Lenin, l’orrore comincia con lui

 

Centocinquant’anni fa nacque colui che portò per primo il comunismo al potere. Vladmir Illich Uljanov, detto Lenin, inventò la miscela più esplosiva della storia contemporanea: il cinismo assoluto al servizio dell’utopia radicale. Idealismo cieco e pragmatismo trasformista. O al contrario, l’idealismo assoluto diventa l’alibi del potere assoluto. “Per la rivoluzione non esistono sacrifici abbastanza grandi” ripete Lenin esprimendo l’essenza mistica e salvifica del comunismo, la sua matrice gnostica ed escatologica. La realtà non merita di esistere, va soppressa. Confessò una volta Lenin a Massimo Gorkij dopo aver ascoltato una sonata di Beethoven: “Non posso ascoltare la musica. Agisce sui tuoi nervi, ti vien voglia di dire delle sciocchezze e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, seppero creare tanta bellezza. E oggi non puoi carezzare nessuno, ti divorerebbero la mano. Bisogna picchiare sulle teste senza pietà, sebbene il nostro ideale sia di non usare la violenza contro nessuno. Eh sì, il nostro mestiere è diabolicamente difficile”. È la miglior sintesi del leninismo e del comunismo: il mondo è una civitas diaboli da epurare, l’uomo presente e reale è cattivo e corrotto e la violenza è la terapia necessaria, pur essendo idealmente per la pace e per la non violenza; è la missione crudele del rivoluzionario che “diabolicamente”, tramite la pratica del male e del terrore, sgombra il mondo dal marciume e produce il bene futuro.

“Molte cose ci sono ancora nel mondo” dice Lenin “che devono essere distrutte col ferro e col fuoco”. Stalin è già in nuce in Lenin, e con lui tutti i regimi comunisti del Novecento. È nella sua pratica quanto nella sua teoria. L’uomo storico, reale e presente, con le sue imperfezioni, è l’agnello sacrificale per l’uomo nuovo, il mondo nuovo, l’ordine nuovo che verrà. I nemici di oggi o domani magari erano pure i compagni di ieri; il cannibalismo fratricida è uno dei tratti costanti del comunismo sin da Lenin.

Per lungo tempo si è giustificato il leninismo come un corso intensivo e accelerato di modernità per un paese arretrato come la Russia. Il comunismo di Lenin sarebbe stato per la Russia il concentrato del progresso scandito in Occidente in più tappe: illuminismo, rivoluzione industriale, rivoluzione americana e Rivoluzione francese, la Comune, le guerre d’indipendenza. La rivoluzione sovietica sarebbe un salto rivoluzionario in un paese ancora medievale. Ma il paradiso in terra si rivela subito un acconto dell’inferno. Nel 1919 Lenin disse nel corso di un’assemblea dedicata all’agricoltura: “Sappiamo che non siamo in grado di instaurare ora un sistema socialista: dio voglia che posa essere instaurato al tempo dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Passò il tempo di Lenin e di Stalin, passò il tempo dei figli e dei nipoti. Ma del socialismo realizzato, garante di libertà, emancipazione e benessere, nessuna traccia, in nessun luogo del mondo.

Nel leninismo c’è in germe sia Stalin che Gramsci: ovvero c’è sia il terrore, la deportazione, il regime totalitario e il culto della personalità del capo, sia l’egemonia culturale, il partito-principe e intellettuale collettivo, la via nazionale al socialismo e la conquista per gradi della società.

Nel 1924, prima su Ordine nuovo e poi su l’Unità nello scritto Lenin capo rivoluzionario Gramsci elogia l’uomo e l’opera, l’azione e la dottrina di Lenin, da poco scomparso, riconoscendosi senza riserve nel suo solco. Anzi, Gramsci rimprovera a Mussolini di non essere stato un capo come Lenin, di aver mancato l’occasione che gli offrì il 1914 dopo la settimana rossa e di aver abbandonato il marxismo, accettando poi il compromesso con la monarchia, la chiesa e il capitale. E lo scritto prosegue nel paragone tra il falso capo Mussolini e il vero duce Lenin, con la sua benefica dittatura del proletariato. Cesarismo regressivo e cesarismo progressivo. “Tutto è stato riordinato dalla fabbrica al governo, coi mezzi, sotto la direzione e il controllo del proletariato, di una classe nuova, al governo e alla storia”. I milioni di vittime, le sanguinose repressioni, la soppressione di ogni libertà, non contano. Dettagli contabili. Sull’altro versante, il gulag staliniano è la prosecuzione coerente del terrore e della deportazione già avviati da Lenin. Varando il codice penale sovietico, nel 1922 Lenin sosteneva: “Il tribunale non deve eliminare il terrore, prometterlo significherebbe ingannare se stessi e ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti”. Sono passati cinque anni ormai dalla Rivoluzione e il terrore si fa regime, pratica ordinaria di potere.

Pochi mesi prima della Rivoluzione d’ottobre, Lenin suggeriva invece nelle Cinque Lettere da lontano una transizione graduale al socialismo ritenendo impossibile “rovesciare in un solo colpo” gli assetti dominanti. È Lenin a raccomandare “l’arte di acconsentire e di barcamenarsi, gli zig-zag, le manovre di conciliazione e di ritirata” usate poi dal comunismo occidentale e dalla stessa perestrojka di Gorbaciov. Lenin, prima di Gramsci, ritiene che non esista una sola rivoluzione mondiale, ma differenti vie nazionali al comunismo; né esisterà mai una contrapposizione netta tra borghesia e proletariato, ma si dovrà piuttosto lavorare nella “terra di mezzo” tra contaminazioni e compromessi. Ci sarà magari un pezzo di borghesia che si alleerà alla classe operaia e un pezzo di proletariato che abbraccerà la reazione…

Solzenicyn svela la verità: “Hanno inventato il termine stalinismo. Ma non c’è mai stato nessuno stalinismo. Fu un’invenzione di Krusciov per attribuire a Stalin quelli che sono invece i caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. In realtà aveva già detto tutto Lenin”. Non solo detto, anche fatto.

MV, La Verità 21 aprile 2020

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