Il potere e l’emergenza

 

La situazione che stiamo vivendo è nuova per le ultime tre generazioni ed è senza dubbio la più grave, a livello sociale, tra quelle che noi occidentali abbiamo provato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Posso affermarlo con buona certezza non solo come cultore di storia, ma anche come testimone oculare: nato nel 1940 e avendo conosciuto in Italia e in Europa, almeno prima dei fatti avvenuti tra Anni Sessanta e Anni Settanta – dal boom economico alla crisi delle certezze, dall’accelerazione dei processi di secolarizzazione e di crisi della coscienza alla perdita del primato della politica – ho visto e ricordo un altro mondo europeo, una differente società civile: e il discrimine non è stata la seconda guerra mondiale bensì l’avanzata in apparenza irresistibile, nell’ultimo mezzo secolo circa, di un individualismo egoistico e amorale da una parte e di una “rivoluzione” che ha stabilito il primato della finanza, dell’economia e della tecnologia a spese della politica (intesa come scienza volta alla ricerca del bene comune) e della cultura (intesa come capacità di rimettere continuamente in discussione i valori ispirativi di una società) dall’altra.
La fase del processo di globalizzazione che abbiamo vissuto negli ultimi decenni avrebbe dovuto farci riflettere sull’intrinseca contraddizione tra i valori nei quali la società occidentale nel suo complesso sosteneva di credere e gli esiti effettivi del suo modo di comportarsi. Abbiamo sostenuto quasi tutti, sia pure con diversità di accenti e di articolazioni, di voler proceder verso un futuro segnato da sempre maggiori condivisioni, a cominciare da quelle socioeconomiche: ma quel che è accaduto nel mondo almeno dalla guerra nel Vietnam e dalla crisi vicino-orientale in poi ci ha ormai tragicamente posti dinanzi a un’umanità (che ha ormai raggiunto e superato i sette miliardi di persone) in cui le ricchezze e le risorse sono spaventosamente concentrate nelle mani di poche migliaia di soggetti tra dinastie iperoligarchiche e lobbies che decidono incontrastate mentre le istituzioni politiche sono ridotte, rispetto ad esse, a meri comitati d’affari. Mai come oggi le sperequazioni economiche sono state tanto diffuse e tanto gigantesche; mai come oggi la distanza tra la privilegiata sparuta pattuglia di super-ricchi e la massa dei miserabili è stata più abissale, aggravata dall’assottigliarsi dei ceti e dei corpi intermedi. E la cultura, vale a dire la capacità d’informarsi correttamente, di comprendere e di elaborare le informazioni, di poter compiere scelte coerenti con tali forme di comprensione e di elaborazione, si è andata vanificando in quella che Antonio Negri ha chiamato “la moltitudine” mentre si concentrava a sua volta nelle mani di pochi. Il sonno della ragione crea mostri, è stato detto: ebbene, è ora di cominciar esplicitamente ad ammettere che a sua volta il sogno della libertà e dell’uguaglianza ha creato il suo opposto, una realtà d’ignoranza e di sperequazione a livello planetario.
Uno dei segni più allarmanti di tutto ciò è stato e resta il vanificarsi del primato della politica, vale a dire della capacità di discutere razionalmente sulle misure da adottare per tutelare il bene comune e di fornirsi liberamente d’istituzioni in grado di metterle in atto. Marx aveva già precocemente segnalato, in pieno Ottocento, la tendenza dei governi del suo tempo a divenir “comitato d’affari” dei gestori effettivi del capitale (che oggi viene definito, pudicamente e impropriamente, “mercato”). Il convergere dell’abbandono al gioco vuoto della democrazia formale da una parte e i concreti meccanismi di persuasione, di organizzazione del consenso e di falsificazione nell’informazione hanno consentito l’affermarsi di oligarchie di gestori del potere legale che mediamente e immediatamente rispondono alla volontà di gruppi ristretti, chiusi rispetto all’esterno e in grado d’imporre la propria volontà di potenza. Tali gruppi, non li vediamo agire nei consessi internazionali e nei governi, non stanno né nelle Nazioni Unite né nei corpi politici: essi gestiscono semmai organismi come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale e i loro protagonisti ormai da qualche anno si sentono abbastanza sicuri da potersi riunire sia pure in spazi e momenti limitati, addirittura parcamente concedendosi ai media. Li vediamo una volta all’anno, ad esempio, nell’assise di Davos.
