Il luposordo, la gattamorta e i tartari

 

Da varie settimane, col favore delle ferie, le massime cariche dello stato sono passate alla semi-clandestinità. Pur conservando una parvenza di impegno, sono rimasti defilati dalla scena pubblica, hanno detto poco, annunciato meno, usando pantofole felpate per non far sentire i loro passi. Dopo tanto protagonismo, dopo un programma televisivo a puntate, One-man-Show di svariati mesi, in cui il presidente-presentatore Giuseppe Conte scopriva un talento al giorno (sempre se stesso) e si premiava, il Premier della Supercazzola ha pensato di sparire e manovrare sotto traccia. Ha scelto la strada di Mattarella, il ghosting o arte di dileguarsi. I due hanno composto una vecchia coppia antropologica assai nota al sud, di cui i due sono figli: il Luposordo e la Gattamorta. A Conte il ruolo di Luposordo, a Mattarella quello di Gattamorta. Al sud dicesi lupo sordo (lup surd nel lessico pugliese) una persona grigia e appartata che fa le cose a latere. L’uso della mascherina rende ancora più sordido il premier, che almeno per un breve periodo ha pensato di non figurare nel suo abituale ruolo di istrione, leader accentratore, egoarca. Giuseppe III dopo Silvio I e Matteo II. Il lupo sordo, nonostante il nome, non ha problemi uditivi, non azzanna le pecore benché feroce, è la contrazione di sordido; è uno che zitto zitto, sotto sotto, solo solo, e come diceva Totò, tomo tomo cacchio cacchio si fa gli affari suoi.

Rappresentazione speculare del luposordo a sud è la gattamorta, che ne ricalca i tratti in versione felina, a volte figura femminile, ma non solo. La gattamorta, anche lei sotto sotto, mansueta e sorridente, mosciarella mosciarella, sotto la parvenza di cerimoniose fusa e di compunta presenza in salotto, cerca di perseguire i suoi piani che solitamente sono strettamente personali e non dichiarati. La gattamorta di solito nasconde dietro l’alone cortese desideri o ambizioni indecenti. Così viviamo da giorni tra toni bassi, stile catatonico, sguardo tendente verso il pavimento, grigiore come messaggio cromatico-politico, sobrietà fino alla trasparenza e alla narcosi. Devono essere da sala di rianimazione i colloqui tra i due presidenti in questa fase. Lunghi silenzi, timidi sguardi, velate minacce, tacite intese. Occhi di luposordo che incrociano smorfie di gattamorta.

La ripartizione dei ruoli e l’analogia degli stili sarebbe una pura annotazione di costume se non fossimo alla vigilia di una situazione speciale che per taluni sarà una vera e propria catastrofe: come sarà la ripresa in un Paese che ha rimandato tutto al domani, salvo pannicelli caldi, raccomandazioni sanitarie e svagate promesse di ricostruzione. Tutto traballa e vive in apnea, tutto è sospeso e congelato, per rinviare lo show-down: la sanità e la scuola, le elezioni e le coalizioni, i flussi migratori e gli scambi con gli altri paesi, i trasporti pubblici e la ripresa della produzione, i chiarimenti tra gli alleati, le strategie, i conflitti di potere e di egemonia; e poi la tentazione di ripristinare il regime sanitario, di rimettere sotto sorveglianza il paese, in una specie di totalitarismo della salute.

Tutto balla e tutto può succedere: potremmo entrare in settembre in un modo e uscirne traumaticamente in altro modo. Stiamo tutti sulle mura della Fortezza Bastiani, a scrutare il deserto dei tartari, come il tenente Drogo del romanzo di Dino Buzzati. Ma non sappiamo bene da che parte arriveranno i tartari, con che sembianze, chi di preciso saranno. Se saranno agenti patogeni, folle rabbiose, portatori di virus, latori o vittime di sciagure, orde di fanatici o nemici venuti da lontano. Sappiamo solo che il presente governo nacque sulla paura del voto e resse sulla paura del virus. Ha campato sulla malattia e la sua profilassi, o meglio sulle restrizioni e i terrori che la malattia ha innescato nel paese. Nei libri di storia il premier resterà come Giuseppe Contagio; è la pandemia che gli ha dato i poteri e i consensi che gli mancavano in partenza, eccetto il voto parlamentare di autoconservazione. Deve accendere un cero al covid, miracolato dal virus.

Ma la gravità della situazione è al quadrato: ci troviamo al cospetto di una gigantesca transizione in cui il governo, i suoi leader, la sua alleanza sono vistosamente inadeguati e navigano a vista, senza alcun disegno se non quello di sopravvivenza personale. Ma per la stessa gravità della situazione è temerario pensare che qualcuno voglia prenderne il posto in questo momento e tirare le castagne dal fuoco, ormai carbonizzate.

Chi se la prende la croce di gestire le mancate promesse e l’assenza di piani dell’attuale governo? Chi se la prende la responsabilità di rispondere alle infinite aspettative, pubbliche e private, generali e personali, che il governo in questo sciagurato semestre ha alimentato spostando i fallimenti presenti sulle radiose speranze future? E chi sosterrebbe oggi un governo di autorevole transizione, quello che di solito si evoca col nome salvifico di Mago Draghi, facendo saltare il governo presente? Ci potrebbe mai stare una figura come lui, in un sistema così fragile, volubile e perverso di alleanze a geometria variabile e psicopatia diffusa, sapendo l’alto rischio di bruciarsi come le castagne sul fuoco? Certo, sarebbe più ragionevole il voto, ma siamo sicuri che sia proprio quello che in questo momento vogliono gli stessi possibili vincitori dell’eventuale consultazione politica? In realtà tutti aspettano la vendemmia di settembre per vedere di nascosto l’effetto che fa. Ho l’impressione che di lupisordi e gattemorte sia nutrito il panorama, non solo interno.

L’unica ardente speranza è che i lupisordi e le gattemorte presenti e future consegnino il paziente ancora vivo a coloro che verranno dopo, magari con piena e regolare legittimazione popolare.

MV, La Verità 2 settembre 2020

DA

Il luposordo, la gattamorta e i tartari

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *