I crimini del Comunismo: il martirio di Istvàn Sándor

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il comunismo, ideologia intrinsecamente perversa, ha causato la morte di decine di milioni di persone, tra cui moltissimi cattolici. Segnaliamo la bella figura di  Istvàn Sándor, coadiutore salesiano ungherese torturato e poi ucciso all’età di 39 anni dal regime comunista. 
 
Istvàn Sándor, salesiano coadiutore, martire.
 
L’anno 1914 fu tragico per l’Europa: il 28 luglio, dopo l’attentato di Sarajevo, l’Austria dichiarò guerra al regno di Serbia. Iniziava così il grande massacro della Prima Guerra Mondiale. Verso la fine dell’anno precedente, il 6 novembre 1913, erano arrivati in Ungheria, allora parte dell’impero Austro-Ungarico, i primi salesiani, un gruppo di giovani ungheresi che avevano svolto il loro percorso formativo in Italia.
In questo contesto, il 26 ottobre 1914 nasce Istvàn Sándor, nella cittadina di Szolnok, situata a un centinaio di chilometri a sud-est dalla capitale, Budapest, nella Grande Pianura Ungherese.
 
Fanciullezza e giovinezza
Istvàn era il primogenito di tre fratelli. Fin da piccolo, Istvàn era assiduo frequentatore della sua parrocchia, affidata ai Francescani. La comunità dei figli di san Francesco costituiva il baluardo della vita cristiana nella cittadina. Entrato a far parte del gruppo dei ministranti, svolgeva con gioia questo servizio. Più tardi riemergerà in lui questa passione per il culto, quando ormai da coadiutore salesiano si impegnerà, con molta serietà, a formare un gruppo esemplare di ministranti nella scuola e nell’oratorio.
Ragazzo sempre allegro, di umore costante, amante dei giochi, sempre in movimento: così lo ricordavano i compagni. Gli piaceva recitare in teatro, esibirsi sul palcoscenico per far divertire i compagni. Fin da ragazzo preferiva fare da arbitro per far giocare i più piccoli.
Anche in casa badava ai fratelli minori (era lui a dirigere le preghiere), ai pasti e alla sera. Era solito aiutare la mamma nelle faccende domestiche.
I Francescani consigliarono la famiglia di mandare il giovane all’istituto salesiano “Clarisseum” di Ràkospalota, alla periferia della capitale, dove frequentò le scuole professionali. Tornato in famiglia, il ragazzo quattordicenne fu avviato ad un apprendistato metallurgico. Durante tutto questo periodo fu costantemente in contatto con il suo confessore stabile. Questa costante cura della vita spirituale, unitamente alla traccia profonda che aveva lasciato in lui la permanenza nell’opera salesiana di Ràkospalota, lo portavano a riflettere su quel che Dio voleva da lui. E così riconobbe in se stesso, con l’aiu­to della guida spirituale, i segni della chiamata di Dio alla vita religiosa salesiana. Come dirà più tardi, la lettura delle pubblicazioni salesiane lo aveva colpito e l’aveva fatto riflettere. Anche in questo tratto si intravede una motivazione della sua scelta: la sua sensibilità per il lavoro in tipografia e l’amore per la stampa a diffusione popolare.
Giunto all’età di 21 anni, alla fine del 1935, Istvàn mandò la sua richiesta formale al Superiore dei Salesiani, don Jànos Antal. Il 12 febbraio 1936 faceva ritorno al “Clarisseum”, per trascorrervi un periodo di prova. Vivendo in quella comunità, lavorò con entusiasmo come aiuto-tipografo, sagrestano e nell’oratorio. Sereno, nonostante l’età che per quei tempi era parecchio superiore alla media dei novizi, continuò il suo lavoro fino al marzo 1938, quando, all’età di 24 anni, non più apprendista, ma già tipografo professionale, chiese ed ottenne di entrare nel Noviziato.
Istvàn finì l’anno di noviziato con la prima professione dei voti religiosi, come salesiano laico (‘coadiutore’) l’8 settembre 1940. Dalla sua corrispondenza dell’epoca traspare la sua immensa gioia e l’entusiasmo per quella vita. Tornò al “Clarisseum”, al suo lavoro nella tipografia, ora come uno dei responsabili, all’animazione nella chiesa pubblica annessa e nell’oratorio. La tipografia Editrice don Bosco godeva di grande prestigio nazionale. Oltre alle pubblicazioni salesiane (Bollettino Salesiano, Gioventù Missionaria…) pubblicava anche collane prestigiose di opere teatrali per i giovani, libri di spiritualità giovanile, libri di istruzione religiosa popolare.
Proprio in quegli anni in Ungheria, sotto il patrocinio di don Bosco, si era dato vita ad un’Associazione Cattolica dei Giovani Lavoratori (‘kioe’). Al “Clarisseum” il nostro Istvàn fu il promotore e l’anima di questa organizzazione. Il suo gruppo divenne gruppo-modello; egli vi aveva trasfuso l’atmosfera serena e la spiritualità sacramentale ed educativa tipica di don Bosco. Catechismi ragionati, conferenze apologetiche, ore di adorazione, escursioni-pellegrinaggi, sport e gioco, santa allegria caratterizzavano la vita del gruppo. I giovani ne erano attratti e non abbandonarono l’opera, anche quando il loro animatore fu richiamato alle armi. L’Ungheria era entrata in guerra, a fianco della Germania, il 22 giugno 1941.
 
