Serve senso dello Stato

di Matteo Castagna
 
Viviamo un momento politico non ordinario. Stiamo uscendo da una guerra non convenzionale contro il virus, che ha enormi ripercussioni di natura economica, politica e sociale. 
L’isteria può essere figlia della paura e dell’instabilità. In Italia, molti tendono ad un approccio manicheo, con l’aggravante momentanea dell’isteria, nei confronti della politica. Quindi se fino a ieri vi erano le tifoserie giallofucsia contro quelle dell’opposizione, prima c’erano quelle sovraniste contro quelle globaliste, prima ancora il centrodestra contro il centrosinistra, fino ad arrivare allo scontro fascisti e antifascisti, unico ad aleggiare sempre e comunque, non si capisce bene perché. Oggi, il terreno di scontro è tra chi sostiene Draghi e chi lo attacca. 
Il punto fondamentale è che vi sono dei momenti storici in cui, anche in Italia, occorre avere senso dello Stato, comprendere le circostanze e capire che la politica non può essere sempre come un derby di calcio. Il retto discernimento, il realismo e il pragmatismo sono le tre caratteristiche principali, che sembrano essere dimenticate, prevalendo una concezione novecentesca, quindi uno spirito ideologico che andrebbe tralasciato tanto quanto la bolsa e continua retorica fascismo-antifascismo, in nome del bene comune.
 
Viviamo un’epoca post-ideologica, ma per troppi sembra non essere così. Schemi e categorie del passato continuano ad essere utilizzati come clave. Ma siamo nel ventunesimo secolo ed è in pieno svolgimento uno stravolgimento epocale che va dalla dimensione antropologica a quella spirituale fino ad arrivare a quella socio-culturale ed economica. Può risultare utile osservare la realtà, senza pregiudizi o pregiudiziali perché i mutamenti in corso sono così veloci e imprevedibili da far rischiare di prendere cantonate colossali. Questo non significa affatto dimenticare o far finta che ciascuno abbia una sua storia, una sua collocazione ed una determinata formazione. A maggior ragione, dato il periodo non ordinario, va tenuto presente tutto, e tutto va contestualizzato. 
 
A tal proposito il pensiero, accantonato perché troppo scomodo, di Carlo Francesco D’Agostino può trovare una concreta attualizzazione anche al momento presente. Egli non approvava l’impegno di coloro che assegnavano ed assegnano alla politica un fine puramente negativo, di opposizione. Egli disprezzava il bastian contrario per partito preso. Dichiarava di essere un anti “anti”. L’anticomunismo, ad esempio – sosteneva – non può di per sé, rappresentare il fine dell’azione politica, pur essendo il comunismo l’ideologia da combattere perché “intrinsecamente perversa”, come l’aveva definita la Chiesa. Dunque egli era sì “anti”, ma nel senso che la positività è la condizione dell’opposizione alla negatività, non viceversa. Poiché la politica non è solo pensiero ma è sempre pensiero che si fa prassi, è chiaro che in questo settore vengono evidenziate immediatamente le difficoltà, le contraddizioni, le aporie. Torna, perciò, d’attualità, la domanda di Sant’Agostino nel De Civitate Dei, 4,4: “Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?” (“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”). Siamo così pregni di liberalismo che, forse, non ci accorgiamo che un governo va giudicato nella bontà o meno del suo operato, non prima e “a rimorchio” delle passioni, dei capricci, degli interessi di coloro che, individualmente o in forma associata, riescono a esercitare “pressioni” idonee a imporre il proprio volere. 
 
Pio XII nel Radiomessaggio “Benignitas et humanitas” del 24/12/1944 disse che “lo Stato è e deve essere, in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo”. Perciò vi è un’esigenza unificatrice sostanziale di tendere al bene comune, aiutando ciascuno a conseguirlo. D’Agostino vede il bene comune nelle “provvide prescrizioni del Diritto Naturale” classico. Per preservarlo, nella drammaticità del periodo che viviamo, il sano pragmatismo è costituito da un governo che sappia fare da diga alle istanze sovversive del globalismo, mitigandolo, in particolar modo, per poter uscire dalla pandemia in maniera dignitosa, garantendo il lavoro e i più deboli, l’impresa e la proprietà privata, la sussidiarietà e lo sviluppo. Questo significa avere senso di responsabilità e senso dello Stato perché fare opposizione a priori a Draghi, potrebbe sembrare più un “Aventino di bottega” che una reale scelta patriottica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *