La sana fede cattolica per lottare contro le Mafie

DI MATTEO ORLANDO

I diversi arresti in provincia di Verona per un’organizzazione locale di ‘Ndrangheta, riconducibile alla potente cosca degli “Arena-Nicoscia” di Isola Capo Rizzuto (Crotone), con sequestri per oltre 15 milioni di euro e il coinvolgimento di dirigenti locali e indagini aperte che vedono coinvolti vari personaggi eccellenti della città scaligera, ci porta a riflettere sulla realtà della mafia.

L’inchiesta, corroborata dal contributo di alcuni collaboratori di giustizia, ha fatto emergere gravi indizi di condotte criminali tipiche delle propaggini extra-regionali della ‘ndrangheta, ispirate alla commistione di metodologie corruttive-collusive ed estorsive, ed ha consentito di registrare anche indebiti rapporti tra alcuni appartenenti al sodalizio mafioso in questione ed i dirigenti di una società operante nel settore della raccolta dei rifiuti urbani. Analoghe strutture ‘ndranghetiste sono state scoperte negli anni in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.

“A Verona stiamo lavorando per erigere muri invalicabili alle infiltrazioni, proprio pochi giorni fa con il prefetto abbiamo lanciato l’allarme perché l’attuale crisi economica può essere terreno fertile. Dobbiamo fare di tutto per evitare nuove infiltrazioni, ma devono essere estirpate anche quelle vecchie», ha dichiarato il sindaco della città Federico Sboarina”.

Ecco, una prima modalità di difesa dalle mafie è proprio la loro conoscenza. Quando si parla di mafie non ci si riferisce a un semplice problema di ordine pubblico e di sicurezza sociale (sia pure da gestirsi a livello nazionale o internazionale) ma a una realtà che può mettere in pericolo la sopravvivenza delle democrazie, delle istituzioni e delle strutture della società civile di tutti i paesi del mondo. Se il primo approccio con la realtà delle varie criminalità organizzate è senz’altro quello dell’azione di contrasto, del controllo repressivo (di polizia), tuttavia questo non basta, anche a causa della diversa efficienza delle forze di polizia nell’ambito dei singole città, della pluralità e conseguente frammentazione operativa degli organismi competenti, della inadeguatezza e della preparazione non sempre eccellente di una parte del personale, dell’insufficienza degli stanziamenti di bilancio, dei sistemi di valori e delle sensibilità relative alla coscienza di ciò che è male e bene (a livello legale oltre che etico), che divergono notevolmente da città a città, da persona a persona.

Affinché le leggi siano giuste, perché giudici e poliziotti possano adempiere al loro dovere, occorrono condizioni culturali e politiche ottimali. Queste si possono conseguire soltanto laddove le istituzioni siano caratterizzate da un grado soddisfacente di democrazia. Purtroppo questa situazione non si riscontra in Italia. Se la nostra Costituzione, almeno sulla carta, garantisce l’esercizio dei diritti civili e politici fondamentali, le mafie riescono spesso a instaurare un notevole condizionamento delle politiche, governative e amministrative, oltre che a corrompere poliziotti, giudici, funzionari della pubblica amministrazione, banchieri, imprenditori. Purtroppo finché ci saranno instabilità politica, disordine legislativo, scarsi mezzi per la Polizia, sacche di povertà, incultura o vero e proprio sottosviluppo, per i gruppi criminali ci saranno zone d’ombra nelle quali poter prosperare indisturbati, anche nell’insospettabile Verona. Parafrasando Giovanni Falcone, che nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, scritto insieme alla giornalista francese Michelle Padovani (ed. Fabbri Editori, 1994) parlava di Sicilia, si potrebbe anche dire che il Veneto stia diventando sempre più “una terra dove, purtroppo, la struttura statale è deficitaria. La mafia ha saputo riempire il vuoto a suo modo e a suo vantaggio, ma tutto sommato ha contribuito a evitare per lungo tempo che la società … sprofondasse nel caos totale in cambio dei servizi offerti (nel proprio interesse, non c’è dubbio) ha aumentato sempre più il proprio potere. È una realtà che non si può negare. Il concetto di parassitismo va quindi rivisto, insieme con la inevitabile dicotomia tra vecchia buona mafia e presunta nuova mafia. Negli ultimi vent’anni i mafiosi, dotati di intelligenza vivace, di grande capacità lavorativa e di una notevole abilità organizzativa, dopo avere notevolmente accresciuto le loro possibilità di investimenti, sono potuti entrare direttamente nel mondo economico legale impiegandovi risorse illegali e perpetuando se stessi. E di qui la continuità dei comportamenti mafiosi e l’abitudine, … di appropriarsi del bene pubblico”. Così a pagina 133 del libro scriveva della Sicilia Giovanni Falcone, ma sembrano parole adeguate anche alla realtà odierna veneta e veronese.

Se è vero, come disse lo stesso Falcone, che la mafia “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” è anche vero che la “professionalità nella lotta alla mafia significa anche avere la consapevolezza che le indagini non possono essere monopolio di un’unica persona, ma frutto di un lavoro di gruppo. L’eccesso di personalizzazione è il pericolo maggiore delle forze antimafia, dopo la sottovalutazione dei rischi”, come anche “perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora”.

Sempre Falcone scriveva: “uno dei miei colleghi romani, nel 1980, va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: ‘Signor Coppola, che cosa è la mafia?’. Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: ‘Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…’”. Lo stesso può dirsi per altri incarichi pubblici, come la vicenda di Verona ha dimostrato e continuerà a dimostrare se l’inchiesta continuerà…

L’azione di contrasto alla criminalità mafiosa sta attraversando un periodo di transizione i cui sviluppi, ora difficilmente prevedibili, dipenderanno dalla capacita e dalla volontà di non disperdere, come purtroppo è avvenuto più di una volta nel corso dei decenni repubblicani, il patrimonio di strumenti legislativi e di professionalità degli apparati giudiziari e di polizia accumulato nei periodi “alti” della reazione istituzionale e politica ai poteri mafiosi. Se il complesso bagaglio legislativo, penitenziario, giudiziario, finanziario, amministrativo ecc., è da migliorare sicuramente, ancor di più siamo tutti chiamati a prendere coscienza che il problema si gioca sul piano educativo, della comunicazione, dell’informazione. 

Solo se si ha della mafia un’idea adeguata la si potrà affrontare efficacemente. Occorre avere una conoscenza adeguata dei fenomeni criminali e della realtà in cui essi si sono formati. Poi occorrerà operare sul piano economico, boicottando le attività illegali e contribuendo alla crescita dell’economia legale, sapendo che il mercato non è un toccasana e che occorre porre l’accento sulla socialità dell’economia o, come insegna la Chiesa Cattolica, “sull’economia sociale di mercato”. 

Sul piano politico, poi, occorrerebbe sviluppare le forme di partecipazione e di controllo da parte del popolo, praticando realmente il pluralismo dei poteri (lo “Stato diffuso”). 

Sul piano sociale, invece, bisognerebbe creare e rafforzare il tessuto della società civile, partecipando il controllo del territorio alle forme di vigilanza dal basso. 

Infine, sul piano culturale, educativo ed etico, occorre praticare un’etica comune, il diritto naturale, fondato sul rispetto delle vita dal concepimento alla morte naturale (anche il praticare l’aborto è una forma di mafiosità, in quanto si tratta della volontà di far prevalere il diritto del più forte, la mamma, sul diritto del soggetto più debole, il nascituro), sui valori irrinunciabili della libertà e della legalità, sul contrasto alla “società mafiogena” attraverso la trasparenza degli stili, delle scelte e delle iniziative quotidiane, sia interne alla persona sia esterne, sul rispetto del prossimo applicando la regola aurea del “non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi”.

La mafia si pone, rispetto al tessuto sociale del Paese, come una comunità che, al suo interno, ha sostituito alle regole del diritto quelle della sopraffazione e della violenza e che tali regole intende proiettare al di fuori di se stessa. Di fronte ad una situazione del genere, occorre promuovere prima una riflessione e poi, soprattutto, un’azione organica e continuativa contro le mafie, ma un’azione che non può fermarsi a qualche “predica” sulla legalità e nemmeno alle animazioni, alle sdrammatizzazioni o agli spazi scolastici dedicati alla creatività “antimafia” degli alunni, come non possono bastare gli articoli di giornale e i libri per lottare contro le Mafie. Valori come quello della legalità non si trasmettono con la sola buona volontà. Purtroppo cadendo il senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani, si è arrivati, progressivamente, ad una vera e propria eclissi del rispetto delle regole sociali. E questo si è ulteriormente aggravato con l’impressionante crisi della fede cattolica. Dimenticando che ogni autorità viene da Dio (e che deve essere rispettata), contrastando l’evidenza del fatto che ogni legge dovrebbe corrispondere all’ordine morale naturale, non si può legittimare l’autorità dello stato ed estendere la legalità, semmai si aumentano i frutti amari della mancanza di fede, che sono sotto gli occhi di tutti e sono veri e propri disastri: guerre, rivoluzioni, omicidi, suicidi, aborti, famiglie distrutte, governi impotenti di fronte a tanti gravi problemi, gioventù ribelle e delusa. E non da ultimo, appunto, l’aumento del potere mafioso. Gran parte degli italiani, tanto per rimanere a casa nostra, non frequenta più la Chiesa, i sacramenti, non santifica la festa. Ma questo seppellire i valori cristiani, ci rende tutti responsabili dell’abbruttimento e dell’imbarbarimento del vivere quotidiano. Bisognerebbe gridare a tutti, in primis agli atei, che è impossibile vivere senza Dio, senza osservare i comandamenti di Dio e i continui richiami della Chiesa, senza preghiera e senza credere nell’aldilà. È questo vale anche per una sana antimafia e per le politiche anti-corruzione. Un mondo miscredente non può contrastare efficacemente le mafie e la corruzione. Se non c’è un traguardo eterno della vita terrena ognuno è legittimato a vivere, a “sfruttare” al massimo la sua vita terrena (considerandosi solo un corpo che, prima o poi, diventerà “cibo per i vermi”), magari calpestando gli interessi altrui pur di far emergere e soddisfare i propri. Ciascuno faccia un serio esame di coscienza e prenda convinte e fattive decisioni per crescere nella fede e, conseguentemente, nella vita sociale e civile. Dare la colpa agli altri delle cose che non fanno, compresa “la cultura” dell’illegalità, è un segno di vigliaccheria e poca responsabilità individuale. Se ciascuno di noi diventerà più credente, automaticamente diventerà più onesto e tutto il mondo sarà migliore. Bisogna, infatti, superare la cultura individualistica e libertaria di molti mafiosi, la loro “visione etica, sociale e solidaristica” tutta particolare e “relativistica”, per prendere coscienza che anche le mafie sono “strutture sociali di peccato, frutto del Maligno”. Come tali coinvolgono non solo comportamenti devianti di singoli individui, ma regole e metodi che hanno guadagnato un carattere collettivo ed anche istituzionale. I più fondamentali rapporti umani e civili sono come stravolti dall’ingiustizia e dalla prevaricazione mafiose. I diritti elementari o sono negati o sono concessi a titolo di favore. Per scardinare questo sistema di potere, dannoso culturalmente, socialmente e politicamente, basato sulla violenza fisica ma pure su un intreccio di alleanze e collusioni con pezzi delle istituzioni e della società civile, è necessaria una denunzia del fenomeno mafioso, non solo sul piano verbale ma, ancor più, sul piano della trasparenza degli stili, delle scelte e delle iniziative quotidiane, sia interne alla persona sia esterne. Occorre imparare ad assumere nei confronti delle mafie, dei suoi capi, dei suoi complici e dei suoi fiancheggiatori, atteggiamenti degni della santa radicalità di Nostro Signore Gesù Cristo: amore per la vita, rispetto del prossimo, fraternità che deriva dall’unico Padre che è nei Cieli, rispetto reciproco che deriva dalla regola d’oro del fare agli altri ciò che vorremmo gli altri facessero a noi (o, detta diversamente, del non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi), essere segno di contraddizione, rottura e denuncia nei confronti del male, con quello spirito profetico della “sentinella”, tante volte messo chiaramente in evidenza dalle Sacre Scritture. Le organizzazioni mafiose non temono soltanto l’operato delle forze dell’ordine e della magistratura ma anche quello delle scuole, delle associazioni di volontariato, delle parrocchie, dei servizi sociali che si propongono di offrire ai ragazzi che possono essere reclutati dai mafiosi o che lo sono già stati, non solo delle opportunità di vita e di lavoro alternative a quelle criminali, ma soprattutto propongono una cultura della legalità e della solidarietà radicalmente alternativa a quella mafiosa. 

Solo così si può superare e archiviare quella forma di terrorismo (e non soltanto una mentalità distorta e un comportamento deviante) che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società che risponde al nome di MAFIA.

 

MATTEO ORLANDO

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