Sul fronte di guerra
Sándor prestò servizio nell’esercito ungherese come appuntato telegrafista. Alcuni suoi commilitoni testimoniano che in reparto non nascondeva di essere un religioso consacrato. Creò attorno a sé un piccolo gruppo di soldati, attratti dal suo esempio, che egli incoraggiava a pregare e ad evitare le bestemmie.
Nel 1944 riprese il suo lavoro a Ràkospalota, per quanto lo permettevano le drammatiche circostanze. Il 13 febbraio 1945, dopo lunghi e aspri combattimenti durati tre mesi, che portarono alla rovina dell’abitato, tutta la città di Budapest era sotto il controllo dell’esercito sovietico. In questo tempo i Salesiani rimasti in città soffrirono terribilmente la fame, l’impossibilità di lavorare, le requisizioni da parte dell’occupante.
Il superiore salesiano ungherese comunicò alla Direzione Generale di Torino: “… Ora non possiamo pubblicare né ‘Bollettino Salesiano’ né ‘Gioventù Missionaria’. Le disposizioni vigenti ci impongono il massimo risparmio di carta”. Era quest’ultimo un mezzo di controllo della stampa da parte del regime: occorreva un permesso specifico per acquistare carta.
A Ràkospalota i gruppi animati dai Salesiani risentono di questi colpi. In modo particolare il nostro Istvàn soffre per lo scioglimento della kioe (corrispondente della joc occidentale) di cui era diventato uno dei dirigenti. Nonostante le proibizioni legali, però, egli proseguì questa attività in modo quasi clandestino, evitando di esporsi e di esporre i suoi allievi ai controlli della polizia politica. Cambiavano ogni volta i luoghi di incontro, simulando scampagnate di piccoli gruppi di giovani, o incontrandosi per feste di notte. Nel 1948 egli animava sei gruppi attivi di giovani, tra cui parecchi exallievi della nostra scuola. I contenuti dei loro incontri non avevano assolutamente nulla di politico. Erano solide istruzioni religiose per dare fondamento alla fede dei giovani, in modo da poter resistere alla propaganda atea che imperversava. Si pregava molto. Lo stesso animatore compose appositamente alcune preghiere.
Nel mese di giugno del 1950 il governo comunista dichiara “soppressi” gli ordini e le congregazioni religiose in Ungheria. A partire dal 7 giugno cominciano le deportazioni di religiosi/e, internati in luoghi di concentramento (generalmente antichi monasteri). Anche i Salesiani vengono dispersi.
Nel 1951 ad un certo momento Istvàn, accorgendosi di essere caduto in sospetto presso la polizia politica, cambiò cognome, alloggio e trovò lavoro come operaio nella fabbrica di detersivi Persil, ma continuando il suo apostolato clandestino con i giovani. Vedendo come la polizia stava pedinando il confratello, i suoi superiori, con cui manteneva rapporti di nascosto, pensarono di farlo espatriare. Quando tutto era già pronto per fargli attraversare la frontiera con l’Austria, Istvàn non volle approfittare di questa occasione, ma decise di rimanere in Ungheria. Pensava che non era giusto andarsene, quando i giovani che egli seguiva stavano correndo il pericolo di essere scoperti e condannati. Per lui era come un fuggire dalle sue responsabilità di educatore cristiano.
 
