Cognome della madre, tutti i motivi per cui è una sciocchezza

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La sentenza “rivoluzionaria”

Ci mancava solo il doppio cognome inclusivo: e tutti vissero felici e contenti. Sicuro?

di Max Del Papa

Le Marche sono una piccola povera regione Calimero che sta evaporando, piegata da: un doppio terremoto, sei anni di ricostruzione fantasma, una pandemia, innumerevoli zone rosse, arancio, gialle, acrobaleno, lockdown a profusione, spopolamento dell’entroterra e spappolamento della costa: però sulle cose essenziali tiene duro: è tutto marchigiano infatti il record della prima sentenza di un tribunale, quello di Pesaro, che sancisce il già leggendario doppio cognome: oggi siamo tutti più felici, più ricchi e guardiamo con rinnovata fiducia al futuro, certi dell’immancabile vittoria finale, contro cosa non si sa.

Un percorso epocale, tipo Anabasi, partito, riferiscono le cronache, più di vent’anni fa e finalmente approdato alla recente pronuncia della Corte Costituzionale il cui nuovo presidente Giuliano Amato ha subito impresso il suo stile: tanta roba, altro che l’esordio in bianco e nero di De Nicola nel ’56. Una marcia trionfale, un piccolo passo per l’uomo anagrafico ma un grande balzo per l’umanità. Sì, il balzo in avanti. Finalmente siamo più europei, del resto era proprio l’Europa, tanto per cambiare, che ce lo chiedeva di sanare questo vulnus barbarico e infine sanato dalla Consulta che ha recepito la condanna, nel 2014, del Tribunale di Strasburgo, indignato per l’orientamento criminalmente omertoso del Parlamento italiano. Adesso, come dice il segretario piddino Letta, l’Italia è un Paese più giusto e meno maschilista: l’intendenza seguirà.

Tu chiamale, se vuoi, battaglie di civiltà: dopo la “e” capovolta, detta “shwa”, dopo la nevicata di asterischi politicamente corretti, dopo le reprimende della paziente Boldrini che apostrofa l’ingrato medico che l’ha appena operata (ingrato lui, capite?), un fascistone capace di entrare in reparto e salutare “Buongiorno a tutti”, dimenticando le tutte, dopo le favolette riscritte, i libri all’indice gender, i film cassati, le canzoni silenziate, dopo l’abolizione di parole cariche di storia e di musica, come “negro”, come “zingaro”, mancava il doppio cognome inclusivo, mica pizza e fichi. Perché il doppio cognome è di sinistra, come le Ong, l’Anpi, il sessantottismo proustiano, l’ambientalismo gretino, l’anticapitalismo sostenibile, la pace che è bella, il pianeta che respira, senza sfruttati né sfruttatori, né padroni né servi, né individui con un solo cognome.

Dio, volendo si potrebbe osservare che la storica pronuncia del tribunale di Pesaro trae origine da una banalissima meschinissima squallidissima faida matrimoniale, cioè mami e papi a un certo punto si odiano, si fanno i dispetti, se ne combinano di tutti i colori, tipo guerra dei Roses, ovviamente sulla pelle del figlio, sino all’ultima fermata: voglio che porti pure il mio cognome, sibila lei; non se ne parla, bofonchia lui; lei va per avvocati e alla fine, essendo mamma, ma soprattutto donna, giustamente la spunta. La cosa appena un po’ grottesca è che alla fine di tutto questo casino il doppio cognome della prole viene occultato, in omaggio alla privacy: si discute di qualcosa di cui non si può discutere, ma insomma noi sappiamo che c’è, che è andata così, e tutti vissero felici e contenti.

Chissà se il ragazzo doppio avrà una doppia vita o, speriamolo, una vita doppiamente bella. Di sicuro ce l’avrà doppiamente stressante, perché se c’è una cosa che in Italia, isole comprese, non fa che crescere rigogliosa, questa è la dannatissima burocrazia, per cui lo sventurato dovrà raddoppiare le firme in cartaceo e pure in digitale. Ma forse sarà doppiamente appagato, vergandosi con moltiplicata decisione, sentendosi più figlio dei tempi, più cittadino, più emblema vivente del Progresso Civile, Sociale e Sindacale. Solo che, a questo punto, non si capisce perché, per quale motivo, limitarsi solo al doppio cognome e non anche al nome; e poi, perché solo il cognome dei genitori e non anche quello dei nonni, i trisavoli, gli antenati, su per li rami dell’albero genealogico?

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