Il Lombardo-Veneto sconfiggerà il virus?

ESCLUSIVO: il Lombardo-Veneto sconfiggerà il virus?

Annunciata in Veneto la correlazione tra l’enzima che provoca il tumore alla prostata (e la calvizie) e il coronavirus, ma il merito potrebbe essere di un giovane ricercatore monzese che abbiamo intervistato in esclusiva

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L’Ultimo di una lunga serie di annunci che danno speranza arriva dal Veneto; il nuovo potenziale rimedio contro il Covid-19 sarebbe un farmaco per disfunzioni alla prostata. Quella che, ad oggi, senza una sperimentazione, è una semplice ipotesi scientifica, gira in Italia inascoltata da ormai un mese. Noi di Orwell.live l’avevamo ricevuta da un collaboratore, poi avevamo deciso di non pubblicarla, dopo esserci confrontati con degli esperti in ambito medico.

La bella notizia diramata l’altro ieri – che sarà approfondita sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine – nasce dall’osservazione che il coronavirus utilizza un vettore-enzima per entrare nelle cellule da infettare, che è lo stesso enzima che viene inibito dai farmaci contro il tumore alla prostata. Infatti, si è constatata una seria correlazione nei pazienti trattati per il cancro alla prostata: chi è stato trattato con questo farmaco non ha avuto problemi di coronavirus – come ha spiegato anche il presidente Zaia – elogiando il lavoro della Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata guidata dal professor Mario Pagano e dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare in collaborazione con l’Università di Padova e la Regione Veneto.

Insomma, un’ipotesi innovativa che, se confermata, potrebbe davvero dare una svolta nella cura del virus.

Come detto, già a metà marzo 2020, avevamo ricevuto lo studio del dottor Simone Mosca, di Monza, intitolato “Potential Beneficial Role Of 5α-Reductase Inhibitors (5-ARIs) In Patients With Coronavirus Disease 2019 (Covid-19)”.

Il dottor Simone Mosca.

Simone Mosca è un giovane studioso e ricercatore, non ancora quarantenne, plurilaureato in Biotecnologie, Farmacia e Chimica presso le Università di Milano e di Pavia e che ha maturato un prestigioso curriculum di ricerca tra Berlino (presso il Max-Planck Institute for Colloids and Interfaces), San Diego (presso lo Scripps Research Institute) e Basilea, come postdoc scientistpresso la Novartis.
Dopo anni di ricerca, è tornato in Italia, a Monza, dove siamo riusciti a contattarlo per approfondire l’argomento.

Ci può spiegare in sintesi la questione?

«I punti chiave alla base della teoria da me suggerita sono i seguenti. Il primo è una presunta correlazione, sotto diversi aspetti, del Covid-19 con ormoni androgeni e condizioni o patologie derivate (prostatiche e calvizie, in primis). Il secondo è l’ampio utilizzo di farmaci consolidati per queste condizioni, con conseguente vantaggio rispetto allo sviluppo di nuovi farmaci specifici per il nuovo coronavirus in termini di tempistiche di sviluppo, conoscenza del profilo farmacologico ed effetti collaterali, nonché di dati già disponibili relativi all’ampio numero di pazienti che li assumono regolarmente o, comunque, con essi trattati: su base statistica, numerosi di questi dovrebbero figurare fra i positivi o quantomeno hanno avuto contatti con soggetti affetti da Covid-19».

Come è nata inizialmente l’idea?

«Confrontando dati raccolti da diversi studi, ovviamente anche in altri Paesi, ho basato la mia ipotesi sui seguenti punti:

  1. dati epidemiologici diffusi già a febbraio/inizio marzo relativi al Covid-19;
    2. dati clinici su terapie e farmaci antinfiammatori che sono stati riportati essere efficaci in pazienti affetti da Covid-19;
    3. implicazione medesimi mediatori dell’infiammazione (per esempio interleuchina 6) in condizioni infiammatorie androgene (prostatiche e calvizie) e non (per esempio malattie cardiovascolari, CVD) che i dati epidemiologici hanno evidenziato predisporre a sintomatologia grave ed elevata letalità in pazienti con Covid-19;
    4. correlazioni fra ormoni androgeni (diidrotestosterone), relative concentrazioni, e i suddetti mediatori dell’infiammazione e condizioni infiammatorie androgene e non;
    5. conoscenza dei meccanismi di invasione cellulare del virus SARS-CoV-2, pubblicati a inizio marzo sulla rivista scientifica Cell, e implicazione del medesimo enzima (TMPRSS2) in patologie e condizioni androgeno dipendenti (prostatiche e calvizie), nonché correlazione fra meccanismi regolatori dell’espressione cellulare di questi e i livelli di ormoni androgeni, diidrotestosterone in particolare, anche se – ovviamente – trattasi di un equilibrio ormonale piuttosto complesso, come peraltro noto da anni. In aggiunta non è da escludere una ulteriore correlazione regolatoria dei medesimi ormoni ed il recettore ACE2, punto di ingresso cellulare del virus del Covid-19 e predisponente all’infiammazione che determina la sintomatologia e letalità del Covid-19;
    6. ampia disponibilità ed utilizzo di farmaci anti-androgeni (per esempio bloccanti del diidrotestosterone – per esempio i cosiddetti 5ARI) per condizioni e patologie androgeno-dipendenti (calvizie e prostatiche);
    7. contatti con pazienti che assumono farmaci anti-androgeni ed analisi relative alle percentuali di contrazione dell’infezione e sviluppo delle forme sintomatiche più gravi di Covid-19 da parte loro».

