Safetycracy, il nuovo paradigma del potere basato sulla protezione della vita

di Guido Salerno Aletta 

Fonte: Milano Finanza

La scienza, in campo medico e biologico, diventa strumento del potere. Un potere che può diventare smisurato e incontrollabile se l’emergenza Covid-19 continua

Ogni uomo è un untore, in atto o in potenza. Chi non è già stato ancora contagiato, diventa untore per il solo fatto di avvicinarsi a chi è positivo, anche se costui non mostra sintomi di malattia. Neppure chi è già guarito si salva: può essere ancora un agente di trasmissione del virus, e dunque untore, e forse anche ammalarsi nuovamente.
Questo è il sillogismo su cui si basa la Safetycracy, il nuovo paradigma del potere basato sulla protezione della vita, sull’uso strumentale della scienza in campo medico e biologico da una parte e degli strumenti tecnologici di connettività e di intelligenza artificiale dall’altra.
La pandemia di coronavirus ha già determinato uno shock socio economico globale molto più profondo di qualsiasi  guerra convenzionale, con miliardi di persone confinate per settimane dentro le proprie abitazioni, la vita di relazione annullata, l’attività produttiva ridotta al minimo. I governi impongono il confinamento, ovvero il distanziamento sociale, per evitare il diffondersi del contagio: indossare una mascherina per coprire naso e bocca, per proteggersi e per proteggere, potrebbe diventare una regola sanitaria imposta a tutti.
Ma questo è solo l’epifenomeno: siamo entrati in un’era nuova, in cui il potere si giustifica e si legittima in modo nuovo. Non c’è più democrazia diretta o rappresentativa che tenga, né ci sono libertà individuali capaci di prevalere rispetto alla tutela della salvaguardia della salute di cui i governi si sono proclamati i garanti assoluti, schermandosi dietro una nuova casta di mandarini.
La scienza, in campo medico e biologico, diviene strumento del potere. Perde la sua funzione liberatoria dall’angoscia della morte per assumere una funzione servile, ancipite: le relazioni con il potere politico ne rafforzano a un tempo le ricadute economiche in campo farmaceutico. Al di là delle incertezze sull’evoluzione dell’epidemia, della modificazione del virus nel tempo e della capacità degli uomini di sviluppare anticorpi capaci di reagire alle sue mutazioni, siamo già di fronte a tre passaggi epocali.
Primo punto. I provvedimenti di confinamento che vengono assunti dai governi in modo imperativo, determinando lo stato di eccezione e disciplinandolo, sono volti a salvaguardare la “nuda vita” degli uomini. Giorgio Agamben è intervenuto sul punto con un articolo durissimo, intitolato “Lo stato di eccezione provocato da una emergenza immotivata”. Le misure di confinamento e di distanziamento riducono l’essenza stessa dell’uomo, esercitando un potere inaudito dacché lo spogliano della sua essenza sociale. Si sacrifica infatti la “vita piena”, quella che distingue gli uomini dagli altri animali: una “vita piena” che va molto al di là dell’attività economica. In questo senso, appare riduttivo anche il dibattito sulle conseguenze negative che deriverebbero da questi rimedi di confinamento, per cui “la cura sarebbe peggiore del male”: dalla sospensione della produzione potrebbero infatti derivare ancor più morti, per fame, di quante vite non ne mieterebbe l’epidemia stessa. Siamo di fronte ad un bilanciamento banale, tra la tutela della salute e gli interessi economici, che vede ancora una volta come criterio scriminante solo la mera sopravvivenza dell’uomo. Morte contro morte, e non “vita piena “ contro “vita nuda”.
C’è di più: il potere politico, che si sta legittimando attraverso il confinamento sociale finalizzato alla tutela della salute, richiede un’impressionante acquisizione di dati: tutti i comportamenti, e financo le condizioni fisiche di ciascuno, sono analizzati e posti in relazione: dai contatti ravvicinati con altre persone agli spostamenti, fino alle rilevazioni biometriche, tutto si trasforma in informazioni. Sono elementi rilevanti ai fini della tutela del singolo e della collettività: ciò giustifica ed è il fondamento della Safetycracy. La stessa vita degli uomini diviene così contenuto informativo, non solo le loro preferenze in termini di consumo rilevate all’atto degli acquisti o le loro tendenze monitorate attraverso le connessioni ai siti informativi ed ai social network.
Il controllo sociale non avviene più in via mediata, attraverso il convincimento derivante dai messaggi diffusi attraverso la stampa, la pubblicità o mediante le reti virali: il comportamento umano diviene di per sé un messaggio, un contenuto. La tutela della salute ne è la giustificazione contingente: l’autocertificazione cartacea che giustifica gli spostamenti è già stata sostituita in molti casi da una piattaforma digitale di autorizzazione, verifica e controllo.
