Il premio Nobel per l’economia: “L’Italia può uscire dall’euro, la Germania vi rovina”

 

Ce l’ha a morte con la Germania, la considera arrogante, ritiene che l’Italia potrebbe tranquillamente uscire dall’euro senza avere grossi contraccolpi e invita l’Europa a cambiare tutto del suo sistema monetario. No, non è Paolo Savona, il ministro anti-euro ricusato in un primo momento dal Quirinale, e non è neanche Matteo Salvini, tantomeno Giorgia Meloni. L’euro-arrabbiato è un premio Nobel per l’economia, conseguito nel 2001, Joseph Stiglitz, che già lo scorso anno, quando l’alleanza grillo-leghista non era neanche prevedibile, aveva detto, in un convegno a Bologna: “Io credo che sia veramente difficile per l’Italia sopravvivere nell’Eurozona senza che la Germania cambi radicalmente la sua politica. Perché l’austerity è la strada sbagliata, questo è chiaro».

Oggi l’economista rilancia, sugli stessi temi, con un articolo pubblicato su Project Syndicatedal titolo «Can the euro be saved?» («Si può salvare l’ euro?»), durissimo atto d’accusa contro la moneta unica.

«L’ Italia fatica dall’ introduzione dell’ euro. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l’euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni – spesso basate su teorie economico politiche screditate – su deficit, debito, e anche riforme strutturali». Morale della favola? “La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita. L’Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un’ uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell’ eurozona, ma la responsabilità di un’ uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l’ Italia che conterebbe sulla paralisi dell’ Unione europea per scongiurare la rottura finale…”.

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Il premio Nobel per l’economia: “L’Italia può uscire dall’euro, la Germania vi rovina”

INPS, 776 milioni di euro spesi e un sito che non funziona –

INPS, 776 milioni di euro spesi e un sito che non funziona

Dopo la giornata di ordinaria follia che abbiamo vissuto ieri, pubblichiamo i dati relativi ai costi del sistema informatico dell’INPS

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Disorganizzazione, inefficienza, violazione della privacy e la solita comunicazione catastrofica. Questi quattro elementi sarebbero più che sufficienti per rappresentare il disastro di cui si è resa protagonista l’INPS nella tragicomica gestione delle richieste del bonus di 600 euro per l’emergenza Covid-19, e infatti tra poco li approfondiremo uno per uno.

QUANTO COSTA IL SISTEMA INFORMATICO DELL’INPS

Prima, però, occorre mettere sul tavolo il quinto elemento, cioè le importantissime risorse economiche che l’INPS ha speso per costruire un sistema che ieri ha mostrato lacune del tutto evidenti. Parliamo di cifre monstre, che non ci sono state fornite da chissà quali misteriose fonti, ma che si trovano sul sito dell’INPS nella pagina intitolata “Nuove procedure dell’INPS nel settore informatico”, che trovate a questo link.

In apertura viene sottolineato che «il settore IT è di rilevanza strategica per l’Istituto, rappresentando, ad oggi, circa il 35% delle spese di funzionamento complessive dell’intera struttura. È gestito da personale interno dell’Istituto con specifica competenza tecnica, assistito dai maggiori partner tecnologici di mercato. Negli ultimi anni è stato realizzato un progressivo processo di razionalizzazione e accentramento che ha consentito il raggiungimento di rilevanti economie di scala, con risparmi strutturali nel settore, nell’ultimo triennio, pari ad oltre 200 milioni di euro (circa il 40% della spesa IT)».

Quindi, se ci atteniamo ai dati riportati dalla stessa INPS, con un banale calcolo arriviamo alla spesa IT (acronimo di Information Technology, ndr) complessiva, che è pari a 500 milioni di euro (per l’esattezza 776, se consideriamo quelli spesi dal 2005 al 2016).

Ma andiamo avanti.

Saltiamo il paragrafo relativo alle procedure di gara e, al successivo, troviamo che «viene inoltre costantemente privilegiata l’acquisizione di beni e servizi informatici tramite gli strumenti negoziali posti a disposizione da Consip».

Nel paragrafo successivo troviamo lo specchietto che vi riproponiamo nello screenshot che trovate qui sotto, che riporta «i vincitori delle ultime gare informatiche INPS».

Con una semplicissima ricerca abbiamo trovato – sempre sul sito INPS – l’avviso di aggiudicazione di appalto per la «Fornitura dei servizi di sviluppo, reingegnerizzazione e manutenzione del software applicativo dell’INPS», che potete scaricare cliccando qui.

Come vedrete si tratta di un file pdf di 23 pagine in cui troviamo il dettaglio dei servizi richiesti, dei rispettivi costi e delle aziende che hanno vinto la gara, il tutto diviso per lotti.

Il primo lotto riguarda il «Potenziamento e semplificazione del Front-end verso il cittadino e realizzazione del disaccoppiamento tra i processi di front-end e quelli di back-end, con eliminazione delle ridondanze applicative, per supportare la gestione di una domanda sempre più esigente in termini di numerosità e qualità di servizi erogati tramite portale e contact center» ed è stato vinto da RTI Engineering S.pA., Innovare24 S.p.A., Inmatica S.p.A. e Eustema S.p.A. a fronte di un offerta pari a 35.643.131 milioni di euro più IVA.

Poi a pagina 8 il lotto n. 2 concernente «Attività di sviluppo e integrazione di applicazioni abilitanti per gli interventi di reingegnerizzazione e automazione dei processi istituzionali in atto» vinto da RTI Accenture S.p.A., Avenade Italy S.r.l., Data Management Soluzioni IT per il settore pubblico S.p.A. e Indra Italia S.p.A. a fronte di un’offerta pari a 33.883.163,80 milioni di euro più IVA.

Due pagine più avanti il lotto n. 3 con la «revisione dell’architettura del SI con l’obiettivo di renderla totalmente indipendente dalla distribuzione territoriale dell’Istituto (con erogazione omogenea dei servizi su tutto il territorio nazionale), assicurando al contempo la funzionalità di contestualizzazione dal parco applicativo delle peculiarità territoriali», aggiudicata da RTI IBM S.p.A., Sopra GroupS.p.A., E&Y S.p.A. e Sistemi Informativi S.r.l. per la cifra 21.735.368,27 milioni di euro più IVA.

A pagina 12 troviamo il lotto n. 4: «Adeguamento dell’architettura del SI e realizzazionedi applicazioni volte allo sviluppo dei rapporti telematici con conseguente adeguamento dell’infrastruttura di protezione e sicurezza dei dati e realizzazione della componente di “Data quality”», aggiudicato da RTI Selex Elsag S.p.A., HP Enterprise Services Italia S.r.l., E-Security S.r.l e Deloitte Consulting S.p.A. per 29.792.124,20 milioni di euro più IVA.

Poi tutti gli altri lotti che, come potrete leggere voi stessi, perlopiù riguardano i servizi offerti ai cittadini.

Ora, noi siamo sinceramente convinti che in materia di innovazione e digitalizzazione non si debba veramente badare a spese, un concetto di per sé sacrosanto, che uscirà ulteriormente rafforzato dall’emergenza in corso. Tuttavia, non possiamo fare a meno di constatare come a fronte di investimenti così onerosi ci troviamo a dover vivere situazioni limite come quella della giornata di ieri, durante la quale, è bene ricordarlo, si sono sommate una serie di disfunzioni che hanno messo a nudo tutta la debolezza del sistema.

IMPROBABILE L’ATTACCO DA PARTE DI HACKER

Prima il sito che non funziona perché non è in grado di reggere tutto quel traffico, eventualità ampiamente prevedibile, che si sarebbe potuta tranquillamente evitare prendendo le dovute contromisure (ci sono stati 10 giorni di tempo).

Poi la violazione della privacy di un numero indefinito di utenti, i cui dati sono diventati liberamente consultabili da altri cittadini che si erano loggati con il proprio pin personale per presentare la fantomatica richiesta del benedetto contributo di 600 euro.

Per non parlare della comunicazione: prima l’annuncio del click day, poi la circolare secondo cui le richieste sarebbero state vagliate in base all’ordine cronologico in cui sono state presentate, rimossa dal sito dell’INPS la sera del 31 marzo, ovvero a poche ore dalla fatidica mezzanotte.

Infine, l’ipotesi avanzata da Pasquale Tridico, secondo cui tali problematiche sarebbero dovute a un «attacco da parte di hacker» del quale, a oggi, non vi è alcuna evidenza fattuale e che, indirettamente, viene smentita dallo stesso Tridico quando invita i cittadini a non prendere d’assalto il sito dell’INPS per evitare problemi di traffico.

Oltretutto, anche nell’ipotesi (a nostro avviso piuttosto remota) in cui venisse confermato l’hackeraggio, saremmo comunque di fronte a un gravissimo problema di vulnerabilità del sito.

Problemi tecnici, certo, dietro ai quali però si celano l’umanità e la frustrazione di centinaia di migliaia di lavoratori autonomi in ansia per le grandi incertezze che derivano dall’emergenza coronavirus, sotto stress per le misure restrittive a cui siamo tutti sottoposti e che, come se non bastasse, hanno difficoltà ad accedere a un contributo oggettivamente misero.

Dinnanzi a tutto ciò è inevitabile, oltre che legittimo, pensare che tutti quei soldi dovrebbero essere spesi meglio e che qualcuno cominci ad assumersi le proprie responsabilità.

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INPS, 776 milioni di euro spesi e un sito che non funziona

Tornano col virus gli scemi di guerra

 

Pensavo che l’incubo in cui siamo finiti da un mese ci concedesse almeno una tregua dai focolai di livore, cecità ideologica e faziosità che abitualmente accompagnano la nostra vita normale. Speravo che la solidarietà comunitaria richiesta in momenti come questi, la carità di patria, l’interesse superiore della salvezza collettiva, lasciasse indietro ogni sussulto di falsificazione vistosa della realtà e distorsione clamorosa della verità. E invece l’idiozia militante non si è presa una pausa neanche col contagio, i morti e le restrizioni.

Il campionario è vasto e non so davvero da dove partire. Dall’odio schiumante verso Trump accusato di essere quasi al servizio del covid-19 al tifo militante perché Bolsonaro si prenda il virus, dal “ben ti sta” che si leggeva nelle parole e sulle facce quando si parla di Boris Johnson (ma la stessa sorte non si riserva alla progressista Svezia che segue le sue orme) fino al capovolgimento della Cina considerato quasi un paese benefattore dell’umanità perché ha fatto da cavia al virus, si è sacrificato per primo e ora ci manda le mascherine. E l’accusa al governo cinese di aver nascosto per settimane i focolai, viene stranamente spostata sulla Russia di Putin o sull’Iran.

Ma il caso più clamoroso è stato il coro contro Orban il dittatore. Ricapitolo in breve la faccenda: Orban è il leader che in Europa gode di più consenso popolare, liberamente e democraticamente espresso, eletto e rieletto con più voti dell’elezione precedente. Ovvero, dopo aver governato, gli ungheresi hanno premiato lui e il suo partito dandogli la maggioranza assoluta. Ora c’è un’emergenza senza precedenti, noi accettiamo senza batter ciglio che un signore, mai eletto e votato da nessun cittadino, diventi l’Unico Riferimento Nazionale e a colpi di decreti, restringa in modo vistoso e mai accaduto diritti e libertà elementari. E ci permettiamo di criticare un leader democraticamente eletto, che ha risollevato le condizioni sociali ed economiche del suo paese, e ora chiede pieni poteri fino a che ci sarà l’emergenza. E li ottiene democraticamente dal Parlamento con una maggioranza ampia di due terzi. Da noi non c’è stato alcun passaggio parlamentare, alcun voto, per commissariare l’Italia e attribuire al premier pieni poteri, con divieti e decreti a raffica, esercito e polizia per le strade. Ma non si è posto limiti di tempo, obbiettano le anime belle. Ma per forza signorini, se non si sa quando finirà l’emergenza, come evolverà il contagio, non possiamo stabilirlo a priori. E poi, scusate, che senso ha parlare di colpo di stato riferendolo a un governo in carica, pure rieletto? Che bisogno aveva di fare quello che voi stessi chiamate autogolpe, certificando così la stupidità della vostra accusa? Lì scatta la solita argomentazione finale: così cominciò Hitler. Così cominciano tutti i governi davanti a una guerra, un’emergenza, una situazione d’eccezione, dai migliori ai più malefici. Da Churchill a Contebis.

Ma l’obbiettivo nostrano della campagna contro la dittatura ungherese è colpire Salvini, Meloni e la destra. E gridare, come fa perfino Contebis, al rischio nazionalismi in Europa: ma fuori dalle formulette, che succede quando un Paese costretto dai vincoli europei, si accorge che quell’unione non funziona nella buona e nella cattiva sorte, ma solo nella prima? Che deve fare da solo, come stanno facendo del resto tutti quanti. Lo chiamate nazionalismo? Io lo chiamo realismo, realismo italiano, nazionale, popolare, sociale.

Avete voglia poi a dire che dobbiamo preoccuparci di tutto il mondo, in casi come questi hai una sola priorità: i milioni d’italiani che non sanno come andare avanti. Non puoi stabilire un reddito di cittadinanza davvero universale, come propone l’anima bella BeppeGrillo, cioè estesa a sette miliardi e mezzo di abitanti del pianeta. Universale sta per nazionale, cioè limitato al tuo paese. Nessuno riesce a caricarsi i problemi del mondo, neanche Atlante o il clan dei casalini. Non lo dite, ma di fatto anche voi siete inchiodati al “prima gli italiani”.

Per finire in scemenza, tiriamo fuori il pensiero patafisico che attraversa ormai tutti gli umanitari-antiumanitari, tutti i progressisti-antisviluppo. Perché siamo stati puniti dal virus? Lo riassume bene Dacia Maraini sul Corsera di ieri, ma è la sintesi di quel che sussurra da settimane l’Intellettuale Collettivo: “Certamente nessuno più pensa che un Dio punitivo mandi i castighi sulla terra, ma qualcosa del principio di causa ed effetto rimane. Abbiamo bruciato le foreste, sparso di cemento ogni angolo della terra, abbiamo avvelenato gli ambienti(…) riempito il mare di plastica, messo in pericolo l’ecosistema. La Natura che non è divina ma ha tutta la potenza di una divinità cosmica reagisce con irruenza ai maltrattamenti, anche se non si tratta di una volontà moralistica ma di un processo di autodifesa”.

Capito? Ce lo siamo meritati; non ci punisce Dio ma Greta Thunberg, tribuna della Natura. Ora, il nesso tra inquinamento e coronavirus non c’è, un virus sorto in Cina non ha legami con l’Amazzonia. Però fa comodo leggere moralisticamente il contagio. Il secondo passaggio è accusare del virus i governi reazionari del mondo, compreso chi recita l’eterno riposo. Ora, un maggior rispetto della Natura a me sembra una priorità necessaria e vitale, a partire dalla difesa dell’ordine naturale del mondo. Ma il virus ha un’altra storia, a meno che adottiamo una visione magica. È tipico però del politically correct distorcere il Dio punitivo degli antichi in versione ideologico-moralistica-ambientalistica. L’argomentazione che usa la Maraini sulla natura che si ribella si potrebbe applicare anche ad altri contesti: l’aids fu una reazione della natura contro i disordini sessuali e omosessuali dell’umanità. Il meccanismo logico-morale è lo stesso…

La guerra mondiale produsse a suo tempo “gli scemi di guerra”. Temo che i virus facciano altrettanto.

MV, La Verità 1° aprile 2020

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Tornano col virus gli scemi di guerra

[Video] Avarizia, Cupidigia, Spilorceria, Giuda Iscariota

Sul nostro canale Youtube sono disponibili nuovi video. Ultimo in ordine di data è il video di una breve ricerca su: Avarizia, Cupidigia, Spilorceria, Giuda Iscariota

Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla potente intercessione di San Giovanni di Dio .

Ossequi, Carlo Di Pietro.

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Le tre “disgrazie” dell’ Unione Europea. Altro che Bond…

 

Dio ”denaro” le fa e le accoppia, quando si tratta di fare gli interessi della parte finanziaria dell’Europa, quella dell’asse tedesco e francese ( per ora dall’altra parte, ma pronto a fare le scarpe all’Italia come sempre)che continua a gestire gli interessi propri guardando e mettendo le mani nelle tasche altrui. Il confabulare fitto di tre persone poco credibili, che continuano ad arroccarsi, sgretolando quel che resta dell’Unione europea, è la conferma che anche da disastri e pandemie -come quelli da contagio da coronavirus- c’è chi è in posizione di forza e di attesa per trarre il massimo vantaggio dalla situazione in corso e per quando ci sarà la ripresa. E così mentre l’economia tedesca, non era una sorpresa, continua a lavorare sia pure a ritmi ridotti e a non creare allarmi di sorta sui contagi, e a lesinare aiuti all’Italia fino a 10 giorni fa, a noi tocca ottenere un bel rifiuto sull’utilizzo di fondi europei congelati. Ma che potremmo prelevare, secondo il diktat tedesco (Olanda e paesi baltici) e francese (che detiene la presidenza della Bce) , solo se pagheremo interessi. E con quei vincoli della ”troika” che hanno strozzato l’economia greca, sulla quale ha tratto vantaggi in termine di acquisizioni- di beni e servizi- proprio la Germania. Che combinazione. Brava Frau Angela Merkel, contraria alla erogazione di bond per l’emergenza da virus a corona, ribattezzati covibond, visto che ha i suoi da piazzare e con un paramento preciso che determina lo spread.

E naturalmente in tutta questa squallida storia di interessi finanziari non potevano mancare la sponda francese con Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea(non nuova a interventi antitaliani) e dalla tedesca Ursula von der Leyen presidente della Commissione Europea.Entrambe hanno brillato per uscite allineate sulle posizione tedesche e del gotha finanziario dell’Unione. In mezzo, per dovere di cronaca, le proteste italiane di governo e partiti , le parole imbarazzate di mediazione del presidente del parlamento europeo David Sassoli e quelle del commissario europeo Paolo Gentiloni. Appelli alla solidarietà che lasciano il tempo che trovano. Mediazioni? Compromessi per pochi euri e con l’Italia da tenere alla catena, come un cane o quasi, per via del debito pubblico.

Francamente la facciatosta e l’arroganza, è la parola giusta, di queste tre Disgrazie meriterebbero davvero che James Bond intervenisse . Del resto ”007” l’agente di sua Maestà britannica è nel limbo della ”Brexit” senza che il Regno Unito abbia regolato i conti con l’Europa. In cassa ci sono anche i suoi quattrini oltre a i nostri, ma con una chiave tedesca e un lucchetto francese da scardinare. Forse Arsenio Lupin (il ladro gentiluomo) potrebbe irretire e far girare la testa alle tre ”disgrazie”.

Da parte nostra c’è Giuseppe Conte con la sua eleganza e le tre Grazie di Canova da esibire, insieme a quel patrimonio italico da sfruttare nei momenti difficili. Fatto di ironia, furbizie (servono anche quelle quando altri giocano sporco) e arte di arrangiarsi . Pensando, magari, a quel film in bianco e nero che fu ” guardie e ladri” degnamente rappresentato da Totò e Aldo Fabrizi. Se non ci sono lo zio Sam, gli Stati Uniti e l’Europa delle lobbyes, ci sono altri Paesi (dalla Cina a Cuba all’Albania) che ci hanno mostrato solidarietà concreta. Qualcuno presenterà il conto. Ma almeno è leale. Le ”tre disgrazie” no, verso l’Italia e quel che resta dell’Europa a 28 . Dalla bandiera dell’Unione mancano tante stelle e su questo non ci piove…Noi tiriamo dritto. E’ meglio.

 

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Le tre “disgrazie” dell’ Unione Europea. Altro che Bond…

L’autore di ‘Ragazzi di Buda’: “Il mio inno contro il conformismo”

“Noi abbiamo passato quasi 50 anni sotto i comunisti mentre voi avevate la libertà. Però voi italiani avete scritto la canzone più bella sulla rivoluzione del 1956”. Così parlò Viktor Orbán e a Pier Francesco Pingitore, papà di “Ragazzi di Buda”, saranno fischiate le orecchie. Oggi che la libertà di tutti è minacciata da un nemico subdolo e invisibile, e Orbán per i comunisti è diventato il nuovo “uomo nero”, ne parliamo proprio con il noto regista, drammaturgo e autore televisivo, consacrato al grande pubblico dall’invenzione del “Bagaglino” ma in realtà creatore poliedrico e intellettuale fra i pochi non sottomessi alla vera dittatura del nostro tempo. Quella del politicamente corretto.

“Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad Est…”. Maestro Pingitore, come è nata questa bella canzone?

“Scrissi questo testo nell’ottobre del 1966. Era il decimo anniversario della rivolta d’Ungheria e in Italia la ricorrenza era celebrata assai poco perché in fondo non faceva comodo a nessuno. Il mondo era diviso in due blocchi contrapposti ma da noi evitavano di pungersi troppo, e quel tragico decennale rischiava di passare quasi sotto silenzio. Da qui nacque l’ispirazione. Composi il brano rapidamente, il nostro musicista di allora Dimitri Grivanovski la musicò, Pino Caruso la cantò”.

Erano i primi anni del Bagaglino…

“Esatto. Avevamo fondato il Bagaglino nel 1965 con alcuni amici giornalisti, iniziando da piccoli spettacoli e dalla scoperta di personaggi che si sarebbero rivelati poi figure importanti: da Oreste Lionello, a Caruso, a Gabriella Ferri… Al nostro secondo anno di attività cadde questo importante anniversario. Caruso cantò ‘Ragazzi di Buda’ praticamente per tutta la stagione, incontrando grande favore da parte del pubblico che all’epoca consisteva in 100-150 persone a sera, stipate in uno scantinato. Da lì poi il brano si diffuse all’esterno, nelle università e man mano in altri luoghi ma io ne persi un po’ le tracce. Finché due o tre anni fa fui contattato dall’Ungheria, intendevano stabilire un rapporto con me e avevano in mente anche di invitarmi a Budapest. Ma finora, purtroppo, non ho potuto accettare l’invito”.

Il fatto che il brano negli anni sia diventato un inno identitario per tante generazioni di ragazzi, soprattutto di destra, autonomizzandosi in qualche modo dalla stessa figura del suo autore, le dispiace o è un motivo di orgoglio?

“E’ sempre un motivo di orgoglio fino a quando le parole vengono rispettate. E’ stato così fino a un certo punto, poi sono intervenuti alcuni cambiamenti. Io però gradirei che ‘Ragazzi di Buda’ venisse cantata esattamente come è stata scritta all’inizio. In ogni caso, è chiaro che mi fa piacere che qualcuno ancora la esegua. So che qualche anno fa la canzone è stata intonata in ungherese e in italiano in tutte le scuole elementari e medie di Budapest. Ho visto il video e mi ha molto emozionato”.

Maestro, nel 1966 lei dedicò il testo alla resistenza dei giovani di Budapest contro il totalitarismo sovietico. Pensa che oggi ci sia bisogno di una nuova “Ragazzi di Buda” per difendere gli ungheresi dal pericoloso dittatore Orbán?

“No, non lo credo per niente. Oggi si tende a politicizzare sempre tutto e a perdere di obiettività. In realtà ciò che questo terribile dittatore ha fatto è applicare quello che la Costituzione ungherese prevede per adottare determinate misure nelle situazioni di emergenza. Misure che finora non si discostano granché da quelle adottate da Conte, a Camere in semi-quarantena, mentre Orbán ha avuto comunque una maggioranza di oltre i due terzi da parte del Parlamento ungherese. Non voglio dire con ciò che Conte stia facendo un golpe, per carità. Ma ci sono momenti difficili nei quali ogni Paese ha necessità di assumere provvedimenti eccezionali e straordinari. Non si capisce perché le stesse misure applicate da noi, o in America, o in Francia vanno bene, mentre se adottate in Ungheria diventano il prodotto di una terribile dittatura. Il problema è che ci si confronta sempre su visioni parziali che ciascuno matura in base al filtro dei propri pregiudizi e anche dei propri interessi. E invece non è il momento di bandire crociate. L’unica crociata vera dev’essere quella contro il coronavirus. Il resto sono tutte chiacchiere”.

Tempo fa lei disse di essersi schierato a destra “perché a sinistra non c’erano più posti”, espressione che ben rappresenta il conformismo di tanto mondo della cultura e dello spettacolo. La considera ancora attuale? E ritiene che il conformismo sia oggi un pericolo anche a destra?

“Il conformismo è sempre un pericolo, che abbia connotazioni di destra o di sinistra. Solo che il conformismo di sinistra ha governato culturalmente l’Italia per settant’anni, mentre un analogo pericolo a destra non mi sembra di intravederlo. Il conformismo di sinistra è invece un guaio persistente. E’ il politicamente corretto che uccide qualunque libertà, è il pregiudizio per cui in una discussione la cosa più importante è essere il primo a dare del fascista all’altro. Si dà a certe parole il valore di una pistolettata, chi la spara per primo ha vinto”.

Da uomo di cultura e di spettacolo che negli anni ha saputo far ridere e riflettere milioni di italiani, come sta vivendo questo periodo di quarantena? Ne usciremo cambiati? E se sì, in meglio o in peggio?

“Sento tanti dire che cambierà tutto, che saremo diversi… Io sinceramente non lo so. Credo che dovremo rimboccarci molto le maniche e darci da fare, come forse non abbiamo fatto negli ultimi anni. Sempre a patto di sopravvivere, potremmo anche ricavare qualche beneficio da questa lunga penitenza. Ma previsioni su come saremo non ne azzardo. Nel dopoguerra, che è l’esperienza più prossima alla quale possiamo rifarci, ci si trovò in un mondo totalmente cambiato: era mutato il regime, il modo di vedere le cose, c’erano le città bombardate e una grande voglia di ricominciare. Oggi invece c’è un bombardamento ideale al quale dovremmo cercare di porre riparo, ma è difficile dire come, perché non sappiamo ancora l’entità delle rovine che ci troveremo di fronte. C’è una struttura economica, industriale e produttiva che potrebbe uscirne a pezzi se la situazione di stallo durerà ancora a lungo, ma può anche darsi che tutto finirà prima di quanto immaginiamo. La verità è che brancoliamo nel buio, il buio ci fa paura e quando si ha paura non si possono mai fare previsioni attendibili”.

Questa prova è dura per tutta l’Italia, ma per alcuni territori già colpiti lo è ancora di più. Pensiamo ad esempio alle zone terremotate. Lei in qualche modo è legato all’Aquila, dove è ambientato il suo spettacolo teatrale dedicato alla liberazione di Benito Mussolini dalla prigionia di Campo Imperatore, e dove è tornato di recente per partecipare alla Festa della Montagna, una bella iniziativa promossa dall’amministrazione comunale. Cosa vorrebbe dire in questo momento agli aquilani?

“Che hanno tutta la mia solidarietà. L’Aquila è una città splendida, tutto l’Abruzzo è splendido e vi sono persone generose e accoglienti. Non dimenticherò mai il sostegno e il calore degli abruzzesi durante i miei spettacoli su Mussolini a Campo Imperatore, dove sono venute anche persone di tutt’altre idee che hanno apprezzato l’obiettività con la quale ho trattato quei temi. Ho incontrato un popolo che mi piacerebbe in qualche modo aiutare, non so come ma mi piacerebbe. Intanto auguro loro che questo incubo abbia fine per non dover vivere nuove sciagure dopo quelle che hanno già dovuto sopportare e che hanno affrontato con tanto orgoglio e con grande dignità”.

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L’autore di ‘Ragazzi di Buda’: “Il mio inno contro il conformismo”

Orban, la Costituzione ungherese e la dittatura dell’ignoranza

Forte della straordinaria autorevolezza politica e morale che le deriva dalla splendida, solidale, lungimirante ed empatica gestione della crisi pandemica in atto, l’Unione europea mette sotto osservazione il disegno di legge con il quale il premier ungherese Orban propone al Parlamento ungherese l’approvazione dello stato di emergenza, ai sensi dell’art. 53 della vigente costituzione.

Eppure, non si tratta che di legalissimo disegno di legge, sottoposto al voto del Parlamento, per prevedere il prolungamento dello stato di emergenza fino al cessare dell’emergenza sanitaria, appunto in applicazione di una chiara regola costituzionale.

Ovviamente, insieme all’Unione europea, i mainstream media gridano alla dittatura e alla fine prossima della democrazia ungherese: la quale, invece, risulta ben salda e plurale, come testimonia, ad esempio, la recente vittoria dei socialisti alle elezioni amministrative di Budapest.

In Italia, il pressapochismo conformista della stampa dominante fa naturalmente eco. La cronistoria che della vicenda fa Paolo Valentino, sulle pagine del Corriere della Sera del 25 marzo, è un buffo esempio di doppiopesismo partigiano. Scrivendo dall’Italia, paese in cui un Presidente del Consiglio cancella con propri autocratici e solitari decreti le più sacre libertà individuali ed economiche, il nostro giornalista lamenta che «una volta in vigore la nuova legislazione, Orban potrebbe governare per decreto senza approvazione parlamentare fin quando lo riterrà necessario per sconfiggere l’epidemia». Oh, stupore e meraviglia! Ma dove vive Valentino?  Avesse un piccolo momento di consapevolezza, resterebbe attonito a riflettere sul quel che sta accadendo qui da noi, non in Ungheria…

Da noi, in effetti, la giusta preoccupazione dei virologi di contrastare il virus e di attenuarne l’impatto sulle strutture sanitare ha provocato un sommovimento costituzionale e istituzionale di portata inaudita, fino a consentire a Conte di emanare, in solitudine regale, almeno cinque decreti, l’uno più liberticida dell’altro, in totale spregio dell’unica regola costituzionale che ci siamo dati per fronteggiare le emergenze, cioè l’art. 77 della Costituzione.

In Ungheria, la Costituzione prevede regole per lo stato di emergenza, e la si applica. Qui da noi, la si dimentica. Al suo posto si inventa, creativamente, un nuovo sistema delle fonti, con al centro lo strumento “duttile” e “agile” costituito dal “decreto del presidente del consiglio dei ministri”, che non passa dalle mani del Presidente della Repubblica e sfugge al controllo del Parlamento.

Passata la tragedia, tornerà, speriamo, il tempo della ragione. E bisognerà pur rendersi conto di quali guasti abbia prodotto la pandemia, anche a livello politico-istituzionale.

Lo sappiamo: i politologi seri sanno bene che anche i virus e le pestilenze hanno i loro effetti politici, e che la stessa politica ha sempre cercato di utilizzarli, per gli scopi più diversi.

Ma proprio per questo, non si può restare zitti quando sentiamo dire, da noi, che “non è questo il momento delle polemiche”. È un insidioso mantra, vagamente ricattatorio: la furia del virus deve azzerare il dissenso e la libertà di critica, e chi si permette di obiettare è un irresponsabile nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore è uno sciacallo alleato del contagio.

Non è così, ovviamente. Questo deve proprio essere, al contrario, il momento della più ampia libertà di critica, quello in cui essa deve essere massimamente esercitata.

Tra l’altro, come si vede, questo insopportabile uso politico del virus vale solo se al potere ci sono “loro”. Se c’è uno come Orban, ovviamente, le cose funzionano al contrario, e non ci sono limiti alla critica demolitoria, e anche al senso del ridicolo.

Funziona più o meno così negli USA, del resto, dove i democratici fanno un tifo cinico e sfegatato per il virus, sperando di inguaiare The Donald alle elezioni di novembre. Spalleggiati, ovviamente, dai mainstream media, anche italiani.

Un solo esempio: Trump vuole mettere in quarantena lo stato di New York e il governatore democratico di quest’ultimo, Cuomo, si oppone alla chiusura? La lettura, per Repubblica.it, è semplice assai: Cuomo è «l’eroe anti-Trump».

Ma allora fate pace col cervello: per voi che supportate ligi i d.p.c.m. di Conte, gli irresponsabili non sono forse quelli che vogliono riaprire tutto, mentre i “buoni” sono solo quelli irresistibilmente irretiti dal lock-down totale?  

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Orban, la Costituzione ungherese e la dittatura dell’ignoranza

In morte di Gilberto Gobbi, grande cattolico e vero psicologo e psicoterapeuta

 

Ho appreso con grande dolore della scomparsa del professor Gilberto Gobbi. Lo avevo intervistato circa un mese fa. E proprio per ricordarlo vi propongo le sue sagge riflessioni.
A Dio, caro professore.

Gilberto Gobbi: “Il relativismo ha modificato la concezione cattolica della sessualità”

“Se in Internet cerchiamo «omosessualità e sacerdozio cattolico», troviamo migliaia di pagine dedicate a questo argomento: è pruriginoso e quindi appetibile. La Chiesa cattolica è stata coinvolta in scandali relativi all’omosessualità e agli abusi sessuali nei confronti di minori, in cui erano compromessi sacerdoti e vescovi. Ma la maggioranza di loro è fedele alla vocazione e vive la scelta del celibato con coerenza e in molti casi con santità. Rimane, invece, poco considerata la realtà nascosta dei sacerdoti e consacrati che, per il disagio derivato dalla disarmonia che avvertono nella loro vita, scelgono di intraprendere liberamente vari percorsi di aiuto”.
E’ presentato così, sui principali bookstore, il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta e sessuologo clinico veronese Gilberto Gobbi. In “Uomini e donne di Dio – Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata” (Edizioni SugarCo, gennaio 2020, pagine: 176), sempre con rispetto delle persone, Gobbi affronta il problema del rapporto tra omosessualità e sacerdozio cattolico, analizzando la formazione psicologica della personalità, i documenti della Chiesa sull’argomento, e individuando le cause che hanno portato all’aumento di consacrati con orientamento omosessuale.
La Fede Quotidiana ha intervistato il dottor Gobbi che è stato anche insegnante di psicologia alla scuola triennale degli infermieri professionali, per 20 anni collaboratore di un Consultorio familiare e fondatore del Ciserpp.
Gobbi, che è uno studioso delle problematiche sessuali e delle dinamiche di coppia e familiari, non è al suo primo libro. Infatti ha all’attivo “Coppia e famiglia Crescere insieme” (1996), “Il padre non è perfetto” (1999), “Vorrei dirti tutto di me” (2006), “I bambini e la sessualità” (2010), “Sesso o amore. L’importanza dell’identità psicosessuale” (2014), “Sposarsi o convivere oggi” (2015), “Il bambino denudato. L’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS” (2016), “Credere nella famiglia” (2020).
Dottor Gobbi, nel suo nuovo libro affronta un tema delicato: l’omosessualità e la vita consacrata. Perché questa scelta?
Da anni, come psicoterapeuta seguo persone con problematiche sessuali sia individuali che in coppia. Mi sono venute persone con tendenza e orientamento omosessuale, tra cui persone consacrate (sacerdoti e religiosi). Di fronte alla situazione che si è verificata negli ultimi anni nella società e nella Chiesa, ho pensato che valesse la pena affrontare il problema dell’omosessualità nella vita consacrata in relazione alla formazione della personalità. Nell’introduzione al libro invito ad andare in internet su un motore di ri­cerca e scrivere “omosessualità e sacerdozio cattolico”. I link dedicati a questo argomento sono migliaia e mi­­gliaia e, di ora in ora, siti e blog aggiungono materiale sempre più detta­gliato ed “e­splo­sivo”. L’argomento è pruriginoso, scan­dalistico e quindi me­dia­ticamente ap­pe­tibile. Vi è modo di constatare come in “rete” ognuno sia libero di scri­vere e raccontare tutto e di più, in particolare su questo argo­mento, che coinvolge aspetti importanti della Chiesa catto­lica nelle sue varie ar­ti­colazioni e, in particolare, persone con uno spe­cifico mandato sa­cra­mentale e pastorale: sacerdoti e ve­scovi. Sono coinvolti nel fenomeno omosessuale,in modi di­versi, sa­cer­doti di città e di pe­riferia, semi­na­risti, che decidono per la scelta sacerdotale tra ansie e titubanze, vescovi, responsabili di dicasteri vati­ca­ni e cardinali. A livello me­dia­tico, la presenza dell’omosessualità tra i sa­cerdoti viene presentata prevalentemente nel suo aspetto scan­dalistico.
Negli ultimi anni è aumentata la presenza del fenomeno omosessualità tra i consacrati?
Per comprendere come sia stato possibile che negli ultimi decenni sia accresciuta la presenza del fenomeno dell’omo­sessualità nella vita consacrata all’interno della Chiesa, oc­corre analizzare il contesto storico-culturale, in cui si sono formati i sacerdoti, che oggi sono talvolta divenuti vescovi o cardinali, reggono Seminari o Università Pontificie, scrivono libri di teo­logia e morale, comunicano sulle pagine dei quotidiani laici e cattolici e sui vari media digitali.
Dottor Gobbi, a quale contesto storico si riferisce?
La radicalità del cambiamento simbolizzato nel ‘68, contrassegnato dalla re­lati­vizzazione di ogni realtà, usi, costumi, abitudini, valori, vita sessuale, ha coinvolto anche la Chiesa e, quindi, anche una buona parte delle istituzioni formative ecclesiastiche, come seminari, istituti e uni­versità religiose collegate al Vaticano e alle Congregazioni reli­giose. La mentalità relativista, sottile, impercettibile ma pervicace, è penetrata anche in ampi strati del tessuto cattolico, modificando la concezione della sessualità, che da sacramento e mistero della vita, è scivolata verso un vivere secondo le pulsioni soggettive, sganciata da un saldo riferimento alla Verità, accessibile e cono­scibile dalla ragione e dalla fede.
Con quali conseguenze?
Sulla ses­sualità umana non ci sarebbe più una verità ricevuta da conoscere, accogliere e vivere con coerenza, nei limiti ed ambiti da accettare per viverla nel suo pieno significato, riconoscendo in essi il pro­getto originario di Dio sull’uomo e la sessualità. In questi anni, sotto la pressione della eccessiva “psicologizzazione” della sessualità, di fronte alla naturale pulsione sessuale da soddisfare, pena la pos­sibile depres­sione, vengono ritenuti “normali” sia l’au­to­­erotismo sia l’omo­ses­sua­lità. Per l’argomento del nostro libro, la relazione tra sacerdozio e omosessualità, è importante comprendere come in questi anni l’orientamento sessuale diviene più importante della differenza sessuata inscritta nel corpo e gli atti sessuali omoerotici vengono proposti come un’espressione della sessualità naturale, “liberata”, con pari valore e dignità degli atti eterosessuali.  Va ribadito che il presupposto fondamentale è che l’eterosessualità e l’omosessualità siano due tendenze sessuali equiparabili e come tali espressioni equivalenti e buone della sessualità.
Alcuni alti prelati hanno dichiarato che l’80 percento degli abusi su minori è stato praticato da religiosi nei confronti di minori dello stesso sesso. È davvero così?
Non solo alti prelati, ma approfondite ricerche scientifiche dimostrano che, per una percentuale molto elevata di casi degli abusi dei preti americani, si tratta di efebofilia e non di pedofilia, e che il fenomeno riguarda non solo la Chiesa cattolica negli USA, ma la Chiesa a livello mondiale. Le ricerche hanno appurato che i sacerdoti efebofili hanno relazioni non con bambini, ma con ragazzi che hanno superato la pu­bertà, nella maggioranza dei casi, di sesso maschile, e sono ben più numerosi rispetto a quelli pedofili. Come si vede, se si vuole guardare con realtà e verità la piaga dolorosa degli abusi sessuali di alcuni sacerdoti e consacrati, occorre riconoscere che non si tratta generalmente di pedofilia, ma quasi sem­pre di efe­bofilia, cioè di omosessualità con una predilezione per i minorenni. Senza alcuna generalizzazione né identificazione tra omo­sessualità ed abusi, occorre tenere conto del dato di realtà e la­sciarsene interrogare. Tuttavia, non è oggetto del libro l’analisi degli abusi sessuali. Gli abusi sessuali, in qualsiasi ambito avvengano e da qualunque ceto sociale siano fatti, sono sempre avvenimenti che hanno una risonanza sociale, ma – occorre essere chiari – provengono dall’intimo della persona, da una sua immaturità psicoaffettiva, da processi intra­psichici di incapacità di controllo del cervello e delle emozioni. L’attuazione delle pulsioni e l’incapacità di auto­controllo sono fenomeni di immaturità, che possono spin­gere le persone ad usare anche il proprio ruolo e la propria posizione per av­vicinare e procurarsi l’“oggetto” desiderato, scaricare le pulsioni su persone inermi e assoggettarle, compiendo una grave vio­lenza.
Su internet è stato scritto che negli Stati Uniti e in Svizzera esistono cliniche dove propongono un percorso agli omosessuali per riscoprire l’eterosessualità. Qual è la sua idea in materia?
Partiamo da un dato concreto, di realtà: ogni persona ha il diritto, e nessuno glielo può togliere, di farsi aiutare psicologicamente di fronte a problematiche che sente difficoltose e che gli creano dilemmi esistenziali. Detto questo, io so che il lavoro psicoterapeutico deve aiutare la persona a capirsi per poter fare delle scelte libere.
Molti lamentano uno sdoganamento della pratica omosessuale da parte di un certo ambiente della Chiesa (come quello di lingua tedesca). Che ne pensa?
Vi sono i documenti della Chiesa Cattolica che affermano con chiarezza la non ammissione al sacerdozio e alla vita consacrata delle persone con orientamento omosessuale, e nel mio libro vengono analizzati. Sul legame tra omosessualità e sacerdozio, è fondamentale conoscere l’atteggiamento della Chiesa durante i due millenni di storia. Ritengo che ciò permetterà di avere un quadro più completo del feno­meno. E’ risaputo che nel primo millennio del cristianesimo le pratiche omosessuali venivano condannate, ma non sono mai state elaborate analisi né filo­sofiche né teologiche del fenomeno omosessuale e neppure del rapporto tra sacerdozio e omosessualità. Durante questo primo millennio, vi sono state condanne del­l’omo­­­sessualità come pratica sessuale da parte di Concili, Sino­di e Papi. Già il Concilio di Elvira (305-306) stabiliva delle pe­ne ca­noniche, che di epoca in epoca, sono state riconfermate. Per i sacerdoti e i monaci, che si macchiassero di tale peccato, era­no previste delle pene molto severe e crudeli. La prima condanna della piaga omosessuale fra ecclesiastici e anche di quella dei preti che convivevano con donne, la si deve a San Pier Damiani nel 1049, con il Liber Gomorrhianus, che può anche essere ritenuto il primo trattato morale sulla sessualità. Poi si passa al 1568 con San Pio V, che condanna le pratiche omosessuali, ricondannate nel Codice di diritto Canonico del 1917.
Quali sono stati gli interventi della Chiesa nell’epoca moderna?
Si deve arrivare al secolo XX perché l’argomento divenga pregnante: la Chiesa attraverso i suoi organismi si è sempre espressa in modo molto chiaro, a partire dal un documento poco conosciuto del 2 febbraio del 1961, in cui per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica appare il divieto esplicito di ammettere ai voti religiosi e al sacerdozio le persone contendenza all’omosessualità e alla pederastia. E’ il periodo in cui si diffonde nell’ambiente religioso cattolico la concezione che vi siano due orientamenti sessuali, come due identità sessuali, equivalenti e paralleli: l’eterosessualità e l’omosessualità. Questa visione sulla sessualità, contraria alla morale tradizionale, entra anche nei seminari e nei monasteri cattolici, in tutti i continenti. Ciò comporta una forte ricaduta sull’atteggiamento richiesto ai chierici circa la castità. Poi vi sono documenti della Santa Sede nel 1985, nel 1989, nel 1990, nel 2202 fino al 2005 a firma di Benedetto XVI. L’argomento viene successivamente ripreso nella sua totalità nella Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotali del 2016 a firma di Papa Francesco, in cui si riconferma che “La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”.
Lei dedica una parte del libro all’identità psicosessuale del sacerdote. Perchè?
Ritengo che si debba avere una visione globale della sessualità, E’ scientificamente corretto evidenziare le possibili e molteplici concause del sorgere e dello strutturarsi della omosessualità, in particolare è importante analizzare concretamente il contributo e l’incidenza fondamentale dell’ambiente familiare alla formazione della personalità e quindi dello stesso orientamento sessuale. Questo avviene per tutte le persone e anche per le persone consacrate. Il percorso della loro formazione, pertanto, deve tener conto dell’obiettivo per cui fanno determinate scelte che hanno da essere scelte di libertà, e come tali mature. Occorre avere chiarezza dei contenuti e della sacralità della scelta in conformità a Cristo.
Il libro ha una dedica particolare?
Questo libro è dedicato con affetto ai sacerdoti, alle loro parole capaci di far presente il Corpo di Cristo, in anima e corpo, e alle loro mani benedicenti e perdonanti, che segnano la vita del cristiano dalla nascita alla morte.
MATTEO ORLANDO

A seguire il pensiero postato su Facebook dal figlio di Gilberto Gobbi

A DIO, PAPÀ

Oggi, alle prime luci dell’alba, il nostro caro e grande papà, ci ha lasciato.
Abbracciato alla sua croce, in relazione viva, come in tutta la sua vita di sposo, padre e professionista, col dolore di tanti altri sofferenti, è andato incontro al Signore, che tanto amava.

So che per molti di voi era un punto di riferimento, piccolo o grande, era il “professor Gobbi”. Penso a tanti volti, che conosco, ma molto di più sono quelli che non conosco.
I tempi duri che tutti viviamo, non consentono ne a noi familiari ne tanti di voi che lo hanno conosciuto e stimato, di affidarlo insieme al Signore e di rendergli l’onore che la sua vita generosa merita.
Per questo mi permetto di chiedere stasera il dono di un’Ave Maria, la preghiera che tanto amava e che ogni sera era l’ultima parola sulle sue labbra, prima di coricare fiducioso il capo sul cuscino.
Come un ultimo suo sorriso per ognuno, come un “coraggio”, vi lascio le parole del suo amato San Giovanni Bosco, suo padre e maestro:
“Camminate con i piedi per terra e col cuore abitate in cielo”.

A Dio, papà, grazie per tutto.

DA

https://informazionecattolica.blogspot.com/2020/03/in-morte-di-gilberto-gobbi-grande.html?m=1

Live Action denuncia aborti illeciti in Louisiana

di Matteo Orlando
Live Action, un’organizzazione no profit americana, supportando tutto con immagini e telefonate registrate, ha denunciato che l’Hope Medical Group, un centro per gli aborti a Shreveport, in Louisiana, perché sta compiendo aborti in violazione di un divieto statale, violando un ordine del Dipartimento della Salute della Louisiana secondo cui tutti gli aborti chirurgici non essenziali ed elettivi devono cessare durante la crisi COVID-19.
L’ordine era stato dato per preservare l’equipaggiamento di protezione personale di cui il personale medico ha bisogno quando lavora in prima linea nella battaglia contro COVID-19.
Gli obiettivi aggiuntivi dell’ordine erano quelli di utilizzare meglio il personale ospedaliero, le attrezzature e i letti disponibili per salvare vite umane all’aumentare del numero di casi COVID-19.
In 2 telefonate registrate il 26 marzo 2020, i dipendenti di Hope Medical Group hanno dichiarato agli investigatori di Live Action di essere aperti e operativi, dicendo: “Attualmente siamo l’unica struttura nelle vicinanze che è aperta e operativa, e rimarremo aperti e operando il più a lungo possibile “.
“In Louisiana, l’industria dell’aborto dimostra ancora una volta che cercherà profitto, qualunque cosa accada. Mentre il resto del mondo è concentrato sul salvataggio delle persone colpite da COVID-19, il Hope Medical Group sta programmando aborti per uccidere feti, danneggiare donne e utilizzare preziose risorse mediche come maschere, guanti e abiti”, hanno dichiarato dalla Live Action, associazione che da anni si batte contro la multinazionale dell’aborto Planned Parenthood.
Come ha notato il senatore della Louisiana Katrina Jackson, “i fornitori di servizi medici specialistici della Louisiana, come i dentisti, stanno donando preziose risorse agli ospedali che combattono il COVID-19 in Louisiana. Ma Hope Medical Group si concentra su nient’altro che trarre profitto dall’aborto. Chiediamo al governatore John Bel Edwards e al procuratore generale della Louisiana Jeff Landry di chiudere immediatamente il Hope Medical Group e punirlo per aver disubbidito allo stato e aver messo in pericolo la comunità”.

In Europa cominciano a volare i piatti.

Come sempre accade nei momenti di fine di un regime, o di un matrimonio, anche in questo caso il velo di ipocrisia che portava i commensali a fingere di essere uniti mentre stavano a tavola sta cedendo clamorosamente. Il commento di Corrado Ocone

Certo, fa un po’ effetto vedere Giuseppe Conte e Romano Prodi, forse perché “scavalcati” da Mario Draghi, dire, o accennare, più o meno le cose che fino a un mese fa venivano contestate ai “sovranisti”. Cioè che l’Unione europea, così come è, non solo è destinata a fallire ma è anche un progetto che, oltre ad aver fatto già tanti danni al nostro Paese, rischia ora di affossarlo definitivamente.

Il fatto è che, come sempre accade nei momenti di fine di un regime, o di un matrimonio, anche in questo caso il velo di ipocrisia che portava i commensali a fingere di essere uniti mentre stavano a tavola sta cedendo clamorosamente. Dapprima la “gaffe” di Christine Lagarde, la presidente della Banca europea, che è arrivata a dire che fra i suoi compiti non c’è quello di tenere a bada lo spread dei Paesi membri; poi ieri la spregiudicata e improvvida dichiarazione della presidente della Commissione stessa, che ha derubricato l’idea dei “Coronabond” a semplice “slogan” e comunque non praticabile “legalmente”.

Una dichiarazione fatta nientemeno che alla Dpa, la maggiore agenzia di stampa tedesca. Quasi come se le “leggi” non sia l’Unione europea stessa che debba darsele, soprattutto in tempi di emergenza. E come se un presidente della Commissione possa pubblicamente sconfessare undici stati membri firmatari di una lettera che i “Coronabond” li richiedeva a gran forza. Si può abdicare in un solo colpo anche alla forma e smettere di sembrare (almeno) di essere super partes? . Quanto alla sostanza, beh quella è fin troppo evidente. Ursula von der Leyen non solo è stata voluta da Angela Merkel alla carica che ricopre, ma ha anche il compito di fare prima di tutto gli interessi della casa madre.

Ora, non siamo tanto ingenui da aver mai creduto che l’Unione fosse il “nobile progetto” di “menti illuminate” e non anche la palestra del gioco di potenza fra i Paesi più forti. Ciò che però fa specie è che questo gioco si sia ormai appalesato e che, fra i coniugi, comincino a volare i piatti. Cosa potrà succedere fra quindici giorni, quando una decisione la si dovrà pur prendere e quando la situazione economica si sarà probabilmente aggravata, non è dato sapere.

Stefania Craxi, in un’intervista a Daniele Capezzone stamattina su La Verità, arriva a dire che il rinvio di ogni decisione sia stato null’altro che “una messa in scena premeditata e ben orchestrata con tanto di regia”. L’obiettivo: costringerci alla resa e commissariarci. Quel che è certo, è che la Germania e i suoi Paesi satelliti non ci faranno sconti. E se la politica è prima di tutto realismo, non bisogna che prenderne atto e passare a un “piano b”. Ci sarà tempo per trarre i bilanci, in Italia e fuori.

Quel che occorre ora al nostro Paese è tenere duro, rinserrare le fila, fare appello al ritrovato senso patriottico e cominciare a salvaguardare fino in fondo l’interesse nazionale. Se mai ci fosse qualcuno che pensa di usare la sponda europea per costruire in patria le proprie fortune politiche, bisogna dirgli che gli italiani sarebbero inflessibili con chi dovesse provare a prenderli in giro.

DA

https://formiche.net/2020/03/europa-italia-ocone/

Un governo di salute pubblica? Ad avercelo

A questo punto ci vorrebbe davvero un governo di Salute Pubblica. L’espressione è assai pertinente sul piano lessicale ma altrettanto inquietante sul piano storico. Perché il primo e più famoso governo di Salute Pubblica fu varato dai giacobini di Robespierre nell’aprile del 1793 e fu Terrore dopo la Rivoluzione di quattro anni prima.

Ma un governo straordinario, di Salute Pubblica, ci vorrebbe davvero per gestire efficacemente l’uscita dall’emergenza sanitaria e l’entrata nell’emergenza economica, senza perdere di vista il bene comune e la sovranità d’Italia.

Quando si dice uscita dall’emergenza sanitaria non si dice il dopo-virus ma la capacità di accompagnare in modo efficace il controllo del contagio, ripristinare la capacità sanitaria degli ospedali e riuscire a dotare la popolazione di quegli elementi che finora hanno penosamente latitato: mascherine, guanti, disinfettanti, tamponi, per non dire dei respiratori negli ospedali e delle bombole d’ossigeno nelle case in cui si rendono necessarie. Qui lo spettacolo è stato deprimente, è mancato tutto o quasi, salvo iniziative private o locali. L’unica vera incidenza del governo è stata a colpi di decreti & divieti. Decreti a raffica che modificavano continuamente le norme; divieti necessari ma sempre un po’ tardivi e mal concepiti. Più la tragicomica annunciazione di mascherine sempre in arrivo e non ci sono mai: c’è persino agli esteri chi da un mese è ministro per le mascherine e i rapporti con la Cina e ogni giorno sciorina dati per il ballo in maschera sempre rinviato.

Ci vorrebbe un governo in grado di gestire l’emergenza e non di sceneggiarla, di fare profilassi e non one-man-show televisivi per salire nei consensi e vantare un modello sanitario unico al mondo. Fondato in realtà sulla pazienza, il senso civico e la paura degli italiani che restano in casa.

Ma poi, dicevo, c’è da gestire l’emergenza economica e le possibili controindicazioni. Come distribuire i sostegni, a chi dare la precedenza, spalmarli sulla cittadinanza o far ripartire alcuni settori strategici, con che trasparenza gestirli. Ci vorrebbe un ceto di titani per gestire la Rinascita. E parallelamente al capitolo delle uscite si tratta poi di capire quanto costeranno e a chi i soldi per la ricostruzione. Il pericolo di una svendita del paese, o di una gestione effettiva della troika, salvo qualche burattino vanesio che fa da figurante al governo, è reale, e prende il nome eurocratico di Mes, oltreché di svendite sottobanco a potenze come la Cina o gli Usa.

Dunque il triangolo da tenere ben saldo è Sanità-Ricostruzione-Sovranità. Ossia, salute, economia e politica. Da qui dunque la necessità che un governo di Salute Pubblica non sia solo tecnico o di concertazione tra maggioranza e opposizione. Ma allora chi dovrebbe formare questo governo?

E qui vengono i dolori. Perché un governo di Salute pubblica dovrebbe unire in un’agile cabina di comando i migliori del nostro paese, al di là delle posizioni politiche, le intelligenze più lucide e lungimiranti, le competenze più serie, le personalità più autorevoli. Non più mezze calzette, nullivendoli, servetti, saltimbanchi e pulcinella.

Allora il primo dubbio è: dove sono? Il secondo è: chi li seleziona? Il terzo è: chi li sostiene? Il quarto è: con che legittimazione popolare? E infine, chi fa da collante politico dei Migliori? La prima domanda è difficile anche perché di solito i nomi invocati non sono i migliori ma quelli che passa il convento mediatico: ne abbiamo avuti di santoni e supercommissari che si sono poi sgonfiati o sono stati di fatto svuotati e gettati via. Ora il nome-farmaco è MarioDraghi ma chiedo: oltre l’indubbia competenza e autorevolezza economica, potrà guidare un’efficace strategia sanitaria e soprattutto potrà garantire la nostra sovranità o sarà piuttosto la transizione verso un passaggio di poteri, tramite l’economia, ai guardiani dell’Eurarchia (non mi sento di chiamarla Europa)? Poi, chi li seleziona gli Ottimi, gli stessi politici che non destano affidabilità di governo, Mattarella, il Papa, X factor, la Lotteria? Compiuto il miracolo di insediare almeno una dozzina di Migliori, il Parlamento dovrebbe poi votarli se non vogliamo sospendere del tutto la democrazia. E poi finito il loro compito di raddrizzare la barca andranno a casa, lasciando al paese la facoltà di scegliersi il prossimo governo (già, con quale sistema elettorale?) oppure chiederanno direttamente loro il voto, ma non saprei in che modo, se non cambiando sistema costituzionale, oltre la democrazia rappresentativa, mediata dai partiti. Insomma, un percorso difficile. Senza dire che chi ventila un governo Draghi lo vede come garanzia per il Mes o lo agita come spauracchio per mantenere in vita il gabinetto Conte e sventare svolte politiche a destra.

In questa fase, la gente sembra dare consenso a Conte anche perché è la faccia dello Stato (delle cose): accade così nei momenti di paura, si cerca sicurezza stringendosi intorno a chi ci governa; tanto più se c’è un martellante spot-no-stop propagandistico in video, oggi unica finestra sul mondo. Allo stesso tempo c’è la sconfitta della politica: i leader politici hanno meno consenso e meno ascolto, si vogliono azioni di governo e non discorsi. (Curioso il caso di Zingaretti che da malato e assente raccoglie più consensi che da leader e comunicatore).

Ma non sappiamo a lungo andare se quel consenso non si capovolgerà. Comunque questa tragedia, i cui numeri effettivi non corrispondono a quelli ufficiali, mostra che la competenza e l’autorevolezza sono requisiti necessari. Non possiamo più permetterci di avere grillini per la testa. Se la politica deve tornare deve crescere di statura. Per ricostruire ci vorranno statisti, non figuranti, figurine o piazzisti.

MV, La Verità 27 marzo 2020

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Un governo di salute pubblica? Ad avercelo

Quel crocifisso portato per le vie di Roma verso la basilica di San Pietro dal 4 al 20 agosto del 1522…

Nel 1519 un incendio, nella notte, distrugge completamente una Chiesa in Via del Corso, a Roma, intitolata a San Marcello. Il mattino seguente l’intero edificio è ridotto in macerie ma fra le rovine emerge integro il crocifisso dell’altare maggiore, ai piedi del quale arde ancora una piccola lampada ad olio. Tre anni dopo l’incendio, Roma viene colpita dalla “Grande Peste”. Il popolo porta il crocifisso in processione, riuscendo a vincere anche i divieti delle autorità, comprensibilmente preoccupate per il diffondersi del contagio. Il crocifisso viene prelevato e portato per le vie di Roma verso la basilica di San Pietro. La processione dura per 16 giorni: dal 4 al 20 agosto del 1522. Man mano che si procede, la peste dà segni di regressione, e dunque ogni quartiere cerca di trattenere il crocifisso il più a lungo possibile. Al termine, al momento del rientro in chiesa, la peste è del tutto cessata. Questa è la storia.
Veniamo ai giorni nostri….
Abbiamo chiuso i luoghi di culto, cantato a squarciagola dai balconi, abbiamo organizzato flash mob, sventolato tricolori, qualcuno (pochi) si è spinto ad ascoltare Prodi con la bandiera dell’Europa che se ne sta fregando di noi, abbiamo sbatacchiato i coperchi delle pentole, suonato chitarre, batterie, violini, pifferi e ci siamo distinti nelle sciocchezze più decadenti. Nessuno ha pensato alla cura dell’anima perché si parla solo di quella (pur doverosa) del corpo. Nel chiudere le chiese si è chiusa la devozione, si è spenta la pietà. Pochi hanno preso l’esempio di vera Fede dei nostri antenati del 1519, pochi hanno approfittato dell’isolamento per pregare e meditare nel silenzio indotto. Pochi hanno pensato di offrire a Dio i sacrifici di questo tempo quaresimale, in espiazione dei peccati. Pochi e isolati sacerdoti fedeli alla Tradizione ci hanno dato e ci danno l’esempio. Un esempio che è monito e speranza per tutti. La nostra anima è la chiesa che oggi non possiamo raggiungere. Curiamola con la medicina del Rosario, della penitenza, della meditazione sulla  nostra vita per migliorarci ad emergenza finita. Dimostriamoci ancora cattolici, senza vergogna. Perché non siamo noi quelli che debbono vergognarsi in questo periodo. Con loro faremo i conti alla fine. Ora pensiamo a noi. Viva Cristo Re!! Viva l’Italia!!
Matteo Castagna
Responsabile Nazionale del Circolo Cattolico Christus Rex

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https://informazionecattolica.blogspot.com/2020/03/quel-crocifisso-portato-per-le-vie-di.html?m=1

Il senso del peccato

 

Non sono pochi gli uomini di Chiesa che in questo momento stanno pregando perché gli scienziati trovino presto un vaccino contro il coronavirus responsabile della pandemia di Covid-19.

Ma se la preghiera si limitasse a questo sarebbe davvero un problema dal punto di vista della fede. Mi faceva notare un sacerdote che se anche la scienza trovasse il vaccino e continuassimo poi a commettere peccati, sorgerebbero altre pandemie peggiori, come ha dimostrato il segreto di Fatima sulla profezia della seconda guerra mondiale.

Il vero problema, forse, è la salvezza della nostra anima, cosa che molti cattolici oggi tendono a dimenticare. Rischiamo davvero di percorrere un binario morto se, come credenti, ci limitassimo a pregare Dio unicamente perché fermi il coronavirus.

Certo, la prima, immediata, istintiva invocazione d’aiuto che il cuore dell’uomo riesce a gridare in una situazione d’emergenza è quella di salvare la vita. È quella di chiedere a Dio che si trovi un modo per fermare la pandemia che sta flagellando il mondo interno. Ma non può essere solo quello. Come ha recentemente ricordato mons. Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, il termine latino “salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso; l’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Per questo non si deve dimenticare l’importanza di salvare l’anima oltre che il corpo.

E dire che i cristiani conoscono benissimo il monito del loro Maestro: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16, 25-26).

Parafrasando le parole di Gesù Cristo potremmo chiederci cosa serve all’uomo trovare il vaccino contro il coronavirus per salvare il proprio corpo, se poi perde l’anima?

Il punto è che l’uomo moderno ha perso di vista questa prospettiva, perché ha smarrito il senso del peccato.

Lo aveva lucidamente preconizzato uno dei più grandi Papi del XX secolo, Pio XII, quando il 26 ottobre 1946 nel radiomessaggio trasmesso a conclusione del Congresso Catechetico degli Stati Uniti, tenutosi a Boston, annunciò che «forse il più grande peccato del mondo oggi è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato». (Discorsi e Radiomessaggi, VIII, p. 288). Nel XXI secolo, possiamo tranquillamente dire che quel senso è stato definitivamente perso. L’uomo del nostro tempo vive una sorta di “anestesia della coscienza”. Ha forse ancora un vago senso di colpa, un complesso di colpevolezza ma non è più il senso del peccato. Tutto ciò perché è sparito Dio dall’orizzonte della società

È il peccato, non il coronavirus, a produrre l’unica vera infezione che dobbiamo temere, ossia quella che uccide l’anima. E questa infezione, oggi, si propaga anche attraverso le leggi inique e contrarie ai comandamenti di Dio, che gli uomini ostentano come conquiste della modernità, o attraverso quelli che alcuni clerici amano definire «aggiornamenti pastorali-dottrinali esigiti da una fede al passo con i tempi».

Ecco perché il vero vaccino occorre trovarlo innanzitutto contro le leggi inique, che gridano vendetta al cospetto di Dio, come quelle sull’aborto, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle norme per combattere la cosiddetta “omofobia”, sull’ideologia gender.

Se i cristiani non capiscono questo o, peggio, approvano le leggi inique, se non sono più capaci di reagire di fronte alle sempre più numerose manifestazioni blasfeme e sacrileghe, se peccano spensieratamente di idolatria, se affermano che non è più peccato mortale il sesto comandamento, come neanche tralasciare il precetto festivo, se ammettono la convivenza more uxorio, il divorzio, se sostengono che non si debba più parlare di peccato, ma solo di “complicazioni”, beh, allora non devono poi stupirsi se Dio risponde loro che non può aiutarli, e se intorno ad essi non resta altro se non quello che il Profeta Daniele definiva l’«abominio della desolazione».

Eppure, i cristiani conoscono il monito di Gesù: «Va e d’ora in poi non peccare più!» (Gv 8, 11).

Se si perde la consapevolezza del peccato, si riduce tutto ad una dimensione materiale, e la morte fisica terrorizza più della morte spirituale. È quello che si vede accadere in questi giorni di pandemia, anche, purtroppo, tra tanti cristiani. Ma se questi non sanno più testimoniare la differenza a cosa servono? Rischiano di diventare come l’evangelico «sale insipido», che non serve a nulla «nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus» (Mt 5, 13).

Quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede? I cristiani devono avere sempre presente questa domanda, consapevoli dell’immensa responsabilità che essi hanno di tenere viva la fiamma della Verità fino al ritorno di Cristo.

Anni fa, mons. Luigi Giussani ha voluto recuperare gran parte della letteratura cattolica censurata dall’egemonia marxista che dal dopoguerra domina incontrastata il panorama culturale italiano. Giussani convinse la casa editrice BUR ad istituire una Collana denominata I libri dello spirito cristiano. Tra le varie perle ve n’è una che ho letto con piacere: il romanzo Morte, dov’è la tua vittoria? dello scrittore cattolico Henri Daniel-Rops (1901-1965), accademico di Francia. In quel romanzo Daniel-Rops faceva dire a uno dei suoi personaggi, l’abate Pérouze, queste parole: «La sola vita è quella che ci viene dalla lotta per la nostra anima (…). Gli uomini di oggi disprezzano questa verità (…), hanno bandito il peccato dalla loro vita e dai loro libri,

Gli uomini di oggi disprezzano questa verità (…), hanno bandito il peccato dalla loro vita e dai loro libri, e per questo sono finiti in un fiume fangoso in cui, senza saperlo, annaspano e affogano».

Speriamo che tutti, credenti e non, nelle drammatiche circostanze imposte dall’emergenza pandemica del Covid-19, possano recuperare la coscienza della necessità e riconoscersi umilmente peccatori, per poter salvare l’anima prima ancora del corpo.

 

Gianfranco Amato

 

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Il senso del peccato

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