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Negazionismo o libertà di pensiero? Il rischio dell’omologazione al Pensiero Unico

DI GIANFRANCO AMATO E DANIELE TRABUCCO

L’editoriale di Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita, e Daniele Trabucco, docente di diritto costituzionale

Ai vari effetti nefasti determinati dall’emergenza Covid-19, in campo sanitario, economico e politico, se ne è aggiunto uno di cui non si sentiva proprio la mancanza. Si tratta dell’utilizzo del concetto di “negazionismo” secondo la modalità che i tedeschi definiscono “Totschlagargumente”, ossia un artificio retorico che tenta in un colpo solo di liquidare moralmente l’avversario in modo da eludere le sue argomentazioni. Il fine è quello di evitare ad ogni costo un confronto onesto e razionale sulle idee, bollando chi osa levare la propria voce controcorrente, con una serie di epiteti come «fascista», «razzista», «omofobo» e, appunto, «negazionista».

Quest’ultimo termine ha ormai una storia pluridecennale. Coniato negli anni Ottanta per definire personaggi come David Irving, Robert Faurisson o Carlo Mattogno, secondo i quali nei lager nazisti non sarebbero esistite camere a gas né sarebbe avvenuto alcuno sterminio sistematico di ebrei e altri prigionieri, in seguito è stato esteso a sempre più ambiti, diventando una vera e propria arma ideologica nelle culture wars del XXI secolo. Lo schema tipico è quello della cosiddetta “reductio ad Hitlerum”, per cui si utilizza in modo implicito o esplicito il paragone con il negazionismo della Shoah, su qualunque tema e tramite una catena di false equivalenze si accelera il processo della cosiddetta Legge di Godwin, per cui, in men che non si dica, il negazionista – poco importa riguardo a cosa – finisce per diventare un nazista. Fino ad arrivare alla patologizzazione dei discorsi sgraditi al Potere e la psichiatrizzazione del dissidente: se qualcuno non è d’accordo, per esempio, con quanto sostiene il governo o la scienza, allora “nega la realtà” e quindi si auto relega nella categoria dei folli, dei dementi, con i quali, com’è noto, non si può ragionare. Questo sta accadendo con i cosiddetti “negazionisti” rispetto alla pandemia Covid-19.

Ora, vediamo che effetti può avere dal punto di vista giuridico un simile processo. Cominciamo col premettere che l’attuale emergenza sanitaria e le connesse misure di contenimento restrittive hanno portato ad un clima di crescente malessere e tensione non solo tra i cittadini, ma anche all’interno delle categorie economiche e produttive del Paese. Purtroppo, in alcuni casi, si è addirittura arrivati a forme di violenza che vanno sempre e comunque condannate. Tuttavia, non tutti ritengono che quanto venga quotidianamente riportato dalle autorità e dai media corrisponda al vero, giungendo non a negare, come in modo volutamente semplicistico si ritiene, ma piuttosto a mettere in discussione la “narrazione” ufficiale della pandemia.

Ciò premesso, si possono fare due brevi osservazioni.

1) Il concetto di “negazionismo” è linguisticamente errato per quanto riguarda l’attuale emergenza sanitaria. Tale concetto, infatti, presuppone una lettura univoca dei dati dell’epidemia, con la conseguenza che l’unica verità scientificamente attendibile sia quella proveniente dalla stampa e dalle istituzioni, le quali, peraltro, a volte si contraddicono pure (si vedano le dichiarazioni del commissario Domenico Arcuri sulla pressione nelle terapie intensive). La scienza, però, come insegnava Karl Popper, è sottoposta al principio della falsificabilità e, come tale, non può ammettere una sola chiave interpretativa. Questo non significa negare il virus, né purtroppo i decessi, ma semplicemente leggere in modo diverso i fatti – ad esempio il calcolo dei positivi – o avere, su alcune misure di contenimento, legittime perplessità, sia per quanto riguarda la loro effettiva utilità, sia per ciò che concerne la loro efficacia. Del resto, lo spettacolo da baruffe chiozzotte che quotidianamente offrono all’opinione pubblica disorientata i vari infettivologi, virologi e microbiologi in disaccordo tra di loro, lo dimostra in modo inequivocabile.

2) Quand’anche si arrivasse ad un vero e proprio negazionismo, quale conseguenza di un “dubbio iperbolico” di cartesiana memoria, questo sarebbe comunque compreso nella sfera di tutela dell’art. 21 della Costituzione repubblicana vigente il quale prevede il diritto di libertà di manifestazione del pensiero con lo scritto, la parola ed ogni altro mezzo di diffusione. Solo se si dovesse perfezionare il reato di istigazione a delinquere, previsto dall’art.414 del Codice penale italiano, o il reato di istigazione a disobbedire a leggi di ordine pubblico, di cui all’art. 415 dello stesso codice, si potrebbe rinvenire una condotta penalmente rilevante. In questo ultimo caso, peraltro, si dovrebbe comunque dimostrare il dolo generico, ossia la coscienza e la volontà del soggetto agente di porre in essere l’atto istigatorio, mentre nel primo caso (istigazione a delinquere ex art. 414 c.p.), si dovrebbe comunque provare che, per il suo contenuto intrinseco, per la condizione personale dell’autore e per le circostanze di fatto in cui si esplica, l’istigazione sia effettivamente idonea a determinare il rischio concreto della commissione di altri reati.

Occorre stare molto attenti, perché l’utilizzo del negazionismo come “Totschlagargumente” finisce per impedire e violare il diritto alla libertà di opinione sancito e tutelato dall’art. 21 della Costituzione. Ma c’è un pericolo ancora più grave. È quello di utilizzare il procedimento della “Reductio ad Hitlerum” per silenziare il dissenso e omologare tutti al Pensiero Unico imposto dal Potere. Il noto disegnatore satirico spagnolo Andrés Rábago García ha reso efficacemente tale rischio in una sua vignetta pubblicata dal quotidiano “El País”, in cui si rappresenta un uomo dall’aria scanzonata che afferma: «Yo digo a todo que sí, para que no me llamen negacionista» (dico di sì a tutto, per evitare che mi chiamino negazionista). A volte davvero un’immagine rende più di mille parole. Potenza della satira.

Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita
Daniele Trabucco, docente di diritto costituzionale

 

 

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