Una religione sinistra

QUINTA COLONNA

Fonte: Tempi

Dal ddl Zan al Black Lives Matter, è la sinistra liberal e radicale a lavorare alla ridivinizzazione della politica, cioè a invertire la distinzione introdotta dal cristianesimo fra secolare e trascendente

A lavorare alla ridivinizzazione della politica, cioè a invertire la distinzione introdotta dal cristianesimo fra secolare e trascendente, non è la cosiddetta destra sovranista, ma la cosiddetta sinistra globalista nelle sue due versioni: quella liberal-democratica e quella radicale. E chiediamo subito scusa per il ricorso allo stereotipo destra-sinistra, che da troppo tempo inquina il discorso politico e ideologizza scelte che dovrebbero essere pragmatiche. Salvini, Orban e i partiti che sostengono l’attuale governo polacco si muovono nella logica dell’Ancien Régime: cercano la legittimazione della propria autorità politica nel servizio a quella spirituale che caratterizza le radici dei loro paesi e nell’utilizzo dei simboli che la esprimono. Dalla parte dell’autorità spirituale non incontrano un riscontro unanime, e nel caso dell’Italia è evidente piuttosto un rigetto da parte della gerarchia ecclesiastica compensato solo in parte dall’adesione di una rilevante fascia di laicato.  

Il progetto di legge Zan
A divinizzare la politica, a trasformarla in religione, sono invece in tutto il mondo i liberal e i radicali di sinistra. L’ultimo esempio arriva proprio dall’Italia. Ha suscitato critiche un recente intervento radiofonico del deputato del Partito democratico Alessandro Zan che, invitato a dimostrare che la proposta di legge contro la omotransfobia che porta il suo nome non istituisce reati di opinione, se ne è venuto fuori con la frase «la libertà di pensiero non è un valore assoluto». L’espressione ha un evidente contenuto totalitario, fa venire in mente gli “psicoreati” di George Orwell in 1984: se la libertà di pensiero è relativa, ciò significa che accanto ad atti di pensiero benefici o neutri, ce ne sono altri di natura malefica, che vanno contro il bene collettivo, che mettono in pericolo la coesione sociale. Ma questo è possibile pensarlo solo da un punto di vista totalitario, che non è quello della Costituzione italiana, che all’articolo 21 promuove e tutela la libertà di manifestazione del pensiero, e all’articolo 33 la libertà dell’arte e della scienza. Certo, la Costituzione italiana proibisce la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista, ma questa non è una norma che colpisce la libertà di pensiero: è vietato riorganizzare materialmente il fascismo, non è vietato essere fascisti al livello delle idee e delle convinzioni, non esiste un reato d’opinione di fascismo (o di qualsiasi altra cosa). Questa interpretazione dell’articolo 48 della Costituzione è stata avallata da ripetute sentenze della Corte costituzionale su molti casi portati alla sua attenzione, ed è di fondamentale importanza: quando pretende di sanzionare le idee anziché i comportamenti, la legge si arroga un ruolo che spetta alla religione, e non alla politica, e con ciò si manifesta totalitaria. Il totalitarismo è la trasposizione alla realtà secolare di categorie religiose escatologiche, è la pretesa di istituire il Regno di Dio, o dello Spirito, in terra senza attendere il ritorno di Cristo. È la pretesa di strappare tutta la gramigna dal campo di Dio, senza aspettare il ritorno del padrone della messe. Il risultato, avverte il Vangelo, sarà quello di causare gravi danni all’intero raccolto, e la storia successiva alla Rivoluzione Francese (l’epoca dei totalitarismi) dimostra quanto fossero assennate le parole pronunciate da Gesù milleottocento-millenovecento anni prima.

