I diari segreti di Andreotti

 

 

Politica “alta”, internazionale e nazionale, insieme ad un caleidoscopio di personaggi e personalità leggendari: Gorbaciov, Madre Teresa, Reagan, Arafat ma anche un vero giallo, per le fotografie rubate nella piscina di Castel Gandolfo di Papa Wojtyla che strizza il costume dopo una nuotata. Questo e tanto altro ancora ti fa immergere nella storia, come in una avvincente serie televisiva che si vorrebbe non finisse mai. Sono I diari segreti di Giulio Andreotti del periodo 1979-1989, curati con rigore assoluto dai figli Serena e Stefano. La raccolta sarà in libreria a partire dal 27 agosto (Solferino Editore). Qualche anno dopo la scomparsa di Andreotti i diari sono stati ritrovati quasi per caso, migliaia di appunti annotati giorno per giorno su agende o fogli sparsi, seguendo un saggio consiglio di Leo Longanesi che poi è stato utilissimo al sette volte Presidente del Consiglio per smontare la fantacronaca del processo di Palermo, un lavoro certosino di catalogazione cronologica che solo l’infinita dedizione filiale poteva sostenere.

Ma partiamo dal giallo che irrompe con una telefonata il 13 agosto 1980 appena il Divo arriva a Merano per pochi giorni di vacanza. “La cerca urgentemente il Segretario di Stato Casaroli”. E la mattina seguente piomba in albergo, alle 8 del mattino, il sostituto Martinez Somalo perché i telefoni, allora come oggi evidentemente, non si potevano utilizzare. Foto abusivamente scattate nella piscina di Castel Gandolfo. Il cardinal Höffner ha avuto la notizia da una rivista tedesca, per un’esclusiva da 300 milioni. Il Papa era all’oscuro di tutto ma in Vaticano pensano che Andreotti, in quel momento senza incarichi di governo, fosse l’unico che potesse sistemare la questione. E fino al 23 agosto un giro di contatti con Bild, Rusconi e Rizzoli per risolvere l’affaire e organizzare una più attenta vigilanza attorno al Pontefice.

Quello che sorprende in questi diari è la capacità di Andreotti di non dare mai giudizi sulle persone anche perché, come diceva lui stesso, “non credo si possano distinguere gli esseri umani in due categorie, angeli e diavoli, siamo tutti dei medi peccatori”. E sono pagine sempre piene di ironia, come quando ricorda lo stupore di Reagan che vede ogni anno Premier italiani che poi diventano ministri e viceversa. Ed aggiunge anche una nota spiritosa: “In America quando si lascia un posto nel governo si può acquistare la poltrona governativa come souvenir, rimborsando il costo della sostituzione. Se vigesse lo stesso sistema in Italia sarebbe la pacchia per i falegnami e io avrei di che ammobiliare una sala per conferenze”.

Migliaia di incontri dai quali emerge la grande tela di rapporti internazionali che lo hanno visto in posizioni apparentemente contrapposte ma con un filo logico sempre originale e vincente. Convintamente filo-Atlantico, ma il primo ad aprire a Russia e Cina, legatissimo ad Israele ma apristrada a dar credito ad Arafat così come alla perestrojka di Gorbaciov, o aiutando Solidarność in Polonia o creando un grande rapporto con Fidel Castro. Senza mai dimenticare il suo immenso serbatoio elettorale che lo spingeva a dei tour de force in Ciociaria e a tener aperte le porte del suo studio anche al sindaco del più piccolo paese che magari incrociava nel corridoio Agnelli che gli portava Henry Kissinger. I diari sono anche zeppi di politica nazionale con mille retroscena gustosi sui Congressi della DC, con le trame casarecce di Fanfani e De Mita e sui rapporti da avversari, ma mai da nemici, con molti esponenti del Pci, da Ossicini a Macaluso passando per Enrico Berlinguer.

Ed anche, annota nel diario il 31 dicembre del 1983, un riconoscimento per Craxi: “ho conosciuto da vicino il personaggio, apprezzandone doti politiche non comuni, con una caratteristica opposta alla mia. Egli si affida all’intuizione dei problemi e devo dire che nei contatti internazionali suscita ottima impressione anche senza leggersi prima faticose documentazioni”. E si scopre che a farlo familiarizzare con Craxi, in una colazione il 12 luglio del 1983, fu il sempre dialogante Gianni Letta, protagonista della prima seconda e certamente terza Repubblica, nella sua casa alla Camilluccia. E anche nel mondo dei media televisivi osservazioni valide ancora oggi, come quando consiglia ad Arrigo Levi, morto lunedì scorso, di circoscrivere l’argomento di ogni puntata e limitare il numero degli interlocutori. “Siamo in sette per parlare della ‘crisi del sindacato’, non so se alla fine l’ascoltatore abbia le idee più chiare”.

Scorrendo i diari è proprio forse la semplicità e l’essere rimasto con piedi per terra la chiave del successo del Divo. “Giuseppi” Conte farebbe bene a leggerli per rendersi conto che mai, anche in frangenti epocali, Andreotti sentì di fare qualcosa di storico, come invece usa dire il nostro Premier anche quando magari sorseggia solo un caffè con la Merkel siglando accordi che Casalino vende come intese memorabili ma che vengono puntualmente disattese.

Luigi Bisignani, Il Tempo 26 agosto 2020

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