In morte di Gilberto Gobbi, grande cattolico e vero psicologo e psicoterapeuta

 

Ho appreso con grande dolore della scomparsa del professor Gilberto Gobbi. Lo avevo intervistato circa un mese fa. E proprio per ricordarlo vi propongo le sue sagge riflessioni.
A Dio, caro professore.

Gilberto Gobbi: “Il relativismo ha modificato la concezione cattolica della sessualità”

“Se in Internet cerchiamo «omosessualità e sacerdozio cattolico», troviamo migliaia di pagine dedicate a questo argomento: è pruriginoso e quindi appetibile. La Chiesa cattolica è stata coinvolta in scandali relativi all’omosessualità e agli abusi sessuali nei confronti di minori, in cui erano compromessi sacerdoti e vescovi. Ma la maggioranza di loro è fedele alla vocazione e vive la scelta del celibato con coerenza e in molti casi con santità. Rimane, invece, poco considerata la realtà nascosta dei sacerdoti e consacrati che, per il disagio derivato dalla disarmonia che avvertono nella loro vita, scelgono di intraprendere liberamente vari percorsi di aiuto”.
E’ presentato così, sui principali bookstore, il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta e sessuologo clinico veronese Gilberto Gobbi. In “Uomini e donne di Dio – Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata” (Edizioni SugarCo, gennaio 2020, pagine: 176), sempre con rispetto delle persone, Gobbi affronta il problema del rapporto tra omosessualità e sacerdozio cattolico, analizzando la formazione psicologica della personalità, i documenti della Chiesa sull’argomento, e individuando le cause che hanno portato all’aumento di consacrati con orientamento omosessuale.
La Fede Quotidiana ha intervistato il dottor Gobbi che è stato anche insegnante di psicologia alla scuola triennale degli infermieri professionali, per 20 anni collaboratore di un Consultorio familiare e fondatore del Ciserpp.
Gobbi, che è uno studioso delle problematiche sessuali e delle dinamiche di coppia e familiari, non è al suo primo libro. Infatti ha all’attivo “Coppia e famiglia Crescere insieme” (1996), “Il padre non è perfetto” (1999), “Vorrei dirti tutto di me” (2006), “I bambini e la sessualità” (2010), “Sesso o amore. L’importanza dell’identità psicosessuale” (2014), “Sposarsi o convivere oggi” (2015), “Il bambino denudato. L’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS” (2016), “Credere nella famiglia” (2020).
Dottor Gobbi, nel suo nuovo libro affronta un tema delicato: l’omosessualità e la vita consacrata. Perché questa scelta?
Da anni, come psicoterapeuta seguo persone con problematiche sessuali sia individuali che in coppia. Mi sono venute persone con tendenza e orientamento omosessuale, tra cui persone consacrate (sacerdoti e religiosi). Di fronte alla situazione che si è verificata negli ultimi anni nella società e nella Chiesa, ho pensato che valesse la pena affrontare il problema dell’omosessualità nella vita consacrata in relazione alla formazione della personalità. Nell’introduzione al libro invito ad andare in internet su un motore di ri­cerca e scrivere “omosessualità e sacerdozio cattolico”. I link dedicati a questo argomento sono migliaia e mi­­gliaia e, di ora in ora, siti e blog aggiungono materiale sempre più detta­gliato ed “e­splo­sivo”. L’argomento è pruriginoso, scan­dalistico e quindi me­dia­ticamente ap­pe­tibile. Vi è modo di constatare come in “rete” ognuno sia libero di scri­vere e raccontare tutto e di più, in particolare su questo argo­mento, che coinvolge aspetti importanti della Chiesa catto­lica nelle sue varie ar­ti­colazioni e, in particolare, persone con uno spe­cifico mandato sa­cra­mentale e pastorale: sacerdoti e ve­scovi. Sono coinvolti nel fenomeno omosessuale,in modi di­versi, sa­cer­doti di città e di pe­riferia, semi­na­risti, che decidono per la scelta sacerdotale tra ansie e titubanze, vescovi, responsabili di dicasteri vati­ca­ni e cardinali. A livello me­dia­tico, la presenza dell’omosessualità tra i sa­cerdoti viene presentata prevalentemente nel suo aspetto scan­dalistico.
Negli ultimi anni è aumentata la presenza del fenomeno omosessualità tra i consacrati?
Per comprendere come sia stato possibile che negli ultimi decenni sia accresciuta la presenza del fenomeno dell’omo­sessualità nella vita consacrata all’interno della Chiesa, oc­corre analizzare il contesto storico-culturale, in cui si sono formati i sacerdoti, che oggi sono talvolta divenuti vescovi o cardinali, reggono Seminari o Università Pontificie, scrivono libri di teo­logia e morale, comunicano sulle pagine dei quotidiani laici e cattolici e sui vari media digitali.
Dottor Gobbi, a quale contesto storico si riferisce?
La radicalità del cambiamento simbolizzato nel ‘68, contrassegnato dalla re­lati­vizzazione di ogni realtà, usi, costumi, abitudini, valori, vita sessuale, ha coinvolto anche la Chiesa e, quindi, anche una buona parte delle istituzioni formative ecclesiastiche, come seminari, istituti e uni­versità religiose collegate al Vaticano e alle Congregazioni reli­giose. La mentalità relativista, sottile, impercettibile ma pervicace, è penetrata anche in ampi strati del tessuto cattolico, modificando la concezione della sessualità, che da sacramento e mistero della vita, è scivolata verso un vivere secondo le pulsioni soggettive, sganciata da un saldo riferimento alla Verità, accessibile e cono­scibile dalla ragione e dalla fede.
Con quali conseguenze?
Sulla ses­sualità umana non ci sarebbe più una verità ricevuta da conoscere, accogliere e vivere con coerenza, nei limiti ed ambiti da accettare per viverla nel suo pieno significato, riconoscendo in essi il pro­getto originario di Dio sull’uomo e la sessualità. In questi anni, sotto la pressione della eccessiva “psicologizzazione” della sessualità, di fronte alla naturale pulsione sessuale da soddisfare, pena la pos­sibile depres­sione, vengono ritenuti “normali” sia l’au­to­­erotismo sia l’omo­ses­sua­lità. Per l’argomento del nostro libro, la relazione tra sacerdozio e omosessualità, è importante comprendere come in questi anni l’orientamento sessuale diviene più importante della differenza sessuata inscritta nel corpo e gli atti sessuali omoerotici vengono proposti come un’espressione della sessualità naturale, “liberata”, con pari valore e dignità degli atti eterosessuali.  Va ribadito che il presupposto fondamentale è che l’eterosessualità e l’omosessualità siano due tendenze sessuali equiparabili e come tali espressioni equivalenti e buone della sessualità.
Alcuni alti prelati hanno dichiarato che l’80 percento degli abusi su minori è stato praticato da religiosi nei confronti di minori dello stesso sesso. È davvero così?
Non solo alti prelati, ma approfondite ricerche scientifiche dimostrano che, per una percentuale molto elevata di casi degli abusi dei preti americani, si tratta di efebofilia e non di pedofilia, e che il fenomeno riguarda non solo la Chiesa cattolica negli USA, ma la Chiesa a livello mondiale. Le ricerche hanno appurato che i sacerdoti efebofili hanno relazioni non con bambini, ma con ragazzi che hanno superato la pu­bertà, nella maggioranza dei casi, di sesso maschile, e sono ben più numerosi rispetto a quelli pedofili. Come si vede, se si vuole guardare con realtà e verità la piaga dolorosa degli abusi sessuali di alcuni sacerdoti e consacrati, occorre riconoscere che non si tratta generalmente di pedofilia, ma quasi sem­pre di efe­bofilia, cioè di omosessualità con una predilezione per i minorenni. Senza alcuna generalizzazione né identificazione tra omo­sessualità ed abusi, occorre tenere conto del dato di realtà e la­sciarsene interrogare. Tuttavia, non è oggetto del libro l’analisi degli abusi sessuali. Gli abusi sessuali, in qualsiasi ambito avvengano e da qualunque ceto sociale siano fatti, sono sempre avvenimenti che hanno una risonanza sociale, ma – occorre essere chiari – provengono dall’intimo della persona, da una sua immaturità psicoaffettiva, da processi intra­psichici di incapacità di controllo del cervello e delle emozioni. L’attuazione delle pulsioni e l’incapacità di auto­controllo sono fenomeni di immaturità, che possono spin­gere le persone ad usare anche il proprio ruolo e la propria posizione per av­vicinare e procurarsi l’“oggetto” desiderato, scaricare le pulsioni su persone inermi e assoggettarle, compiendo una grave vio­lenza.
Su internet è stato scritto che negli Stati Uniti e in Svizzera esistono cliniche dove propongono un percorso agli omosessuali per riscoprire l’eterosessualità. Qual è la sua idea in materia?
Partiamo da un dato concreto, di realtà: ogni persona ha il diritto, e nessuno glielo può togliere, di farsi aiutare psicologicamente di fronte a problematiche che sente difficoltose e che gli creano dilemmi esistenziali. Detto questo, io so che il lavoro psicoterapeutico deve aiutare la persona a capirsi per poter fare delle scelte libere.
Molti lamentano uno sdoganamento della pratica omosessuale da parte di un certo ambiente della Chiesa (come quello di lingua tedesca). Che ne pensa?
Vi sono i documenti della Chiesa Cattolica che affermano con chiarezza la non ammissione al sacerdozio e alla vita consacrata delle persone con orientamento omosessuale, e nel mio libro vengono analizzati. Sul legame tra omosessualità e sacerdozio, è fondamentale conoscere l’atteggiamento della Chiesa durante i due millenni di storia. Ritengo che ciò permetterà di avere un quadro più completo del feno­meno. E’ risaputo che nel primo millennio del cristianesimo le pratiche omosessuali venivano condannate, ma non sono mai state elaborate analisi né filo­sofiche né teologiche del fenomeno omosessuale e neppure del rapporto tra sacerdozio e omosessualità. Durante questo primo millennio, vi sono state condanne del­l’omo­­­sessualità come pratica sessuale da parte di Concili, Sino­di e Papi. Già il Concilio di Elvira (305-306) stabiliva delle pe­ne ca­noniche, che di epoca in epoca, sono state riconfermate. Per i sacerdoti e i monaci, che si macchiassero di tale peccato, era­no previste delle pene molto severe e crudeli. La prima condanna della piaga omosessuale fra ecclesiastici e anche di quella dei preti che convivevano con donne, la si deve a San Pier Damiani nel 1049, con il Liber Gomorrhianus, che può anche essere ritenuto il primo trattato morale sulla sessualità. Poi si passa al 1568 con San Pio V, che condanna le pratiche omosessuali, ricondannate nel Codice di diritto Canonico del 1917.
Quali sono stati gli interventi della Chiesa nell’epoca moderna?
Si deve arrivare al secolo XX perché l’argomento divenga pregnante: la Chiesa attraverso i suoi organismi si è sempre espressa in modo molto chiaro, a partire dal un documento poco conosciuto del 2 febbraio del 1961, in cui per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica appare il divieto esplicito di ammettere ai voti religiosi e al sacerdozio le persone contendenza all’omosessualità e alla pederastia. E’ il periodo in cui si diffonde nell’ambiente religioso cattolico la concezione che vi siano due orientamenti sessuali, come due identità sessuali, equivalenti e paralleli: l’eterosessualità e l’omosessualità. Questa visione sulla sessualità, contraria alla morale tradizionale, entra anche nei seminari e nei monasteri cattolici, in tutti i continenti. Ciò comporta una forte ricaduta sull’atteggiamento richiesto ai chierici circa la castità. Poi vi sono documenti della Santa Sede nel 1985, nel 1989, nel 1990, nel 2202 fino al 2005 a firma di Benedetto XVI. L’argomento viene successivamente ripreso nella sua totalità nella Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotali del 2016 a firma di Papa Francesco, in cui si riconferma che “La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”.
Lei dedica una parte del libro all’identità psicosessuale del sacerdote. Perchè?
Ritengo che si debba avere una visione globale della sessualità, E’ scientificamente corretto evidenziare le possibili e molteplici concause del sorgere e dello strutturarsi della omosessualità, in particolare è importante analizzare concretamente il contributo e l’incidenza fondamentale dell’ambiente familiare alla formazione della personalità e quindi dello stesso orientamento sessuale. Questo avviene per tutte le persone e anche per le persone consacrate. Il percorso della loro formazione, pertanto, deve tener conto dell’obiettivo per cui fanno determinate scelte che hanno da essere scelte di libertà, e come tali mature. Occorre avere chiarezza dei contenuti e della sacralità della scelta in conformità a Cristo.
Il libro ha una dedica particolare?
Questo libro è dedicato con affetto ai sacerdoti, alle loro parole capaci di far presente il Corpo di Cristo, in anima e corpo, e alle loro mani benedicenti e perdonanti, che segnano la vita del cristiano dalla nascita alla morte.
MATTEO ORLANDO

A seguire il pensiero postato su Facebook dal figlio di Gilberto Gobbi

A DIO, PAPÀ

Oggi, alle prime luci dell’alba, il nostro caro e grande papà, ci ha lasciato.
Abbracciato alla sua croce, in relazione viva, come in tutta la sua vita di sposo, padre e professionista, col dolore di tanti altri sofferenti, è andato incontro al Signore, che tanto amava.

So che per molti di voi era un punto di riferimento, piccolo o grande, era il “professor Gobbi”. Penso a tanti volti, che conosco, ma molto di più sono quelli che non conosco.
I tempi duri che tutti viviamo, non consentono ne a noi familiari ne tanti di voi che lo hanno conosciuto e stimato, di affidarlo insieme al Signore e di rendergli l’onore che la sua vita generosa merita.
Per questo mi permetto di chiedere stasera il dono di un’Ave Maria, la preghiera che tanto amava e che ogni sera era l’ultima parola sulle sue labbra, prima di coricare fiducioso il capo sul cuscino.
Come un ultimo suo sorriso per ognuno, come un “coraggio”, vi lascio le parole del suo amato San Giovanni Bosco, suo padre e maestro:
“Camminate con i piedi per terra e col cuore abitate in cielo”.

A Dio, papà, grazie per tutto.

DA

https://informazionecattolica.blogspot.com/2020/03/in-morte-di-gilberto-gobbi-grande.html?m=1

Live Action denuncia aborti illeciti in Louisiana

di Matteo Orlando
Live Action, un’organizzazione no profit americana, supportando tutto con immagini e telefonate registrate, ha denunciato che l’Hope Medical Group, un centro per gli aborti a Shreveport, in Louisiana, perché sta compiendo aborti in violazione di un divieto statale, violando un ordine del Dipartimento della Salute della Louisiana secondo cui tutti gli aborti chirurgici non essenziali ed elettivi devono cessare durante la crisi COVID-19.
L’ordine era stato dato per preservare l’equipaggiamento di protezione personale di cui il personale medico ha bisogno quando lavora in prima linea nella battaglia contro COVID-19.
Gli obiettivi aggiuntivi dell’ordine erano quelli di utilizzare meglio il personale ospedaliero, le attrezzature e i letti disponibili per salvare vite umane all’aumentare del numero di casi COVID-19.
In 2 telefonate registrate il 26 marzo 2020, i dipendenti di Hope Medical Group hanno dichiarato agli investigatori di Live Action di essere aperti e operativi, dicendo: “Attualmente siamo l’unica struttura nelle vicinanze che è aperta e operativa, e rimarremo aperti e operando il più a lungo possibile “.
“In Louisiana, l’industria dell’aborto dimostra ancora una volta che cercherà profitto, qualunque cosa accada. Mentre il resto del mondo è concentrato sul salvataggio delle persone colpite da COVID-19, il Hope Medical Group sta programmando aborti per uccidere feti, danneggiare donne e utilizzare preziose risorse mediche come maschere, guanti e abiti”, hanno dichiarato dalla Live Action, associazione che da anni si batte contro la multinazionale dell’aborto Planned Parenthood.
Come ha notato il senatore della Louisiana Katrina Jackson, “i fornitori di servizi medici specialistici della Louisiana, come i dentisti, stanno donando preziose risorse agli ospedali che combattono il COVID-19 in Louisiana. Ma Hope Medical Group si concentra su nient’altro che trarre profitto dall’aborto. Chiediamo al governatore John Bel Edwards e al procuratore generale della Louisiana Jeff Landry di chiudere immediatamente il Hope Medical Group e punirlo per aver disubbidito allo stato e aver messo in pericolo la comunità”.

In Europa cominciano a volare i piatti.

Come sempre accade nei momenti di fine di un regime, o di un matrimonio, anche in questo caso il velo di ipocrisia che portava i commensali a fingere di essere uniti mentre stavano a tavola sta cedendo clamorosamente. Il commento di Corrado Ocone

Certo, fa un po’ effetto vedere Giuseppe Conte e Romano Prodi, forse perché “scavalcati” da Mario Draghi, dire, o accennare, più o meno le cose che fino a un mese fa venivano contestate ai “sovranisti”. Cioè che l’Unione europea, così come è, non solo è destinata a fallire ma è anche un progetto che, oltre ad aver fatto già tanti danni al nostro Paese, rischia ora di affossarlo definitivamente.

Il fatto è che, come sempre accade nei momenti di fine di un regime, o di un matrimonio, anche in questo caso il velo di ipocrisia che portava i commensali a fingere di essere uniti mentre stavano a tavola sta cedendo clamorosamente. Dapprima la “gaffe” di Christine Lagarde, la presidente della Banca europea, che è arrivata a dire che fra i suoi compiti non c’è quello di tenere a bada lo spread dei Paesi membri; poi ieri la spregiudicata e improvvida dichiarazione della presidente della Commissione stessa, che ha derubricato l’idea dei “Coronabond” a semplice “slogan” e comunque non praticabile “legalmente”.

Una dichiarazione fatta nientemeno che alla Dpa, la maggiore agenzia di stampa tedesca. Quasi come se le “leggi” non sia l’Unione europea stessa che debba darsele, soprattutto in tempi di emergenza. E come se un presidente della Commissione possa pubblicamente sconfessare undici stati membri firmatari di una lettera che i “Coronabond” li richiedeva a gran forza. Si può abdicare in un solo colpo anche alla forma e smettere di sembrare (almeno) di essere super partes? . Quanto alla sostanza, beh quella è fin troppo evidente. Ursula von der Leyen non solo è stata voluta da Angela Merkel alla carica che ricopre, ma ha anche il compito di fare prima di tutto gli interessi della casa madre.

Ora, non siamo tanto ingenui da aver mai creduto che l’Unione fosse il “nobile progetto” di “menti illuminate” e non anche la palestra del gioco di potenza fra i Paesi più forti. Ciò che però fa specie è che questo gioco si sia ormai appalesato e che, fra i coniugi, comincino a volare i piatti. Cosa potrà succedere fra quindici giorni, quando una decisione la si dovrà pur prendere e quando la situazione economica si sarà probabilmente aggravata, non è dato sapere.

Stefania Craxi, in un’intervista a Daniele Capezzone stamattina su La Verità, arriva a dire che il rinvio di ogni decisione sia stato null’altro che “una messa in scena premeditata e ben orchestrata con tanto di regia”. L’obiettivo: costringerci alla resa e commissariarci. Quel che è certo, è che la Germania e i suoi Paesi satelliti non ci faranno sconti. E se la politica è prima di tutto realismo, non bisogna che prenderne atto e passare a un “piano b”. Ci sarà tempo per trarre i bilanci, in Italia e fuori.

Quel che occorre ora al nostro Paese è tenere duro, rinserrare le fila, fare appello al ritrovato senso patriottico e cominciare a salvaguardare fino in fondo l’interesse nazionale. Se mai ci fosse qualcuno che pensa di usare la sponda europea per costruire in patria le proprie fortune politiche, bisogna dirgli che gli italiani sarebbero inflessibili con chi dovesse provare a prenderli in giro.

DA

https://formiche.net/2020/03/europa-italia-ocone/

Un governo di salute pubblica? Ad avercelo

A questo punto ci vorrebbe davvero un governo di Salute Pubblica. L’espressione è assai pertinente sul piano lessicale ma altrettanto inquietante sul piano storico. Perché il primo e più famoso governo di Salute Pubblica fu varato dai giacobini di Robespierre nell’aprile del 1793 e fu Terrore dopo la Rivoluzione di quattro anni prima.

Ma un governo straordinario, di Salute Pubblica, ci vorrebbe davvero per gestire efficacemente l’uscita dall’emergenza sanitaria e l’entrata nell’emergenza economica, senza perdere di vista il bene comune e la sovranità d’Italia.

Quando si dice uscita dall’emergenza sanitaria non si dice il dopo-virus ma la capacità di accompagnare in modo efficace il controllo del contagio, ripristinare la capacità sanitaria degli ospedali e riuscire a dotare la popolazione di quegli elementi che finora hanno penosamente latitato: mascherine, guanti, disinfettanti, tamponi, per non dire dei respiratori negli ospedali e delle bombole d’ossigeno nelle case in cui si rendono necessarie. Qui lo spettacolo è stato deprimente, è mancato tutto o quasi, salvo iniziative private o locali. L’unica vera incidenza del governo è stata a colpi di decreti & divieti. Decreti a raffica che modificavano continuamente le norme; divieti necessari ma sempre un po’ tardivi e mal concepiti. Più la tragicomica annunciazione di mascherine sempre in arrivo e non ci sono mai: c’è persino agli esteri chi da un mese è ministro per le mascherine e i rapporti con la Cina e ogni giorno sciorina dati per il ballo in maschera sempre rinviato.

Ci vorrebbe un governo in grado di gestire l’emergenza e non di sceneggiarla, di fare profilassi e non one-man-show televisivi per salire nei consensi e vantare un modello sanitario unico al mondo. Fondato in realtà sulla pazienza, il senso civico e la paura degli italiani che restano in casa.

Ma poi, dicevo, c’è da gestire l’emergenza economica e le possibili controindicazioni. Come distribuire i sostegni, a chi dare la precedenza, spalmarli sulla cittadinanza o far ripartire alcuni settori strategici, con che trasparenza gestirli. Ci vorrebbe un ceto di titani per gestire la Rinascita. E parallelamente al capitolo delle uscite si tratta poi di capire quanto costeranno e a chi i soldi per la ricostruzione. Il pericolo di una svendita del paese, o di una gestione effettiva della troika, salvo qualche burattino vanesio che fa da figurante al governo, è reale, e prende il nome eurocratico di Mes, oltreché di svendite sottobanco a potenze come la Cina o gli Usa.

Dunque il triangolo da tenere ben saldo è Sanità-Ricostruzione-Sovranità. Ossia, salute, economia e politica. Da qui dunque la necessità che un governo di Salute Pubblica non sia solo tecnico o di concertazione tra maggioranza e opposizione. Ma allora chi dovrebbe formare questo governo?

E qui vengono i dolori. Perché un governo di Salute pubblica dovrebbe unire in un’agile cabina di comando i migliori del nostro paese, al di là delle posizioni politiche, le intelligenze più lucide e lungimiranti, le competenze più serie, le personalità più autorevoli. Non più mezze calzette, nullivendoli, servetti, saltimbanchi e pulcinella.

Allora il primo dubbio è: dove sono? Il secondo è: chi li seleziona? Il terzo è: chi li sostiene? Il quarto è: con che legittimazione popolare? E infine, chi fa da collante politico dei Migliori? La prima domanda è difficile anche perché di solito i nomi invocati non sono i migliori ma quelli che passa il convento mediatico: ne abbiamo avuti di santoni e supercommissari che si sono poi sgonfiati o sono stati di fatto svuotati e gettati via. Ora il nome-farmaco è MarioDraghi ma chiedo: oltre l’indubbia competenza e autorevolezza economica, potrà guidare un’efficace strategia sanitaria e soprattutto potrà garantire la nostra sovranità o sarà piuttosto la transizione verso un passaggio di poteri, tramite l’economia, ai guardiani dell’Eurarchia (non mi sento di chiamarla Europa)? Poi, chi li seleziona gli Ottimi, gli stessi politici che non destano affidabilità di governo, Mattarella, il Papa, X factor, la Lotteria? Compiuto il miracolo di insediare almeno una dozzina di Migliori, il Parlamento dovrebbe poi votarli se non vogliamo sospendere del tutto la democrazia. E poi finito il loro compito di raddrizzare la barca andranno a casa, lasciando al paese la facoltà di scegliersi il prossimo governo (già, con quale sistema elettorale?) oppure chiederanno direttamente loro il voto, ma non saprei in che modo, se non cambiando sistema costituzionale, oltre la democrazia rappresentativa, mediata dai partiti. Insomma, un percorso difficile. Senza dire che chi ventila un governo Draghi lo vede come garanzia per il Mes o lo agita come spauracchio per mantenere in vita il gabinetto Conte e sventare svolte politiche a destra.

In questa fase, la gente sembra dare consenso a Conte anche perché è la faccia dello Stato (delle cose): accade così nei momenti di paura, si cerca sicurezza stringendosi intorno a chi ci governa; tanto più se c’è un martellante spot-no-stop propagandistico in video, oggi unica finestra sul mondo. Allo stesso tempo c’è la sconfitta della politica: i leader politici hanno meno consenso e meno ascolto, si vogliono azioni di governo e non discorsi. (Curioso il caso di Zingaretti che da malato e assente raccoglie più consensi che da leader e comunicatore).

Ma non sappiamo a lungo andare se quel consenso non si capovolgerà. Comunque questa tragedia, i cui numeri effettivi non corrispondono a quelli ufficiali, mostra che la competenza e l’autorevolezza sono requisiti necessari. Non possiamo più permetterci di avere grillini per la testa. Se la politica deve tornare deve crescere di statura. Per ricostruire ci vorranno statisti, non figuranti, figurine o piazzisti.

MV, La Verità 27 marzo 2020

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Un governo di salute pubblica? Ad avercelo

Quel crocifisso portato per le vie di Roma verso la basilica di San Pietro dal 4 al 20 agosto del 1522…

Nel 1519 un incendio, nella notte, distrugge completamente una Chiesa in Via del Corso, a Roma, intitolata a San Marcello. Il mattino seguente l’intero edificio è ridotto in macerie ma fra le rovine emerge integro il crocifisso dell’altare maggiore, ai piedi del quale arde ancora una piccola lampada ad olio. Tre anni dopo l’incendio, Roma viene colpita dalla “Grande Peste”. Il popolo porta il crocifisso in processione, riuscendo a vincere anche i divieti delle autorità, comprensibilmente preoccupate per il diffondersi del contagio. Il crocifisso viene prelevato e portato per le vie di Roma verso la basilica di San Pietro. La processione dura per 16 giorni: dal 4 al 20 agosto del 1522. Man mano che si procede, la peste dà segni di regressione, e dunque ogni quartiere cerca di trattenere il crocifisso il più a lungo possibile. Al termine, al momento del rientro in chiesa, la peste è del tutto cessata. Questa è la storia.
Veniamo ai giorni nostri….
Abbiamo chiuso i luoghi di culto, cantato a squarciagola dai balconi, abbiamo organizzato flash mob, sventolato tricolori, qualcuno (pochi) si è spinto ad ascoltare Prodi con la bandiera dell’Europa che se ne sta fregando di noi, abbiamo sbatacchiato i coperchi delle pentole, suonato chitarre, batterie, violini, pifferi e ci siamo distinti nelle sciocchezze più decadenti. Nessuno ha pensato alla cura dell’anima perché si parla solo di quella (pur doverosa) del corpo. Nel chiudere le chiese si è chiusa la devozione, si è spenta la pietà. Pochi hanno preso l’esempio di vera Fede dei nostri antenati del 1519, pochi hanno approfittato dell’isolamento per pregare e meditare nel silenzio indotto. Pochi hanno pensato di offrire a Dio i sacrifici di questo tempo quaresimale, in espiazione dei peccati. Pochi e isolati sacerdoti fedeli alla Tradizione ci hanno dato e ci danno l’esempio. Un esempio che è monito e speranza per tutti. La nostra anima è la chiesa che oggi non possiamo raggiungere. Curiamola con la medicina del Rosario, della penitenza, della meditazione sulla  nostra vita per migliorarci ad emergenza finita. Dimostriamoci ancora cattolici, senza vergogna. Perché non siamo noi quelli che debbono vergognarsi in questo periodo. Con loro faremo i conti alla fine. Ora pensiamo a noi. Viva Cristo Re!! Viva l’Italia!!
Matteo Castagna
Responsabile Nazionale del Circolo Cattolico Christus Rex

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https://informazionecattolica.blogspot.com/2020/03/quel-crocifisso-portato-per-le-vie-di.html?m=1

Il senso del peccato

 

Non sono pochi gli uomini di Chiesa che in questo momento stanno pregando perché gli scienziati trovino presto un vaccino contro il coronavirus responsabile della pandemia di Covid-19.

Ma se la preghiera si limitasse a questo sarebbe davvero un problema dal punto di vista della fede. Mi faceva notare un sacerdote che se anche la scienza trovasse il vaccino e continuassimo poi a commettere peccati, sorgerebbero altre pandemie peggiori, come ha dimostrato il segreto di Fatima sulla profezia della seconda guerra mondiale.

Il vero problema, forse, è la salvezza della nostra anima, cosa che molti cattolici oggi tendono a dimenticare. Rischiamo davvero di percorrere un binario morto se, come credenti, ci limitassimo a pregare Dio unicamente perché fermi il coronavirus.

Certo, la prima, immediata, istintiva invocazione d’aiuto che il cuore dell’uomo riesce a gridare in una situazione d’emergenza è quella di salvare la vita. È quella di chiedere a Dio che si trovi un modo per fermare la pandemia che sta flagellando il mondo interno. Ma non può essere solo quello. Come ha recentemente ricordato mons. Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, il termine latino “salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso; l’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Per questo non si deve dimenticare l’importanza di salvare l’anima oltre che il corpo.

E dire che i cristiani conoscono benissimo il monito del loro Maestro: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16, 25-26).

Parafrasando le parole di Gesù Cristo potremmo chiederci cosa serve all’uomo trovare il vaccino contro il coronavirus per salvare il proprio corpo, se poi perde l’anima?

Il punto è che l’uomo moderno ha perso di vista questa prospettiva, perché ha smarrito il senso del peccato.

Lo aveva lucidamente preconizzato uno dei più grandi Papi del XX secolo, Pio XII, quando il 26 ottobre 1946 nel radiomessaggio trasmesso a conclusione del Congresso Catechetico degli Stati Uniti, tenutosi a Boston, annunciò che «forse il più grande peccato del mondo oggi è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato». (Discorsi e Radiomessaggi, VIII, p. 288). Nel XXI secolo, possiamo tranquillamente dire che quel senso è stato definitivamente perso. L’uomo del nostro tempo vive una sorta di “anestesia della coscienza”. Ha forse ancora un vago senso di colpa, un complesso di colpevolezza ma non è più il senso del peccato. Tutto ciò perché è sparito Dio dall’orizzonte della società

È il peccato, non il coronavirus, a produrre l’unica vera infezione che dobbiamo temere, ossia quella che uccide l’anima. E questa infezione, oggi, si propaga anche attraverso le leggi inique e contrarie ai comandamenti di Dio, che gli uomini ostentano come conquiste della modernità, o attraverso quelli che alcuni clerici amano definire «aggiornamenti pastorali-dottrinali esigiti da una fede al passo con i tempi».

Ecco perché il vero vaccino occorre trovarlo innanzitutto contro le leggi inique, che gridano vendetta al cospetto di Dio, come quelle sull’aborto, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle norme per combattere la cosiddetta “omofobia”, sull’ideologia gender.

Se i cristiani non capiscono questo o, peggio, approvano le leggi inique, se non sono più capaci di reagire di fronte alle sempre più numerose manifestazioni blasfeme e sacrileghe, se peccano spensieratamente di idolatria, se affermano che non è più peccato mortale il sesto comandamento, come neanche tralasciare il precetto festivo, se ammettono la convivenza more uxorio, il divorzio, se sostengono che non si debba più parlare di peccato, ma solo di “complicazioni”, beh, allora non devono poi stupirsi se Dio risponde loro che non può aiutarli, e se intorno ad essi non resta altro se non quello che il Profeta Daniele definiva l’«abominio della desolazione».

Eppure, i cristiani conoscono il monito di Gesù: «Va e d’ora in poi non peccare più!» (Gv 8, 11).

Se si perde la consapevolezza del peccato, si riduce tutto ad una dimensione materiale, e la morte fisica terrorizza più della morte spirituale. È quello che si vede accadere in questi giorni di pandemia, anche, purtroppo, tra tanti cristiani. Ma se questi non sanno più testimoniare la differenza a cosa servono? Rischiano di diventare come l’evangelico «sale insipido», che non serve a nulla «nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus» (Mt 5, 13).

Quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede? I cristiani devono avere sempre presente questa domanda, consapevoli dell’immensa responsabilità che essi hanno di tenere viva la fiamma della Verità fino al ritorno di Cristo.

Anni fa, mons. Luigi Giussani ha voluto recuperare gran parte della letteratura cattolica censurata dall’egemonia marxista che dal dopoguerra domina incontrastata il panorama culturale italiano. Giussani convinse la casa editrice BUR ad istituire una Collana denominata I libri dello spirito cristiano. Tra le varie perle ve n’è una che ho letto con piacere: il romanzo Morte, dov’è la tua vittoria? dello scrittore cattolico Henri Daniel-Rops (1901-1965), accademico di Francia. In quel romanzo Daniel-Rops faceva dire a uno dei suoi personaggi, l’abate Pérouze, queste parole: «La sola vita è quella che ci viene dalla lotta per la nostra anima (…). Gli uomini di oggi disprezzano questa verità (…), hanno bandito il peccato dalla loro vita e dai loro libri,

Gli uomini di oggi disprezzano questa verità (…), hanno bandito il peccato dalla loro vita e dai loro libri, e per questo sono finiti in un fiume fangoso in cui, senza saperlo, annaspano e affogano».

Speriamo che tutti, credenti e non, nelle drammatiche circostanze imposte dall’emergenza pandemica del Covid-19, possano recuperare la coscienza della necessità e riconoscersi umilmente peccatori, per poter salvare l’anima prima ancora del corpo.

 

Gianfranco Amato

 

Da

Il senso del peccato

Putin chiede di non credere alle fake news sul coronavirus

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha invitato la gente a non credere alle fake news e alle insinuazioni allarmistiche sulla diffusione del coronavirus in Russia; secondo il capo di Stato russo, queste informazioni false circolano maliziosamente per seminare panico e sfiducia nei confronti delle autorità.

“Per quanto riguarda l’informazione, l’informazione è oggettiva. Non bisogna credere a nessun pettegolezzo, o come dite alle fake news. Qualcuno lo fa inconsciamente e qualcuno consapevolmente con l’obiettivo di seminare diffidenza su quello che le autorità stanno facendo nel territorio, a livello federale, municipale e creare una sorta di panico”, ha detto Putin in una riunione con i rappresentanti della società civile in Crimea e Sebastopoli.

La Russia intensificherà gli sforzi per combattere il coronavirus, ha evidenziato il presidente russo Vladimir Putin.

“Grazie a Dio, abbiamo tutto sotto controllo finora. Spero che continui così in futuro. Aumenteremo questi sforzi”, ha detto il capo di Stato russo durante l’incontro.

Il presidente ha evidenziato che ha incaricato il governo e le regioni di preparare misure proattive e di introdurle qualora fosse necessario.

Putin ha poi rivolto l’attenzione sul fatto che nella situazione con il coronavirus la Russia sembra essere “molto meglio” rispetto ad altri Paesi.

“Come sapete, in alcuni Paesi europei questa malattia ha davvero acquisito il carattere di un’epidemia di massa. Ci sono migliaia di malati, migliaia. E centinaia di persone che sono già morte. Fondamentalmente si tratta di persone molto anziane, persone che hanno qualche patologia, di solito cronica e comunque malattie gravi che debilitano il sistema immunitario”, ha detto.

In Russia saliti a 147 i casi di contagio da Covid-19

In Russia sono stati registrati 33 nuovi contagi col nuovo tipo di coronavirus nell’ultimo giorno, ha riferito il quartier generale operativo per il monitoraggio della situazione con il Covid-19 nella Federazione Russa.

In totale 147 casi del nuovo coronavirus sono stati registrati in Russia, 5 persone sono guarite.

Da

https://it.sputniknews.com/mondo/202003188879472-putin-chiede-di-non-credere-alle-fake-news-sul-coronavirus/

Meditare con Chesterton

Letture dallo smartphone il telefono furbo. La razza umana per la religione cadde una volta e cadendo acquisì la conoscenza del bene e del male oggi siamo caduti una seconda volta e tutto ciò che ci resta è la conoscenza del male di Roberto Pecchioli

 

 

 

Letture dallo smartphone, il telefono furbo.

 

 

di

 

 

Roberto Pecchioli

 

Guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’. Ha quarant’anni la canzone di Gianni Togni, il cui refrain ha ispirato anche un film del 2007. La noia da reclusione coatta antivirus suggerisce qualche incursione, via smartphone, in siti non proprio amici. Uno è Wikipedia, l’encicolpedia online iperlaica, mondialista, politicamente corretta e, beninteso “fatta da noi”. Beato chi ci crede. Penetrato nel wiki-mondo, ho scelto una voce, non troppo a caso: Chesterton. Per queste note, mi sono praticamente limitato a un brutale “copia e incolla” delle pagine dedicate al grande (e grosso: un metro e novanta per centotrenta chili!) intellettuale e scrittore cristiano inglese.

Mi sono limitato a due opere apparentemente antitetiche, Eretici e Ortodossia, senza resistere alla tentazione di alcune citazioni sparse. Perle, gocce, lampi, aforismi, chiamateli come volete, ma lasciatevi sorprendere dal padre del distributismo, una teoria economico-sociale, e di Padre Brown, il prete capace di indagare l’animo umano sino a scoprire i crimini degli uomini. Gran mente eclettica, Chesterton, capace di scrivere un saggio cruciale su San Tommaso (per lui era Tommy!), dettato nei ritagli di tempo tra un racconto e un articolo di giornale.

Molti pensieri di Chesterton sono così sorprendenti perché in lui chiarezza e profondità si fondono senza sforzo apparente: il marchio infallibile del genio.

 

Se avrete la pazienza – io spero il piacere- di leggere, vi verrà voglia di brandire il computer o lo smartphone, che avrà finalmente meritato il suo nome di “telefono furbo”, e di andare oltre, gustare altri diamanti della sapienza semplice e geniale di quel gigante. Tutto ciò in attesa di sopravvivere al contagio e alla reclusione e correre in libreria per leggere, sottolineare amorosamente, conservare e fare vostri pensieri e parole di Chesterton. Iniziamo dal principio, dal racconto della nascita fatto da lui stesso, nell’Autobiografia.

“Inchinandomi con la mia cieca credulità di sempre di fronte alla mera autorità e alla tradizione dei padri, bevendomi superstiziosamente una storia che all’epoca non fui in grado di verificare in persona, sono fermamente convinto di essere nato il 29 maggio del 1874 a Campden Hill, Kensington; e di essere stato battezzato secondo il rito anglicano nella piccola chiesa di Saint George, che si trova di fronte alla torre dell’acquedotto, immensa a dominare quell’altura. Non attribuisco nessun significato al rapporto tra i due edifici; e nego sdegnosamente che la chiesa possa essere stata scelta perché era necessaria l’intera forza idrica della zona occidentale di Londra per fare di me un cristiano”.

Molti pensieri di Chesterton sono così sorprendenti perché in lui chiarezza e profondità si fondono senza sforzo apparente: il marchio infallibile del genio. Ne proponiamo alcuni, così alla rinfusa. Dicono che viaggiare allarghi la mente, ma è necessario possedere una mente. Il male vince sempre grazie agli uomini dabbene che trae in inganno; e in ogni età si è avuta un’alleanza disastrosa tra abnorme ingenuità e abnorme peccato. Il mondo non languirà mai per mancanza di meraviglie, ma soltanto quando l’uomo cesserà di meravigliarsi. L’intelligenza moderna non accetta nulla che venga dall’autorità. Ma accetta invece qualsiasi cosa che non sia autorevole. L’uomo non vive di solo sapone. La Bibbia ci dice di amare i nostri vicini di casa, ed anche di amare i nostri nemici. Probabilmente perché spesso sono la stessa cosa. La psicanalisi è una confessione senza assoluzione. Le forze che cambiano il corso della storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita; ma una cosa creata si ama prima che esista. Vi è qualcosa di depravato in ogni uomo che non abbia voglia di violare i dieci comandamenti.

In Eretici regala momenti di autentica emozione.

Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.

La religione del carpe diem non è la religione della gente felice, ma delle persone estremamente infelici. La gioia non coglie i boccioli di rosa mentre ancora può farlo; i suoi occhi fissano la rosa immortale che vide Dante.

La razza umana, secondo la religione, cadde una volta, e cadendo acquisì la conoscenza del bene e del male. Oggi siamo caduti una seconda volta, e tutto ciò che ci resta è la conoscenza del male.

 

La sua riflessione sulla Chiesa è un benefico pugno allo stomaco: “quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.”

Un tempo l’eretico era fiero di non essere tale. Eretici erano i regni del mondo, la polizia e i giudici. Lui era ortodosso. Non si compiaceva di essersi ribellato a loro; erano stati loro a ribellarsi a lui. Gli eserciti con la loro spietata sicurezza, i sovrani con i loro volti impassibili, i decorosi processi di Stato, i giusti processi legali: si erano tutti smarriti come pecorelle. L’eretico era fiero di essere ortodosso, fiero di essere nel giusto. Tutto il resto è saggezza: nulla è più fallimentare del successo.

La razza umana, secondo la religione, cadde una volta, e cadendo acquisì la conoscenza del bene e del male. Oggi siamo caduti una seconda volta, e tutto ciò che ci resta è la conoscenza del male. Forse mai dall’inizio del mondo vi è stata un’epoca che avesse meno diritto di usare la parola “progresso” dell’epoca attuale.

Imbucare una lettera e sposarsi sono tra le poche cose ancora assolutamente romantiche, perché per essere assolutamente romantica una cosa deve essere irrevocabile. Come può conoscere l’Inghilterra colui che conosce solo il mondo? Il giramondo vive in un mondo più piccolo rispetto al contadino, respirando sempre un’aria locale. Londra è un luogo, paragonata a Chicago; Chicago è un luogo, paragonata a Timbuctù. Ma Timbuctù non è un luogo, perché almeno laggiù vivono uomini che la considerano l’universo e che respirano non un’aria locale, ma i venti del mondo. L’uomo sulla nave da crociera ha visto tutte le razze umane e pensa alle cose che dividono gli uomini: alimentazione, abbigliamento, decoro, anelli al naso come in Africa o alle orecchie come in Europa, vernice blu tra gli antichi e vernice rossa tra i britannici moderni. L’uomo nel campo di cavoli non ha visto nulla, ma pensa alle cose che uniscono gli uomini: la fame, i figli, la bellezza delle donne, la promessa o la minaccia del cielo.

L’uomo che disse: beato colui che non si aspetta nulla, perché non verrà deluso, fa una lode alquanto inadeguata e addirittura fasulla. La verità è: beato colui che non si aspetta nulla, perché verrà piacevolmente sorpreso. L’uomo che non si aspetta nulla vede le rose più rosse rispetto agli uomini comuni, l’erba più verde e il sole più abbagliante. Beato colui che non si aspetta nulla, perché possiederà le città e le montagne; beato il mite, perché erediterà la terra. È l’uomo umile che fa le grandi cose, è l’uomo umile che fa le cose audaci.

Il forte non può essere coraggioso. Solo il debole può esserlo. Bevi perché sei felice, ma mai perché sei triste. Non bere mai quando non farlo ti rende infelice, o sarai come il bevitore di gin dal volto tetro dei bassifondi; ma se bevi quando saresti felice anche senza bere sarai come l’allegro contadino italiano. Non bere mai perché ne hai bisogno, poiché questo è un atto razionale che ti porta dritto alla morte e all’inferno. Ma bevi perché non ne hai bisogno, poiché questo è un atto irrazionale e l’antica salute del mondo.

L’uomo non può amare le cose mortali. Può amare solo, per un istante, le cose immortali. Quando il trionfo è il metro di giudizio di ogni cosa, gli uomini non sopravvivono mai abbastanza a lungo da trionfare. Finché la vita è piena di speranza, la speranza è una mera lusinga o un cliché; è solo quando tutto è disperato che la speranza comincia a diventare vera forza. Come tutte le virtù cristiane, è tanto irragionevole quanto indispensabile.

L’uomo può essere definito un animale che fa dei dogmi. Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne avrà una gli darà alla testa come il vino a un astemio.

In Ortodossia, Chesterton scopre che “gli uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa.” I suoi non sono paradossi, ma lenti multifocali che permettono di vedere la realtà per intero, come in un grandangolo. Sentite: la serietà non è una virtù. Sarebbe un’eresia, ma un’eresia molto più giudiziosa, dire che la serietà è un vizio. Sarebbe ingiusto passare sotto silenzio la definizione misteriosa ma suggestiva data, pare, da una bambina: un ottimista è un uomo che vi guarda gli occhi, un pessimista un uomo che vi guarda i piedi.

L’uomo può essere definito un animale che fa dei dogmi. Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne avrà una gli darà alla testa come il vino a un astemio.

 

La tradizione non significa che i vivi sono morti, ma che i morti sono vivi. Pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto fuorché la ragione. Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell’ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c’è invece, niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia: l’ortodossia è la saggezza, e esser saggi è più drammatico che esser pazzi; è l’equilibrio di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio, che pare si chini da una parte, si spenzoli da quell’altra, e pure, in ogni atteggiamento, conserva la grazia della statuaria e la precisione dell’aritmetica.

II paradosso fondamentale del Cristianesimo è che la ordinaria condizione dell’uomo non è il suo stato di sanità e di sensibilità normale: la normalità stessa è un’anormalità. Questa è la filosofia profonda della caduta. II valore delle cose sta nell’essere state salvate da un naufragio, ripescate dal Nulla all’esistenza. Ma io ho fantasticato (l’idea può sembrare pazzesca) che l’ordine e il numero delle cose non sia che il romantico avanzo del naviglio di Crusoe. Gli alberi e i pianeti mi parevano come salvati dal naufragio, e quando vidi il Cervino fui contento che non fosse stato dimenticato nella confusione. La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro.

Il nostro mondo sarebbe più silenzioso se fosse più energico. Tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla. Chi crede nei miracoli li accetta (a torto o a ragione) perché ne ha delle prove. Chi non crede nei miracoli non li accetta (a torto o a ragione) perché ha una dottrina contro di essi.

Splendida è la pennellata sull’opposizione tra cristianesimo e buddhismo: “il cristiano evade dal mondo per rifugiarsi nell’universo, il buddhista vuole evadere dall’universo ancora più che dal mondo. Uno vorrebbe annientarsi, l’altro vorrebbe tornare alla sua creazione, al suo Creatore. C’ è ben poco al mondo che si possa confrontare con queste due alternative quanto a completezza. E chi non si sentirà di scalare la montagna di Cristo, precipiterà fatalmente nel baratro di Buddha.” Profetico.

Il paradosso è diventato ormai ortodossia; gli uomini sguazzano placidamente nel paradosso come nel luogo comune. Non è il fatto che l’uomo pratico stia a testa in giù, il che alle volte può essere una stimolante per quanto sconcertante ginnastica; è che a testa in giù ci sta a meraviglia, ci dorme, perfino.

La filosofia di San Tommaso si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova. Il tomista vede le cose nella loro concretezza insieme al resto degli uomini e ha la consapevolezza comune che le uova non sono galline, sogni o pure e semplici supposizioni, ma cose verificate dall’autorità dei sensi, il che significa da Dio.

In Ortodossia, Chesterton scopre che “gli uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa.”

 

In un certo senso posso anche ammettere che un uomo possa essere uno scettico radicale, ma non può essere nient’altro; certo nemmeno un difensore dello scetticismo radicale. Se per un uomo tutti i moti del suo stesso intelletto sono senza senso, allora il suo intelletto è senza senso, ed è senza senso egli stesso; e non significa nulla cercare di scoprire quale senso egli abbia. Sembra che gli scettici radicali in genere sopravvivano perché non sono poi tanto scettici e non sono affatto radicali. Cominceranno col negare ogni cosa e poi ammetteranno qualche cosa, se non altro per amor di ragionamento – o tante volte di polemica senza ragionamento. La mente conquista una nuova provincia, come un imperatore; ma solo perché ha risposto al suono di un campanello, come un servitore. La mente è se stessa per questo nutrirsi di fatti, questo cibarsi della strana, dura carne della realtà.

Infine: “la maggior parte delle filosofie moderne non sono filosofia ma dubbio filosofico; dubbio, cioè, se possa esistere una qualunque filosofia.” Non è allora così strano che un filosofo come Etienne Gilson abbia detto di Chesterton che è stato è stato uno dei pensatori più profondi mai esistiti. Per Mario Praz, usando a veicolo del suo pensiero un ameno stile paradossale, contrapponeva alla bruttezza della civiltà industriale e al materialismo la semplicità agricola dei padri e la luce perenne dell’idea cattolica romana. Quanto a Jorge Luis Borges, agnostico di spirito, “la letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton.” Per il compianto cardinale Giacomo Biffi, “Chesterton si è fatto da solo. È semplicemente andato alla scuola della sua schietta umanità e ha ricercato la verità con assoluta onestà intellettuale, usando effettivamente di quella ragione che i razionalisti si limitavano a venerare. Questo è stato sufficiente a condurlo “a casa”, cioè all’antica fede e alla saggezza dei padri.

Meditiamo, gente, meditiamo. Il tempo c’è, sul divano o sul sofà. Non restiamo soli proprio in questo frangente strano, sospeso, con il respiro mozzato e la paura non ammessa. La compagnia di Chesterton ci farà sentire di più la vicinanza a quell’Altro Assoluto in cui, unico, riposa il cuore inquieto.

 

 

 

Del 26 Marzo 2020

 

 

 

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http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/filosofia/8644-chesterton

Arriva la 4° autocertificazione: ci prendono per i fondelli!

 

Poche ore fa il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha annunciato che è in arrivo il nuovo modulo di autocertificazione per le nostre necessità di spostamento. Si tratta della quarta versione. Sì, avete letto bene, è il quarto modulo di autocertificazione in virtù dei numerosi decreti che nelle ultime settimane sono stati fatti dal governo giallorosso. Per non parlare del loro contenuto: siamo un Paese morto! Avete ragione nel video dico quinta: insomma non so contare.

 

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Arriva la 4° autocertificazione: ci prendono per i fondelli!

“I nuovi Unni”. Intervista a Gianfranco Amato

 

Lei ha scritto ormai quasi dieci anni fa un libro sulla Gran Bretagna intitolato “I nuovi Unni”: quanto è accaduto ha confermato le sue previsioni?

Ricordo che l’uscita di quel libro fu accompagnata da una scia di polemiche soprattutto in quella parte del mondo cattolico, che potremmo definire irenista o buonista, la quale ancora oggi si ostina irriducibilmente ad adottare la cosiddetta “logica dello struzzo” nella lettura della realtà. Del resto, non è un mistero che da lungo tempo ormai il grande assente in quel mondo – compresa larga parte della Chiesa istituzionale – sia proprio il realismo tomista dell’«adequatio rei et intellectus».

Le polemiche di dieci anni fa si fondavano sull’obiezione che le denunce lanciate dal libro riguardassero, in realtà, concetti come quello di “gender” e “omofobia”, che l’opinione pubblica in Italia non conosceva e che non avrebbe compreso. Si sosteneva che tali concetti appartenessero alla Weltanschauung anglosassone e che non sarebbero mai stati recepiti dalla nostra cultura italiana. Per questo mi si accusava di voler procurare un inutile allarmismo, di voler «agitare fantasmi», o addirittura di «fare del terrorismo psicologico».

Letto oggi, quel libro sembra ormai persino datato. L’opinione pubblica italiana è andata addirittura oltre. E pensare che nel libro io avevo spiegato bene perché la Gran Bretagna è il laboratorio sperimentale della rivoluzione antropologica che stiamo vivendo. È per noi come la sfera di cristallo: per comprendere cosa accadrà con quale anno di anticipo, basta dare un’occhiata a quel che succede Oltre Manica.

In che modo aggiornerebbe questo libro se dovesse ripubblicarlo oggi?

Il libro si divide in due parti. Nella prima, intitolata Le cause, io cerco di analizzare le ragioni storiche, culturali, filosofiche e religiose, che sono all’origine della peculiarità britannica. Nella seconda parte, intitolata Gli Effetti, rendo evidente, attraverso precisi e circostanziati episodi di cronaca, le conseguenze pratiche di questa peculiarità.
Se dovessi riscriverlo oggi, lascerei invariata la prima parte – quelle ragioni appaiono sempre più fondate –, mentre sarei costretto ad aggiornare la seconda. La rivoluzione antropologica in atto ha raggiunto livelli che nel 2010 erano ancora inimmaginabili. Mi riferisco, in particolare, al campo della bioetica e alla distruzione della famiglia. Oggi non solo si è aperto, per esempio, lo scenario inquietante della cosiddetta “intelligenza artificiale”, ma si comincia a parlare di «artificial womb», per la creazione della vita, del «baby sharing» o del «coparenting» per quanto riguarda gli ultimi attacchi all’istituto della famiglia. Certo, sono tutti concetti che al momento l’opinione pubblica italiana non conosce o non comprende bene ma che ­– temo nel giro di poco tempo – imparerà a conoscere. Esattamente come nel 2010.

Sembra che in Gran Bretagna rifiutino le cure ai pazienti di una certa età coerentemente con una visione utilitaristica della politica sanitaria. Lei pensa che in questo paese l’analisi costi/benefici si sostituisca al valore della persona umana?

La Gran Bretagna, da questo punto di vista, insieme all’Olanda è al Belgio, è uno dei Paesi più scristianizzati d’Europa. Oggi nei pub come in parlamento si sentono i discorsi che facevano gli stoici, i cinici e gli scettici duemila anni fa. In un ristorante di Londra una volta mi è capitato di ascoltare un avventore del tavolo accanto, le cui parole mi hanno ricordato quello che scriveva Seneca nelle sue Lettere a Lucillio: «C’è un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne. Perché dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso andarmene sfuggendo ai tormenti e alle avversità? Si può scegliere la morte come si sceglie la nave quando ci si accinge a un viaggio, o si sceglie una casa quando si intende prendere una residenza».

Stiamo tornando indietro di venti secoli, ed è come se duemila anni di cristianesimo fossero passati inutilmente. Questo è il vero problema. Una società senza Cristo si trasforma in una società cinica, incapace di riconoscere un’autentica dignità all’essere umano dal concepimento alla sua morte naturale. E senza questo riconoscimento l’uomo viene privato della sua dimensione spirituale, viene considerato mera materia. Questo implica inevitabilmente l’applicazione della logica imprenditoriale dei costi/benefici. Quando, però, si comincia ad accettare la prospettiva del puro pragmatismo utilitarista, allora gli esseri umani si cominciano a vedere non come soggetti titolari di una dignità, ma come possibile fonte di spesa, come esseri improduttivi, come un inutile peso per la società. Questo, tra l’altro, sta anche modificando la relazione tra medico e paziente. È la fine della cosiddetta alleanza terapeutica che per secoli ha caratterizzato la Medicina. Il paziente diventa solo un “cliente” per il professionista della salute e il consenso informato si trasforma in un mero mezzo di tutela giuridica del medesimo professionista. Con buona pace del povero Ippocrate.

In Gran Bretagna è già così, e quindi basta dare un’occhiata alla sfera di cristallo per comprendere che questa logica non tarderà molto ad entrare anche nei nostri ospedali.
Sembra assurdo, ma come spiegava bene il grande Dostoevskij, se Dio non c’è allora tutto è possibile.

Tra l’altro, molti dimenticano che il concetto moderno di sanità lo hanno inventato i monaci benedettini di quel medioevo considerato “oscuro”. Lo stesso Benedetto nella Regola scrive: «infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda est». E questa cura nasce dall’esempio del Buon Samaritano e dall’esortazione evangelica di amare il prossimo come se stessi. Al tempo dei romani gli ospedali non esistevano. Vi erano i cosiddetti “valetudinaria”, ma erano infermerie destinate ai soli militari. È Benedetto che nella Regola impone l’istituzione in ogni monastero di un’infermeria, dalla quale nascerà l’«hospitale pauperum et pelegrinorum». L’ospedale per tutti. Non c’è nulla da fare: se si toglie l’autentica cultura della vita e dell’amore che solo Cristo può davvero portare in una civiltà, ciò che appare all’orizzonte è la silhouette luciferina del Male pronta ad inoculare la sua cultura della morte e del disprezzo per l’uomo.

 

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“I nuovi Unni”. Intervista a Gianfranco Amato

Governatore Louisiana: preghiera e digiuno

L’EDITORIALE del VENERDÌ
di Matteo Orlando

Il governatore cattolico della Louisiana ha chiesto ai suoi concittadini di pregare e digiunare per chiedere la guarigione delle persone colpite dal coronavirus.
John Bel Edwards ha annunciato che lui e la first lady dello stato, hanno cominciato il primo digiuno nella giornata di martedì 24 marzo e ne faranno altri nel corso della Quaresima.
“In questa stagione di Quaresima, dove ci concentriamo sul digiuno e sulla preghiera, volevo che la gente della Louisiana sapesse che digiuniamo” per i malati colpiti dal coronavirus, ha twittato Edwards.
Il Governatore ha chiesto a tutti di pregare e digiunare con lui e la moglie per chiedere a Dio anche di “confortare coloro che hanno perso una persona cara a causa del COVID-19, per il pieno recupero di coloro che sono risultati positivi, e affinché Dio, come ha già fatto in precedenza, guarisca il suo popolo e la nostra terra”.
La Louisiana ha il terzo tasso più alto di casi confermati di COVID-19 pro capite negli Stati Uniti, secondo quanto ha spiegato la CNN.
Intanto in Sudamerica, più precisamente in Argentina, i sacerdoti sono stati inclusi nell’elenco delle persone esenti dal rispetto della misura di isolamento sociale preventivo e obbligatorio che è in vigore in Argentina dal 20 marzo, “allo scopo di fornire assistenza spirituale”.
Il decreto sull’isolamento sociale preventivo e obbligatorio è stato annunciato dal presidente Alberto Fernández e durerà fino al 31 marzo.
La presidenza del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha invitato i vescovi del continente a presiedere un atto di consacrazione alla Beata Vergine Maria sotto la dedicazione di Nostra Signora di Guadalupe a mezzogiorno dello scorso 25 marzo, solennità dell’Annunciazione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Come misura preventiva contro lo scoppio del coronavirus, la Basilica di Guadalupe ha chiuso i battenti per la prima volta nella storia.
Di seguito il testo, tradotto in italiano, della preghiera recitata in tutto il centro-sud America:

Preghiera alla Vergine di Guadalupe

Beata Vergine Maria di Guadalupe, Madre del vero Dio attraverso la quale si vive.

In questi momenti, come Juan Diego, sentendosi “piccoli” e fragili di fronte alla malattia e al dolore, eleviamo le nostre preghiere e ci consacriamo a voi.

Consacriamo i nostri popoli a voi, specialmente i più vulnerabili: anziani, bambini, malati, indigeni, migranti, senzatetto, privati ​​della libertà.

Vogliamo entrare nel vostro Cuore immacolato e imploriamo la vostra intercessione: ottenete per noi da vostro Figlio la salute e la speranza.

Possa la nostra paura trasformarsi in gioia; Possa nella tempesta vostro Figlio Gesù essere forza e serenità per noi; Possa il nostro Signore alzare la sua potente mano e fermare l’avanzata di questa pandemia.

Beata Vergine Maria, “Madre di Dio e Madre dell’America Latina e dei Caraibi, Stella di rinnovata evangelizzazione, prima discepola e grande missionaria dei nostri popoli”, sii più forte della morte e consolazione di coloro che  piangono; donaci una carezza materna che consoli gli ammalati; e per tutti noi, Madre, nelle cui braccia troviamo sicurezza, siate presenza e tenerezza.

Da voi guidati restiamo fermi e irremovibili in Gesù, vostro Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

I professionisti del Caos

 

 

I professionisti del Caos

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Non è una questione politica, è una questione tecnica. Nei momenti delle difficoltà e di emergenza servono persone decise che comprendono la situazione e agiscono di conseguenza rapidamente. Non servono persone titubanti, burocrati ottusi, esperti in cavilli, perditempo e “furbastri”.
Purtroppo per noi, invece, l’emergenza coronavirus è stata affrontata proprio da una banda di figuri di questa risma che, con il loro comportamento, non solo non l’hanno prevenuta, ma non l’anno neppure affrontata e sono solo riusciti ad aggravarla.

Per chiarire che non è una questione partitica possiamo dire che magari avessimo avuto al governo un De Luca, un Ceriscioli o anche un Emiliano, tutti governatori di sinistra ma tutti infuriati nei confronti del governo.

Purtroppo, invece abbiamo il vanesio Conte, l’inutile Speranza, il pericoloso Gualtieri, il perditempo Borrelli, il ridicolo Di Maio, il burocrate Arcuri.

Ricordiamo a tutti che è del 30 gennaio la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del giorno dopo il documento che inchioda il governo e la Protezione Civile (come da noi pubblicato). Una volta dichiarato lo stato di emergenza sanitaria nessuno ha fatto nulla… non si sono cercati i dispositivi di protezione, né i respiratori per gli ospedali. Né sono state date disposizioni (e mezzi) alle Regioni per aumentare i posti letto e il personale.

Giuseppe Conte, oltre che narcisista è un pericoloso “sor Tentenna”. Quello che non vorrebbe scontentare nessuno e alla fine scontenta tutti. È lui il maggior responsabile della drammatica situazione attuale. Prima tarda ad assumere i provvedimenti, poi scarica vilmente le colpe dei primi contagi sui medici di Codogno. Quindi, il 26 febbraio, assicura che va tutto bene e consente le pantomime di Sala, Gori e Zingaretti tra brindisi, cene, aperitivi sui Navigli e hastag #milanononsiferma. Follia che è costata il boom di contagi. Poi chiude, anzi no. Poi chiude ancora un po’… con quei decreti di mezzanotte che lo fanno assomigliare al Conte Dracula e che generano le fughe verso il Sud. Infine, si permette anche di dire che lui “non ha sottovalutato nulla”…

Di Roberto Speranza c’è poco da dire: è “il funzionario” inutile e inetto, messo in ombra dal capo autoritario e presuntuoso. Poverino. Era convinto di aver “vinto” un ministero importante pur rappresentando una forza politica inesistente e si è trovato la “patata bollente” senza neppure capire cosa stesse succedendo. Ha fatto la classica figura del funzionario di partito, abituato a prendere ordini e incapace di decidere. Ormai è scomparso dalla scena… ma nessuno se n’è accorto.

Un altro “missing” e Gigino Di Maio, altresì detto il “fantasma della Farnesina”. Il ministro degli Esteri più inutile e inetto (dopo Gianfranco Fini).

Amico della Cina, impegnatissimo a non danneggiare le buone relazioni (chiudiamo i voli ma facciamo rientrare senza controlli tutti i cinesi). In pieno contagio sparisce, mentre si moltiplicano i problemi per reperire dall’estero i materiali sanitari. Mentre tutti i Paesi: Kazakistan, Polonia, Germania, Turchia si rifiutano di mandarci materiali o li bloccano alle frontiere (dopo che sono stati pagati) lui piagnucola. Poi si ridesta e annuncia trionfante l’arrivo di milioni di mascherine – sempre dalla “amica” Cina – ma ancora ieri, in tv, il governatore Emiliano ne lamenta la mancanza mentre De Luca pubblicava la lista dei materiali richiesti e mai ricevuti.

Colpa anche di Borrelli, il “burocrate furbetto”. Come capo del dipartimento della Protezione Civile è sembrato più un passacarte che non un generale. Le sue interviste hanno provocato polemiche e sconcerto, soprattutto quando gli è scappato detto: «L’Italia su certi beni così importanti, ora capiamo vitali, deve cambiare traiettoria, fare scorte, reinsediare filiere sul territorio». L’intervista è subito stata tolta dal sito di Repubblica e, alla conferenza stampa di martedì, gli è stato imposto di stare zitto, chiudendo anzitempo il microfono e facendo indignare persino Luca Telese.

Quanto a Domenico Arcuri rimarrà per tutti il signor “Unione Sovietica”. Un tipico boiardo di Stato, ex dalemiano di ferro e ora zingarettiano d’amianto, noto più che altro come “tombeur de fammes” per i suoi legami gossip.

È stato promosso commissario per l’emergenza solo per non oscurare il Bel Conte, restare dietro le quinte e magari mettere qualche pezza ai ritardi e alle lacune… senza clamore. Se tutto va bene è merito del premier, se tutto va male è colpa sua. Poi se ne esce sui giornali con i ringraziamenti per gli aiuti giunti “dall’Unione Sovietica” (invece che dalla Russia di Putin) e tutti scoppiano a ridere. Fine della carriera.

Di Roberto Gualtieri “l’uomo di Bruxelles”, l’amico della Lagrange, quello che pensa solo a come sfruttare la situazione per inchiodare l’Italia al MES e ai potentati economici stranieri; abbiamo già scritto molto. A lui si deve il “Cura Italia” un provvedimento monstre con un testo che è un trionfo di incomprensibile stile burocratico che nasconde furbate come l’aumento di due anni per le verifiche fiscali. Ma il capolavoro è stato quello delle scadenze. Rinviate di qualche giorno, non sospese o annullate. Come se il coronavirus fosse un raffreddore che passa in tre giorni.

L’elenco dei comprimari del Caos sarebbe ancora lungo: l’infido Franceschini, Zingaretti il fuggitivo, la “libertaria” Lamorgese che apre tutto: i porti agli immigrati, i transiti a chi dovrebbe stare a casa… Solo a sentir parlare di “porti chiusi” le viene la febbre, anche se si tratta di quello di Messina per non far rientrare chi può portare il contagio.

A tutti questi signori, ai loro complici e a chi nel mainstream li copre e li difende, possiamo solo promettere che, quando tutto sarà finito: #celapagherete.

Da

https://www.orwell.live/2020/03/26/i-professionisti-del-caos/

Taormina contro governo e autorità sanitarie: “Responsabili di 6000 morti”

L’avvocato e giurista Carlo Taormina ha annunciato sui Social una denunzia penale contro il governo e le autorità mediche italiane. Motivo della denunzia? La gestione disastrosa dell’emergenza coronavirus.

Carlo Taormina annuncia su Fb

“Oggi – scrive l’ex sottosegretario alla Giustizia – sono occupato perché devo scrivere la denunzia da presentare alla Procura di Roma contro questi cialtroni di governanti e questi tromboni di medici che hanno sulla coscienza 6000 morti per averci chiuso in casa con un mese di ritardo. Il problema sarà di trovare magistrati che non siano conniventi col potere e che quindi come al solito vogliamo coprire queste gravissime responsabilità. Vorrà dire che denunzieremo anche i magistrati che non dovessero fare il loro dovere. Da cittadini rispettosi delle istituzioni, abbiamo il dovere di fidarci e quindi di provare”.

Proprio in queste ore, si sgretola il muro del “Siamo stati bravi” del governo. Il virologo Massimo Galli, molto onestamente, spiega che l’Italia ha sbagliato nella gestione iniziale. «In Giappone, sono riusciti a circoscrivere il virus per tempo. Hanno individuato velocemente i contagiati, li hanno isolati e hanno ricostruito i loro contatti. In Italia invece l’ infezione ha circolato almeno per un mese senza che ce ne rendessimo conto. Quando tutti, me compreso, pensavamo di essercela cavata, ecco che siamo stati presi alle spalle».

“Colpevole ritardo nelle misure del governo”

Un atto d’accusa altrettanto duro arriva dal Fatto quotidiano. “Sapevano dall’ inizio di dover rafforzare le terapie intensive, fin “dai primi di febbraio” come dice il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità. Ma è passato un mese prima che il ministero della Salute avviasse l’ acquisto di apparecchi ventilatori. Solo il 5 marzo la Protezione civile ha ricevuto l’ indicazione di comprarne 2.325; solo il giorno dopo è partito il bando Consip per altri 5.000 macchine per la terapia intensiva e subintensiva (gli ormai noti caschi Cpap) ma le consegne non potevano essere immediate e infatti sono ancora in corso”.

Da

Taormina denuncia governo e autorità sanitarie: “Responsabili di seimila morti”

Quando la lira vinceva gli “oscar delle monete” assegnati dal Financial Times

Negli anni del “boom economico”, il prestigioso giornale di economia inglese “Finacial Times” assegnava un premio chiamato “oscar delle monete“, la lira lo vinse due volte nel 1959 e nel 1964.

Vediamo i dettagli in alcuni articoli dell’epoca, che riprendo dall’archivio de “La Stampa”. Riporto gli articoli per intero visto che non sono troppo lunghi. Cominciamo!

L’ «Oscar» 1959 della moneta assegnato alla lira italiana

Pubblicati dal “Financial Times” di Londra i giudizi del comitato – La nostra valuta “si è affermata una delle più torti del mondo a coronamento di una ripresa durata parecchi anni”

Londra, 11 gennaio 1960

Un comitato di esperti, inglesi e stranieri, ha oggi assegnato alla lira italiana il « premio Oscar finanziario » per il 1959. La decisione — pur non avendo valore pratico — riflette la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta e il loro compiacimento per la destrezza con cui tale obbiettivo è stato conseguito.

L’ «Oscar» 1959 della moneta assegnato alla lira italiana

Pubblicati dal “Financial Times” di Londra i giudizi del comitato – La nostra valuta “si è affermata una delle più torti del mondo a coronamento di una ripresa durata parecchi anni”

Londra, 11 gennaio 1960

Un comitato di esperti, inglesi e stranieri, ha oggi assegnato alla lira italiana il « premio Oscar finanziario » per il 1959. La decisione — pur non avendo valore pratico — riflette la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta e il loro compiacimento per la destrezza con cui tale obbiettivo è stato conseguito.

In Italia nello scorso anno

L’espansione economica calcolata del 10% circa

Roma, 11 gennaio. Secondo le rilevazioni dell’Istituto Nazionale per la congiuntura, il 1959, anno di ripresa per l’economia mondiale, trova al suo termine le economie occidentali in espansione, più o meno pronunciata a seconda delle caratteristiche dei singoli sistemi economici. In Italia l’espansione economica si è concretizzata nel 1959, In un saggio di incremento complessivo tra il 9 e il 10 per cento rispetto all’anno precedente. (…)

Andiamo avanti

A Menichella l’Oscar del più abile governatore di banca nazionale

Londra, 23 gennaio 1961

Il Financial Times ha oggi assegnato il suo « Oscar » per il 1960 al dottor Donato Menichella come il più abile governatore di banca nazionale dell’anno. Il comitato incaricato di assegnare questo riconoscimento rileva che il dottor Menichella non è più, da qualche tempo, governatore della Banca d’Italia ma osserva: «Grazie in larga misura al modo abile e realistico con cui egli ha organizzato l’opera di sviluppo e di attuazione della politica monetaria italiana nel decennio successivo al 1950, è stato possibile all’Italia fare della propria moneta una delle più solide monete al mondo e, nello stesso tempo, realizzare un sensazionale progresso economico ».

L’« Oscar» per quello che riguarda la moneta nazionale è andato per il 1960, al peso argentino; quello per la politica deflazionistica alla Svizzera.

Altri « Oscar » sono stati: assegnati: al Giappone, per; avere ottenuto un considerevole aumento della produzione per il secondo anno consecutivo, pur controllando l’inflazione; alla Germania, per il suo atteggiamento di sfida, essendosi rifiutata di attenuare l’imbarazzo altrui derivante dall’attivo della sua bilancia dei pagamenti, elevando il valore del marco ad un livello più realistico; all’amministrazione Eisenhower, « per il provvedimento più impopolare », quello del mancato aumento del prezzo dell’oro.

Infine un « Oscar » è andato anche alle autorità finanziarie britanniche « per la più grande delusione ». Delusione, spiega il giornale, causata dall’incapacità di attuare una riforma monetaria basata sul sistema decimale.

Le stesse motivazioni le troviamo nel rapporto annuale sul 1959della Banca d’Italia, anno in cui Menichella ha concluso il suo mandato di governatore. A pagina 432-433 leggiamo:

« Il dott. Donato Menichella, dopo di aver ricoperto la ca­rica di Governatore con incomparabile dignità, competenza e solerzia durante un decennio, in uno dei periodi più difficili della storia economica nazionale, è stato costretto a rinunciarvi per motivi di salute.

A nome di tutti i Partecipanti esprimo il più profondo rammarico per questa decisione e per le cause che l’hanno determinata, rinnovando al dott. Menichella il nostro cordiale e affettuoso saluto e un caloroso ringraziamento per l’opera alta­mente meritoria che egli ha svolto a difesa della nostra moneta.

Egli è stato un esemplare servitore dello Stato e soprattutto i risparmiatori italiani nutriranno sempre per lui la più schietta gratitudine, nella certezza che le future generazioni non dimen­ticheranno la sua tenace difesa della stabilità della lira, che è stata una condizione essenziale della ripresa economica del Paese, che abbiamo la gioia di constatare. »

Inoltre, ricordiamo che Menichella fu direttore generale dell’IRI dalla fondazione dal 1933 fino al 1946, e l’autore del testo della legge bancaria del 1936 che separava le banche ordinarie da quelle che giocano in borsa.

Andiamo avanti

Da una commissione di esperti del “Financial Times”

Alla lira l’«Oscar» delle monete per la sua rapida ripresa nel ’64

La motivazione: «In pochi mesi, da quando sembrava sull’orlo della svalutazione, la lira ha riacquistato considerevole vigore» – Un altro premio all’Italia «per la condotta economica più coraggiosa»

(Dal nostro corrispondente)

Londra, 1 febbraio 1965

La lira è stata nominata « moneta vedetta » del 1964 e, per questa sua brillante prova, ha ricevuto l’Oscar del quotidiano londinese Financial Times. Lo stesso simbolico premio fu assegnato alla nostra moneta nel 1959. Allora le fu dato « come una delle valute più forti del mondo », questa volta per la sua spettacolosa ripresa, dopo la crisi dei primi mesi dell’anno.

La scelta è stata fatta da una commissione di esperti, presieduta da «Lombard», pseudonimo di uno dei più autorevoli redattori del giornale. Un grande titolo annuncia questo ed altri riconoscimenti al nostro paese: « L’Italia in testa ai vincitori degli Oscar 1964».

« Moneta vedetta dell’anno testé trascorso — leggiamo fu la lira italiana. Il miglioramento nella sorte di questa moneta ebbe drammatica rapidità. In pochi mesi soltanto, da quando pareva essere sull’orlo della svalutazione, la lira riacquistava considerevole vigore. Ne è una prova il fatto che, nonostante una pessima partenza, la bilancia dei pagamenti italiana finiva l’anno con un attivo di seicento milioni di dollari, mentre, nel dicembre ’63, mostrava un deficit di oltre un miliardo di dollari ».

Il Financial Times prosegue: « La commissione aggiudicatrìce è rimasta inoltre impressionata dall’abilità con cui le autorità italiane si sono messe all’opera per sanare le conseguenze della loro precedente trascuratezza durante il deterioramento nella situazione economica. E soprattutto è rimasta impressionata dalla sagacia con cui tali autorità sono riuscite a ridurre drasticamente le importazioni senza accendere il solito antagonismo nei paesi stranieri ».

Non è questo il solo Oscar raccolto oggi dall’Italia. Il nostro paese riceve anche quello « per la condotta economica più coraggiosa ». Le breve motivazione spiega: « Questo premio è assegnato all’Italia per essersi rifiutata di accettare le condizioni che i suoi partners del Mec intendevano esigere allorché s’offrirono di districare la lira dalla crisi all’inizio del ’64: e per aver messo simultaneamente gli Stati Uniti sotto pressione affinché accorressero con slancio in suo aiuto ».

Ed ecco gli altri Oscar. «Per la migliore prova complessiva»: vince la Grecia.

« Per la miglior politica deflazionistica »: vince l’Australia.

« Per la più intrepida direzione economica ». Il premio va per il terzo anno di seguito al Giappone.

Ma vi sono anche premi negativi: e sono aggiudicati tutti alla Gran Bretagna. L’Oscar per il « più grosso fiasco » va alla Banca d’Inghilterra per la sua « controproducente » decisione di aumentare del 2 per cento (dal 5 al 7) il tasso di sconto alla fine di novembre.

Quello per la « più grossa delusione » va al programma di emergenza governativo, assai simile alle «notorie misure del ’61 ». E quello per l’« iniziativa più impopolare » alla decisione laburista di imporre una soprattassa del 15 per cento sulle importazioni dall’estero.


Come avete visto, gli accordi di Bretton Wood non erano poi così rigidi, mentre per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti la Banca d’Italia – sul rapporto annuale 1964 – dava questi dati:

« La bilancia dei pagamenti economica dell’Italia ha presentato nel 1964 un saldo attivo di 774 milioni di dollari, il più elevato dell’ultimo quin­quennio (fig. 21). Nel 1963 la bilancia dei pagamenti si era chiusa con un disavanzo di 1.252 milioni di dollari. »

Un dato quindi, quello del 64, ancora migliore di quello riportato dall’articolo de La Stampa.

Gli oscar finanziari ’65

La lira al secondo posto tra le valute più forti

Primo il dollaro canadese

(Nostro servizio particolare)

Londra, 24 gennaio 1966

La lista dei premi « Oscar 1965 » per l’economia che vengono assegnati ogni anno da Lombard, redattore del « Financial Times » vede la lira italiana al secondo posto tra le valute più stabili. Il primo posto è detenuto dal dollaro canadese, che ha avuto questo riconoscimento non soltanto per la forza mostrata durante tutto l’anno e per il considerevole ammontare di riserve che tale forza è riuscita ad assicurare alle casse canadesi, ma anche per il fatto che, nello stesso tempo, l’economia dello Stato nord-americano si è sviluppata con ritmo soddisfacente.

« Il secondo posto — prosegue Lombard nella sua presentazione — va all’Italia, per aver mostrato nella sua bilancia dei pagamenti una solidità tale da assicurarle un ammontare di riserve pari a quattro miliardi di dollari ». Ma il Comitato fa rilevare che « questa ammirevole dimostrazione è dovuta in parte al ritmo eccessivamente lento della riespansione economica italiana, l’Italia non si è potuta qualificare per un premio maggiore

Il premio per la migliore prova mostrata da una singola economia nazionale nel suo complesso è andato alla Norvegia mentre quello per la migliore politica disinflazionistica è stato assegnato all’Australia per il secondo anno consecutivo. (Ansa)

Il successore di Menichella fu Guido Carli, lo stesso Guido Carli che nel 1992 andrà a negoziare e firmare il trattato di Maastricht e la conseguente perdita di sovranità monetaria, ma questa è un’altra storia.

da

Quando la lira vinceva gli “oscar delle monete” assegnati dal Financial Times

La Guerra Mondiale Cina e Usa è realtà. Funzione positiva della Federazione Russa

di un ex Militante Missino veronese

Ero un semplice e modesto attivista della sede MSI dunque sarò perdonato se lo stile non sarà perfetto, nonostante la mia sofferta e tardiva laurea in storia contemporanea. Dall’ennesima discussione con vecchi camerati, che ora si proclamano europeisti e ieri fieri anti-almirantiani di destra radicale, emerge che l’aiuto russo antiCovid all’Italia sarebbe oggi interessato. Più o meno ieri tra gli europeisti della destra radicale vigeva la certezza che vi era un autentico conflitto tra Urss e Occidente, che Yalta o la distensione fossero solo una messinscena per la tv mondiale; oggi, viceversa, il loro complottismo arriva a prefigurare uno scenario di accordo sottobanco tra Cina e angloamericani sulla pelle dell’UE e in particolare di una immaginaria rinascita germanica. Dove questa rinascita? Nell’aver distrutto il povero e buono popolo greco….?

Viceversa, come capirono bene Giorgio Almirante, Beppe Niccolai e Mennitti di Proposta Italia, tutti identificabili come Destra Sociale (e nessuno nella destra radicale volle o fece finta di non capirlo) non vi fu mai guerra tra Urss e Occidente, l’Italia centro di elaborazioni strategiche ben lo mostra con il compromesso storico tra comunisti e partito angloamericano italiano come lo mostra la collaborazione tra sovietici ed occidentali con l’epidemia di vaiolo negli anni ’70 e la continua retorica della distensione che, ci spiegava allora Solzenicyn, rivelava il sovietismo come fazione dell’imperialismo angloamericano; dunque come ben comprese la classe dirigente missina di Destra sociale  il loro fine, degli anglomarxisti, era fare un milione ed anche di più Sergio Ramelli in Italia e si guardi anche ora alla protervia assurda di chi vuole imporre al sindaco di Verona di buttare giù Via Almirante….per capire tante cose…; viceversa l’estrema destra in tutte le sue forme e modalità di azione era, secondo quanto ci dicevano continuamente dirigenti Msi all’epoca, manipolata e strumentalizzata da una lobby informativa e militare progressista, filomarxista e filoanglosassone.  Il più grande nemico politico di Almirante non era Berlinguer o Togliatti, ma il britannico Cossiga, che reclutò poi il pessimo Fini, da sempre promotore del centrosinistra e che portò al Governo il comunista D’Alema; qualcosa vorrà dire o no? L’attentato di Peteano o i vari gruppi evoliani veneti di duri e puri, ad esempio, tutti operanti indisturbati sotto i vigili occhi di basi NATO, non potevano che confermare tutto questo….. La guerra fredda fu una meschinità e una falsità. La realtà fu allora (disse così Almirante in Parlamento il 9 gennaio 1980 arrivando a sostenere la causa dei nazionalisti cambogiani khmer massacrati da vietnamiti e sovietici sotto gli occhi distratti della NATO) la guerra calda tra il maoismo cinese che veniva inteso come dottrina di liberazione nazionale e l’imperialismo sovietico. Dal sostegno aperto a Pinochet in Cile a Carrero Blanco in Spagna (che nessuno di noi ha mai considerato fascisti o camerati sia chiaro, eravamo filoperonisti..), Mao con la dottrina antirussa del nemico orizzontale avviava una dottrina di strategia che voleva far i conti con l’occidente dopo aver eliminato il classico “nemico vicino”. Gli europeisti non capirono allora questo, non capiscono di riflesso quello che accade oggi. Complotto o non complotto (non posso saperlo ma non mi interessa nemmeno a questo punto) COVID-19 è una vera e propria guerra. La Cina non scenderà mai a patti con gli occidentali, la Cina vuole giustamente la supremazia mondiale dopo la secolare infame umiliazione britannica occidentale. Chi parla di una nuova Yalta sulla pelle europea non ha capito nulla. La Cina vuole solo capire con chi stanno gli europei in questa guerra perché ha capito che l’attuale Europa è solo una grande Olanda di mercanti e commercianti e fanatici gender che avanti di questo passo potrà solo essere terra di conquista e spartizione tra le tre potenze mondiali (Cina, Angloamerica, Russia). L’ingresso russo in Italia dà invece molta speranza, perché una collaborazione strategica tra Italia e Unione Eurasiatica russa potrà ridarci quell’identità nazionale mediterranea e quel senso civico di Stato che americani (dunque DC e PCI) e UE ci hanno conculcato, umiliandoci passo dopo passo. Una unione mediterranea (Grecia, Spagna, Italia e se possibile Francia) vicina alla Federazione russa e alla Unione Eurasiatica farebbe una ottima funzione di peso rispetto all’espansionismo cinese da un lato e angloamericano dall’altro. Inoltre, Putin ha operato in questo secolo una Rivoluzione conservatrice con la democrazia sovrana e sociale al centro molto simile e in continuità con la Rivoluzione corporativa di Mussolini del secolo scorso. Putin ha sostenuto la Siria socialista nazionale di Assad, baluardo contro il terrorismo globale. Putin ha riabilitato come eroi della Federazione Solzenicyn e i milioni di martiri del Comunismo. D’ora in avanti, dunque, più che guardare al passato (camerati o meno) o ai vari schieramenti italiani (da FDI a Leu) preferirò mettere in primo piano chi sostiene un partito russo e la Democrazia Sovrana per la pace mediterranea contro terrorismo e guerre e chi viceversa è sul fronte della Russofobia.

 

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