo, in una parte del cosiddetto mondo cattolico, al triste spettacolo di quanto accaduto alla morte di Marco Pannella, il più devastante distruttore dei principi cristiani nel nostro Paese. Ed è triste quando anche una parte della gerarchia ecclesiastica gioca a compiacere il mondo, passando disinvoltamente dal “parce sepulto” (perdona chi è sepolto) al “lauda sepultum”. Anche quando il sepolto ha condotto un’esistenza tutt’altro che lodabile dal punto di vista cristiano.

Gianfranco Amato

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