“Foibofobia”: il male oscuro della sinistra italiana

Breve e tristissima carrellata tra gli orrori e le infamie di chi vuol negare il Ricordo di un dramma italiano

Il Giorno del Ricordo è un nervo scoperto, una memoria che non riesce a essere condivisa, perché è sfuggito alle maglie della censura storica dei vincitori. Costituisce quindi una “pietra d’inciampo” sul percorso della vulgata resistenziale e, di conseguenza, scatena quelle stesse reazioni isteriche di cui fu vittima anche Giampaolo Pansa.
Così, dal più piccolo dei paesi fino al cuore dei Palazzi romani, si moltiplicano le minacce, gli insulti infami e i vandalismi. In una parola odio diffuso a piene mani, nonostante uno degli argomenti centrali nel dibattito di questi mesi sia proprio la lotta allo hate speech.

In altri articoli ricordiamo le origini delle teorie “giustificazioniste” e “negazioniste” che non sarebbero mai consentite per il Giorno della Memoria del 27 gennaio ma sono, invece, ampiamente tollerate e persino incentivate da alcuni Enti territoriali per ciò che concerne il dramma delle Foibe.

L’eterogenesi dei fini è perciò servita su un piatto d’argento: l’avvicinarsi di un momento di riflessione sul dolore e il sangue versato nelle terre del confine orientale, contro italiani inermi e non già contro milizie belligeranti, finisce così solo per esacerbare gli animi, alimentare polemiche e riaprire ferite.

Fin dentro ai Palazzi, si diceva, anzi a Palazzo Madama. La sede del Senato, che ha ospitato forse uno dei momenti più vergognosi di questi giorni di commemorazione. Ovvero un seminario organizzato dall’Anpi del Friuli-Venezia Giulia. Per chi non sapesse l’Anpi è l’associazione dei partigiani, quindi parte in causa diretta dei massacri, delle torture e delle violenze commesse ai danni degli italiani d’Istria e Dalmazia.
L’impostazione è stata appunto, giustificazionista e il titolo lo spiega “Il fascismo di confine e il dramma delle foibe”, come dire che anche le Foibe sono colpa del fascismo. Contro il convengo, che si è tenuto nella Sala degli Atti Parlamentari sono insorti – inascoltati – molti esponenti della minoranza e anche lo scrittore Marcello Veneziani che ha sottolineato come ormai «La dittatura sulla Memoria sta diventando insopportabile».

In questo clima ogni Comune d’Italia rischia di diventare oggi una trincea, anzi, una foiba dove finiscono per essere gettati i sentimenti di riconciliazione, umana pietà, riconoscimento del valore della vita, insieme a quello dell’italianità. Noi vi presentiamo una breve carrellata di alcuni degli orrori e delle infamie commesse in questi giorni e che hanno avuto ben poca eco sui media (sempre asserviti alla “vulgata” di cui sopra)

Norma Cossetto: “presunta” vittima
La bestialità è emersa a seguito di una interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri che ha chiesto al ministro degli Interni di intervenire per sciogliere la delegazione leccese di Anpi secondo la quale Norma Cossetto (medaglia d’oro, sevizia e infoibata dai partigiani) era una “presunta vittima” delle foibe.

Trieste: anche d’Annunzio nel mirino
Un sedicente “Presidio antifascista” è stato indetto per oggi in piazza della Borsa contro la “falsificazione delle vicende del confine orientale”. Aderiscono partiti e centri sociali e si temono atti simbolici contro la statua di Gabriele d’Annunzio, definito “campione di antislavismo”.

Treviso: solo i partigiani “ricordano”?
Polemiche ha destato la decisione del Comune di Treviso di affidare all’Anpi e all’Istituto per la resistenza due conferenze legate al Giorno del Ricordo. Anche perché l’Anpi, appena un anno fa, a sua volta sollevò vibrate proteste per un corteo in memoria dei martiri delle Foibe. A Maserada, nella marca trevigiana, il Pd ha, invece, protestato contro la decisione del sindaco di erigere un monumento alle vittime delle Foibe. Per il consigliere del Pd Anna Sozza la scelta equivale a «strumentalizzare la storia».

L’autorevolezza di “Eric il Rosso”
In Piemonte è tutto un fiorire di iniziative di Eric Gobetti, uno che si fa chiamare Eric il Rosso. In rete circolano sue foto a pugno chiuso accanto alla statua del maresciallo Tito. Ebbene, questo personaggio è stato invitato dalla giunta di centrosinistra della Circoscrizione 3 di Torino. Non contento, è andato anche a presentare un suo libro: “La Resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro (1942-1945)” a Verbania. Cosa c’entra con il dramma dei nostri connazionali?

Negazionismo a Ravenna
A Ravenna e in provincia, invece, alcune commemorazioni pubbliche sono state affidate dalla sinistra a Sandra Kersevan, animatrice della casa editrice KappaVu di Udine, nota negazionista, arrivata al punto di contestare sia le ricostruzioni sull’eccidio di Porzus sia la funzione della foiba di Basovizza.