Ma le loro tecniche di potere stanno rapidamente mutando. Esse si sono per lunghi decenni, tra Ottocento, Novecento e inizio del secolo XXI, fondate sulla diffusione di tesi iperliberistiche ch’erano in realtà già entrate in crisi all’inizio del XX secolo – tanto che i totalitarismi sono nati, in realtà, in quanto reazione al loro fallimento – e hanno potuto reggere solo imponendo volta per volta immagini di “Nemici metafisici” che avevano intralciato la loro marcia verso la ricerca della felicità. Gli stati moderni e contemporanei, in una qualche misura, rappresentavano intralci ai loro scopi: quei gruppi sono riusciti a demonizzare qualunque forma di gestione comunitaria del potere e di esercizio del potere stesso volto a scopi diversi da quelli della concentrazione del potere decisionale e dei mezzi economico-finanziari nelle mani di pochi centri sottratti a qualunque forma di controllo. E sono riusciti a vincere la battaglia della persuasione manipolando le coscienze al punto da creare orwellianamente una loro “nuova storia” nella quale la favola bella della democrazia, della libertà, della fratellanza universale riusciva a coprire e a nascondere la realtà delle rapine e delle tirannie ch’essi hanno imposto ad esempio per secoli ai popoli colonizzati d’Asia, d’Africa, d’America latina, d’Oceania. Libertarismo se non addirittura libertinismo, permissività se non addirittura permissivismo a uso interno, per le civiltà dei Padroni del Mondo o che tali si ritenevano; e, al contrario, subordinazione e oppressione esercitata sugli altri popoli.
Ebbene: la pandemia ha avuto sulla società civile del mondo l’effetto che, nella fiaba di Andersen, è ottenuto dal grido del bambino che si è fatto incantare dalle affabulazioni “ideologiche” e, dinanzi allo spettacolo del re che si pavoneggia nella sua nudità effettiva ma inosservata perché registrata da occhi annebbiati dalla menzogna, ha potuto rompere l’incantesimo gridando semplicemente: “Il re è nudo!”. Questo “rompere l’incantesimo”, appunto, è quel che Max Weber ha chiamato “disincanto”. E il disincanto, presentando il quadro dell’eccezione, richiama quel che Carl Schmitt ci ha insegnato parlando del rapporto tra “eccezione” ed “emergenza”. Il potere correttamente esercitato è quello che sa affrontare l’eccezione rappresentata dall’emergenza.
La società del profitto e dei consumi ha invece avuto, negli ultimi decenni, molti cantori che l’hanno descritta in termini idilliaci: un po’ come i teorici politici statunitensi convinti che il benessere del mondo e quindi l’affermarsi d’una società giusta vadano di pari passo con la puntuale ricerca di ciò che sta nell’interesse degli Stati Uniti d‘America. Pensiamo all’iperliberista von Hayek nella finanza, all’iperprogressista Rodney Stark nella sociologia. Cantori che hanno composto poemi interi come variazione d’una musica già composta nel Cinquecento da Giovanni Calvino: il successo e la prosperità in questo mondo sono segno di elezione divina. I frutti di questa Weltanschauung sono stati descritti con esattezza impeccabile nelle pagine dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. E sono stati opposti a quelle rosee speranze.
