Ucraina, le manovre della Cina (con l’assist di Bergoglio)

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Il diavolo e l’acqua santa. Potrebbe essere la Cina a mediare con la Russia con l’aiuto a sorpresa del Vaticano di Bergoglio e Parolin. Pechino, dopo aver rinunciato – per ora – ad invadere Taiwan, ha deciso di prendere le distanze da Mosca tanto che si sta già rifiutando di fornire pezzi e manutenzione all’aviazione. A dare una mano a Xi Jinping e fargli guadagnare un possibile ruolo di mediatore mondiale, si sta operando la Santa Sede che, dopo anni di carcerazione di alti prelati e torture ai missionari, sta riannodando i fili con Pechino. Ma andiamo con ordine.

Ad Haren in Belgio, quartiere generale della Nato, mentre si stanno decriptando i rapporti dei servizi di sicurezza sulla crisi ucraina, è di tutta evidenza che, a dirla con Márquez, si sia trattato della cronaca di una guerra annunciata. Doveva essere una guerra lampo, poco più che una formalità con la resa o l’omicidio di Zelensky, e invece si è trasformata in un massacro. Il presidente degli Stati Uniti Biden era stato informato dell’attacco russo dopo la visita del 2 novembre a Mosca di William Burns, il capo della Cia, non a caso già ambasciatore a Mosca degli Usa dal 2005 al 2008, che aveva incontrato il segretario del consiglio di sicurezza Patrushev. Era stato invece proprio Putin in persona ad avvertire il Premier cinese della svolta in Ucraina il 2 febbraio scorso, in un vertice a Pechino in cui ufficialmente si era parlato di accrescere la “connessione” tra la Belt and Road Initiative (Bri, o nuova via della seta) e l’Unione economica eurasiatica (Uee).

Xi che, dopo l’esplosione del Covid-19 partita da un suo laboratorio, da tempo si stava approvvigionando di grano, gas e materie prime, non si era opposto, convinto che si trattasse di un conflitto rapido. Ma poi, vista l’escalation di bombardamenti anche su ospedali e asili, ha dovuto cambiare radicalmente strategia perché avallare i massacri sovietici, con migliaia di profughi in movimento ormai di dominio pubblico anche in Cina attraverso i media, avrebbe offerto un’arma a tutti quei movimenti separatisti, dal Tibet alla Mongolia di confine, che puntano all’indipendenza da Pechino. Una circostanza che Xi assieme ai mai sopiti mal di pancia dell’intellighenzia pacifista di Hong Kong, non può proprio permettersi, soprattutto alla vigilia del prossimo congresso di novembre del Partito comunista cinese, dove certamente non vuole arrivare con un alleato come Putin che, comunque vada a finire, sarà considerato solo un criminale di guerra. Anche perché storicamente la Cina, secondo la vulgata imperante tra i mandarini, è sempre stata rappresentata come vittima, vedi il conflitto con il Giappone e la Korea, e non vuole certo stare dalla parte dell’aggressore.

Xi, perfino più di Biden, ha capito che, nel 2022, le guerre si combattono in borsa e sui mercati, non più sui campi di battaglia, e che la fluidità della finanza è oggi l’unico vero elemento di discrimine. Almeno per i prossimi dieci anni saranno i russi a pagare le azioni belliche di Putin e le grandi finanziarie cinesi si stanno già organizzando per comprare, pezzo per pezzo, quello che rimarrà delle aziende sovietiche, con buona pace per la via della seta. La domanda che allora ci si fa nei circoli dell’intelligence del Dragone è piuttosto: “Possiamo fermare la guerra senza antagonizzare l’aggressore e, al tempo stesso, migliorare la nostra reputazione, soprattutto dopo l’era Trump?”. È proprio sulla base di questi ragionamenti che si è tirato il freno su una possibile prossima invasione di Taiwan. L’isola del Pacifico gode di un trattato di mutua difesa con gli Usa, vanta forze armate moderne, una fiorente democrazia, una grande potenza tecnologica e sarà sempre più vitale per l’Occidente.

In questo contesto, dunque, Pechino, incredibilmente anche con l’aiuto del Vaticano di Bergoglio, può diventare davvero l’unico mediatore possibile nel conflitto Russia-Ucraina. Molti in Asia si augurano che sia veramente arrivato il momento per la Cina di fare il salto proprio nell’anno della Tigre. Bergoglio, assieme al segretario di Stato Pietro Parolin, che da anni segue da vicino i rapporti difficilissimi con Pechino, la sta aiutando. Perché, come ha detto recentemente il Cardinale a capo della diplomazia vaticana: “I fedeli in Cina possono testimoniare la propria fede e aprirsi anche al dialogo tra tutti i popoli e alla promozione della pace”. Non resta dunque che farci il segno della croce e intanto preghiamo per tutte le vittime di questa guerra.

Luigi Bisignani, Il Tempo 13 marzo 2022

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