Firenze: censurato Alfio Krancic
Nel capoluogo renziano i consigli di quartiere hanno negato l’autorizzazione ad ospitare una mostra di vignette di Alfio Krancic, il notissimo vignettista originario delle terre dell’esodo. A Firenze, rileva il forzista Cellai: «il ricordo di questa strage di italiani resta un evento di serie B».

Roma: il veto dei 5 stelle
Il M5S in Consiglio comunale si è rifiutato di discutere la mozione per il conferimento della cittadinanza onoraria a Norma Cossetto. Una vergogna senza precedenti che insulta la memoria di una giovane martire e di una delle più grandi tragedie della storia d’Italia.

Ciampino: la paura dell’uomo nero 
Quando la sinistra non può imporre i “suoi” conferenzieri, si mobilita per non far parlare gli altri. Così è in corso una mobilitazione per impedire la conferenza indetta per domani con relatore lo storico Pietro Cappellari, definito dal Pd (e da Repubblica) «noto per le sue idee e posizioni nostalgiche».

Lapidi imbrattate o divelte
Infine, il capitolo degli scempi più vigliacchi. A Casale Monferrato (AL) la lapide posta a ricordo della tragedia delle foibe è stata vandalizzata. Ignoti hanno dipinto sul cippo una falce e martello. Stessa cosa era successa, a maggio, nella città di Marghera (VE); mentre a Modena il monumento alle Foibe era stato imbrattato nel corso della manifestazione del 25 aprile scorso.

Questo è il “primato di civiltà” della parte politica che ancora ci governa e chissà cosa potrebbero inventarsi oggi, in tante città, i “nipotini di Tito” con la copertura, il consenso, i finanziamenti e il plauso dei nostalgici della guerra civile.

Da https://orwell.live/2020/02/10/foibofobia-il-male-oscuro-della-sinistra-italiana/

Foibe, quel disprezzo di Togliatti verso gli esuli italiani

Ho ricevuto questa bella riflessione sul massacro delle foibe e l’ipocrisia di una certa sinistra nei confronti degli esuli italiani da un professore di Storia e Filosofia che con piacere pubblico.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dall’Istria e dalla Dalmazia. Fuggivano per non morire, fuggivano per non essere infoibati, per non essere perseguitati e torturati. Si stima che i giuliani, i fiumani e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Fuggivano disperati e speranzosi verso la madre patria che invece, per anni, non li riconobbe, non li soccorse e li tenne in centri profughi quasi come vergogne da nascondere! Ma d’altra parte come si dovevano considerare uomini sconsiderati che scappano via dalla “libertà titina” e dal futuro radioso del socialismo? Ma è ovvio: non potevano essere che rigurgiti del fascismo, dei fascisti e dei mascalzoni in fuga!

Leggiamo cosa disse Palmiro Togliatti (le cui posizioni sulla questione giuliano-dalmata sono certamente assai controverse), su quei poveri profughi italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”
(Da Profughi di Piero Montagnani su L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano – Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)

Si avete letto bene. Sono quelli che ora fanno la morale sull’accoglienza! Da non credere. Farebbe quasi ridere se non ci fosse da piangere e da commuoversi per quei poveri fratelli nostri, offesi e vilipesi da una ideologia non meno folle del fascismo.

Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia

Da https://www.nicolaporro.it/foibe-quel-disprezzo-di-togliatti-verso-gli-esuli-italiani/