Politica come rito di espiazione
La sanzione dei cattivi pensieri rientra nell’ambito del potere spirituale della Chiesa, non in quello del potere temporale. «Confesso che ho peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» è formula che si pronuncia, possibilmente in ginocchio, davanti a un sacerdote che ha il potere di rimettere i peccati, non si pronuncia davanti a un giudice, a un’assemblea o a un comitato centrale di partito, o davanti al tribunale dei social media, come sempre più spesso vediamo accadere nel mondo anglosassone. La politica come rito di espiazione e come attesa messianica ci tormenta sin dalla nascita del movimento comunista; dopo la denuncia dei crimini dello stalinismo si è riproposta nella forma del terzomondismo, ideologia che, pur essendo fallace come tutte le ideologie, appariva giustificabile come strumento di lotta dei popoli colonizzati in cerca di riscatto, ma è stata fatta propria soprattutto da intellettuali e organizzazioni politiche occidentali. Marxismo e terzomondismo hanno in comune una visione religiosa secolarizzata: c’è il peccato originale rappresentato in un caso dallo sfruttamento capitalistico e nell’altro dallo sfruttamento coloniale, peccato la cui colpa non è personale ma collettiva e dunque ricade su intere classi sociali e su intere nazioni; c’è la redenzione, che è il mondo liberato dal capitalismo, dal colonialismo, dal razzismo, ecc.; c’è il redentore che è insieme vittima sacrificale: il proletario in un caso, il colonizzato, il migrante, l’afroamericano, ecc. nell’altro. Il redentore soffre e muore per la redenzione dei suoi fratelli e di tutti i peccatori del mondo. I peccatori sono chiamati a riconoscere il proprio peccato, che è tale anche quando non è percepito come un atto che si è commesso di persona in quanto è strutturale (proprio come, in senso spirituale, lo è il peccato originale ebraico-cristiano), a pentirsi e a riparare la propria colpa. La riparazione consiste nell’aderire alle cause, alle mobilitazioni, alle campagne politiche che si ispirano alla Passione del redentore/vittima.

Genuflessione su un ginocchio
Oggi il terzomondismo è stato superato dall’identitarismo e dall’intersezionalità, che rappresenta la confluenza di più identità minoritarie e oppresse nello stesso individuo (un afro-americano gay disabile vale più punti di un transessuale musulmano che a sua volta merita più considerazione di una lesbica bianca), ma la visione della politica come religione secolarizzata resta intatta: c’è sempre qualcuno che deve pentirsi di essere nato in una classe, in una razza, in una certa civiltà, e deve ravvedersi con gesti simbolici e non. La genuflessione su di un solo ginocchio, nata come una forma mediata di protesta contro il razzismo negli Usa (Colin Kaepernick, il giocatore di football afroamericano che l’ha inaugurata l’ha scelta come via di mezzo fra lo stare irrispettosamente seduto sulla panca mentre suonava l’inno americano e lo stare in piedi con la mano sul cuore come facevano i suoi compagni), è diventata il gesto con cui si riconoscono le proprie colpe e ci si sottomette all’azione redentrice degli oppressi. I bianchi che lo praticano sono diventati molto più numerosi dei neri. L’appropriazione politica di un gesto eminentemente religioso non può sfuggire, ed è confermata dalle motivazioni addotte dai pochi atleti americani che non si sono conformati: “It’s about the Gospel… Jesus is the answer”, ha scritto e detto il cestista afroamericano Jonathan Isaac degli Orlando Magic per spiegare il suo rifiuto di inginocchiarsi indossando una maglietta dei Black Lives Matter al momento dell’inno a stelle e strisce, come hanno invece fatto tutti suoi compagni.

Il religioso diventa politico
Questo ci rimanda al raffronto coi sovranisti, alla diversa natura e al diverso livello di gravità dei rispettivi comportamenti nei confronti della religione: il rosario mostrato da Salvini al termine dei suoi comizi resta un rosario, l’uso strumentale che ne viene fatto non altera la natura simbolica dell’oggetto; invece la genuflessione come atto politico rappresenta una trasmutazione del religioso nel politico, una secolarizzazione del trascendente. È curioso che una virtuale maggioranza di credenti reagisca invece in modo del tutto inverso, scandalizzandosi molto di più per la strumentalizzazione del rosario che per l’assorbimento del trascendente nel secolare che la genuflessione come gesto politico significa.

 

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