Quelli che bloccano la riapertura

 

 

Ce l’aveva con le ipotesi di riforma della giustizia, con la proposta di separare le carriere. Il ministro di allora, Castelli, giustamente ribatté: «L’indipendenza della magistratura non è in discussione, ma non lo è neanche quella del governo». Mi viene in mente questa scena di quasi vent’anni fa, perché ora siamo pronti alla medesima invasione di campo.

Con un bell’appello televisivo a Burioni, Rezza e Ricciardi: resistere, resistere e resistere agli arresti domiciliari. Gli illustri scienziati oggi sono intoccabili come i magistrati ieri. Con una differenza drammatica: il governo attuale è loro docile vittima. Sono i teorici, di fatto, del rischio zero, e gli spacciatori delle prossime paure. Attenzione alla seconda ondata, ammoniscono. Poco importa che solo fino a gennaio avessero sottovalutato la prima. Poco importa che i loro istituti non avessero piani pronti all’uso non dico per affrontare la pandemia, ma almeno una direzione unica sull’uso delle mascherine. Poco importa che nel loro campo specifico, la ricerca di soluzioni mediche, brancolino nel buio. Poco importa che molti loro colleghi, molto meno televisivi, dicano che la prossima ondata è tutta da dimostrare. Poco importa che i loro stipendi, così come le loro strutture, siano pagati da quelle fabbriche, da quegli artigiani, da quei commercianti, da quei professionisti che oggi (e per loro anche domani) devono rimanere a fatturato zero.

Loro sono là, con il loro resistere, resistere, resistere. E se ieri chi era contro l’operato di una piccola ma esibita parte della magistratura era di fatto un corrotto, oggi chi si oppone alla trimurti, alla trinità indù dei santoni del virus, è uno sciacallo e adoratore del «Dio Denaro» (il ministro Boccia dixit). Come se poi quel denaro non servisse a tenere in piedi, per dirne una, ospedali e assistenza. La scienza, come ci ha insegnato Popper e non Paperino, «si muove per congetture e confutazioni», eppure per i nuovi eroi del virus, essa appare infusa, acquisita per dono di Dio.

Quella stagione di iper-giustizialismo ha compromesso la nostra competitività. Abbiamo talmente incasinato le regole amministrative, commerciali e fiscali da rendere complicatissimo fare affari in questo Paese: abbiamo legiferato sulla patologia della possibile ed eventuale corruzione, non ragionando sulla sua fisiologica presenza. Per il ladrocinio di pochi corrotti abbiamo messo le catene a tutti. Oggi rischiamo altrettanto con ilgiustizialismo sanitario.

Per arrivare a rischio zero, una follia, metteremo un’ulteriore bardatura alla nostra attività privata. È già scritto. Non si piegano le evidenze scientifiche, finché rimangono tali, alle incompetenze della politica. Non ha senso, per essere pratici, contestare i vaccini su basi fantascientifiche.

Ma possiamo bene chiedere alla nostra trimurti di tornare nei propri laboratori, senza atteggiarsi più a santoni del virus. Ci hanno capito poco, e quel poco lo dicono con troppa arroganza.

Nicola Porro, Il Giornale 19 aprile 2020

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