Salvare l’economia dal Covid? Con un reddito di emergenza. Studio Cambridge…

Salvare le economie? Servono risposte immediate, difesa dei più fragili e senso di comunità. Lo spiega uno studio sul Cambridge University Press. Un reddito…

di Antonio Amorosi

Come salvare l’economia dal Covid che in Occidente quasi nessuno riesce a gestire? Ce lo spiega uno studio pubblicato il 23 dicembre scorso dai ricercatori Jurgen De Wispelaere, lettone, e Leticia Morales, cilena, sul Cambridge University Press, una delle case editrici universitarie più prestigiose al mondo.

I due sostengono che pagare a ciascun residente un importo in contanti, mensilmente e per la durata della crisi servirebbe a proteggere le persone, l’economia oltre alla Sanità, visti gli effetti che le chiusure delle attività procureranno sulle risorse disponibili degli Stati. I due studiosi suggeriscono 3 ragioni per cui la proposta di un reddito di emergenza di base è particolarmente adatta a svolgere un ruolo importante come risposta alla crisi pandemica.

Per contrastare la crisi procuratasi servono risposte immediate, la difesa della popolazione più fragile e promuove un senso di solidarietà dentro le comunità.

Tre aspetti messi a repentaglio durante il Covid e che un reddito di emergenza di base sarebbe capace di alleviare. Aggiungendo che lo strumento dovrebbe essere reso funzionale in modo permanente ogni volta dai governanti e dagli Stati che ci sono crisi simili.

“Oltre a mettere a dura prova i sistemi sanitari in tutto il mondo, si prevede che la pandemia COVID-19 causerà una crisi economica e sociale globale di dimensioni senza precedenti”, spiegano i due studiosi. Come sappiamo le misure di blocco hanno un grave costo economico e sociale. “La Banca Mondiale si aspetta che il PIL mondiale nel 2020 si ridurrà del 5,2%, il che equivale alla più grande recessione dal 1945”. La risposta politica alla pandemia ha già causato una riduzione del tempo di lavoro e di massicci licenziamenti, con le perdite di lavoro: “17,3% delle ore totali stimate nel secondo trimestre del 2020 pari a 495 milioni di posti di lavoro a tempo pieno”.

Per De Wispelaere e Morales è sbagliato contrapporre salute ad economia. E gli Stati dovrebbero capirlo investendo nelle persone. Una cattiva gestione della salute contribuisce ad una cattiva situazione economia e viceversa. “Ne consegue che una risposta adeguata alla pandemia COVID-19 deve includere misure forti”, altrimenti non funzionano.

La Banca Mondiale stima che, dall’inizio della pandemia, 190 paesi abbiano ampliato o istituito misure di protezione sociale specifiche per la pandemia per un totale di mezzo trilione di dollari a livello globale, con programmi di trasferimento di denaro a breve termine che rappresentano la metà degli interventi. Ma nonostante questi sforzi drammatici, molti, specialmente i più vulnerabili, emarginati e svantaggiati nella società, si ritrovano a lottare per sbarcare il lunario ogni giorno. La capacità delle nostre società di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà senza collassi rappresenta il termometro per capire la salute di una comunità.

Il reddito di base di emergenza (EBI), dovrebbe funzionare pagando a ciascun residente un importo in contanti, mensile e senza vincoli per la durata della crisi pandemica. L’unico obbligo potrebbe essere quello di rispettare le misure di blocco imposte per combattere la pandemia. “L’EBI viene inoltre erogato indipendentemente da altre fonti di reddito o risparmio, sebbene alcune varianti includano un test di ricchezza con un punto limite per i lavoratori ad alto reddito”.

I programmi EBI possono variare in termini di durata e di coinvolgimento degli Stati. Le versioni più rigorose vogliono coprire solo il periodo di blocco immediato, diciamo 3 mesi, e si esauriscono non appena tali misure entreranno in una fase di graduale rilassamento. Schemi più generosi potrebbero invece tenere conto del fatto che la riapertura dell’economia richiederà molto più tempo (dopotutto, le restrizioni di blocco dovrebbero essere gradualmente eliminate con molta attenzione nel corso di diversi mesi, monitorando continuamente l’impatto sui tassi di infezione) durante il quale il supporto resta vitale, proponendo una durata dell’EBI di 6 mesi. Schemi ancora più generosi potrebbero prevedere il pagamento di un EBI per l’intera durata della depressione economica derivante dalla pandemia, che potrebbe ammontare a diversi anni di sostegno. Per evitare un fardello burocratico di verifiche, che non assolve alla richiesta di rapidità negli aiuti, il reddito dovrebbe essere diffuso a tutti, senza distinzioni economiche. Ma per ovvie ragioni, è più probabile che gli schemi più brevi siano politicamente appetibili. In termini di fattibilità politica, la strategia migliore è quella di sostenere un EBI a breve termine in primo luogo e cercare di estenderlo per un periodo più lungo una volta che è già in atto, adottandolo in caso di nuove ondate pandemiche.

La contro argomentazione, spiegano gli stessi studiosi, è di solito quella del costo finanziario troppo alto che si dovrà sostenere per emettere un reddito di base di emergenza, cioè è troppo costoso per essere fattibile. Ma la mancata adozione potrebbe procurare danni peggiori, profondi e sul lungo termine.

Il Covid ci pone di fronte ad una sfida etica: “il virus potenzialmente colpisce tutti noi, anche se non allo stesso modo, e combattere il virus richiede uno sforzo collettivo”. Col tempo poi i governi potrebbero rientrare delle erogazioni alle persone.

“In poche parole”, spiegano i due studiosi, “l’idea sarebbe che il governo legiferasse per un’imposta di solidarietà progressiva temporanea da applicare tra un anno o due, consentendo all’economia di riprendersi un po ‘prima di aggiungere un’imposta sui guadagni degli individui”.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/coronavirus/salvare-l-economia-dal-covid-con-un-reddito-di-emergenza-studio-cambridge-713872.html?refresh_cens

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