E negli Usa c’è aria di guerra civile

Mai come in questa battaglia elettorale per la Casa Bianca è stato agitato da entrambe le parti lo spettro della Guerra Civile americana. Due mondi si sono contrapposti, anche nella società e nella vita privata, come mai era successo. Nessuna elezione presidenziale, nemmeno quella di Richard Nixon, insanguinata dall’assassinio di Bob Kennedy, aveva richiamato alla memoria collettiva la spaccatura più drammatica nella storia degli Stati Uniti, tra unionisti e confederali. Quella che divise nord e sud e restò come una ferita sanguinante anche negli anni a seguire.

A 150 dalla sua morte, avvenuta nell’autunno del 1870, un libro ricorda l’eroe principale dalla parte dei vinti, il leggendario generale Lee.

Il libro è scritto da una sua discendente, seppur acquisita, Blanche Lee Childe, ed è stato tradotto e ampiamente introdotto da Gaetano Marabello (Il generale Lee, L’Arco e la Corte, Bari, pp.141, 17 euro) che paragona Lee a Leonida, re di Sparta ed eroe delle Termopili. È la storia vista dalla parte dei perdenti, a cui arride “il bianco sole dei vinti”, per dirla con Dominique Venner.

Robert Edward Lee, nativo della Virginia come il fondatore dell’indipendenza americana, George Washington, guidò l’esercito confederale del sud in una serie di epiche battaglie fino alla capitolazione finale, con l’onore delle armi da parte del generale Grant. E a guerra finita non espresse rancore verso i vincitori, fu “esempio di moderazione e carità cristiana” scrive l’autrice e “incoraggiò i suoi compatrioti a sopportare virilmente la sorte”. L’esercito del sud era più povero, meno equipaggiato, in forte inferiorità numerica.

Una grossolana semplificazione manichea vede i nordisti come i combattenti nel nome del progresso, della modernità, della democrazia e i sudisti come i razzisti, reazionari, schiavisti terrieri. Per l’immaginario collettivo solo un film di successo come Via col vento, riuscì a perforare quel rigido schematismo, antefatto del politically correct, dimostrando l’umanità di quel mondo del sud, il rispetto delle tradizioni, l’intima consonanza di vita e di destino che accomunava bianchi e neri, padroni e servi, nel profondo sud confederale. Lo schiavismo era un lascito anacronistico e inaccettabile. Ma il nord degli yankee aveva colpe, chiusure, intolleranze non certo minori del sud (a parte il genocidio dei nativi americani, più cruento a nord, che perdurò anche dopo la guerra di secessione).

Il quadro era molto più complesso, la società del sud aveva un suo equilibrio e la piaga della schiavitù sarebbe stata assorbita e superata con gli anni, si sarebbe raggiunto un accordo, sostiene l’autrice, senza arrivare alla guerra civile. Ma la matrice vera del conflitto non era lo schiavismo bensì la divergenza tra federalismo e centralismo; e sul fondo la divergenza profonda tra una società fondata sulla terra, la famiglia e i legami di sangue e una più individualista imperniata sul rampante capitalismo, anche finanziario, in cui le forme arcaiche di schiavitù cedevano il passo a forme di sfruttamento più moderne, meno brutali ma più alienanti. Fu un conflitto tra la borsa e la vita: “Per il gentiluomo dei climi caldi nulla valeva quanto una spensierata esistenza all’aria aperta… anche i meridionali più poveri preferivano una vita relativamente “oziosa” a quella del banchiere e del businessman rinserrati in quattro mura a far la guerra ai concorrenti”. Nell’immagine un po’ oleografica di quel mondo e di quella contrapposizione c’è però un nucleo di verità.

Sullo sfondo c’è una duplice epopea: quella dei vinti, i vinti di tutti i tempi, e quella del sud, di tutti i sud del mondo. Ma c’è un nesso vivente tra i sud dei due mondi, quello statunitense e quello nostrano. È un nesso di cui questo libro non parla, è noto solo a ristretti ambienti di nostalgici borbonici. È la storia di quei soldati borbonici che dopo aver perso la loro guerra in Italia contro i piemontesi, andarono a combattere con i confederali contro i nordisti, a fianco del generale Lee, e un italiano fu sepolto accanto a lui a Lexington (si trattava di un ligure dal cognome speciale, Giovan Battista Garibaldi). I soldati borbonici, circa 1800, partirono da Napoli con il consenso di Garibaldi che si voleva disfare di sbandati e prigionieri, e dettero vita al Battaglione Dragoni di Borbone. Nella battaglia di Appomatox dei Mille del generale Lee si salvarono solo in 18, tra cui il siciliano Salvatore Ferri. Fu un eroe dei due mondi a rovescio, partì dal sud d’Italia dove militava nel regio esercito borbonico per andare a combattere per un altro sud in Louisiana. Veniva da Licata e partecipò con i suoi “conterronei” alla vittoriosa battaglia di Winchester in Virginia, col mitico generale Jackson. Poi la confederazione sudista cedette all’unione nordista. E come lui tanti altri, i fratelli Russo per esempio, tanti altri militari borbonici.

Ah, se ci fosse un Via col vento terrone che raccontasse l’epica eroica e romantica di quei militi borbonici che sconfitti in Italia, per non subire la deportazione nei lager di Fenestrelle e altre umiliazioni, s’imbarcarono sulla nave Elisabeth o su altre navi, sbarcarono a New Orleans e si arruolarono nell’esercito sudista come VI reggimento; italian guards, combattendo valorosamente. Militi ignoti, eroi sconosciuti, scrivevo in Ritorno a sud, di quella duplice epopea sepolta due volte, negli States e nell’Italia sabauda. Furono tra i primi emigrati partiti dal sud a unità d’Italia appena realizzata che andarono a difendere un altro sud. Non cercarono fortuna ma onore. Passarono da una causa perdente a un’altra. Ma ai vincitori si addice il sorriso della storia, ai vinti la carezza degli dei. Sapremo chi dei due tra Trump e Biden sarà il generale Grant. Più difficile sarà ritrovare nel vinto qualcosa del generale Lee.

MV, La Verità 4 novembre 2020

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