Tre persone condannate a morte per “commenti su Maometto”

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

DI LEONARDO MOTTA

 

Condannate a morte tre persone per “commenti contro Maometto”

 

Il canale televisivo Dunya Tv ha riferito che venerdì 8 gennaio un tribunale antiterrorismo in Pakistan ha condannato a morte tre persone accusate di aver bestemmiato su Internet, attraverso un social network, contro la figura di Maometto.

I cristiani Abdul Wahid, Rana Noman e Nasir Ahmed, questi i loro nomi, avrebbero pubblicato contenuti offensivi e inappropriati secondo lo stato pakistano e, pertanto sono stati identificati come responsabili di questi atti blasfemi.

È stata notificata nei giorni scorsi anche la condanna per blasfemia ad un insegnante pakistano, il quale, dopo aver reso espresso sue opinioni in una delle sue classi, è stato condannato a 10 anni di carcere e ad una multa di 100 mila rupie pakistane.

Tutti questi condannati hanno ancora la possibilità di fare appello o chiedere clemenza al presidente, Arif Alvi. Tuttavia, in Pakistan, è davvero difficile difendersi dopo aver ricevuto accuse di “blasfemia”, poiché generano molto scandalo e sono costantemente causa reazioni violente da parte delle folle islamiche, che arrivano anche a compiere omicidi.

Tra i misfatti di questa legge sulla blasfemia va senz’altro annoverato il calvario toccato ad Asia Bibi – il cui vero nome è in realtà Aasiya Noreen –, la donna cristiana incarcerata dopo essere stata falsamente accusata nel 2009 di aver oltraggiato il profeta Maometto. Solo nel 2018 è stata assolta dall’accusa di blasfemia ma ha dovuto ugualmente lasciare il paese per timore di ritorsioni.

Tra gli “usi e costumi” consolidati in Pakistan, ne spicca uno in particolare che riguarda le minoranze religiose: quello delle ragazze minorenni costrette a contrarre matrimonio con uomini musulmani e a convertirsi all’Islam. Nonostante in Pakistan i sequestri di persona siano punibili anche con la pena di morte e i matrimoni contratti con i minori di 18 anni siano considerati illegali, rapimenti e matrimoni coatti non diminuiscono. Il presidente del National Christian Party, Shabbir Shafqat, più volte ha spiegato che “In Pakistan la conversione forzata è diventata uno strumento per perseguitare i cristiani e le minoranze”. Un recente tentativo di introdurre il “Protection of Rights of Minorities Bill 2020”, presentato dal membro della Lega Musulmana del Pakistan senatore Javed Abbasi, è stata respinta dalla Commissione per gli affari religiosi del Senato locale. In base a quanto sostiene il cristiano pakistano Aftab Alexander Mughal, direttore della rivista “Minority concern”, neanche l’impegno del Primo Ministro Imran Khan riesce a impedire le discriminazioni contro le minoranze religiose che si manifestano con attacchi presso i luoghi di culto o con false accuse di blasfemia.

Una lettura interessante per comprendere il Pakistan può essere quella della blogger cattolica pakistana Zarish Imelda Neno, presidente del Jeremiah Education Centre, un centro educativo-assistenziale fondato a Faisalabad, in Pakistan, che assiste i bambini cristiani poveri e le loro famiglie.

La Neno, sposata con un italiano, ha studiato Economia in Pakistan, Business a Londra e Scienze Religiose a Roma. Dal 2019 vive in Italia e, da noi, ha maturato l’idea di scrivere il libro “Una piccola matita. Vita di una donna cristiana in Pakistan”, pubblicato dalla casa editrice Berica nella collana “chestertoniana” Uomo Vivo (Vicenza 2020, pp. 92, € 14).

La Neno vi descrive le difficili condizioni di vita dei cristiani pakistani e, in particolare, delle donne soggette alla condizione islamica di minorità. Nella Repubblica Islamica del Pakistan i cristiani (sia cattolici sia protestanti) rappresentano appena l’1,6% della popolazione e, la discriminazione, è forte nei loro confronti, e sotto molteplici aspetti, a cominciare dai casi conversione forzata all’Islam.

«Dio non ha promesso che le nostre vite quotidiane sarebbero state facili, ma che sarebbe stato con noi e non ci avrebbe mai lasciati, quello sì! Mi dà così tanto conforto sapere che non sarò mai sola! E questa certezza è anche la forza di tutti gli altri cristiani che vivono in Pakistan e che, nonostante la loro condizione di estrema povertà, sono pronti a dare la vita per Cristo, perché sanno che Dio è sempre con loro», ha ricordato Zarish Neno nel suo libro.

Una Risposta

  • Purtroppo il Pakistan è uno di quei Paesi dove l’evasione fiscale è mostruosa,come alcuni Paesi europei,soltanto che qui non c’è l’Unione Europea.Si calcola che,addirittura,anche meno dell’1% su centottantamilioni di cittadini del Pakistan pagano le tasse sul reddito. Se prima non vengono risolti questi problemi,le disparità economiche e sociali rimarranno quelle che sono,anche per i cristiani,che sono una minoranza etnica in quel Paese e che almeno sono davvero cristiani. Il paradosso è che questa situazione evasionista è figlia della Rivoluzione Francese,anche per un Paese come il Pakistan…di cui,tra le altre cose,un importantissimo intellettuale come Iqbal affermava che la separazione tra Stato e Chiesa in Europa portò alle guerre mondiali.

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