Orwell dietro l’angolo?

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di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

A proposito di Green Pass e dintorni, le riserve e le preoccupazioni espresse da Giorgio Agamben e da Massimo Cacciari il 26 luglio scorso, chiarite e corroborate dal bell’articolo dello stesso Cacciari su “La Stampa” del 2 scorso, sono senza dubbio condivisibili e non possono essere sottovalutate. Anche perché esse toccano – al di là della “contingenza” e dell’“emergenza” rappresentate dal Covid – un problema centrale della vita e della società civile in tutto l’Occidente, e nel nostro paese in particolare. Quello della preparazione, della credibilità e dell’adeguatezza dei nostri ceti dirigenti e al tempo stesso dell’incertezza e del disorientamento delle nostre società civili.
In linea di principio, ogni cittadino dovrebbe poter scegliere tra il pieno godimento della libertà individuale nei limiti stabiliti dalle istituzioni e la rinunzia sia pur temporanea ed eccezionale ad alcune di esse in vista di un “pubblico bene” avvertito come superiore: ad esempio la sicurezza. Il punto è che il problema che ci sta dinanzi non si pone affatto in tali termini: dal momento che da una parte il vaccino è ben lungi – allo stato attuale delle cose – dal costituire una difesa assolutamente sicura contro il contagio (che sarebbe unica condizione per legittimamente prescriverne l’obbligatorietà), mentre dall’altra è evidente che una discriminazione ufficiale tra detentori e non detentori del green pass, con relativa limitazione delle libertà dei secondi, è costituzionalmente parlando improponibile. Non si può, in particolare, tollerare che nel nome di una discriminazione de facto, della quale il governo non si assuma responsabilità, siano sospesi ai non titolari di green pass il godimento di pubblici servizi e l’esercizio sia pur temporaneo della propria professione.
Così stando le cose, credo si debba comunque insistere sulla probabile utilità del vaccino (al quale personalmente mi sono sottoposto) ed allargare la quantità numerica dei vaccinati, ma al tempo stesso accettare il rischio perdurante di contagio continuando ad assumere tutte quelle misure (dalla mascherina al tampone) in grado di consentire il controllo e il contenimento di esso. Ma in questo caso è necessario adottare immediate e rigorose misure atte a render possibile il “testare” e il “tracciare” in tempi rapidi aree ed ambienti sempre più ampi: accrescere il numero e la frequenza dei trasporti pubblici a partire da quelli destinati al servizio scolastico, intensificare i mezzi e le disponibilità di cura dei servizi ospedalieri, ridurre drasticamente ogni forma di assembramento.
Il punto è che per ritenere che sia possibile il conseguire risultati ottimali da misure di questo tipo, in attesa che la scienza ci provveda di risposte sicure, sarebbe necessaria una maggior fiducia nelle istituzioni, nelle qualità etiche e culturali dei ceti dirigenti e nell’attendibilità dei media: che è appunto quanto ci manca e quanto non sarà disponibile senza un’adeguata riforma sia della prassi elettorale, sia della pubblica amministrazione. Le prove al riguardo fornite ohimè da troppo tempo, sia da parte del parlamento, sia da parte del personale degli enti pubblici, rendono improponibile l’ipotesi del superamento di future situazioni critiche nelle attuali condizioni. Dal momento che, dice bene Cacciari, “già viviamo all’interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la difesa dell’ambiente’. Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico”.
È pertanto evidente il pericolo denunziato in forma interrogativa appunto da Cacciari in chiusura del suo articolo: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico?”.
Temevamo da tempo il profilarsi effettivo di un “panorama orwelliano” di questo genere, per quanto troppi di noi se lo figurassero secondo schemi desueti, da “totalitarismo classico”: ebbene, ci siamo. Solo che ci siamo arrivati sulle ali di un “totalitarismo” di tipo nuovo, consumistico e liberal-liberista. E a colpi di politically correct.
A proposito di ciò, diffondiamo volentieri il “Manifesto” di due illustri studiosi “fuori dal coro”, proponendolo a chi se la sente di valutarlo serenamente. Ecco:

FRANCESCO BENOZZO – LUCA MARINI PER UN APPELLO ALLA COMUNITÀ ACCADEMICA
Caro Franco,
ci rivolgiamo a te come collega accademico, perché a nostro parere sono ore e giorni cruciali per il destino dell’Università e della scuola in Italia, e sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni, magari in vista di un Manifesto da firmare con i colleghi che vorranno parteciparvi.
Nel silenzio assordante e imbarazzante di rettori, organi accademici, sindacati e associazioni, come sai da giovedì scorso la scuola e l’università sono state colpite da un provvedimento (il Decreto Legge 6 agosto 2021, n. 111) che concretizza, sul piano giuridico, la più grave violazione dei diritti umani perpetrata dal 1945 ad oggi.
Per il nostro modo di sentire e di pensare, ci sentiamo, da questo momento, in quanto cittadini italiani e in quanto docenti universitari, dei perseguitati politici dal governo e come tali ci comporteremo in futuro.
Per il momento, le nostre forme di risposta sono legate alle possibilità che concretamente possiamo mettere in atto: possibilità cioè di tipo narratologico-analitico-pubblicistico-espositivo.
Ci sembra tuttavia utile, visto che altri sembrano non farlo, e anche in vista di ulteriori azioni, magari collettive, ricordare che:
• I vaccini anti-Covid sono stati autorizzati “in via condizionata” dall’Unione europea, per un anno, ai sensi della disciplina introdotta dal regolamento n. 507/2006, che giustifica l’introduzione in commercio di farmaci anche in assenza di dati clinici completi in merito all’efficacia e alla sicurezza dei farmaci medesimi;
• Almeno sei mesi prima della scadenza delle autorizzazioni così concesse, i titolari delle autorizzazioni avrebbero dovuto presentare domanda di rinnovo delle autorizzazioni medesime, fornendo i dati clinici richiesti dalla disciplina europea, domanda che non sembra essere stata presentata;
• Dal prossimo autunno dovrebbero essere disponibili terapie che, fornendo una risposta terapeutica al Covid, faranno venire meno uno dei presupposti richiesti dalla stessa Unione europea per il rilascio delle autorizzazioni condizionate;
• L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale distinta e separata dall’Unione europea) ha raccomandato, fin dall’aprile scorso, che il vaccino non fosse reso obbligatorio;
• Anche la stessa Unione europea si è affrettata ad adottare, nel giugno scorso, un regolamento (il n. 953/2021, relativo all’EU Digital Covid Certificate), il cui preambolo afferma la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta dei soggetti che “hanno scelto di non vaccinarsi”;
• A tutt’oggi, in Italia, nessun cittadino può essere obbligato a vaccinarsi, in ragione del fatto che la condizione a tal fine stabilita dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”) non è stata soddisfatta, eccezion fatta per gli esercenti le professioni sanitarie, obbligati a vaccinarsi – in deroga al principio generale del consenso informato sancito fin dal 1947 dal Codice di Norimberga – in forza del Decreto Legge 1° aprile 2021, n. 44, adottato dal governo e convertito dal Parlamento nella legge 28 maggio 2021, n. 76.
Proprio il metodo cosiddetto emergenziale che ha portato alla adozione e alla successiva conversione del Decreto Legge n. 44/2021 andrebbe posto all’attenzione della Corte costituzionale, perché l’art. 32, secondo comma, della Costituzione chiama evidentemente in causa l’operato di un Parlamento che adotti una legge ordinaria dello Stato al termine di un dibattito pubblico realmente informato, obiettivo e consapevole; e perché, in ogni caso, gli atti normativi (quali sono le leggi ordinarie) devono avere portata generale e astratta, e cioè devono rivolgersi a destinatari non individuati né individuabili: condizione che difficilmente può ritenersi soddisfatta nel caso delle professioni sanitarie, i cui appartenenti costituiscono comunque un numero finito.
Analoghe perplessità suscitano le disposizioni sul Green Pass adottate giovedì scorso dal Governo, ancora sulla scorta di un provvedimento emergenziale, nella misura in cui surrettiziamente spingono larghe porzioni di cittadini, nonché ulteriori, specifiche categorie professionali (i docenti delle scuole e delle università) verso la vaccinazione di massa, considerato che anch’esse costituiscono una possibile violazione del diritto alla salute, come inteso dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione, e di altri diritti e libertà fondamentali garantiti dalla Carta costituzionale.
Va infine ricordato che tanto la disciplina sull’obbligo vaccinale degli esercenti le professioni sanitarie quanto quella sul Green Pass si pongono idealmente in contrasto con i contenuti della raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dell’aprile scorso, che esclude l’obbligatorietà della vaccinazione: è vero che la raccomandazione non dispiega efficacia giuridica vincolante, ma sarebbe interessante conoscere l’eventuale pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla compatibilità tra la disciplina nazionale in parola e le norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, su cui si fonda la raccomandazione parlamentare.
Tutto ciò ricordato, restiamo attoniti una volta di più di fronte a quanto sta accadendo.
In questo anno e mezzo l’Università non ha avviato alcun dibattito su queste delicatissime questioni, limitandosi anzi a censurare e additare come complottiste, negazioniste o antiscientiste, caso per caso, alcune posizioni espresse da ricercatori, docenti e colleghi del personale tecnico-amministrativo.
Le speranze che questa situazione cambi non sono molte, ma non possiamo rinunciare a credere che, proprio dal mondo universitario, si levino figure istituzionali e voci autorevoli in grado di discutere criticamente metodi e provvedimenti che un qualsiasi studente di educazione civica sarebbe in grado, se non manipolato, di riconoscere come sproporzionati e illogici.
Ti ringraziamo in anticipo se vorrai ospitare questa lettera sul tuo blog settimanale. Sarebbe per noi un primo segno importante e soprattutto un modo efficace per spronare chi la pensa come noi (per adesso segnaliamo volentieri il gruppo di ricerca “We Tell – Storytelling e consapevolezza civica” dell’Università di Bologna, coordinato da Elena Lamberti, che ieri si è dichiarato disponibile, in un’ottica di dialogo e inclusività, a pensare a strategie diverse da quella che viene imposta come scelta forzata e rigida) a manifestarsi pubblicamente e dire la propria – prima che sia troppo tardi – su una problematica destinata ad incidere profondamente sulla sfera dei diritti e delle libertà individuali.
Con un caro saluto,
Francesco Benozzo (Alma Mater Studiorum / Università di Bologna)
Luca Marini (Università di Roma “La Sapienza”)

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