Che accoglienza ha avuto la sua tesi nella comunità scientifica?

« È chiaro che al momento si tratta solo di un’ipotesi di lavoro come altre ma gli indizi a favore sono molteplici. La mia ipotesi è girata nel mondo accademico e ospedaliero, ma finora purtroppo non si è effettuato alcun test. Ci si è limitati a osservare dati clinici su pazienti che assumevano solo un farmaco e di un solo tipo dei vari in uso per la prostate e considerate quanti si questi avessero contratto il Covid-19.  È necessaria una sperimentazione per valutare non solo l’efficacia del farmaco indicato dall’Università di Padova, ma ampliare le osservazioni e la valutazione dei dati relativi a diverse classi di farmaci impiegati per le condizioni e le patologie androgeno dipendenti».

Ha provato a parlarne ad altri media?

«So che alcuni amici hanno parlato con diversi giornalisti, che però non hanno colto bene la questione. Abbiamo provato a contattare anche alcuni politici ma non hanno dimostrato interesse».

In che modo calvizie e tumore alla prostata sono collegati?

Si tratta di condizioni e patologie correlate ai medesimi ormoni, in particolare il diidrotestosterone. Semplificando, per curare la calvizie si usano farmaci più blandi, sull’ipertrofia prostatica altri e sul tumore alla prostata altri ancora. Per condizioni di gravità crescente, farmaci di efficacia ed effetti collaterali crescenti. Purtroppo, esistono anche ulteriori complicazioni e variabili, anche associate ai farmaci stessi, quali per esempio le differenti tempistiche di azione che rendono necessaria la sperimentazione per appurarne non solo l’efficacia ma anche la compatibilità con le tempistiche di sviluppo dei sintomi e complicanze associate al Covid-19. Non sono sufficienti ipotesi e osservazioni di dati disponibili, che comunque potrebbero fare anche emergere un potenziale “profilattico” verso Covid-19 dei farmaci in questione.
Chiave è il principio da me fatto emergere di utilizzare farmaci per ipertrofia prostatica e condizioni analoghe; la terapia arriverà poi dalla sperimentazione, prima sulla base di osservazioni di efficacia di ciascuna delle opzioni terapeutiche e, poi, con relativi test Covid-19».

Una persona con problemi di calvizie è quindi più facilmente aggredibile dal virus?

«In teoria sì, ovviamente semplificando perché esistono diverse forme di calvizie. Al pari di chi è affetto di patologie a livello prostatico, non opportunamente trattate».

Per questo i bambini sembrano immuni al virus?

«Sempre sulla base della mia ipotesi che, ripeto, necessita di conferme nonostante quanto uscito ieri dall’Università di Padova, è logico immaginare che ciò derivi dalla carenza fisiologica degli ormoni androgeni suddetti, e in particolare il diidrostestosterone».

Anche se Zaia non l’ha citato, sembra si riferissero alla bromexina come farmaco. Cosa ne pensa?

«Ho letto l’intervista del professor Andrea Alimonti – docente all’università di Padova e ritenuto e l’anima della tesi di cui parliamo – che cita due inibitori del menzionato enzima TMPRSS2, la bromexina (farmaco da banco, in Italia ampiamente venduto in farmacia come mucolitico per la tosse grassa)  e il camostat (farmaco disponibile in Giappone). Mi limito a rilevare che entrambi questi sono già stati abbondantemente considerati, tant’è che i trial sulla bromexina avrebbero dovuto essere avviati a metà febbraio, seppure sulla base non dell’ipotesi da me suggerita ma sulle proprietà mucolitiche del farmaco. Il camostat è indicato dall’articolo già menzionato pubblicato a inizio marzo sulla rivista Cell nonché citato anche dal professor Pagano.
Tengo a precisare che entrambi questi farmaci sono stati presi in considerazione già a marzo, ma non in Italia e sulla base delle proprietà mucolitiche ed inibitorie del meccanismo di infezione cellulare da parte del virus, ovvero dell’enzima TMPRSS2.
Quindi, per chiarezza, l’utilizzo di farmaci inibitori del TMPRSS2, compresi quelli citati ieri dai docenti dell’Università di Padova, era già stato ampiamente suggerito per il trattamento di Covid-19. Invece la mia ipotesi, pur avvalendosi del supporto di considerazioni relative anche all’enzima TMPRSS2, non si limita a indicare questi o altri farmaci specifici ma a rilevare delle correlazioni e quindi in prima istanza l’analisi di dati relativi a pazienti che hanno assunto o assumono, in maniera più o meno continuativa, diverse classi di farmaci impiegati per il trattamento di condizioni e patologie androgeno dipendenti.
L’analisi di tali dati, già disponibili, ora anche in Italia ma già prima in Cina, avrebbe dovuto evidenziare i farmaci più indicati per la sperimentazione clinica su pazienti affetti da Covid-19».

Sembra che ci siano degli sviluppi sul fronte vaccino e si è già aperto il dibattito se renderlo o meno obbligatorio. Cosa ne pensa?

«La problematica è complessa. Ad oggi non solo le tempistiche ma la stessa possibilità di sviluppare un vaccino sono aleatorie, per diversi motivi correlati sia al virus sia alla eventuale immunità sviluppata. Un vaccino ha comunque bisogno di adeguate sperimentazioni, quindi tempistiche di sviluppo, nonché produttive per coprire la richiesta a livello mondiale. Quindi, considerando anche i dati epidemiologici, sarebbe opportuno valutare di somministrarlo alle classe maggiormente a rischio di contrarre forme gravi e letali di Covid-19, e quindi escludere, almeno inizialmente, i bambini».

DA

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