Svizzera: omofobia nel Codice Penale

di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

Ancora una volta le lobby LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer), sono riuscite ad imporre le loro “agende omosessualiste” al potere politico.
Questa volta è accaduto in Svizzera dove la protezione contro l’omofobia sarà iscritta nel Codice penale.
Il 63% degli elettori (1.413.609 elettori) ha approvato attraverso un referendum che prevede l’introduzione dell’omofobia nel Codice penale svizzero.
Così discriminazioni e aggressioni basate sull’orientamento sessuale,
aggressioni legate all’omo-, etero- o bisessualità di una persona o di un gruppo di persone, saranno punibili in Svizzera alla stessa stregua del razzismo.
I votanti a favore del quesito referendario hanno votato ciò che hanno proposto il governo e la maggioranza del parlamento, cambiando un collaudato sistema legale che prevedeva pene detentive e pecuniarie per atti pubblici o dichiarazioni discriminanti basate sull’appartenenza razziale, etica o religiosa, ma non sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.
La neo legislazione omosessualista svizzera segue l’esempio di paesi come la Francia, l’Austria, la Danimarca e i Paesi Bassi, paesi con lobby omosessualiste imperanti, che hanno già adottato leggi che consentono di punire l’omofobia in base al diritto penale.
La proposta di inserire l’omofobia nel diritto penale svizzero ha ottenuto massicci sostegni soprattutto nella Svizzera progressista (la Svizzera romanda e il Canton Ticino) dove circa i due terzi dei votanti hanno approvato la modifica (ha votato sì il 70% dei votanti nei Cantoni di Neuchâtel e del Giura e addirittura l’80% nel Canton Vaud).
Diverso, invece, è stato il risultato nella Svizzera tedesca, più tradizionale e religiosa, dove l’estensione della norma penale è stata bocciata dai Cantoni di Uri, Svitto e Appenzell Innerrhoden.
Alla fine, in tutta la Svizzera i No sono stati 827.361.
Se, naturalmente, i promotori della norma “anti-omofobia” si rallegrano per il risultato di domenica 9 febbraio, e si preparano a nuove battaglie omosessualiste, dall’UDF la riflessione che arriva è di segno opposto.
“Continueremo a difendere i valori cristiani”, ha dichiarato infatti Hans Moser, presidente dell’Unione Democratica Federale (UDF), il partito conservatore che aveva lanciato il referendum contro l’estensione della norma antirazzismo alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
Per Moser l’esito di questo voto non va interpretato come un lasciapassare per ulteriori aperture liberal. L’Unione Democratica Federale intende battersi attivamente anche in futuro contro il “matrimonio per tutti” e contro l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Marc Früh, altro esponente dell’Unione Democratica Federale, ha spiegato che durante la campagna per il voto è stato difficile comunicare alla gente il nocciolo della questione, ossia la difesa della libertà di espressione.
Ma adesso cosa accadrà in Svizzera?
Per evitare conseguenze penali ognuno dovrà stare attento a ciò che scrive o dice. Infatti, saranno vietati atti pubblici o dichiarazioni che ledono la dignità umana di una persona o di un gruppo di persone in relazione al loro orientamento sessuale, che creano in tal modo “un clima di odio e mettono in pericolo la convivenza pacifica nella società”. Sarà punibile anche chi “rifiuta a qualcuno un servizio destinato al pubblico a causa del suo orientamento sessuale”.
La norma penale non dovrebbe applicarsi a dichiarazioni o atti nell’ambito della cerchia familiare o degli amici e non dovrebbe concernere neppure i dibattiti obiettivi in pubblico, che restano permessi.
Ma c’è chi scommette che saranno in molti a rischiare fino a tre anni di detenzione, visto che questo tipo di reato sarà perseguito d’ufficio, dopo che le autorità verranno a conoscenza “di atti di odio e discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”. Tuttavia alle associazioni sarà negato il diritto di essere parte in causa e di avvalersi dei mezzi di ricorso.
L’UDF, che fonda le sue posizioni politiche su principi biblici, teme un attacco alla libertà di espressione e aveva già combattuto nel 2004 l’unione domestica registrata di coppie omosessuali.
Domenica 9 Febbraio tra i maggiori partiti solo l’Unione democratica di centro (UDC) si è schierata dalla parte dell’UDF, definendo l’iniziativa una “legge museruola”, che costituirebbe una censura della libertà di espressione e di coscienza. Anche perché il Codice penale svizzero offre già una solida base legale per difendere qualsiasi cittadino in caso di ingiurie, minacce e calunnie.
Adesso, dopo il referendum, l’articolo 261bis del Codice penale svizzero – la cosiddetta norma antirazzismo – entrata in vigore il primo gennaio 1995, che punisce con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria chiunque discrimina o discredita pubblicamente una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione, sarà esteso anche all’orientamento sessuale.
L’articolo punisce allo stesso modo coloro che incitano pubblicamente all’odio o propagano un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente persone o gruppi di persone per la loro razza, etnia o religione. Anche qui si aggiungerà in futuro l’orientamento sessuale.

Il ricordo e la rabbia. Dopo 36 anni nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Paolo Di Nella

Trentasei anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia (mentre affiggeva manifesti per restituire ai cittadini del suo quartiere lo spazio verde di Villa Chigi),  Paolo entra in coma per non svegliarsi più. Una morta assurda, “fuori tempo massimo”, per la quale nessuno ha mai pagato il conto con la giustizia.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano. Invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà. «Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato», si legge nel volantino del Fronte della Gioventù scritto poche ore dopo la sua morte.”

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo molto lontano dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavorava in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passava ore a scrivere manifesti a mano, andava in vacanza in tenda, guidava la moto, parlava di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, era contro la pena di morte ( tanto bastò per cacciarlo dalla sezione missina di viale Somalia). Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale e aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani quando verso le 23, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, viene avvicinato da due ragazzi apparentemente in attesa dell’autobus e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer. Qualcosa si mosse, ma nessuno dei suoi killer ha fatto un solo giorno di prigione, non bastò la presenza del capo dello Stato perché la magistratura cambiasse marcia con depistaggi e coperture degli attivisti di Autonomia Operaia molto “attivi” nel quartiere Africano, al confine con Trieste Salario. L’omicidio di Di Nella è rimasto impunito, così come è accaduto per Francesco Cecchin, ucciso vicino piazza Vescovio qualche anno prima.

Indagini fasulle e omertà

Cinque giorni dopo venne trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendicava l’agguato. Nella lista dei sospettati finirono Luca Baldassarre e Corrado Quarra che inizialmente riuscirono a fuggire, poi Quarra venne fermato mesi dopo in piazza Risorgimento e due giorni dopo Daniela Bertani lo riconobbe come l’aggressore di Paolo.  Troppo facile per finire così. A Daniela fu tesa una trappola e, ritenuta un teste “poco attendibile”, Quarra venne prosciolto. Era il 21 aprile 1986, data in cui si chiusero le indagini. A nulla sono valsi i dossier di controinformazione, le indagini  condotte dagli amici, le testimonianze del quartiere, i dubbi emersi durante la ormai nota trasmissione Telefono gialloespressi dal giudice istruttore che si occupò del decreto di scarcerazione di Quarra. Paolo non ha ancora ricevuto giustizia. Resta un esempio insostituibile per la destra, un figlio d’Italia, ucciso per la sua vocazione sociale e rivoluzionaria. A 36 anni dalla sua morte, come ogni anno, i suoi fratelli, giovani e anziani,  lo ricordano con la cerimonia del presente davanti allo striscione “Paolo vive”. La mano sul cuore e un giuramento che si rinnova.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/02/il-ricordo-e-la-rabbia-dopo-36-anni-nessuno-ha-mai-pagato-per-lomicidio-di-paolo-di-nella/?fbclid=IwAR1HMQ7zHN-o4yY9DlWzlq773elY55PE6addb3b_N_Jdx7Rtfn2eMPraujw

Foibe. L’Unione istriani diserta la cerimonia al Senato: “Revocate l’onoreficenza a Tito”

“L’Unione degli Istriani conferma l’intenzione di voler disertare la Cerimonia solenne del Giorno del Ricordo prevista per lunedi’ 10 febbraio, nell’aula del Senato a Roma, con la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e delle piu’ alte cariche istituzionali italiane”. E’ questa la posizione espressa dall’associazione in una nota firmata dal presidente, Massimiliano Lacota.

“Finché il Maresciallo Josip Broz Tito sarà Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica italiana decorato di Gran Cordone – scrive Lacota – l’Unione degli Istriani non partecipera’ a nessuna subdola Cerimonia nei palazzi istituzionali di Roma”. Quando qualcuno, rincara, “che dovrebbe sentire il dovere morale, prima che la responsabilità politica di farlo, revocherà la massima onorificenza dello Stato a chi ha permesso che la Tragedia delle Foibe si avverasse, completandola con la cacciata di 350mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia, allora ritorneremo a essere presenti”.

“Voglio anche evidenziare che sono più di duecento i familiari delle Vittime delle Foibe che non hanno fatto ancora domanda di concessione della medaglia prevista dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo, e questo perché ritengono un’offesa chiedere il riconoscimento per il Sacrificio dei loro cari prima che venga revocata la massima onorificenza italiana concessa a chi e’ stato il mandante politico del loro assassinio”.

“Non c’é posto a Palazzo Madama, a Montecitorio e al Quirinale per entrambi: o Tito, o l’Unione degli Istriani”, conclude Lacota.

@barbadilloit

Da https://www.barbadillo.it/87735-foibe-lunione-istriani-diserta-la-cerimonia-al-senato-revocate-lonoreficenza-a-tito/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

L’Antimafia del “Conte-bis” cosa fa? La parola al dott. Luigi Gaetti

ESCLUSIVA

di Matteo Castagna

Parlano: l’ex Sottosegretario agli Interni dott, Luigi Gaetti ed il silenzio dei “paladini della legalità”

Il dott. Luigi Gaetti, medico mantovano, specialista in anatomia patologica, 60 anni compiuti da poco, ha una particolare sensibilità per le tematiche legate all’ambiente ed è stato eletto al Senato della Repubblica nella scorsa legislatura.
Fin dal 2010 ha potuto osservare delle situazioni, nella vita sociale, che lo lasciavano perplesso, relativamente a movimenti poco chiari, che gli davano l’impressione d’essere favoritismi, ambiguità, applicazione delle regole solo per alcuni, gestioni allegre di presunti abusi edilizi, combriccole e comitati d’affari spontanei, quanto ambigui.
Nell’ottobre del 2013 entra nella Commissione Antimafia, presieduta dall’On. Rosy Bindi, e si fa subito notare per alcune segnalazioni relative all’inquinamento. Firma decine di interrogazioni parlamentari, esposti e richieste d’intervento per presunte infiltrazioni mafiose in varie città d’italia, quali Savona, Sondrio, Velletri, ma anche in Calabria e Campania. Nel suo lavoro in Commissione, tocca con mano quella realtà per cui le mafie di oggi non sono quasi più quelle che sparano, ma una sorta di reti, che operano nel “sistema relazionale” con il mondo dell’imprenditoria e della politica per l’ottenimento di appalti, soprattutto sotto soglia, ovvero a chiamata diretta, movimentare un colossale giro di denaro.

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Entanasia: in Olanda basta una pillola. Decadenza occidentale

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ

di Matteo Orlando

 

In Olanda, come riportato dal quotidiano Abc, gli over 70 che sono stanchi di vivere potranno acquistare una pillola da usare per togliere la vita legalmente. La coalizione di governo vuole approvare la legge che prevederà questo entro la fine dell’anno.

Secondo la proposta non ci sarà bisogno di una prescrizione medica o di giustificare un problema di salute.

La nuova legge è stata richiesta da oltre 125 mila persone l’anno scorso. Le firmo sono state raccolte dal gruppo “Di loro spontanea volontà”, la cui portavoce Marie José Grotenhuis ha dichiarato che “la vita è un diritto, non un dovere. E gli aiuti al suicidio devono essere legalizzati, a partire dall’età di 70 anni, per le persone sane che non desiderano continuare a vivere”.

