Un consiglio cattolico al premier Mario Draghi

 

di Matteo Castagna

 
“Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti” – sosteneva Gilbert Keith Chesterton.
 
La proprietà privata è importante, così come il principio di sussidiarietà, che rende equa una società sbilanciata tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Soprattutto in questo periodo di crisi economica, dovuta alla pandemia ed alla rimodulazione dell’economia globale, la dottrina sociale della Chiesa può costituire il principio cardine di chi ha costruito la sua formazione in un collegio gesuita. Il “principio di sussidiarietà” è un principio antropologico che esprime una concezione globale dell’uomo e della società, in virtù del quale è la persona umana ad essere fulcro dell’ordinamento giuridico, intesa sia come individuo sia come legame relazionale; altresì viene intesa in senso politico come solidarietà tra le comunità e interazione tra i poteri.
 
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. (…) Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principii”. Sono parole del Prof. Mario Draghi allo scorso Meeting di Rimini. Sull’Osservatore Romano del 9 luglio del 2009, titolo: “Non c’è vero sviluppo senza etica”, Draghi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia, paragona il pensiero economico alle varie Encicliche ed esprime giudizi importanti sul pensiero economico contemporaneo: “Negli ultimi decenni l’espulsione dell’etica dal campo d’indagine della scienza economica è stata messa in discussione, perché ha generato un modello incapace di dar conto compiutamente degli atti umani in ambito economico e di spiegare l’esistenza delle istituzioni rilevanti per il mercato solo come risultato della mera interazione di agenti razionali ed egoisti. È una critica avanzata fra gli altri da Amartya Sen, che analizza gli effetti delle considerazioni di natura etica sui comportamenti economici, e da Akerlof, che sottolinea l’importanza delle valutazioni di equità nella determinazione dei salari”.Uno sviluppo di lungo periodo – scrive a conclusione del suo contributo sull’Osservatore – non è possibile senza l’etica”. 

Già San Tommaso d’Aquino aveva individuato nella Proprietà una sua natura personale per quanto riguarda l’Acquisto, e, di contro, una sua natura comune per quanto riguarda l’Uso: “La legge ha come suo fine primo e fondamentale il dirigere al bene comune. Ora ordinare qualcosa in vista del bene comune è proprio dell’intera collettività o di chi fa le veci dell’intera collettività. Stabilire le leggi appartiene dunque all’intera collettività o alla persona pubblica che ha cura dell’intera collettività, giacché in tutte le cose può dirigere verso il fine solo colui al quale il fine stesso appartiene”. Se si riconosce che il Diritto di Proprietà è funzionale al benessere tanto del singolo quanto della società, si devono riconoscere come legittime sia le limitazioni a questo diritto per finalità sociali, sia la costituzione di proprietà collettive per le stesse finalità. 
 
Nella società moderna le gerarchie sociali non sono certamente basate sulla meritocrazia o sulle effettive capacità individuali, ma sull’arrivismo e su tutte le sue nefaste implicazioni; tutta l’economia odierna è quindi “drogata” da tali effetti, i quali alterano la provvidenziale “mano invisibile”, tanto cara ad Adam Smith. Chiaramente questo processo condizionato si ripercuote dall’economia in tutto il sistema sociale. Solo eliminando il concentramento della proprietà in poche mani (Oligarchie) sarebbe possibile completare lo sviluppo definitivo del Capitalismo; il sistema giuridico esistente (per non parlare di quello economico in mano a poche Corporation) mira invece a isolare il potere di proprietà, e quindi la possibilità di estendere a tutti il Diritto d’Impresa.  “La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono” (George Bernard Shaw).
 
La vera libertà comporta rispettare il Principio di Responsabilità Individuale, perché solo in una condizione di libertà l’individuo ha l’opportunità (ma anche l’onere) della scelta. “La libertà non è figlia, ma madre dell’ordine” (Pierre-Joseph Proudhon). Solo in un sistema veramente libero e realmente concorrenziale, il mercato riuscirebbe a ricompensare il merito e contemporaneamente a punire l’accidia e l’arrivismo, procedura che oggi assolutamente non avviene, in un mondo dove l’assistenzialismo premia soprattutto i corrotti, i negligenti, gli inetti, gli approfittatori e gli impreparati, e dove a farne le spese sono direttamente i capaci ed i produttivi (effettivi o potenziali o “guidati” che siano) ed indirettamente tutta la Comunità.
L’abbattimento delle tasse, la pace fiscale, l’attenzione alle fasce sociali più deboli, in un’ ottica di distribuzione della ricchezza, pur tra le mille difficoltà, potrebbero essere le colonne portanti di un autentico bilanciamento in senso identitario al globalismo, per salvare la comunità nazionale e farla progressivamente tornare a vivere.

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