C’è quindi un secondo aspetto, strumentale, tutto tecnologico, le cui polarità sono rappresentate da una parte dall’IOT (Internet of things) e dall’altra dalla AI (Artificial intelligence). L’Internet delle cose, supportato dalla tecnologia 5G, ribalta la tradizionale metrica delle telecomunicazioni mobili e personali, che si è focalizzata per anni sull’ampliamento della capacità di trasmissione di dati nell’unità di tempo, passando dalla voce alle immagini in movimento, ed incrementando la interattività in termini di simmetria tra la velocità in upload rispetto al download. Ora, con l’IOT, si tratta di connettere in modo asimmetrico milioni di radio trasmettitori che inviano con continuità contenuti informativi di scarsissimo peso in termini di bit. Sono sensori di movimento, di contatto, di temperatura o di altri gradienti che alimentano i database su cui vengono effettuate le elaborazioni di intelligenza artificiale. Ne derivano misure istantanee, ovvero tracciati temporali che possono essere sottoposti a diversi livelli di stratigrafia. Ci si può soffermare sul comportamento del singolo e delle sue relazioni, ovvero ampliare il campo di osservazione ai territori e ai cluster. L’incrocio di questi dati con quelli epidemiologici costituirà la griglia invisibile che legittimerà le decisioni del potere politico fondato sulla Safetycracy.
La informazioni che vengono diffuse quotidianamente sono sintomatiche della loro strumentalità ai fini della gestione politica della epidemia e non della comprensione del fenomeno: dai flussi in entrata ed in uscita, con i nuovi contagi da una parte e le guarigioni e i decessi dall’altra; così come dal numero delle ospedalizzazioni e degli ingressi in terapia intensiva, non se ne arguisce nulla. Non si capisce se dalle terapie intensive si esce guariti o meno, ed in quale percentuale; oppure se a guarire, cessando di essere positivi, sono prevalentemente coloro, che avendo sintomi lievi, sono rimasti a casa in quarantena assistita. Il possesso dei dati elementari è ancora una volta strumento di potere.
C’è un terzo aspetto, cruciale nella trasformazione sociopolitica in atto. La tecnocrazia medica, variegata tra   epidemiologi, infettivologi, virologi ed igienisti, si sta sostituendo a quella degli esperti in campo economico e finanziario. Negli anni scorsi, sono stati gli economisti a fare da spalla o da contraltare alla politica, prescrivendo ciò che è fattibile o meno: considerano il Mercato come un soggetto collettivo in grado di agire e reagire secondo logiche di interazione tra normative e comportamenti conseguenti. L’economia, d’altra parte, studia le migliori combinazioni possibili tra i fattori della produzione, nel presupposto che la terra, il capitale ed il lavoro siano naturalmente e relativamente scarsi. Alla politica spetta gestire i processi di distribuzione al fine di assicurare un minimo di stabilità e di accettazione sociale.
Nel caso dell’epidemia in corso, ci troviamo di fronte a un fenomeno naturale di cui vanno comunque contrastati gli effetti negativi sugli uomini. In assenza di vaccini o di cure mediche adeguate, il potere politico si occupa dei comportamenti umani, con l’isolamento e il distanziamento sociale. La riduzione dei contatti tra gli uomini, che comporta la sospensione di una serie di attività economiche, non ha quindi nulla di medico, in termini di cura della patologia: è solo precauzionale, per ridurre i contagi e il congestionamento delle strutture ospedaliere.
Siamo in una fase di oscura transizione: i governi cercano di scaricare la responsabilità delle loro scelte sulla nuova tecnocrazia sanitaria. La colpevolizzazione delle relazioni sociali sembra essere l’unica soluzione normativa disponibile, anche in prospettiva: il sacrificio della “vita piena” fa già premio su quello della “vita nuda”. La prossima “vita piena”, anziché essere basata sull’autonomia dei comportamenti e delle relazioni umane, garantita da due secoli di Costituzioni liberali, sarà spogliata, monitorata e gestita per mezzo delle reti di dati e dell’analisi continua dei nostri comportamenti. E’ una “non vita”: l’umanità, infantile e minorata, va tutelata da se stessa.
La logica del controllo sociale attraverso la biopolitica raggiunge così il suo completamento: l’uomo va vigilato comunque, in quanto la presenza dei virus rende i suoi comportamenti potenzialmente dannosi per se stessi e per il prossimo.
Stabilire ciò che è lecito è da sempre il fondamento del potere. La sottrazione al controllo del proprio comportamento e delle relazioni sociali diviene di per sé un illecito, causa di sanzione: la “vita piena”, libera, sarà una utopia. Tuti gli uomini, gli scienziati per primi, sono di fronte ad un bivio: continuare a lottare per liberarsi dalla sofferenza e dalla ossessione della morte, oppure farsi succubi e strumento del potere.
Dietro l’epidemia si nasconde il fallimento della finanziarizzazione dell’economia e di un decennio di politiche monetarie che hanno inutilmente tentato di contrastare la insostenibilità delle distorsioni e degli squilibri sottostanti.
Nella peste odierna siamo colpevolizzati, tutti untori. Un potere smisurato e incontrollabile si è posto a tutela della “vita nuda”, della sola sopravvivenza animale: è questa, la Safetycracy. Per fortuna, nella Storia, le rivoluzioni sono sempre dietro l’angolo.

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