Già oggi una media di 20 olandesi si suicida ogni giorno grazie alla già in vigore legge sull’eutanasia, la più permissiva al mondo.

Non si è arrivati ad una tale follia tutto d’un tratto. Huib Drion era un giudice della Corte suprema olandese, professore di legge, saggista e accademico. Quarant’anni fa aveva lanciato l’idea che lo Stato dovrebbe mettere a disposizione dei cittadini che hanno compiuto 70 una pillola avvelenata, in modo che possano decidere a che ora vogliono finire per vivere. Drion è morto in pace per cause naturali mentre dormiva nella sua casa di Leida nel 2004, all’età di 86 anni. Ma la sua proposta ha ravvivato l’ala pro-eutanasia della politica olandese ed è attualmente sul tavolo dell’attuale governo che  ha iniziato a elaborarne l’attuazione.

Il governo olandese ha appena pubblicato un primo studio sulla parte di popolazione in cui questa pillola suicida (“pillola Drion”) potrebbe diventare una realtà già quest’anno.

I dati che emergono dall’indagine rivelano che c’è una parte della popolazione di età superiore ai 55 anni  che, nonostante sia in buona salute, “ha il desiderio di morire in modo coerente e attivo”.

Il ministro della sanità, il democratico cristiano Hugo de Jonge, ha cercato di far capire ciò che dovrebbe essere fatto è “cercare di ripristinare il gusto della vita”.

Recentemente la Groenlinks (la Sinistra Verde) ha proposto di limitare la possibilità degli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, consentendo ai geriatri ospedalieri di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure.

Corinne Ellemeet, esponente di questo partito di orientamento eco-socialista, ha presentato una proposta in tal senso nella camera bassa olandese. In particolare la Ellemeet ha insistito sul fatto che la sua proposta, promossa come iniziativa per dare agli anziani “la migliore assistenza possibile”, non nascerebbe per “risparmiare denaro”, ma per evitare “overtreatment”, perché le operazioni non sono sempre vantaggiose e possono anche mettere in difficoltà il paziente.

In realtà la logica della sua proposta si baserebbe sul rapporto costo-efficacia. Ha sottolineato che il 70% dei pazienti negli ospedali olandesi ha più di 70 anni, il che suggerisce che non dovrebbero ricevere lo stesso trattamento dei pazienti più giovani. “Un processo di screening dovrebbe essere messo in atto quando si sta prendendo in considerazione un trattamento avanzato e costoso”, ha detto la Ellemeet, comprese le operazioni cardiache, il trattamento del cancro, la dialisi renale e simili.

“La questione centrale è questa: cosa stiamo facendo al paziente? Ospedalizzazione, anestesia, dolore e un diluvio di droghe. La ricerca dimostra che il trattamento eccessivo dei pazienti anziani è ancora un evento quotidiano”, ha denunciato la Ellemeet. In altri termini, la volontà del paziente di continuare a vivere e combattere in Olanda non avrà più un valore determinante, ma sarà fondamentale l’opinione di un geriatra e le sue previsioni sulle aspettative della qualità della vita del paziente.

La Ellemeet ha immediatamente ricevuto l’appoggio di tutti gli esponenti pro eutanasia, e si è presa le dure critiche dei pro-life dei Paesi Bassi.

Possiamo indovinare dove porterà la strada imboccata dall’Olanda? A parte i tanti casi di eutanasia che avremo, una cosa è facilmente prevedibile. Si arriverà presto ad un’assistenza medica a due livelli: da un lato i pazienti che si dovranno accontentare della sanità pubblica che non considererà più come prima gli over 70; dall’altro lato quelli abbastanza ricchi potranno pagarsi i farmaci e la sanità privata che preferiranno.

Sondaggi, il declino della Lega e Matteo Salvini? Smentito dalla super-media: ecco le cifre

Un sondaggio di Ixé diffuso martedì 4 febbraio dalla trasmissione CartaBiancaevidenziava un arretramento della Lega, data per la prima volta nell’ultimo anno sotto il 30% dei consensi (precisamente al 28%). Chi parlava di segnali di declino di Matteo Salvini, però, è stato ben presto smentito dalle altre rilevazioni. Al 30,5% per Piepoli, al 31,4% per Index Research, Tecné 31,1%, addirittura al 33,7% secondo una rilevazione diffusa da Coffee Break. Nonostante la sconfitta in Emilia-Romagna, nessuna emorragia di consensi per la Lega, il cui leader, tuttavia, dovrà guardarsi bene dal possibile effetto di tre fattori.

Primi fra tutti gli attacchi giudiziari rispetto alla linea politica portata avanti nella lotta all’immigrazione clandestina; poi il fuoco amico dell’ex segretario Umberto Bossi, che in una recente intervista ha criticato la svolta nazionalistadi Salvini, avvenuta a suo giudizio a spese degli interessi del Nord. Infine quella rivalità costruita ad arte dai media tra lo stesso Salvini e Giorgia Meloni. Un escamotage maldestro per agitare le acque nella coalizione di centrodestra. Ma per ora, i sondaggi continuano a dire saldamente… “Lega”.

Da https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13561184/sondaggi-media-lega-matteo-salvini-nessun-declino-ecco-vere-cifre.html

Benvenuti, il grande pugile diventa un fumetto e ci narra il dramma delle Foibe

Roma, 6 feb – Pagine strappate, violentate, nascoste per decenni e ora, con una operazione che non è certamente casuale, di nuovo tornate in discussione. Perché, nonostante l’istituzione del Giorno del Ricordo, certe pagine, una parte consistente della sinistra, continua a negarle o a minimizzarle. La storia degli esuli dalmati, istriani e fiumani torna però a rivivere nella sua vivissima drammaticità grazie all’ultima creazione della casa editrice Ferrogallico che ha dedicato un fumetto a “Nino Benvenuti – Il lungo esodo dall’Istria“, presentato questa mattina in Senato dove sono intervenuti, oltre allo stesso Benvenuti, il vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, l’assessore regionale del Friuli Fabio Scoccimarro, Mauro Grimaldi che ha collaborato con Benvenuti alla stesura, e il disegnatore Giuseppe Botte. Un’occasione per ricordare la figura di Benvenuti, visibilmente commosso e che ha preferito non parlare a braccio, ma anche e soprattutto un atto di accusa verso i tentativi di revisionismo in atto che provano a stroncare come marginale, se non addirittura e impunemente, come in qualche modo persino generato dagli stessi italiani il massacro e la cacciata di tanti connazionali durante e dopo l’ultima guerra mondiale sul confine orientale.

La Russa: “Testimone importante del sacrificio degli istriani”

“Più passano gli anni – ha ricordato il vice presidente del Senato Ignazio La Russa – e più sembra si stia facendo marcia indietro su questo tema. Certa gente, non potendo più negare la tragedia delle foibe, arriva a travisare la realtà: ieri al Senato, l’Anpi ha deciso di tenere un convegno a porte chiuse per evitare che le falsità che vogliono far passare per verità, possano essere confutate. Stanno facendo revisionismo anche sul numero dei morti: siamo alla contabilità della sofferenza, mentre anche il capo dello Stato li riconosce come veri. Gli unici numeri gonfiati sono quelli relativi al numero di partigiani che hanno partecipato alla lotta prima della vittoria degli americani. Io rispetto chi ha combattuto rischiando la propria vita, anche se alcuni avrebbero solo voluto sostituire al fascismo la dittatura di Stalin, ma penso che questa gente si rivolti nelle tombe di fronte a certi atteggiamenti vergognosi di travisamento della verità. E l’unico modo per tenere in vita l’Anpi è prendere contributi: non ci sono più partigiani in vita, ma aumentano i loro contributi”. La Russa, che si è augurato decolli una iniziativa degli esuli per chiedere la nomina di senatore a vita di Benvenuti, ha ricordato come il pugile sia non solo una icona della sport italiano, ma un testimone importante del sacrificio di quelle popolazioni, uno che ha saputo trasformare una tragedia in una fortificazione del proprio animo.

Benvenuti: “Importante che certi drammi non si ripetano più”

Le tragedie non hanno nazionalità, religione e connotazione politica – ha ricordato l’indimenticabile pugile che in Istria è nato – la vita mi ha graziato. Ho scritto questo fumetto insieme a Mauro Grimaldi perché è importante che certi drammi non si ripetano più. Una ricostruzione della mia infanzia, della mia famiglia, del mio essere esule narrati a mio nipotino”. “Troppi capitoli soppressi, c’è ancora una spinta negazionista o nella migliore delle ipotesi riduzionista – ha aggiunto l’assessore regionale del Friuli Fabio Scoccimarro – anche per questo nel Giorno del Ricordo metteremo le pietre di inciampo anche per i caduti nelle Foibe, tra essi non solo italiani ma anche sloveni che si opponevano a Tito”.

Fabrizio Vincenti

Da https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/benvenuti-grande-pugile-diventa-fumetto-narra-dramma-foibe-145077/

Francia. Il Senato approva la legge che cancella il padre e istituisce il “bambino medicinale”

Griffini (Ai.Bi.): “Disumanità manifesta di questi concetti è sconvolgente. Leggi così sono insulto per i bambini abbandonati”

Martedì 4 febbraio il Senato francese ha approvato, con 153 voti a favore, 143 contrari e 45 astenuti, la legge di revisione della bioetica. Un testo che, tra le altre cose: estende la Pma (procreazione medicalmente assistita) anche alle donne single o alle coppie di donne lesbiche; pur conservando la proibizione della trascrizione all’anagrafe dei bambini nati all’estero con utero in affitto, al contempo aggira tale divieto autorizzando la trascrizione delle sentenze d’adozione; prevede il “bambino medicinale”, ovvero, nel caso in cui una coppia abbia già un figlio affetto da grave patologia genetica, potrà ottenerne un clone dell’embrione “in vitro” immunocompatibile, da cui prelevare sangue per guarire il fratello maggiore.

Ora la legge passerà per la seconda volta all’Assemblea Nazionale, che l’aveva già votata in prima battuta nell’ottobre scorso. Qui il partito del presidente Emmanuel Macron, La République En Marche, vanta da solo la maggioranza dei deputati. Dunque l’approvazione sembra un fatto scontato.

Il testo aveva già registrato le proteste dell’associazione Marchons Enfants, che aveva spiegato come la legge “in concreto, secondo la stima del Ministro della Sanità, Agnès Buzyn, creerà 2000 nuovi orfani di padre all’anno. E se si guarda l’esempio di alcuni paesi che hanno esteso la PMA, si vede che nel giro di qualche anno si potrà arrivare fino a 7000 nuovi orfani all’anno, il che significa che, in dieci anni, 70.000 bambini verranno deliberatamente privati del proprio padre”.

“Questa legge – commenta il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffiniè piena e totale rappresentazione di quella cultura anti-famiglia e dello scarto che è ormai propria del nostro Occidente, dove non si fanno figli e, se si fanno, diventano un ‘diritto’, per non dire un capriccio. Ma l’unico diritto che bisogna riconoscere è quello dei tanti bambini abbandonati che, nel mondo, hanno bisogno di una famiglia. Bambini per i quali leggi come questa sono un insulto. Gli adulti non possono accampare ‘diritti’ nei confronti dei bambini, le cui necessità devono sempre essere prevalenti. Mostruosamente prometeica è poi l’ipotesi di un embrione in provetta da utilizzare per le cure di bambini affetti da patologie. La disumanità di questi concetti e del disprezzo della vita che sottintendono è manifesta e sconvolgente”.

Da https://www.aibi.it/ita/francia-il-senato-approva-la-legge-che-cancella-il-padre-e-istituisce-il-bambino-medicinale/

Urlavano i titini “Dove tenete l’oro maledetti italiani!”. Gregoretti risponde all’Anpi sulle foibe

Il testo integrale della lettera inviata dal giornalista Marco Gregoretti al direttore del Gazzettino in risposta all’attacco nei suoi confronti da parte dell’Anpi di Venezia dopo la pubblicazione di due video, sul suo canale Youtube, relativi all’esodo giuliano e alla pulizia etnica perpetrata da Tito nei confronti degli italiani.

lettera al direttore  di Marco Gregoretti

Milano, martedì 14 gennaio 2020
Gentile Direttore,
mi preme colmare alcune lacune che ho riscontrato leggendo l’articolo “Foibe, accuse all’Anpi veneziana: “Falso, vicenda che non ci riguarda”, a firma di Tomaso Borzomì, pubblicato sul Gazzettino in edicola Lunedì 13 gennaio 2020, e in cui si parla diffusamente della mia persona, del mio lavoro, e del dramma dell’esodo giuliano e delle Foibe patito dalla mia famiglia materna.

Il collega mi descrive inizialmente come “sedicente giornalista investigativo”, formula generalmente usata in senso denigratorio, sebbene coperta da garanzia epistemologica. In realtà non sono ne sedicente, ne sescrivente giornalista investigativo. Sono un professionista di 63 anni con un lungo e onorevole curriculum, vincitore peraltro nel 1998 del Premi Saint-Vincent consegnatomi dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro proprio per una mia inchiesta di giornalismo investigativo: avevo scoperto, documentato e raccontato le torture e gli stupri perpetrati da alcuni militari italiani durante la missione di pace Restore Hope-Ibis, in Somalia.

Non solo per vanto, ma anche per correttezza: ho lavorato come redattore e come inviato a Panorama per quasi dieci anni con direttori come Claudio Rinaldi, Andrea Monti, Giuliano Ferrara e Nini Briglia, ho fatto parte, come caposervizio, della squadra che ha fondato presso Condé Nast l’edizione italiana di GQ, sono stato caposervizio del settimanale Gente, vicedirettore del mensile Class, ho scritto per innumerevoli testate nazionali (Stampa, Indipendente, Corriere della sera, Gazzetta dello Sport, Espresso, Europeo…), sono autore di libri inchiesta e di programmi televisivi e attualmente ho anche un contratto con la trasmissione di Rete 4 (Mediaset) Quarto Grado, sono di direttore di un mensile cartaceo in edicola che si chiama Nuova Cronaca e di Dedalo, una testata di urbanistica e di edilizia.

Ho iniziato a 21 anni e ho, dunque, fatto tante cose, tra cui il redattore “abusivo”, pagato quando capitava, dell’Unità e il caporedattore di una tv a essa collegata. Qui vi ho citato solo alcune delle mie esperienza. Dunque, sedicente, forse, è una eccessiva presa di distanze nei miei confronti da parte del, immagino molto più giovane di me, collega. Bastava fare clic su Google e saltava fuori più o meno tutto. Capisco, perché ci sono passato anche io, la tempistica frettolosa del quotidiano che non lascia spazi neanche al respiro, ed escludo, dunque, pressioni esercitate dall’Anpi di Venezia. A cui, però, vorrei far presente di aver precisato che il mio video si riferiva alla loro sezione di Rovigo e non a quella di Venezia, come da me inizialmente sostenuto, dopo pochissimo, appena mi è stato segnalato, con un tweet, dall’Anpi di Venezia, stessa l’errore.

