Libertà e Verità

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di Matteo Castagna

La rivista Sodalitium n. 43 dell’Aprile-Maggio 1996 ha pubblicato un’omelia dal grande contenuto teologico, di Mons. Michel Guérard de Lauriers, O.P. (1898-1988), il cui contenuto è attualissimo, soprattutto perché una certa predicazione tomista non è facile da ascoltare.

La libertà non esclude forse ogni restrizione? Non è questo un fatto evidente? E, soprattutto, non è alquanto seducente questo modo di vedere? È un fatto che vi sono cristiani oggi che la pensano proprio così e, quel che più conta, conformano la loro vita a questa concezione, anche se a sostegno di essa accampano argomenti apparentemente solidi. “Dove c’è lo Spirito del Signore, là è la libertà” (II Cor. III, 17); “Il vento soffia dove vuole e la sua voce è bene udibile… e così egualmente accade a chiunque è nato nello Spirito” (Gv. III, 8). “Popolo di Dio”, “popolo di profeti”, “popolo di adulti mosso dallo Spirito, per te la libertà non consiste nel togliere di mezzo ogni restrizione e ogni legge?”; “Ama e fa quel che vuoi”; S. Agostino, il Dottore della Grazia non si è forse espresso cosi?

Ma questo è solo il primo aspetto della questione. Ve n’è infatti un secondo: “Voi siete stati chiamati alla libertà cristiana. Ma fate in modo che la libertà non finisca col divenire un pretesto per soddisfare la carne” (Gal. V, 13). E, sempre S. Paolo, raccomanda poi di praticare, attraverso la carità, l’aiuto scambievole che è, inevitabilmente, e per tutti, oneroso e vincolante. Del resto, il comportamento manifestamente pregiudizievole per tutti, di rigettare ogni regola, che si vorrebbe giustificare con il diritto di essere liberi, mostra a sufficienza che questo preteso diritto è fondato sopra una falsa concezione della libertà. “Ama e fa quello che vuoi”;

“Se ami, tu non puoi fare quello che vuoi”. È mai possibile che S. Agostino abbia contraddetto S. Paolo? Chi allora dei due ha ragione? Insomma l’uomo, il cristiano, è libero o non lo è? Esiste oppure no un’altra alternativa fra il dovere e la libertà, fra il conformismo e la contestazione? Prima di tutto cerchiamo di non cadere in uno stato di sovreccitazione. Solo così la Grazia, che non viene negata mai a nessuno, può portare i suoi frutti. “Bisogna imparare direttamente dallo Spirito in che cosa consiste la libertà, che si trova appunto solo dove lo Spirito è presente” (II Cor. III, 17). Lo “Spirito del Signore”, che garantisce “questa libertà della quale gode il cristiano, perché Cristo lo ha affrancato” (Gal. V, 1), è evidentemente lo “Spirito di Gesù Cristo” (Fil. I, 19); è lo “Spirito del Figlio, che grida dentro di noi Abba Pater” (Gal. IV, 6). Si tratta quindi dello “Spirito di Verità” (Gv. XV, 26), poiché procede non soltanto dal Padre, ma anche dal Figlio “che è la Verità” (Gv. XVI, 13). E “lo Spirito della Verità conduce alla pienezza della verità” (Gv. XVI, 13).

La libertà del cristiano, essendo quindi frutto dello Spirito, è regolata dalla Verità per la imperativa ragione che lo Spirito non può essere che Spirito di Verità, dato che Esso procede dal Figlio che è, Lui stesso, la Verità. È necessario insistere su questo punto. Lo Spirito è Verità per sua intima essenza. Procedendo infatti il suo essere “dal Figlio”, come “dal Padre”, niente è a Lui più intrinsecamente proprio che essere la Verità per il fatto stesso che Egli viene “da Colui che è la Verità”.

Se dunque il cristiano è costituito in modo da poter “andare dove vuole, perché egli segue il soffio dello Spirito”, questo può però avvenire alla sola condizione che la libertà di cui gode consiste per lui nell’essere integrato nello Spirito, nello sposare – se è possibile esprimersi così lo Spirito integralmente, sia nella Sua Sorgente, sia nei suoi frutti. E siccome lo Spirito, ovunque ci conduca, non può condurre che alla Verità perché è Spirito di Verità, così la libertà, che risiede nello Spirito, procede dalla Verità.

Questa libertà, proprio in virtù di questa sua permanente genesi, è intimamente conforme alla Verità. Pertanto, a causa di quanto comporta la sua intima essenza, la libertà, in chiunque ne rivendichi il privilegio, deve essere assolutamente conforme alle esigenze della Verità. E se il cristiano (quello cioè) che viene liberato dal Figlio, “è libero nella verità” (Gv. XVI, 39), ciò avviene perché lo Spirito, che dà questa libertà, conduce alla pienezza della Verità (Gv. XVI, 13). La conclusione, di necessità, è una sola: la vera libertà è regolata dalla Verità.

E si tratta – bisogna chiaramente precisarlo – di un principio essenziale: principio incluso – in diritto – nell’essenza stessa della libertà, principio facente parte concreta della natura di questa, e principio che gioca, di conseguenza, un ruolo immanente nell’evolversi stesso della vita. E bisogna denunciare come pernicioso errore l’opinione corrente, seconda la quale la libertà non è ancorata a regole, quando non consisterebbe addirittura, arrivando logicamente al limite, proprio nel fatto di rifiutare ogni regolamentazione.

Queste riflessioni teologiche danno al Cristiano, alla luce della Fede, una profonda convinzione, anzi la convinzione più profonda. Tali riflessioni non contrastano affatto con i cosiddetti “argomenti di ragione”, anche quando questo rapporto fosse sottinteso. È estremamente opportuno ricordare – con S. Tommaso – che la libertà sta nel libero arbitrio soltanto come derivazione. L’atto del libero arbitrio infatti consiste nello scegliere. Ora, appunto l’esercizio di questo atto è fondato sull’affinità che esiste in maniera positiva fra colui che sceglie e la cosa da lui scelta. La cosa scelta viene infatti considerata come “il bene” ed “il fine” mentre ciò che rimane escluso dalla scelta è appunto quello che non viene assimilato alla finalità scelta.

Il “bene” è esattamente l’oggetto della volontà, ed il “fine”, che nel pensiero di ciascuno definisce il “bene”, è, in concreto, la legge immanente della volontà. Ne segue che l’atto del libero arbitrio, lungi dal ridursi ad una pura opzione incondizionata nella quale si vorrebbe far consistere la libertà, è in effetti l’espressione della volontà, la quale è essa stessa, in un giuoco spontaneo, conforme al “bene” ed al “fine”. La libertà sta originariamente nella volontà e vi è regolata dal rapporto fra la stessa volontà e la natura, vale a dire da ciò che fa, della creatura ragionevole e della sua stessa volontà, in maniera divina, una sola cosa.

La libertà è regolamentata dalla verità. È altrettanto necessario in questo tempo di “crisi”, ricordare che la libertà, secondo S. Agostino, consiste nello scegliere quanto non può essere eliminato. La definizione è certamente transrazionale, ma perfettamente rispondente dal punto di vista esistenziale. L’esigenza di libertà, che vibra nell’intimo di ciascuno, deve in effetti essere soddisfatta, perché essa è sanzionata “…dalla nostra santa vocazione, che ha la sua origine non nelle opere nostre ma nel decreto di Dio e nella Sua Grazia” (II Tim. 1, 9). E questa esigenza è così assoluta che essa esclude ogni contrasto esterno.

Ciò comporta, come necessario presupposto, che il desiderio non deve essere frustrato e ciò, a sua volta, presuppone che l’uomo non desideri che quanto non può essere eliminato. S. Agostino ammette dunque chiaramente che la libertà non sopporta costrizioni; ma, d’altra parte, l’assoluto della libertà è, secondo lui innestato in un desiderio che vede solamente beni quei che non possono essere eliminati, e cioè in un desiderio regolato da Leggi superiori.

E siccome i beni che non possono essere eliminati, sono soltanto i veri beni, i beni validi per una creatura dotata dell’immortalità, ne segue ancora che la libertà ha spazio soltanto nella Verità. L’opposizione creata fra il “dovere” e la “libertà”, la necessità di optare che discende da questa opposizione, i comportamenti pratici che esprimono questa opzione e spesso vanno bene al di là di essa, tutto ciò ha per origine una vera confusione: “Parvus error in principio, fit magnus in fine”.

La confusione deriva dal non saper distinguere due tipi di necessità. Una si impone ad un essere autonomo cominciando dal punto in cui lui cessa di essere se stesso, l’altra è immanente alla natura della quale non fa altro che esprimere la determinazione. Correlativamente, per ogni operazione, ci sono due tipi di leggi. Quelle che la circoscrivono dall’esterno e sono sottoposte a restrizioni, e quelle che sono concomitanti al principio stesso dell’operazione e sono, nei confronti di questa, metro di misura.

Se si confondono questi due tipi di legge e di necessità, se si osserva – non senza ragione – che restrizione e libertà sono termini incompatibili, la logica conclusiva non può essere che una sola: la libertà deve essere priva di regolamentazione. La conclusione è giusta, senonché, essendo falsa la prima premessa ne segue che egualmente è falsa la conclusione cui si giunge. La libertà non è priva di regolamentazione; è priva di una regolamentazione esterna, perché ha in se stessa la valida regolamentazione. S. Tommaso esprime magnificamente Mons. Guérard des Lauriers o.p., durante una predica questo concetto, con queste parole: “Lex nova est instinctus Spiritus Sancti”, “la nuova legge è istinto dello Spirito Santo”.

Non crediamo ci sia bisogno di ricordare che per S. Tommaso, come per tutti i cristiani, lo Spirito Santo è lo Spirito di Verità. La libertà dunque, e particolarmente la libertà cristiana, che è “quella della Gerusalemme celeste” (Gal. IV 26 ) e della Nuova Legge, la libertà, dunque, come dicevamo, è regolata dalla Verità, da tutta la Verità.

E tutti quelli che, rifiutando ogni restrizione, rifiutano anche la Verità come regolatrice della libertà, sono nell’errore: essi non sono affatto liberi, dato che come è provato dall’esperienza essi aspirano continuamente a divenire tali. Essi aspirano – inconsciamente senza dubbio – ad essere “liberati dal peccato” (Rom. VI, 22), ad essere “liberati dal male” (Mt. VI, 13 ), da ogni male, ed in particolare dalla “corruzione” (Rom. VIII, 21) mentale che consiste nel misconoscere la natura della creatura spirituale e, di conseguenza, la natura stessa della libertà.

Questi poveri esseri smarriti non potranno essere soddisfatti nel loro legittimo desiderio che convertendosi; non potranno essere soddisfatti se non volgendosi a questo suggerimento che lo Spirito Santo (non si può fare a meno di sperarlo) loro silenziosamente dà” (Giov. 14, 26). Allora “essi conosceranno la Verità e la Verità li farà liberi” (Giov. 8 32). E noi, i cristiani, siamo liberi? Certamente non lo siamo tanto da non doverlo divenire ancora di più. Infatti la libertà, che è “la gloria dei figli di Dio” (Rom. 8 21) è infinita come il desiderio ed assoluta come la Verità. La sua non offuscabile grandezza sta nell’essere regolata dalla Verità ma soltanto dalla Verità e dal non avere altri metri di misura. Doppia esigenza alla quale dobbiamo, per intima vocazione, soddisfare in tutte le circostanze.

In questo tempo di “crisi”, e come in tutti i tempi, essere libero vuol dire essere lo strumento attraverso il quale Dio realizza il suo disegno, vuol dire essersi conformati a questo disegno e pertanto essere regolati dalla Verità: essere liberi, in pratica, vuol dunque dire sottomettersi a tutto ciò che Dio manifesta essere la Sua volontà. In tempo di “crisi”, come sempre e dovunque, ma in maniera tutt’affatto particolare quando questa crisi proviene dal fatto che è l’autorità stessa a non essere più regolata dalla Verità, esser liberi significa non chiedere come un favore ciò che è soltanto un sacro diritto, diritto del quale il principio necessitante è la Verità stessa.

Sarebbe infatti soltanto una adulazione alle Autorità, riconoscerle indirettamente che essa ha il diritto di forgiare leggi false, contrarie alla Verità; in ultima analisi si tratterebbe di riconoscere, come fatto legittimo, che la Verità non è l’unica regolatrice della libertà, ma può essere sostituita da una qualunque costrizione: e questo sarebbe peccato contro la Verità, e rinunciare alla libertà. In tempo di “crisi” e particolarmente nella crisi attuale, è la Verità che rende liberi.

La libertà “di favore” può ingannare la fame di coloro che cenano con “il padre della menzogna” (Giov. VIII, 44); ma non può assolutamente soddisfare tutti coloro che “Dio ha chiamato dalle tenebre per condurli alla Sua impareggiabile Luce” (1 Pt. 2, 9), e che, sotto pena “di essere gettati fuori, debbono rimanere in Colui” (Giov. XV, 6) “che è la Verità” (Giov. XIV, 6).

Non c’è altra Libertà vera da quella di “conoscere la Verità” (Giov. VIII, 3), non c’è altra libertà che quella di far brillare in tutto il suo fulgore la Luce, facendo trionfare la Verità.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/

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