LA STORIA NON CI HA INSEGNATO NIENTE: UNA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE APPARENTE É DIETRO L’ANGOLO

 

Il sistema parlamentare italiano è di tipo bicamerale perfetto, ossia Camera dei deputati e Senato della Repubblica – seppur con differenti composizioni, il maggior ruolo del Presidente del Senato e alcune differenze procedurali dettate dai rispettivi regolamenti – svolgono la medesima funzione: entrambi devono approvare un testo nella stessa formulazione.

Prima la riforma costituzionale di Berlusconi e poi quella di Renzi hanno cercato di modificarne sensibilmente l’assetto ma la bocciatura in sede referendaria ne ha impedito l’entrata in vigore.

Da anni questo modello istituzionale è illegittimamente picconato ma quello che sta avvenendo in questi mesi e, ancora di più, in questi ultimi giorni fa inorridire anche il più ciuccio dei giuristi.

Oramai, in totale contrasto con la Costituzione e con i regolamenti parlamentari (anch’essi di rilievo costituzionale), si è passati da una Repubblica bicamerale perfetta ad una monocamerale a gestione governativa.

L’apposizione costante della questione di fiducia su articolati incomprensibili in forma di maxi-emendamenti taglia la lingua e impedisce qualsiasi iniziativa a parlamentari e gruppi parlamentari, di opposizione e maggioranza, violando, altresì, le più elementari regole della tecnica legislativa e aprendo la stura, quindi, a disposizioni incomprensibili.

Un poco di ordine per capire meglio.

La questione di fiducia viene richiesta dal Governo (tramite il Ministro per i rapporti con il Parlamento) per ridurre al massino i tempi di approvazione di una legge o di un disegno di legge di conversione di un decreto legge, considerati di prioritaria importanza per l’azione dell’Esecutivo. Siffatta richiesta determina la decadenza di tutti gli emendamenti ed i subemendamenti sino a quel momento presentati, esprimendosi, di conseguenza, l’Assemblea sul testo redatto dalla Commissione competente o proveniente dall’altro ramo; la sua mancata approvazione genera le dimissioni del Governo (al pari del voto di una mozione di sfiducia o di una mozione di fiducia che non ha raggiunto la maggioranza). È ovvio che questo mezzo è adoperato da qualsiasi Governo come grimaldello, o se preferite minaccia, per far votare a favore tutti i parlamentari che lo sostengono. L’attività del parlamentare consiste proprio nella ricerca del miglioramento dell’atto normativo per il tramite di emendamenti, subemendamenti e ordini del giorno: impedire i primi due significa menomare l’essenza primigenia della funzione legislativa assembleare, quasi del tutto illegittimamente assorbita da quella governativa. La questione di fiducia, prevista dai regolamenti parlamentari, è un’arma potente che andrebbe adoperata in maniera accorta e accurata, rischiando essa di cancellare dalla cartina geografica istituzionale le competenze della Camera e del Senato, rimanendo così lettera morta gli artt. 70-82 della Carta. La stessa Consulta – con l’ordinanza n. 17 del 2019 –  ha facoltizzato i singoli deputati e senatori ed i loro gruppi di appartenenza ad adirla in presenza di “sostanziali negazioni” o di “evidenti menomazioni”.

Non finisce qui. Il Governo oramai è solito, prima di presentare la questione di fiducia, riformulare il disegno di legge di bilancio o i disegni di legge di conversione dei decreti legge in un unico articolato, inglobante il testo originario con tutte le eventuali modifiche apportate dalle commissioni competenti o dall’altro ramo del Parlamento (se già coinvolto). Questa riformulazione forgia una normativa estremamente complessa e di difficile lettura anche per gli esperti del settore, formata prevalentemente da pochi articoli (se non da uno solo) parcellizzati in commi base e aggiuntivi (bister, etc), oltre che in lettere suddivise a loro volta in numeri (senza contare i continui richiami ad altre norme).

Alla grossolana violazione della Costituzione dovuta alle continue, anzi ossessive richieste di fiducia ad opera del Governo, si somma l’altrettanta lesione costituzionale cagionata dalla inintelligibilità delle disposizioni, la cui comprensione necessita non solo di una laurea in giurisprudenza, ma anche di un diploma di specializzazione e, persino, di un dottorato di ricerca. Pochi giorni or sono, in sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto legge c.d. “Ristori quater“, il Governo ha annunciato la questione di fiducia su un provvedimento che aveva alcune sue non irrilevanti porzioni (poi espunte) dichiarate improponibili dal Presidente del Senato Casellati per estraneità con il decreto legge, mentre il relatore di maggioranza chiedeva la sospensione della seduta non riuscendo più a “raccapezzarsi” su quanto scritto.

In questi giorni si è giunti alla apoteosi: un qualsiasi studente universitario sarebbe bocciato per molto meno!

La legge di bilancio (ex legge finanziaria ed ex legge di stabilità), architrave dell’ordinamento giuridico italiano, ha un iter complesso il cui inizio parlamentare dovrebbe, di norma, incominciare il 20 ottobre con il deposito, per volontà del Governo, dell’apposito disegno di legge; il “Conte bis” lo ha presentato il 20 novembre e, solo a ridosso del Natale, ne è iniziata alla Camera dei deputati la “discussione” (nella accezione eufemistica del termine), chiusa con un voto di fiducia su un testo costituito da pochi articoli di cui uno dotato di 1.150 commi, testo poi approvato in via definitiva, dopo un passaggio fugace quanto risibile in Commissione bilancio, dall’Aula del Senato lo scorso 30 dicembre, ossia due giorni prima che scattasse (il 1° gennaio 2021) l’esercizio provvisorio del bilancio ex art. 81, comma 4, Cost., ossia prima che  fosse sparato il colpo di grazia all’Italia.

Non è trascorso un battito d’ali dalla sua pubblicazione che il Governo ha già avvertito la necessità di varare un nuovo provvedimento d’urgenza volto alla correzione di alcune norme che, già al momento della votazione, erano risultate viziate da errori, imprecisioni, inesattezze, se non, addirittura, lambite dal sospetto dell’assenza della necessaria copertura prevista dall’art. 81, comma 3, Cost.

Mi corre l’obbligo evidenziare che, mentre in fretta e furia approvava la legge di bilancio, nelle stesse ore il Senato convertiva, sempre con le stesse modalità e nella imminenza della scadenza del prossimo 9 gennaio, anche il decreto legge sulle misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria e per il rinnovo degli organi elettivi delle regioni a statuto ordinario.

Dalla democrazia parlamentare stiamo passando ad un ordinamento “esecutivicentrico” in cui, però, non tutti i Ministri posseggono una autentica pari dignità ordinamentale, visto che soltanto un manipolo di costoro, insieme al Presidente del Consiglio, ordina, comanda e dispone, tesse e disfa a proprio piacimento, accompagnato dal dubbio – almeno una sua parte – di ricoprire le vesti di semplici portavoce di organismi che sconfinano sfacciatamente dalle frontiere costituzionali ed amministrative.

Qualcuno, in conclusione, potrebbe affermare che si sia intrapreso il cammino verso una forma di Stato autoritario, dittatoriale o totalitario (convincimento che potrebbe risultare rafforzato dalla visione dell’ordinanza del Tar Lazio, sez. I, n. 4768 del 4 dicembre 2020 e di quella del Tribunale civile di Roma, sez. VI, n. 45986/2020 del 16 dicembre 2020), anche se probabilmente sarebbe più opportuno coniare una nuova dicitura, una nuova categoria, creazione sollecitata dal mosaico che ci stanno proponendo (o propinando?): uno Stato orwelliano con venature teocratiche, laddove è la “scienza” a fungere da opprimente religione laica.

prof. Fabrizio Giulimondi

DA

http://www.statiunitiditalia.it/la-storia-non-ci-ha-insegnato-niente-una-democrazia-parlamentare-apparente-e-dietro-langolo/

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