Ma quello che mi sta più a cuore e che ci terrei venisse dal vostro giornale evidenziato, è che sarei l’uomo più felice del mondo se dall’Anpi venissero pronunciate parole precise, senza sconti, senza se e senza ma, sul dramma dell’esodo, delle Foibe e di quello che è stato uno scellerato accordo con il maresciallo Tito. Mia madre a 13 anni subì, di notte, dai comunisti di Tito, le “perquisizioni intime”, penso che sia superfluo spiegare di che cosa si trattasse, mentre a mio zio, che di anni ne aveva tre, veniva tenuta la canna di una pistola puntata sulla tempia.

Urlavano, i titini “Dove tenete l’oro maledetti italiani!”. Oro? Quale oro? Poi furono gettati su un carro e mio nonno chiuso in campo di concentramento. Non avevano fatto niente. Erano semplicemente italiani. Quindi questo bastò a portare via tutto a loro: casa, risparmi…Tutto. Arrivarono a Genova, dove sono nato, come profughi. Fecero la fame. Si tirarono su le maniche. Non chiesero mai l’elemosina e mia madre si laureò tre volte, il mio piccolo zio diventò un fisico della dinamica dei fluidi negli Stati Uniti. Quando avevano fame, da piccoli, a Genova scrostavano l‘intonaco dal muro e se lo mangiavano.Questo mi piacerebbe che entrasse nelle coscienze di chi si offende perché c’è stata la confusione tra due città, peraltro rapidamente corretta. Quell’esodo, le Foibe, il furto dei beni, è stato assolutamente trasversale. E soprattutto, mi si perdoni la battuta, non ha nulla di sedicente. È tutto ben documentato.

Marco Gregoretti

Da https://www.imolaoggi.it/2020/01/18/urlavano-i-titini-dove-tenete-loro-maledetti-italiani-gregoretti-risponde-allanpi-sulle-foibe/

Marion Le Pen sfida i globalisti: “Noi vogliamo una civiltà, non un mercato”

Roma, 5 feb – Tra i vari invitati al convegno God, Honor, Country, organizzato a Roma dalla Edmund Burke Foundation, oltre a Viktor Orbán e a Giorgia Meloni, che l’altro ieri ha tenuto un discorso un po’ controverso, c’era anche Marion Le Pen. La nipote di Marine, che attualmente ha abbandonato la politica elettorale per dirigere l’Istituto di scienze sociali, economiche e politiche (Issep), nel suo intervento ha toccato diversi punti della sua visione del mondo. In particolare, ha evidenziato – con grande acume – la linea di demarcazione che separa sovranisti e globalisti: «Noi vogliamo avere una civiltà, non un mercato», ha affermato con forza.

Marion Le Pen incalza i conservatori

Queste parole non erano affatto scontate, anche perché sono state pronunciate di fronte a una platea composta in maggioranza da conservatori americani, legati a filo doppio a un liberismo economico potenzialmente destabilizzante. Ronald Reagan, figura a cui è dedicato il convegno, non era certo uno che gradiva vincoli al mercato e alla circolazione delle merci. Ad ogni modo, Marion Le Pen ha poi affrontato il tema dell’immigrazione, strettamente collegato al precedente: «Gli uomini non sono intercambiabili», ha affermato, ribadendo la propria opposizione radicale all’«importazione di stranieri» per «compensare il calo delle nascite in Europa». Di più: visto che i flussi migratori potrebbero aumentare nei prossimi decenni, Marion ha specificato che, in questo campo, «i conservatori devono fare scelte drastiche». Insomma, il tempo delle ambiguità è finito.

«Ci serve un’alleanza latina»

Marion Le Pen non ha inoltre perso occasione per criticare aspramente l’Unione europea e il «processo di standardizzazione forzata» che ha messo in moto. Per l’ex deputata del Front National, però, devono farsi portatori di questo cambiamento non tanto i partiti rappresentati all’Europarlamento, quanto invece «una coalizione di governi» in grado di riplasmare una struttura sovrannazionale che lei giudica (correttamente) irriformabile. È per questo che Marion propone un’«alleanza latina» tra Francia, Italia, Spagna e Portogallo per riequilibrare una Ue sempre più teutonica e nordeuropea. Un’alleanza che, «insieme ai Paesi di Visegrad, mantenga i legami col Regno Unito, gli Stati Uniti e la Russia».

«Non possiamo lasciare l’ecologia a Greta»

Un altro punto del suo intervento ha riguardato infine il tema dell’ecologia e del movimento Fridays for Future: «Non dobbiamo lasciare la difesa della natura all’estrema sinistra o ai matti», ha tuonato Marion. «Non voglio scegliere tra i seguaci di Greta e gli scettici, quelli che negano i danni di questo modello economico». Anche perché, ha aggiunto, «non bisogna credere allo stupido mantra che i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». In tal senso Marion Le Pen pone l’accento sulle «risposte locali» che devono dare le varie nazioni, e non gli organismi sovranazionali. «Il libero mercato non deve essere una religione», ha concluso. A buon intenditor…

Valerio Benedetti

Da https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/marion-le-pen-sfida-globalisti-noi-vogliamo-civilta-no-mercato-144890/

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