Ma il rude linguaggio parlato dal Coronavirus ha risposto adeguatamente a tutte queste menzogne. Fornendo tre ordini di risposte di adamantina semplicità. Primo: lo stato sociale, il welfare state tanto odiato, disprezzato e svillaneggiato da legioni di liberal-liberisti delle ultime generazioni si è rivelato viceversa provvido e opportuno, pur essendo stato quasi del tutto smantellato nel mondo; se confrontiamo come ha retto l’Europa, dove brandelli di esso erano rimasti in piedi, rispetto agli Stati Uniti d’America che spendono miliardi e miliardi in armamenti nucleari ma dove poi si è costretti a far dormire i contagiati in aree di parcheggio a cielo libero, la risposta non può non essere ovvia. Secondo: lo stato sociale implica il ritorno al primato della politica – e quindi il ritorno alla politica dei cittadini più preparati, quelli che negli ultimi tempi hanno lasciato il posto agli aspiranti Chief Executive Officiers (CEO) disponibili a infoltire i ranghi degli pseudopolitici compito dei quali è occupare ruoli istituzionali dai quali eseguire gli ordini imposti loro da chi li gestisce – e quindi alla sua forza decisionale. Terzo: tale forza dovrà sapersi esprimere in termini di scelte di priorità, quindi di programmazione (è ad esempio ragionevole e opportuno che gli ospedali italiani restino a corto di respiratori, quando il costo di un migliaio di essi è inferiore alla cifra che noi dovremmo spendere per un solo reattore militare F-35 che ci servirà per andar a fare la guerra “in conto terzi” contro quelli che i governi USA c’indicheranno attraverso la catena di comando della NATO?).
E questo ritorno della politica e alla politica è tanto più necessario e urgente quanto più il Coronavirus ci ha insegnato un’altra realtà: che cioè la nostra società, come sempre accade nelle società complesse, non sta andando affatto in quella direzione beatamente ludica che molti di noi (non solo giovanissimi) ritenevano fino ad ieri, una società nella quale tutto era permesso, una società di diritti totali e generalizzati nei quali fosse soltanto, come si diceva nel Sessantotto, “vietato vietare”. Nossignori. Abbiamo finto o creduto o sognato di vivere in una società del genere in quanto eravamo vittime della stessa forma di illusione magica di Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Il paese dei Balocchi dove tutti fanno quello che vogliono perché hanno il diritto di farlo – quale paese nel quale credono di vivere ancora troppi italiani, non solo bambini o ragazzi o giovanissimi –, semplicemente non esiste: perché non c’è diritto personale che non si rifletta su tutti gli altri e perché non c’è diritto che non comporti come controfaccia un dovere. Molti di noi, non solo ragazzi, se ne sono accorti ora per la prima volta da quando sono stati obbligati a restar chiusi in casa loro: e qualcuno, istericamente, ha paragonato questa situazione a una “guerra”.
No: non c’è nessuna guerra in atto. Siamo solo dinanzi a un’esplicazione più chiara di una realtà della quale avremmo dovuto renderci conto da molto tempo. Perché chiunque di noi ha una carta di credito, un cellulare e un computer – tre semplici accessori-base del modo di vivere odierno – ha imparato negli ultimi tempi di poter essere seguito, monitorato, pedinato e sorvegliato in qualunque momento della sua vita. Il mondo non sta andando verso forme sempre più ampie e perfette di libertà individuale, anche se e quando tale può essere l’apparenza: esso va sempre più verso forme di concentrazione e di gerarchizzazione della ricchezza, del sapere, della capacità di muoversi di decidere e di pensare. Siamo ben oltre Orwell. E a chi, spaventato da questa prospettiva, si chiederà che cosa avrebbe mai potuto realizzare Hitler se avesse vinto la guerra, bisogna rispondere con una domanda: quante volte è accaduto nella storia del genere umano che Hitler (lo Hitler del momento) abbia vinto una guerra? Probabilmente quasi sempre.

DA

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-potere-e-l-emergenza

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