Arresto e condanna
Istvàn si incontrava regolarmente con i suoi ex-allievi ed alcuni amici di essi al “Clarisseum” o in appartamenti privati. Egli si occupava con grande amore dei problemi spirituali dei giovani.
Ma la padrona di casa di Daniel fece imprigionare Istvàn ed altri salesiani. Il 28 luglio 1952, al mattino si presentò nell’alloggio la polizia politica e arrestò Istvàn.
A causa delle disumane torture e dei procedimenti tristemente noti e usati con i prigionieri “politici” di quel tempo, Istvàn fu costretto ad ammettere i “crimini”di cui lo si incolpava, ben sapendo che tale dichiarazione avrebbe costitui­to per il tribunale militare motivo per una condanna a morte.
Di questi dieci mesi e più abbiamo qualche notizia da compagni di cella che sopravvissero. Ecco una testimonianza: “Durante le settimane trascorse nella cella comune, facevamo di tutto per poter vivere una vita il più possibile spirituale, nel senso più nobile della parola […] Pregavamo insieme e recitavamo il Rosario di nascosto, perché anche tra i compagni di cella vi era un certo controllo interno. Ogni cella aveva un suo “comandante” responsabile che doveva osservare e denunciare ogni irregolarità, che poi non rimaneva impunita. (Il regime infiltrava apposta qualche elemento che, fingendosi incarcerato, cercava di raccogliere confidenze dai detenuti). Il nostro amico Istvàn cercava di dare forza ai compagni per mezzo di preghiere di consolazione e pensieri spirituali”. Malgrado fosse consapevole del suo destino tragico, egli era apportatore di serenità agli altri carcerati.
 
8 giugno 1953: la testimonianza suprema
Dopo la comunicazione ufficiale della sentenza capitale al condannato, questi fu trasferito dalla cella 32 al piano superiore del carcere militare, alla cella dei condannati a morte in attesa dell’esecuzione. Un compagno di cella sopravvissuto, cinquant’anni dopo, confessava di avere ancora impressa nella memoria la triste scena per cui le guardie carcerarie passarono nella cella 32 a ritirare i suoi oggetti personali: uno spazzolino da denti, un pettine e un asciugamano. Per i prigionieri era questo il segno che l’interessato era stato trasferito nella cella di coloro che sarebbero passati direttamente all’esecuzione capitale.
I superstiti affermano che non si poteva sapere con precisione dove avvenivano le esecuzioni. In genere, almeno fino al 1953, venivano eseguite nel cortile del carcere stesso. Per coprire le grida dei condannati si usava portare al massimo il volume di rumore prodotto dallo scappamento del motore del camion usato come palco. Quando dalle celle si udiva tale sinistro fracasso, si intuiva che si stavano eseguendo condanne, soprattutto per impiccagione. Il nostro Istvàn fu impiccato per secondo, come risulta dai verbali.
Il cadavere, insieme a quello degli altri giustiziati, fu poi portato con un camion al cimitero del carcere giudiziario della cittadina di Vàc, dove vennero seppelliti tutti insieme in una fossa comune, senza segni di identificazione. Nonostante parecchie ricerche da parte della famiglia e dei Salesiani, a tuttora non si è riusciti a localizzare con certezza il luogo della sepoltura. D’altra parte, i cadaveri riesumati in seguito, dopo la caduta del regime, presentavano una quantità tale di segni di tortura che ne rendevano difficilissima l’identificazione.
Il martirio è stato la conclusione coerente di tutta una vita di fede semplice e di amore profondo per i giovani, piena sempre di fiduciosa speranza, anche in circostanze non favorevoli. È la disposizione che san Giovanni Bosco ispira ai suoi figli: “Darò la mia vita per i giovani fino all’ultimo mio respiro”.    
 
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *