REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: SANCISCE IL FALLIMENTO DI UNA LEGISLATURA

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

Il mancato raggiungimento del quorum costituisce non soltanto il naufragio dell’iniziativa referendaria – dagli obiettivi condivisibili, ma operata coi mezzi più confusi e contraddittori (cf. https://www.centrostudilivatino.it/referendum-per-la-giustizia-giusta-una-lettura-ragionata-dei-quesiti-proposti/)-, bensì pure il fallimento sui temi della giustizia di una intera legislatura: partita dalla manipolazione della prescrizione, proseguita con l’introduzione di istituti dagli effetti devastanti, quale l’improcedibilità in appello e in cassazione, e con destinazioni dei fondi Pnrr provvisorie e inutili, come l’ufficio per il processo, senza affrontare direttamente uno solo dei problemi emersi dal c.d. ‘caso Palamara’.

Se il bilancio è di cinque anni perduti, unitamente a risorse e a occasioni di riforme, il senso di responsabilità impone alle forze politiche, all’indomani di questa manifestazione di sfiducia dell’elettorato, di individuare i veri nodi della questione giustizia in Italia e, al di là delle divisioni, di assumere l’impegno perché la prossima legislatura sia dedicata ad affrontarli e a risolverli.

Ciò vuol dire, per restare allo stretto ambito della magistratura, puntare, oltre che a una vera e formale separazione delle carriere, che comunque ha bisogno di una modifica costituzionale, a estrapolare il giudizio disciplinare dal CSM, per affidarlo a un giudice non elettivo, ad adeguare gli organici di magistrati e personale di cancelleria, elevando l’attuale media della metà rispetto agli organici degli altri Pesi UE, a rivedere i meccanismi di ingresso nella funzione e di progressione in carriera, e quindi a cambiare le modalità del concorso e della nomina dei capi degli uffici.

Chi ha ricevuto un mandato dagli elettori, e siede in Parlamento e nel Governo, vari queste indilazionabili riforme, senza aggiramenti per via referendaria: che fanno tornare al punto di partenza, avendo nel frattempo bruciato tempo e denaro.

 

Ultra abortisti SCONFITTI

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Segnalazione di Antonio Brandi

E’ stata dura, durissima, ma ce l’abbiamo fatta.

Sono state settimane di fuoco, con attacchi feroci da parte della politica, dei media, dei collettivi radicali, dei centri sociali e dei gruppi ultra-femministi.

A Torino hanno fatto di tutto per rimuovere i nostri manifesti per la Vita (come successo a Roma), ma ne sono usciti con le ossa rotte.

Il Partito Democratico aveva già avviato la procedura per la censura amministrativa, ma era necessario il via libera dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP).

Doccia fredda: lo IAP ha risposto che i nostri manifesti sono tutelati dal diritto di opinione ed espressione e non contengono messaggi violenti, offensivi o discriminatori.

La propaganda femminista e ultra-abortista che ci ha infangato per settimane è stata clamorosamente smentita… e sconfitta!

Abbiamo combattuto, abbiamo resistito, abbiamo vinto.

Sì, abbiamo vinto una battaglia, ma la guerra è ancora lunga.

La sinistra continua a lavorare per mettere fuori legge chiunque dica la verità sull’aborto e difenda la sacralità della Vita, cioè me e te.

Per continuare a combattere, a resistere agli attacchi e difendere la vita dei bimbi nel grembo delle loro mamme ho bisogno di tutto l’aiuto possibile.

Dopo il Cremona Pride, il Bergamo Pride. La kermesse arcobaleno continua

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Dopo la pioggia di critiche ricevute al Cremona Pride per l’immagine blasfema e la parzialissima retromarcia, cui di conseguenza sono state costrette le istituzioni locali, a Bergamo, dove sabato scorso è stato rimesso in scena un analogo corteo variopinto, ci sono andati più cauti, limitandosi ad un opinabilissimo Francesco versione Lgbt in vena di selfie, ad un angelo caduto con alucce arcobaleno e ad uno stuolo di bambini “arruolati” per la circostanza. Il che non ha reso l’evento meno critico per i cattolici, restando intrinsecamente inaccettabile a norma del Catechismo, numero 2357. Il che andrebbe ricordato a quei vescovi, a quei sindaci (specie se cattolici…) ed a quelle amministrazioni provinciali, che sostengono implicitamente tali manifestazioni, limitandosi a biasimarne gli eccessi.

Né tutto questo ha reso meno problematico l’evento, sia pure per altri motivi. L’11 giugno era giorno di silenzio pre-elettorale tanto a Bergamo quanto a Roma ed a Genova, dove contemporaneamente si sono svolti cortei-arcobaleno analoghi. Questo non ha impedito tuttavia ad esponenti politici con i loro simboli e le loro bandiere di tener pubblici comizi, col pretesto del Gay Pride locale, peraltro promosso ufficialmente, con tanto di patrocinio di Comune e Provincia, da partiti e sigle come Rifondazione Comunista, Giovani Comunisti Bergamo, Giovani Democratici Bergamo, Partito Socialista Italiano, Patto per Bergamo, Sinistra Classe Rivoluzione Bergamo, Sinistra Italiana Bergamo e Cgil. Una violazione delle regole (valide per tutti, evidentemente, meno che per gli Lgbtqia+,…), giudicata «inaccettabile» dal consigliere comunale Filippo Bianchi di Fratelli d’Italia, che ha biasimato come «inopportuna, scorretta e censurabile» la partecipazione alla pubblica manifestazione di un assessore comunale, Marzia Marchesi, e di un consigliere provinciale, Romina Russo, entrambe del Pd, «addirittura tenendo comizi pubblici», come evidenziato in un’interpellanza a risposta scritta, inviata da Bianchi al presidente del consiglio comunale di Bergamo in data 10 giugno, alla vigilia della singolare kermesse arcobaleno, dove è stata notata dai media anche la presenza dell’on. Elena Carnevali, sempre del Pd, del segretario provinciale del Pd, Davide Casati, e del consigliere regionale dei Cinquestelle, Dario Violi.

Alla fine, la kermesse arcobaleno si è rivelata un mega-spot per le Sinistre proprio nel giorno di silenzio pre-elettorale: all’indomani 832 mila bergamaschi avrebbero votato in 17 Comuni. Possibile che nessuno abbia avuto, né abbia tardivamente niente da dire? Possibile che i “soliti noti” possano serenamente infischiarsene del rispetto delle leggi, così rigidamente applicate al popolo? Davvero in Italia la legge per taluni è più uguale che per altri? Non solo. Questa edizione del Bergamo Pride sin dal titolo, «Mille e una lotta», si è rivelata più militante di altre. A beneficio di quanti non se ne fossero avveduti, va specificato come non si sia trattato del solito corteo contro le discriminazioni; il significato dell’iniziativa, visceralmente politico, è andato ben oltre, non solo dando voce al Black Lives Matter di Bergamo. Ha invocato anche la «carriera alias» per gli studenti trans richiedenti, affinché a scuola vengano “riconosciuti” in un genere diverso da quello biologico; ha invocato l’equiparazione delle “nozze”-gay al matrimonio vero e proprio con tutto quanto ne consegue; soprattutto ha invocato l’antispecismo, per il quale tutte le specie viventi avrebbero il medesimo valore e lo stesso status morale, per cui si giungerebbe facilmente all’assurdo, che attribuisce ad una rana più diritti che ad un embrione umano, cui sempre le Sinistre vorrebbero viceversa togliere qualsiasi valore, qualsiasi status, qualsiasi tutela, per giustificare l’aborto, anche in fase avanzata di gestazione. Si noti, per inciso, come da una costola dell’antispecismo si sia generato anche l’altro mostro contemporaneo ovvero il transumanesimo. Sotto la bandiera arcobaleno, insomma, zitti zitti quatti quatti gli organizzatori hanno mosso pretese molto al di là della semplice lotta alle discriminazioni di qualunque tipo, pretese molto più spinte in senso politico e molto meno accettate, meno condivise, meno popolari forse anche tra i loro amici Lgbtqia+. Ma quanti se ne sono accorti? Quanti ne sono stati davvero coscienti tra coloro che hanno sfilato in corteo?

Suicidio occidentale

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di Franco Cardini

Necessario viatico alla lettura di queste brevi righe (e del libro che esse commentano) è quella dell’Editoriale del presente numero dei “Minima Cardiniana”. Difatti, questo libro denso d’informazioni e di considerazioni intelligenti, nella stragrande maggioranza dei casi del tutto condivisibili al di là dell’impianto generale “filostatunitense-occidentalista” per il quale del resto l’Autore è ben noto e ch’egli stesso manifesta con decisione sempre accompagnata peraltro da equilibrio e da humour, sembra manifestare disagio o quanto meno reticenza proprio sul punto qualificante: la declinazione di quei “nostri valori” che oggi sarebbero in pericolo, oggetto di un assalto teso a cancellarli.
Molto apprezzabile, in queste pagine nelle quali Rampini ci dà prova ulteriore di quelle qualità non solo di eccellente giornalista ma anche di fine scrittore che tutti volentieri gli riconosciamo, il frequente ricorso a esempi ispirati a una world history ben conosciuta e sempre chiamata in causa con misura, senza ostentazione. Ma proprio su ciò si potrebbe attentamente e pacatamente discutere. Il paragone ad esempio con gli imperi cinese e romano, quando ci si riferisce al “nostro Occidente”, sembra fondarsi su una normativa analogica data per naturalmente scontata: al contrario, sembra a molti ormai che quella “occidentale”, che per la prima e l’unica volta nella storia ha spezzato gli equilibri di un “mondo a compartimenti stagni” imponendo la braudeliana “civiltà emisferica”, l’”economia-mondo”, sia una eccezione unica e irreversibile. Proprio per questo motivo stridente risulta il contrasto tra quelli che l’Occidente moderno sente come i valori più propriamente “suoi” (e sui quali forse Rampini sorvola un po’ troppo, dopo averli presentati nel titolo come i protagonisti) e che esso pretende di aver diffuso nel resto del mondo e la realtà obiettiva. Esattamente al contrario di quello che, nel goethiano Faust, il diavolo Mefistofele rivendica per sé (come spirito “che eternamente vuole il Male e sempre genera il Bene”), l’Occidente ha sostenuto di conquistare il mondo per avviarlo ai valori di umanità, di progresso, di giustizia, di pace: ma di fatto esso ha seminato – con la pratica imperialista e lo sfruttamento sistematico delle risorse mondiali dettato dal proprio bisogno crescente di beni e di forza-lavoro – esattamente il contrario delle sue premesse e promesse. Da qui la ribellione forse non generalizzata, ma senza dubbio corale e diffusa, contro il suo predominio, per quanto la lotta tesa a scalzarne l’egemonia sfocerà forse nel “tramonto dell’Occidente”, inteso però come fine dell’egemonia delle élites occidentali accompagnate però dell’imporsi di altre élites, a loro volta occidentalizzate, che vi si sostituiranno fatalmente mantenendo, sia pur metabolizzata, la sua cultura. E ciò, probabilmente, non risolverà affatto i problemi posti dallo sviluppo della nostra civiltà ma si limiterà a un cambio della guardia dei padroni del pianeta: i grandi problemi – dall’inquinamento ambientale che ha prodotto una sorta di “neoreligione” al concentramento della ricchezza e quindi dall’impoverimento generale del genere umano – non cambieranno.
Qui il discorso di Rampini, che preferisce non attardarsi sugli errori dei governi statunitensi dell’ultimo trentennio e solo una volta, a p. 177, cita lo scandalo di Guantanamo quasi per liquidarlo con una generica formula minimizzante, si caratterizza per una tendenza assolutoria forse eccessiva. Il che non toglie nulla né alla qualità del volume, né alle prospettive che egli ci apre sulla società statunitense contemporanea, né alle sacrosante critiche a proposito della crisi della “cultura del limite”, dei guai commessi dal politically correct, delle insufficienti prestazioni del mondo politico europeo. L’assenza dell’Europa nel mondo coevo è senza dubbio una delle nostre colpe più grandi. Di noi propriamente “europei”, non velleitaristicamente “occidentali”.

Federico RAMPINI, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Milano, Mondadori, 2022, pp. 245, euri 19

Tutto va bene, madama la Marchesa!

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

I dati sull’affluenza elettorale dimostrano lo stato comatoso di partecipazione alla cosa pubblica, la distanza sempre più ampia tra politica e realtà sociale. Distanza alimentata da una gestione pandemica che non si vorrebbe mai far terminare, da una propaganda a stelle e strisce che schiaccia a logiche autodistruttive e mette al bando chiunque osi solo esprimere dissenso dalle versioni ufficiali, e per questo tacciato di putinismo. La questione sociale sembra non esistere più, altre devono essere le priorità. E mentre il titanic sul quale ancora galleggiamo inizia inesorabilmente a sprofondare sabato scorso faceva bella mostra di sé il grande evento della nostra decadente e sfasciata società dello spettacolo salutata dalla progressista “Repubblica” come una festa di balli e colori, con Elodie superstar.
Sulla natura e l’impatto ideologico di questa kermesse non dovrebbero esserci dubbi, perché è un fatto incontestabile che il gay pride è la testa di sfondamento della residua resistenza sociale e umana che il nostro stanco, invecchiato e nichilista mondo occidentale ancora riesce a mettere in campo. Sbaglia chi non vede collegamento tra la svaccata rappresentazione fetish dei desideri eretti a diritti di questa briciola di mondo e la triste fine di una civiltà che rinuncia a qualsiasi prospettiva, del tutto ormai priva di orizzonti, destinata alla resa demografica, in cui i figli si sostituiscono allegramente con quegli oggetti animati (ex animali) su cui riversare cure e affetti morbosi, in cui identità è parola oscena, figuriamoci poi quella sessuale. Con il bel mondo a indignarsi di qualche apprezzamento alpino al “gentil” sesso ma a sprofondare la testa sotto la sabbia dinanzi alle vere molestie espresse da qualche migliaio di ragazzini urlanti “Forza Africa!” accorsi a Peschiera del Garda una decina di giorni fa.
Quindi niente di strano che sabato scorso la “festa di balli e colori” veniva salutata dalla grande esportatrice di bombe umanitarie Emma Bonino come termometro della “salute di una democrazia”. «Dove c’è sfilata c’è libertà. Per cui bisogna tenersela stretta, con l’Europa che la tutela» esultava trionfante la libertaria Bonino. In buona compagnia di altri tutori della democrazia, tutti sgomitanti per farsi immortalare al fianco di Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria.
Ma non c’era solo il bel mondo dello spettacolo e della politica ridotta a spettacolo: tra gli sponsor della fetisciata risultava Bankitalia. La quale aveva sollecitato i suoi dipendenti a partecipare all’evento con una mail invitata dal Responsabile diversità Riccardo Basso. La missiva, con tanto di Colosseo arcobaleno e logo della banca, dopo aver ricordato le origini di questa parata, spiegava che si tratta di «una giornata per la tutela di chi si riconosce nella comunità Lgbt+ e per la richiesta di normative inclusive e comportamenti rispettosi dell’essere umano». La banca centrale della Repubblica italiana forniva pure magliette per la sfilata, perché «sosteniamo le loro iniziative, che portano un grande valore aggiunto». Altro che inflazione al 6%!
È così difficile capire perché tanto da farsi da parte delle istituzioni politico-sindacal-cultural-economico-finanziarie per distruggere, tra le altre, l’identità sessuale, ossessione che porta all’assurdo teatrino britannico in cui ci si domanda con affanno se le donne possono avere un pene oppure no?

Liste di putiniani e veri problemi

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QUINTA COLONNA

di Fulvio Scaglione

Chiedo scusa a tutti quelli coinvolti ma le varie e ormai famose “liste dei putiniani”, al netto delle miserie giornalistiche, sono una vera fregnaccia. Ci sono, per quanto riguarda l’informazione e la propaganda, problemi ben più seri di cui occuparsi. Faccio una premessa personale: ho scritto spesso, fino alla vigilia dell’invasione russa in Ucraina, che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Era l’epoca in cui moltissimi, me appunto incluso, pensavano (io ancora lo penso) che una guerra sarebbe stata (anche) contro gli interessi della Russia e che per questo un leader razionale e cinico come Vladimir Putin non l’avrebbe intrapresa.  Lo scrivevo in settimane in cui a dirlo e ripeterlo, oltre a tantissimi ucraini e russi, c’erano anche osservatori più o meno insigni e, per fare solo un paio di nomi, leader politici come Macron (“Non ci sarà alcuna escalation militare”, disse il presidente francese dopo la visita a Mosca) e Volodymyr Zelensky. Previsione sbagliatissima, come si vede.
C’è però un’enorme differenza tra sbagliare una previsione e distorcere i fatti. Perché di questo dovremmo occuparci, altro che delle liste dei putiniani. Per tre mesi il sistema mediatico italiano ci ha raccontato una guerra in cui i russi, crudeli e imbecilli, non ne azzeccavano una e venivano ridicolizzati e massacrati sul campo dagli ucraini. Ci è stato detto e ripetuto che le armi occidentali avrebbero spezzato le reni ai russi. Che Putin sarebbe stato presto spodestato dalle contestazioni, da un golpe o da una malattia. Che Putin non sapeva più quale ministro (Shoigu, quello della Difesa) o comandante (quello di stato maggiore Gerasimov, quello delle operazioni sul campo Dvornikov) silurare. Che le sanzioni avrebbero ridotto la Russia a pezzi. Tutto può ancora succedere. Ma dopo tre mesi la realtà è una sola: la Russia, che PRIMA della guerra controllava (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) il 7% del territorio ucraino, OGGI ne controlla più del 20%. Le armi occidentali stanno finendo e quelle russe no. Le sanzioni colpiranno ma per ora non bastano a fermare la Russia. Putin sembra saldo in sella. E per dirla tutta, Zelensky e i suoi sembrano invece sull’orlo della disperazione.
Altro che quattro veri o presunti putiniani. Truppa in cui peraltro ogni tanto gli zeloti in cerca di visibilità e collaborazioni provano ad arruolare a forza e a mettere nelle liste anche rispettabilissimi personaggi come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, o Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevoli solo di essere un poco più intelligenti della marmaglia. È di tutto il resto che dovremmo preoccuparci.
Ma se a pontificare su Ucraina e Russia ci sono gli stessi (e con gli stessi argomenti) che nel 2003 pontificavano su quanto fosse bella e buona l’invasione dell’Iraq, un problema ci sarà o no? Se il 95% di quelli che partecipano ai talk show non sono mai stati in Ucraina, un problema ci sarà o no? Se il 99% di quelli che ce la spiegano non sono mai stati in Ucraina negli anni Novanta, e non hanno quindi visto il nazionalismo montante a Ovest e l’eredità sovietica vivissima a Est, un problema ci sarà o no? Se il 90% di quelli che “raccontano” la Russia oggi non sono mai usciti da Mosca, e quando sono a Mosca parlano (quando va bene) solo con i circoli della borghesia liberale e occidentalizzata, è un problema o no? Se la stampa italiana per mesi ha riportato come se nulla fosse le notizie selezionate dalla stampa ucraina, cioè dai media di un Paese che già prima della guerra era al 106° posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa, dove le Tv dell’opposizione venivano chiuse per decreto (7 in un anno e mezzo) e dove dall’inizio dell’invasione russa tutti i media (comprensibilmente) sono stati di fatto accorpati in un solo organismo alle dipendenze del Presidente e dei suoi collaboratori, un problema l’abbiamo o no? Se uno che va nel Donbass è ipso facto “putiniano” e uno che che ha passaporto americano, casa e incarichi retribuiti negli Usa è un osservatore obiettivo, un problema ce l’abbiamo o no?
Che il sistema mediatico abbia deciso di schierarsi per la vittima contro l’aggressore, per il piccolo contro il grande, insomma per l’Ucraina contro la Russia, peraltro in perfetta coincidenza con il mandato politico di un premier che fin dal primo discorso disse che l’ancoraggio agli Usa e alla Ue era per l’Italia fondamentale, ci sta pure. Ma che il risultato reale, a prescindere dagli schieramenti, sia un’inaffidabile pseudo-informazione è sotto gli occhi di tutti. Per cui, delle liste dei presunti “putiniani” bisogna altamente fregarsene. Al massimo considerarle per ciò che sotto sotto sono, cioè un modo per buttare la palla in tribuna, per parlar d’altro, per mimetizzare il clamoroso scollamento tra la realtà e la sua narrazione.

Russia: banca centrale taglia i tassi ai livelli pre-guerra

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di Alessandra Caparello

Mentre la Bce ha deciso un primo rialzo dei tassi di interesse in circa 10 anni, la Russia decide per un taglio dei tassi di interesse al livello prebellico.

Nel dettaglio, il Consiglio di amministrazione della Banca di Russia ha deciso oggi di ridurre il tasso di riferimento di 150 punti base, portandolo al 9,50% annuo. Il contesto esterno dell’economia russa rimane difficile e limita significativamente l’attività economica scrive la banca centrale.

Allo stesso tempo, l’inflazione sta rallentando più rapidamente e il calo dell’attività economica è di entità minore rispetto a quanto previsto dalla Banca di Russia ad aprile. I dati recenti suggeriscono che i tassi di crescita dei prezzi a maggio e inizio giugno sono stati bassi. Ciò è dovuto alle oscillazioni del tasso di cambio del rublo e al rallentamento dell’impennata della domanda dei consumatori nel contesto di un netto calo delle aspettative di inflazione di famiglie e imprese.

In futuro, scrive ancora la Banca centrale, nel processo decisionale sui tassi di riferimento la Banca di Russia terrà conto della dinamica dell’inflazione effettiva e attesa rispetto all’obiettivo e dei processi di trasformazione economica, nonché dei rischi posti dalle condizioni interne ed esterne e della reazione dei mercati finanziari.

L’inflazione e i tassi in Russia

L’inflazione attuale è sensibilmente inferiore alle previsioni di aprile della Banca centrale. Secondo le previsioni della Banca di Russia, dato l’attuale orientamento di politica monetaria, l’inflazione annuale sarà pari al 14,0-17,0% nel 2022, scenderà al 5,0-7,0% nel 2023 e tornerà al 4% nel 2024.giugno, l’inflazione annuale è scesa al 17,0% (contro il 17,8% di aprile). In base agli ultimi dati, i tassi di crescita dei prezzi al consumo sono stati bassi a maggio e all’inizio di giugno.

Lo scenario di base della Banca di Russia prevede un’inflazione annua del 14,0-17,0% entro la fine del 2022. L’andamento dell’inflazione sarà determinato anche da fattori d’impatto come l’efficienza dei processi di sostituzione delle importazioni e l’entità e la velocità di recupero delle importazioni di prodotti finiti, materie prime e componenti. Secondo le previsioni della Banca di Russia, dato l’attuale orientamento della politica monetaria, l’inflazione annuale si ridurrà al 5,0-7,0% nel 2023 per tornare al 4% nel 2024.

Il calo dell’attività economica in Russia, dice la banca centrale, è causato dall’andamento della domanda e dell’offerta. I dati delle indagini mostrano che le imprese stanno ancora lottando per sistemare la produzione e la logistica, nonostante la nascente diversificazione dei fornitori di prodotti finiti, materie prime e componenti, nonché dei mercati di vendita. L’attività dei consumatori in termini reali è in calo, poiché le famiglie mostrano un’elevata propensione al risparmio e i redditi reali si riducono.

L’ambiente esterno per l‘economia russa rimane difficile e limita significativamente l’attività economica. La contrazione delle importazioni dovuta all’introduzione di restrizioni commerciali e finanziarie esterne sta superando notevolmente il calo delle esportazioni. Nel complesso, il calo effettivo dell’attività economica nel 2022 T2 è meno pronunciato di quanto ipotizzato dalla Banca di Russia nello scenario di base di aprile. Alla luce di quanto sopra, la Banca di Russia stima che il calo del PIL nel 2022 potrebbe essere inferiore alle previsioni di aprile.

L’inflazione sta rallentando, anche a causa del rafforzamento del rublo e delle minori aspettative di inflazione. Ciò ha reso possibile una nuova riduzione del tasso di riferimento. Tuttavia, i tassi di crescita dei prezzi molto bassi osservati nelle ultime settimane non possono essere considerati un’inflazione costantemente bassa. Sono per lo più associati a un aggiustamento al ribasso dei prezzi dopo l’impennata di marzo. Inoltre, i rischi pro-inflazionistici sono ancora considerevoli.

Così Elvira Nabiullina, Governatore della Banca centrale della Federazione Russa.

Dobbiamo adeguare la nostra politica come segue. Da un lato, non deve ostacolare la trasformazione strutturale dell’economia. Dall’altro, dobbiamo evitare i rischi di stagflazione (…) Se la situazione si evolve in linea con le previsioni di base, ridurremo gradualmente il tasso di riferimento con il rallentamento dell’inflazione costante.

Spread, i politici italiani contro Bce e Lagarde. Ma cosa hanno fatto contro il debito pubblico?

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di Leopoldo Gasbarro

Venerdì scorso, all’esplosione dello spread e della negatività sui mercati finanziari, ha fatto seguito una lunga, forte e sostenuta azione di contrasto con la Bce dei nostri politici. Lo hanno fatto per demagogia?

Cari politici, va bene lo spread, va bene l’incertezza va bene tutto tranne che, dal “whatever it takes” di Mario Draghi del 26 luglio 2012 sono passati 10 anni. Ma cosa è stato fatto da allora? Quante azioni sono state messe in piedi per ridurre la quota di debito pubblico italiano? Nessuna. Non è stato fatto niente in 10 anni. Anzi, una cosa è stata è fatta: abbiamo fatto finta che il problema non ci fosse. E invece c’è, eccome. E ora i nodi stanno arrivando al pettine.

La crescita del debito pubblico italiano

Non stimo Christine Lagarde, ma ancor meno stimo chi non ha mosso un dito per provare a cambiare le cose. Anzi, gli ultimi 10 anni sono stati quelli in cui si è generato maggiore debito:

E poi dal 2019, con Conte prima, e Draghi poi:

In pratica è aumentato di quasi altri 475 miliardi: 2,7 miliardi di euro buttati via, tra banchi a rotelle, bonus monopattini, bonus da 200 euro che non serve ne a chi ne ha bisogno ne a chi non ne ha e altre astruse scelte senza costrutto.

Spread, che fare?

Bisognerebbe far quadrato invece che una continua campagna elettorale. Bisognerebbe passare dal tutti contro tutti al tutti insieme per salvare il salvabile. L’Europa ci ha sostenuto, se lo avesse fatto anche la politica interna avremmo agito e ci saremmo trovati in condizione diversa. Tutto questo non vuol dire che stimi la Lagarde. Anzi, non la reputo all’altezza del suo ruolo?

Sarà una giornata difficile? Probabile, a meno che non la si renda diversa con scelteforti.  Bisogna fermare la guerra. Non c’è altra strada. Chi lo deciderà? L’Europa se esistesse, Biden se abbassasse i toni. La guerra  è stata l’ultimo anello di una catena partita dal lockdown che ha generato le attuali storture finanziarie. E’ d’obbligo ripartire da lì, altrimenti, attenti a risparmi, banche, redditi e tasse…

Hegel e il diritto “come secondo natura”

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Daniele Onori

Se il terreno del diritto per Hegel è l’elemento spirituale, l’essenza del diritto razionale va cercata nell’esistenza positiva, nella forma storica delle leggi: il sistema del diritto è così il mondo dello spirito “prodotto come una seconda natura”. Con Hegel il discorso filosofico del fondamento dello spirito del mondo immanente nella storia fa venire meno la distinzione tra ragione e realtà, e conseguentemente nega la possibilità stessa della priorità deontologica della prima sulla seconda. Alla manifestazione concreta della volontà dello Stato, in cui lo spirito della nazione si sostanzia nel suo divenire, non è possibile contrapporre la vigenza di un qualsivoglia diritto posto su altro fondamento: Hegel nega pertanto che possa sussistere una sfera di diritti naturali presupposta e tutelata di fronte allo Stato. L’identità oggettiva tra ragione e realtà apre alla realpolitik del diritto positivo e alla ragion di Stato, per cui il diritto trova esclusivamente nella forza e nella volontà dello Stato il suo unico fondamento e motivazione. La rottura con il giusnaturalismo diventa netta e definitiva.

1. Georg Wilhelm Friedrich Hegel nacque a Stoccarda nel 1770. Già negli anni giovanili, trascorsi come studente di teologia a Tubinga e poi come precettore a Berna e a Francoforte, si trovò immerso nel fervido moto d’idee che agitava la Germania del tempo; trasferitosi a Jena, la cui università, con Reinhold, con Fichte, e da ultimo con Schelling, era divenuta il centro della filosofia idealistica, accentuò e precisò i suoi interessi filosofici, assumendo dapprima una posizione assai prossima a quella schellinghiana, ma sviluppando ben presto un proprio originale pensiero.

Questo venne manifestandosi in campi diversi, ma si orientò sempre più verso la costruzione di un sistema: era ciò che di Hegel costituiva la vocazione filosofica più profonda. Di ciò è documento, tra gli altri, uno scritto rimasto a lungo inedito, il Sistema dell’eticità (System der Sittlichkeit), redatto nel 1802, di particolare interesse, come pure un’altra opera dello stesso periodo (1802-1803), apparsa nella rivista da Hegel fondata insieme con Schelling, il Giornale critico della filosofia: il lungo articolo Sui modi di trattare scientificamente il diritto naturale, il posto di esso nella filosofia pratica e il suo rapporto con le scienze giuridiche positive (Ueber die wissenschalichen Behandlungsarten des Naturrechts, seine Stelle in der praktischen Philosophie und sein Verhältnis zu den positiven Rechtswissenschaen).

Ancor maggiore tendenza alla sistematicità rivelano la Fenomenologia dello Spirito (Phänomenologie des Geistes: 1807) e un’opera edita postuma, scritta dal 1809 al 1811, Propedeutica filosofica (Philosophische Propädeutik), che presenta motivi d’interesse per il filo conduttore di quel rubrica perché vi è per gran parte contenuta la filosofia del diritto hegeliana, certo meno approfondita che nelle opere successive, ma in forma più accessibile per il lettore comune.

2. Assai presto si manifesta negli scritti di Hegel l’esigenza di una sintesi teoretica, fondata sull’idea della filosofia come razionalità assoluta e universale che si attua dialetticamente quale forma dell’esperienza totale, coscienza del reale in quanto processo svolgentesi organicamente nei suoi molteplici aspetti: coscienza che è poi autocoscienza, coscienza che l’Assoluto ha di sé stesso in quanto pensiero che torna a sé ritrovando sé in tutto il reale. Tale esigenza si precisa nelle opere scritte quando Hegel era professore a Heidelberg, la Scienza della logica (Wissenscha der Logik: 1812- 1816) e l’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaen in Grundrisse: 1817), in cui è esposto l’intero suo sistema filosofico.

Dopo che egli fu passato all’università di Berlino – dalla cui cattedra dominò, in ogni senso, la cultura tedesca del tempo –, nei Lineamenti fondamentali della filosofia del dirittoovvero Diritto naturale e scienza dello Stato in compendio (Grundlinien der Philosophie des Rechts, oder Naturrecht und Staatswissenschaim Grundrisse): apparsi nel 1821, furono l’ultima opera che Hegel pubblicò. Postume apparvero tuttavia le sue lezioni, in cui la sua teoria filosofica è applicata in diversi campi, storia, arte, religione, storia della filosofia. Vittima di un’epidemia di colera, Hegel morì a Berlino nel 1831.

3. Hegel dichiara nei Lineamenti che il diritto è il regno della libertà realizzata; nello stesso paragrafo però l’autore prosegue specificando che, se la libertà è sostanza e determinazione del diritto, quest’ultimo è “mondo dello spirito prodotto muovendo dallo spirito stesso”, ovvero è “come una seconda natura”[1].

Tale concetto non è affatto inedito nella storia della filosofia occidentale, ma affonda le radici nel pensiero greco, quando Aristotele instaura un nesso tra consuetudine e abitudine, indole e costume a partire dai termini ηθoς ed εθoς[2], secondo l’idea che a generare i caratteri etici non siano le capacità innate, ma le disposizioni risultato di un apprendimento e di un esercizio costante[3]. Tale etimologia, coniata attraverso la somiglianza dei due termini greci, ha avuto molto seguito, non solo nel mondo classico, cosicché, a differenza della specificità delle considerazioni e dei giudizi di merito, la seconda natura si definisce come sinonimo di costume, prodotto di una dimensione specificamente umana, ulteriore rispetto ai caratteri che contraddistinguono l’individuo in quanto essere naturale.

L’idealismo tedesco rappresenta nella storia della fortuna del concetto un momento decisivo, nella misura in cui coinvolge il rapporto fra il piano naturale, come determinazione necessaria, e l’orizzonte della libertà: se Fichte allora indica che lo stato deve diventare “lo stato di natura dell’uomo”, per Schelling “al di sopra della prima natura, una seconda e più elevata deve, per dir così, essere istituita dove regni una legge naturale, ma del tutto altra rispetto a quella della natura visibile, ossia una legge naturale al fine della libertà…Una siffatta legge naturale è la legge giuridica, e la seconda natura, nella quale domina tale legge, è la costituzione del diritto che pertanto è dedotta come condizione del perdurare della coscienza[4].

4. La nozione di diritto come seconda natura nasconde due indicazioni apparentemente contraddittorie: da una parte essa rimarca come nel diritto sia presente un elemento artificiale, in quanto ordine costruito al di sopra di quello naturale, dall’altra sottolinea il carattere di necessità di tale ordine, il quale si sostituisce letteralmente al primo e presenta gli stessi caratteri di cogenza.

Sebbene Hegel non offra mai una definizione esplicita di seconda natura, utilizzata principalmente come attributo di qualcos’altro e mai come soggetto di un’enunciazione, essa risulta molto importante nell’economia della riflessione sul diritto, in quanto mette in relazione la dimensione etica con la soggettività e la libertà con i costumi[5].

Nelle Lezioni di filosofia della storia Hegel dichiara che “noi dobbiamo considerare la natura per scorgere come anch’essa sia, in sé, un sistema della ragione”, ovvero “dobbiamo considerarla solo in relazione allo spirito”, in quanto l’uomo “costituisce l’antitesi del cosmo naturale: è l’essere che si eleva nel secondo cosmo[6].

La seconda natura coincide dunque con l’eticità, la quale rappresenta il punto più alto dello spirito oggettivo, in quanto corrisponde al concetto della libertà divenuto mondo sussistente e natura dell’autocoscienza.

L’orizzonte di fondo delle istituzioni, a partire dalla famiglia, dal mercato, dalle corporazioni e dalla polizia, nonché l’oggetto di riferimento costantemente presente nel discorso hegeliano è allora lo Stato, istituzione delle istituzioni, il quale rappresenta la dimensione concreta della stessa eticità, dal momento che essere liberi significa partecipare a certe istituzioni, che costituiscono l’articolazione dello stato moderno.

Lo Stato è infatti per lo Hegel l’organismo etico assoluto, l’ethos che si fa autocosciente come spirito di un popolo: è «il razionale in sé e per sé», «unità sostanziale fine a sé stessa».[7] È nello Stato che l’identità di razionale e di reale si attua concretamente; con espressione divenuta famosa, Hegel lo chiama addirittura «l’ingresso di Dio nel mondo»[8] .

Sovrano anche nei riguardi esterni, lo Stato non sottostà ad alcun altro potere; dei conflitti fra i vari Stati decide, arbitro supremo, la guerra[9]. Dello Stato, «spirito determinato di un popolo», Hegel fa il protagonista della storia universale del mondo, «le cui vicende rappresentano la dialettica degli spiriti particolari dei diversi popoli, il tribunale del mondo» [10]: cioè il processo dello spirito del mondo (Weltgeist) che nei vari popoli si incarna e nella storia universale «esercita il suo diritto, che è il diritto più alto di tutti»[11].


[1] Rph, § 4, p. 46; tr. it., p. 27. «Die Welt der Freiheit ist so gut eine Wirklichkeit als das Reich der Natur. Dieses Reich der Freiheit ist nun auch ein in sich Gesetzmäßiges, hat Notwendigkeit in sich, ist niche eine Wirklichkeit die aus Zufälligkeit besteht, die ewiges Gesetz ist, wie in der Natur» (Rph IV, § 4, p. 42).

[2] Arist., Etica Nicomachea, 1103a 14-26, p. 47; Id., Hist. An. VIII, 1, 588a 18. Il riferimento ad Aristotele è esplicitato da Hegel in Rph IV, § 151, p. 155. Vedi a riguardo C. Cesa, «La ʻseconda naturaʼ tra Kant e Hegel», in Natura, XII Colloquio Internazionale, a cura di D. Giovannozzi e M. Veneziani, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2008, pp. 485-503, in particolare p. 485 e L. Cortella, L’etica della democrazia, cit., p. 20. 383 Vedi E. Bories, Hegel. Philosophie du droit, cit., pp. 27-32

[3] Vedi E. Bories, Hegel. Philosophie du droit, cit., pp. 27-32.

[4] J. G. Fichte, Diritto Naturale, cit., p. 133; F.W.J. Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale, cit., pp. 493-495

[5] Sul concetto di seconda natura in Hegel, vedi L. Marino, «L’idealismo politico e il diritto della natura», in Rivista di filosofia, 77, 1986, pp. 141-171; R. Bonito Oliva, L’individuo moderno e la nuova comunità, Guida, Napoli 2000, pp. 121-144; A. Peperzak, «Second Nature: Place and significance of the Objektive Spirit in Hegel’s Enciclopedia», in The Owl of Minerva, 27, I, 1995, pp. 51-66; M. Riedel, hrsg. von, Materialien zu Hegels Rechtsphilosophie, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1969, vol. II, pp. 109-127; V. Verra, «Storia e seconda natura in Hegel», in Letture hegeliane, Il Mulino, Bologna 1992, pp. 81-98; I. Testa, «Selbstbewusstsein und Zweite Natur», in K. Vieweg-W. Welsch, hrsg. von, Hegels Phänomenologie des Geistes, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2008, pp. 286-307.

[6] VPG, vol. I, p. 27; tr. it., vol. I, p. 33.

[7] Hegel, Filosofia del diritto,

[8] Ivi, § 258, aggiunta; cfr. § 270.

[9] Ivi, § 334

[10] Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 548

[11] Hegel, Filosofia del diritto, § 340

Fonte: https://centrostudilivatino.us18.list-manage.com/track/click?u=36e8ea8c047712ff9e9784adb&id=c4864874ad&e=d50c1e7a20

Antonio di Padova: il romanzo di una vita

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DAL PORTOGALLO ALL’ITALIA, INSEGUENDO LA PASSIONE DEI MARTIRI FRANCESCANI DEL MAROCCO

A cura di Angelica La Rosa

Sant’Antonio da Padova (in portoghese António de Lisboa), nato a Lisbona nel 1195 e morto a Padova il 13 giugno 1231, cercò a lungo tutta la sua giovinezza la strada indicata dal Signore. Prima fra gli agostiniani e poi fra i francescani, dove finalmente trovò il suo percorso spirituale. Dal Portogallo all’Italia, inseguendo la passione dei martiri francescani del Marocco, senza lasciarsi scoraggiare dall’esperienza di una lunga malattia, ma soprattutto scoprendo, a poco a poco, la forza della Parola di Dio e della predicazione.

Dopo Francesco e Chiara (ripubblicati da Terra Santa Edizioni rispettivamente nel 2018 e nel 2019), “Antonio di Padova – Il romanzo di una vita” (Terra Santa Edizioni, Milano 2021, pp. 208, 16 €) esce in questi giorni il terzo romanzo della trilogia di un grande autore religioso del Novecento, dalla scrittura trascinante, padre Nazareno Fabbretti (1920-1997).

Fabbretti fu frate francescano, scrittore e giornalista, autore di decine di libri, appartenenti soprattutto al genere delle biografie di figure spirituali come i già citati san Francesco e santa Chiara d’Assisi, ma anche di san Bernardino da Siena e di santi pontefici come Giovanni XXIII e Paolo VI. Seguì il Concilio Vaticano II come inviato de La Gazzetta del Popolo di Torino, oltre che per La Stampa, il Corriere della Sera e altre testate, scrivendo articoli sulla Chiesa e sul vaticano, nonché sulla situazione internazionale conducendo inchieste in tutto il mondo.

La raffinatezza narrativa dell’autore trascina in quest’ultimo libro proposto da Terra Santa Edizioni al cuore di una storia affascinante e rocambolesca, un’autentica vocazione mistica, quella di uno dei santi più amati nel mondo, Antonio da Padova, il cui culto è fra i più diffusi nel Cattolicesimo.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/06/13/antonio-di-padova-il-romanzo-di-una-vita/

Moralità esclusa dal dibattito pubblico: allora ha ragione Mosca?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/06/13/moralita-esclusa-dal-dibattito-pubblico-allora-ha-ragione-mosca/

LE NOSTRE COMUNITÀ HANNO ANCORA IL BUON SENSO E LA RETTA RAGIONE DEI NOSTRI NONNI, MENTRE MEDIA E POLITICI REMANO CONTRO IL DIRITTO NATURALE

La parola “politica” ha una lunga storia ed evoluzione. Dai greci è stata applicata alla città-stato. La definizione generale è “attività circa affari pubblici, concernenti tutti i cittadini di una comunità” (così il Dizionario di Teologia Morale del Cardinale Roberti e di Monsignor Palazzini, vol. 2, ed. Effedieffe).

Nella vita quotidiana la politica denota un certo metodo di comportamento, modo di agire con prudenza, avvedutezza, competenza, onestà, trasparenza, in vista del raggiungimento del fine, che è il bene comune, che, come sottolineava Papa Pio XII, deve avere un’attuazione duratura.

La teologia morale ci insegna, anche, che la politica deve essere propugnatrice dell’ordine. Lo Stato, ma anche il singolo Comune devono servire alla perfezione della persona umana, e non viceversa. Prima la virtù dell’uomo e poi la potenza del Paese. Importantissimo, specialmente al giorno d’oggi, è che non possono esserci fini contrari alla morale, tanto quanto non può esistere una doppia morale, una per la vita privata e un’altra per la vita pubblica. Si parla di principi fondamentali propri della Dottrina Sociale della Chiesa. Non appare anomalo che nessuno l’abbia richiamata nel suo programma per queste ultime elezioni amministrative la cui affluenza si è scandalosamente attestata ad appena il 20%?

E’ necessario, dunque, fare due esempi, perché ieri quasi 900 municipi italiani sono stati chiamati a rinnovare le amministrazioni cittadine.

Il principio di legalità è fondamentale per il corretto agire del politico, al fine del bene comune. C’è disaffezione verso la politica moderna, ma in tutto il Belpaese ci sono centinaia di migliaia di candidati. Il giorno prima del voto, la Commissione Antimafia, presieduta dal grillino Nicola Morra, ha reso noti i nomi di 18 “candidati impresentabili”.

Noi – ha spiegato Morra – ci basiamo su criteri giuridici che rinviano ad atti processuali e investigativi già avviati e definiti“. E all’agenzia Agi del 10/06/22 ha dichiarato che “c’è un numero cospicuo di ‘impresentabili’ e sono emerse alcune situazioni a mio avviso imbarazzanti”. La tempistica di queste affermazioni è alquanto ad orologeria rispetto alle elezioni amministrative di ieri. Non si poteva agire prima? Parlando da garantista, ritengo che queste elezioni siano “viziate” ab origine, almeno nei comuni ove sono state ravvisate le “situazioni imbarazzanti”, legate a presunte collusioni, estorsioni ed altri reati contro la pubblica amministrazione che sarebbero riconducibili ai clan, da Nord a Sud.

Il principio di moralità. E’ cronaca di questi ultimi giorni quella delle sfilate dei Gay Pride, spesso osceni e contrari al pubblico pudore, ma anche blasfemi contro la Santa Vergine Maria, Gesù e la Chiesa. Come sempre, a reagire sono i cattolici seri, non i tiepidi baciapile al bisogno elettorale. Moralità e legalità vanno a braccetto perché patrocinare manifestazioni che oltraggiano la Religione è un reato, purtroppo non perseguito da una Magistratura che va riformata, a partire dai suoi vertici nel CSM e il Referendum pare venire a pennello per finirla con le correnti sinistre, che fanno ciò che gli pare. Non fa parte della storia della civiltà europea chiamare diritti quelli che sono i desideri di alcuni. Né, tantomeno, assecondarne quelli riguardanti i minori o, addirittura i feti, autorizzandone la vendita, come al supermercato.

Altrimenti, non ci possiamo lamentare se molti europei, non per forza cattolici, guardano con simpatia alla posizione del Patriarca di Mosca Kirill, che, in un sermone del marzo di quest’anno, ha esplicitamente parlato di una battaglia contro i valori degenerati dell’Occidente, rappresentato dalle parate del gay pride, tanto da spingerlo a paragonare il matrimonio tra persone dello stesso sesso a quelle approvate nella Germania nazista. Sarà un test vedere quanti sindaci, schierati con noi prima delle elezioni, saranno altrettanto coerenti nel vietare manifestazioni oscene e blasfeme, dimostrando che le nostre comunità hanno ancora il buon senso e la retta ragione dei nostri nonni.

 

Referendum Giustizia: VOTIAMO TUTTI SI’

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di P. Becchi e G. Palma

Quando mancano meno di dieci giorni al 12 giugno, il silenzio nei talk show – con poche eccezioni – continua a regnare sovrano su un tema importante ma difficile come i referendum sulla giustizia; ben cinque quesiti abrogativi che – se approvati dal popolo – cambierebbero il volto della giustizia nel nostro Paese.

Si vota nella sola giornata di domenica 12 giugno, dalle 7 alle 23, una decisione del governo discutibile, anche perché durante gli ultimi due anni, causa la pandemia, le tornate elettorali si son tenute sempre su due giorni, domenica e lunedì. È probabile che la corporazione della magistratura, che ha ottime sponde sia nel governo che in parlamento, abbia fatto pressione sull’esecutivo affinché il referendum si tenesse in un solo giorno e peraltro a scuole chiuse, per rendere difficile il raggiungimento del quorum. Infatti, affinché il referendum abrogativo sia valido, è necessario che si rechi a votare il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Fino alla scorsa settimana, se i sondaggi fossero veritieri, solo il 30% degli italiani sarebbe disposto a recarsi alle urne; quindi, è necessario che ciascuno dei sostenitori del Sì porti al seggio almeno un elettore che diversamente si sarebbe astenuto.

Come abbiamo già chiarito nei nostri precedenti articoli, noi siamo per il Sì a tutti e cinque i quesiti referendari. Le ragioni le abbiamo spiegate nel nostro ultimo libro “Referendum Giustizia: tutte le ragioni per votare Sìedito da GpM edizioni. Nei giorni scorsi ci siamo occupati su questo sito su due quesiti in particolare, quello sull’abrogazione della legge Severino e quello sui limiti agli abusi della custodia cautelareoggi vogliamo porre l’attenzione sugli altri tre: sistema di elezione del Csm, equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari distrettuali e separazione delle carriere.

  • Csm, sistema di elezione 

Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno dei magistrati, presieduto dal Presidente della Repubblica. Ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, i componenti del Csm “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio”. I primi sono detti membri togati, i secondi laici.

I membri laici non hanno bisogno di candidarsi, sono infatti eletti autonomamente dal Parlamento tenuto conto dei soli requisiti indicati dalla Costituzione: vanno scelti tra i professori universitari ordinari in materie giuridiche e gli avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Per i membri togati esiste invece una procedura particolare, regolata dall’art. 25 della legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura). Il terzo comma dell’art. 25, oggetto di quesito abrogativo, prevede che i magistrati che intendono candidarsi al Csm presentino la loro candidatura in “una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta”

Insomma, se un magistrato si vuole candidare al Csm deve aderire necessariamente ad una “corrente”, rendendo possibili in questo modo vere e proprie fazioni politiche all’interno della magistratura. È da qui che nasce il “sistema delle correnti” che dal 1992 in avanti, sull’onda delle inchieste di Tangentopoli, è servito alla magistratura per intervenire – direttamente o indirettamente – nel processo democratico del Paese, condizionando talvolta le sorti di Parlamento e Governo. Se il quesito abrogativo fosse approvato, cioè se vinceranno i Sì all’abrogazione, i giudici che vorranno candidarsi al Csm potranno presentare liberamente la propria candidatura senza raccogliere firme e quindi senza aderire a fazioni politiche.

  • Equa valutazione dei magistrati 

Presso ciascun distretto di Corte d’appello sono istituiti i consigli giudiziari distrettuali, detti anche mini-Csm. Sono composti per lo più da magistrati, ma anche da professori universitari in materie giuridiche e avvocati. Si tratta dunque di un organo che rispecchia la composizione “mista” del Csm, così da garantire al suo interno la rappresentanza di tutti gli attori della giustizia. Tra le funzioni dei consigli giudiziari c’è anche quella della valutazione sulla professionalità dei magistrati, dal cui voto sono però esclusi professori e avvocati.

Le norme interessate dal quesito abrogativo sono alcune di quelle contenute nella legge che istituiva il Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, vale a dire il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150. In caso di abrogazione delle norme oggetto del quesito, avvocati e professori universitari facenti parte dei Csm distrettuali potranno infatti esprimere, al pari degli altri componenti, la loro valutazione in ordine alla professionalità dei magistrati che prestano servizio nel distretto.

Come dice una vecchia locuzione latina, canis canem non est (cane non mangia cane), quindi l’obiettivo del referendum è evidente: smantellare il corporativismo giudiziario ed evitare l’autoreferenzialità della magistratura, in modo che non siano solo i giudici a valutare i giudici, ma anche altri importanti protagonisti del settore come appunto professori in materie giuridiche e soprattutto gli avvocati. Del resto, non si capisce perché questo debba valere per il Csm, dove decidono anche  professori e avvocati e non per i cosiddetti mini-Csm.

  • Separazione delle carriere

Il quesito riguarda l’abrogazione delle norme di legge vigenti che consentono il passaggio dei giudici dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa. La funzione requirente è svolta dal pubblico ministero che fa le indagini, cioè dalla Procura che sostiene l’accusa, quella giudicante è svolta dal giudice di tribunale, di Corte d’appello o di Cassazione che giudica l’imputato. Il testo del quesito riguarda l’abrogazione di alcune disposizioni di legge a partire dal Regio decreto n. 12/1941 (quello sull’ordinamento giudiziario), fino alla nuova disciplina dell’accesso in magistratura (D.Lgs. n. 160/2006) e gli interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario (d.l. n. 193/2009 convertito con modificazioni nella Legge n. 24/2010).

Sino alla riforma del codice di procedura penale (d.p.r. n. 447/1988), pubblico ministero e giudice erano seduti in aula sullo stesso scranno, in un sistema inquisitorio in cui l’inquirente era una sorta di para-giudice che si poneva al di sopra della difesa. Le cose cambiano con la riforma del codice di procedura alla fine degli anni Ottanta e con la riforma dell’art. 111 della Costituzione nel 1999, cioè con la trasformazione del processo penale da inquisitorio ad accusatorio (secondo cui la prova si forma nel dibattimento in condizioni di parità tra accusa e difesa), ma l’ordinamento giudiziario è rimasto ancora quello degli anni Quaranta, con l’intercambiabilità delle funzioni giudiziarie.

Ad oggi l’accesso in magistratura consente al vincitore del concorso di optare per la funzione prescelta e cambiarla fino a quattro volte nel corso dell’intera carriera, con un intervallo di almeno cinque anni da un cambio all’altro. Può un ex pubblico ministero essere davvero equidistante quando passa dalla funzione requirente a quella giudicante? Crediamo proprio di no, visto che il modus operandi adottato nelle due funzioni è completamente diverso (uno è abituato ad accusare, l’altro a giudicare con terzietà). L’abrogazione proposta dal quesito aprirebbe pertanto la strada alla netta separazione delle carriere dei magistrati. Nel caso in cui al referendum vincesse il Sì all’abrogazione, una volta intrapresa una delle due carriere – requirente o giudicante – il magistrato non potrebbe più optare per l’altra. Ciò garantirebbe la piena realizzazione del principio del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione, secondo cui ogni processo si deve svolgere “davanti a giudice terzo e imparziale”.

A proposito di separazione delle carriere, vale la pena di ricordare quanto disse Giovanni Falcone – giudice simbolo della lotta alla mafia – in un’intervista del 3 ottobre 1991: “Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato”.

***

Se si vuole davvero cambiare la giustizia, il 12 giugno servono cinque Sì. Se il referendum non dovesse raggiungere il quorum sarebbe una sconfitta non di un partito ma di tutto il Paese e anche i tentativi di governo e Parlamento per cambiare qualcosa nell’ordinamento giudiziario diventerebbero molto più difficili senza il sostegno del consenso popolare. Non dimentichiamo che le norme che riguardano la separazione delle carriere e l’elezione dei membri togati del Csm devono essere ancora approvate dal Senato.

 

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Per coloro che volessero approfondire l’argomento sui Referendum Giustizia del 12 giugno 2022, ecco il libro di P. Becchi e G. Palma: “Referendum Giustizia: tutte le ragioni per votare Sì“, GpM edizioni (sia in versione e-Book che in versione cartacea):

Si vota nella sola giornata di domenica 12 giugno 2022, dalle ore 7 alle ore 23!

Cavalieri d’America: i “valori dell’Occidente”

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di Franco Cardini

Forse non tutti lo sanno, ma gli Stati Uniti sono uno dei paesi al mondo nei quali la letteratura cavalleresca medievale e i suoi succedanei di ogni tipo hanno il massimo successo. Dagli studi accademici alle pubblicazioni scientifiche, ma anche dalla letteratura popolare ai “giochi di ruolo” la passione per le gesta dei paladini di Artù dilaga: del resto, la Disney Co. ne è uno dei maggiori veicoli a livello mondiale. E il fenomeno sta tracimando da oltre due secoli in tutte le possibili direzioni: dall’architettura neoromanica e neogotica ai “ristoranti medievali” dove si fanno anche i tornei, dal cinema alla TV, dal “teutonismo” come fenomeno antropologico-giuridico e antropologico-militare (l’Accademia di West Point) alle infinite derivazioni del tolkienismo ai continui revivals del mito del Santo Graal.
Argomenti di questo genere sono ormai da tempo anche oggetto di seri studi specialistici. Il fenomeno del “medievalismo” è accuratamente indagato da ottimi specialisti: basti pensare, in Italia, ai lavori di Maria Giuseppina Muzzarelli, di Francesca Roversi Monaco, di Tommaso di Carpegna Falconieri e di moltissimi altri.
Questa passione collettiva è radicata in aspetti non trascurabili della stessa “mentalità collettiva” (e ci rendiamo conto della problematicità di questa espressione). Nello “spirito americano”, nel “manifesto destino” degli Stati Uniti, la componente cavalleresca ha un rilievo del tutto speciale. Pensiamo al mito del Lontano Occidente, ricalcato su quello antico e diffuso dell’Antico Oriente. E “Lontano Occidente”, com’è ben noto, si traduce in inglese con l’espressione Far West. Il “mito della Frontiera” rigurgita di elementi cavallereschi, sia pure semplicizzati e stereotipati: l’Avventura anzitutto, dimensione com’è noto basilare della Weltanschauung arturiana; la ricerca della ricchezza e dell’amore, appiattimento banale ma fascinoso dei fini ultimi dell’Avventura stessa; la difesa dei deboli e degli oppressi, anche se spesso non correttamente identificati; il parallelo odio contro tutte le personificazioni del Male, a cominciare dai “Pellerossa”. La destra ha elaborato e sviluppato al riguardo una decisa categoria etico-antropologica, incarnata dai cosiddetti Libertarians che anni fa riempivano le fila dei neoconservative impegnati contro l’Islam e che sembrano aver trovato oggi una loro nuova Isola Felice nella lotta contro tutto quello che sa di russo.
Nella “cultura libertarian” (da non confondersi con liberal: fra i due concetti esiste una fitta rete di elementi di affinità e di opposizione che li rende complementari ed opposti al tempo stesso) il mito della Frontiera ha un ruolo fondamentale: la libertà dell’eroe western, che al di sopra di sé ha solo il cielo stellato e Dio e dentro di sé una legge morale intima infallibile e indiscutibile, è autoreferenzialmente riconosciuta da chi vi s’identifica come una libertà cavalleresca. Col risultato paradossale che l’individualismo assoluto, questo caratteristico fondamento primario della Modernità occidentale, viene identificato con la figura archetipica del cavaliere medievale che è invece l’uomo della dedizione a Dio e al prossimo, miles pacificus nella definizione agostiniana passata ai rituali di addobbamento.
D’altronde un uomo libero non è tale se non è armato, se non è un guerriero. Si tratta di un principio di base del diritto germanico, ben riconoscibile in tutte le leges barbariche la raccolta delle quali occupa vari volumi dei Monumenta Germaniae Historica, i leggendari M.G.H. D’altronde un cavaliere non è solo un guerriero: è molto di più. Il guerriero è libertà e ferocia; il cavaliere è spirito di servizio, disposizione al martirio.
Ed ecco uno degli elementi di base che oggi osta al riconoscimento della “cultura europea” come “cultura occidentale”, anzi del carattere sinonimico delle due espressioni, che ha viceversa conosciuto un’allarmante diffusione mediatica. La giovane America (ormai non più giovanissima) dei self-made men, degli illimitati diritti individuali, del “diritto alla ricerca della felicità” di ciascuno conseguita – forse – da pochissimi a scapito di troppi, quella che ha fondato la “prima democrazia del mondo” la quale coincide con il paese della più profonda disuguaglianza e della più tragica ingiustizia sociale è divenuta il modello trainante di un mondo strettamente connesso a quello dei paesi del Commonwealth e della sua stessa antica Madrepatria, l’Inghilterra, dalla quale provenivano i Pilgrim Fathers calvinisti per i quali la ricchezza era il segno del favore divino e la povertà quello della Sua maledizione: quelli che bruciavano le streghe e consideravano i native Americans dei barbari preda di Satana. Su queste premesse si conquistò la frontiera sempre più spinta vero ovest: sulle canne delle Colt ch’erano le spade dei Nuovi Cavalieri e sulle rotaie dei treni coast to coast.
La nostra vecchia Europa è stata profondamente invasa, negli ultimi tre quarti di secolo, da quest’Occidente iperindividualista e predatore: ma, attraverso la sua antica storia di guerre e di sofferenze, ha saputo costruire un’altra Weltanschauung. Anch’essa si è resa responsabile di aver seminato conversione al cristianesimo e democrazia parlamentare raccogliendo però, nel mondo, i ricchi frutti dello sfruttamento coloniale e delle ingiustizie del capitalismo: mantenendo però nel contempo fede anche a una dimensione di progressiva giustizia sociale e di costante solidarismo. Ecco perché nella felice America chi non ha una carta di credito in ordine non ha accesso agli ospedali mentre l’umiliata e decaduta Europa, pur equivocamente rappresentata da un’Unione Europea ormai fallimentare, continua a far di tutto per tenere in piedi uno straccio di quel welfare state alla base del quale c’è anche il contributo di pensiero di studiosi e di statisti americani. Noialtri europei abbiamo assicurazioni obbligatorie ma ci è difficile poter tenere legittimamente in casa un’arma; gli americani possono comprarsi interi arsenali da guerra, ma se si ammalano e non hanno abbastanza soldi in banca sono fottuti. Ecco la differenza, punto d’arrivo di altre più profonde e significative differenze. Ed è il caso di dirlo: Vive la difference!
Ecco perché, parafrasando il vecchio Kipling, West is West, Europe is Europe. L’America è la patria d’infiniti diritti riconosciuti a tutti ma conseguiti e goduti da pochissimi; l’Europa è la patria di popoli che non hanno ancora del tutto dimenticato che a qualunque diritto corrisponde un dovere, e che soprattutto sul piano sociale i doveri vengono prima dei diritti. E le radici di Europa e di Occidente possono ben essere anche le stesse: ma l’albero si riconosce dai suoi frutti. Ecco perché, da oltre due secoli almeno – ma a causa di un processo avviato circa mezzo millennio fa, con il decollo della globalizzazione –, noialtri europei non possiamo più dirci occidentali.
Qualcuno ha detto e scritto, su organi mediatici della “destra”, che io sono “antiatlantista” e “antiamericano” e che all’“Euramerica” preferisco l’“Eurasia”. Sia chiaro che non sono un eurasiatista, ammesso che un eurasiatismo come valore politico esista. Certo, all’Euramerica e al suo cane da guardia, la NATO, preferisco l’Eurasia: ma proprio in quanto ostinatamente credo alla possibilità che l’Europa ritrovi le sue autentiche radici e che sappia costruire in futuro una solida compagine indipendente dai blocchi che si vanno configurando e fra loro mediatrice in funzione di una politica di pace. Nel loro sistema di costruzione dell’America come grande potenza nel contesto dei blocchi contrapposti, gli USA non ci lasciano sufficiente autonomia: né, pertanto, ci lasciano scelta. Se non vogliamo restar subalterni (e uso un eufemismo) bisogna stare dall’altra parte nella prospettiva di rimanere autonomi e sovrani: sarà poi loro compito rimediare agli errori fatti e recuperare la nostra fiducia, ma per questo momento non c’è spazio. In questo momento sostengo pertanto la necessità che l’Occidente à tête americaine non consegua il disegno della Casa Bianca e/o del Pentagono di stravincere sul mondo eurasiatico reimponendo un’egemonia ch’è storicamente tramontata in modo irreversibile e attuando le strategie e le tattiche del totalitarismo liberista, il più subdolo ma non il meno infame dei totalitarismi (e ce lo sa dimostrando nell’Europa d’oggi: tentando di fare strame di qualunque libertà di pensiero degradandone sistematicamente le espressioni a forme di fake news, facendo il deserto su qualunque differenza di giudizio e chiamando tale deserto “democrazia”). Certo che, al limite, una tirannia lontana è un male minore rispetto a una tirannia vicina e incombente. Ma il fatto che il totalitarismo occidentale sia quello del “pensiero unico” e della negazione di troppi diritti sostanziali dei più (a cominciare non dalla ricchezza, bensì dalla dignità civile e sociale) nel nome del diritto di sfruttamento da parte delle lobbies conferisce alla “tirannia vicina” che ci minaccia un carattere particolarmente odioso: e il fatto che essa, almeno per il momento, possa permettersi il lusso di forme di “libertà” nella sostanza irrilevanti se non addirittura socialmente illusorie e pericolose anche perché utilizzate come anestetico morale di massa la rende ancora più infame.
Federico Rampini, ch’è un giornalista di rara intelligenza ed efficacia, ha di recente pubblicato un “best seller annunziato” – 70.000 copie vendute ancor prima dell’uscita, annunzia l’Editore: potenza dei media, specie se Zio Sam veglia sulla buona riuscita di qualcosa… – dal titolo Suicidio occidentale (Mondadori) il cui sottotitolo, illuminante, recita: “Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori”. Si tratta di un libro da leggere con la massima attenzione, cercando nelle sue pagine l’esposizione (o la non-spiegazione) dei tre grandi temi che il suo titolo propone usando l’aggettivo “occidentale” e le espressioni “nostra storia” e “nostri valori”.
Occidente: che cosa significa, quali sono i suoi confini cronologici, geografici, antropologici, culturali? È un valore immobile, metastorico, o dinamico, soggetto quindi ai mutamenti? E quanto vi ha inciso, nella seconda ipotesi, la Modernità quale trionfo dell’individualismo e del primato di economia-finanza e di tecnologia su altri valori, a cominciare da quelli religiosi ed etici?
Nostra storia: nostra di chi? Valutata alla luce di quali parametri, di quali giudizi? E poi, chi siamo noi? Quali sono i confini e i contorni etnici, culturali, etici, geostorici del nostro “essere noi stessi”? Da che momento in poi possiamo considerarci “noi” trascurando o superando dinamiche e addirittura soluzioni di continuità? Siamo tutti gli stessi, tutti concordi, tutti uguali?
Nostri valori: nostri di chi? Quali sono? Fino a che punto sono universalmente condivisi? Sono davvero perfettamente condivisibili? Sono perfetti o suscettibili di perfettibilità? Li enunziamo con chiarezza, li pratichiamo con coerenza e fedeltà? O sono più spesso alibi per quella che Nietzsche definiva “Volontà di Potenza” o, per altri versi, papa Francesco definisce “cultura dell’indifferenza” e “dello scarto”? E Rampini, questi valori, li riconosce e li accetta in blocco oppure opera delle selezioni, delle esclusioni?
Muniti di questo companion per affrontare una lettura che oggi si presenta come ineludibile, cerchiamo di renderci conto di quali siano questi valori in ordine a una questione civile ed etica fondamentale: la violenza, che da noi in Europa sia pure in modo e in grado diverso abbiamo deciso di negare ai singoli cittadini espropriandone il diritto – nel nome del bene comune – per trasferirlo al monopolio della società costituita in quanto tale, quindi dello stato.
“Da noi” in Europa, da Lisbona e Mosca e da Oslo ad Atene con molte diversità, articolazioni e sfumature, la “violenza privata” è stata messa con chiarezza da circa due secoli e mezzo al bando in tutte le sue forme (comprese la “vendetta” e la “difesa privata” entro certi limiti): nel nome dello stato di diritto, che garantisce a tutti la libertà ma perciò stesso la limita per mezzo di leggi miranti alla sicurezza pubblica e alla garanzia contro la possibilità che un eccesso di libertà esercitato da qualcuno (in forza per esempio della sua superiorità civile o economica) si risolva con un danno di libertà altrui. Da noi, salvo precise eccezioni quali forze armate o forze dell’ordine, il disarmo è regola generale cui possono essere esentati solo pochi cittadini in possesso di requisiti speciali.
“Altrove” nell’Occidente, non è così: questo, che potrebbe essere valutato – e senza dubbio con ragione – un grave limite alla libertà individuale, viene respinto. Le armi private sono considerate beni lecitamente commerciabili. I risultati di tutto ciò, associati con evidenza ad altri fattori, hanno determinato autentiche tragedie: ultima in ordine di tempo quella di Uvalde in Texas della quale in questo numero dei MC parla David Nieri. Subito dopo la tragedia gli affiliati della NRA (National Rifle Association), ricchissimo e potentissimo sodalizio che contribuisce costruire l’imponente fatturato delle industria che producono armi e che è soggetto privilegiato nella stessa scelta del presidente degli USA con il suo massiccio intervento finanziario e mediatico in sede elettorale, si sono riuniti a Houston, dove in un applaudito intervento di venerdì 27 scorso Donald Trump ha difeso anzi esaltato tanto i costruttori quanto i possessori di armi, entrambi “paladini della libertà”. Al pari della spada al fianco degli aristocratici d’ancien régime, l’arme sarebbe per molti cittadini americani – solo conservative?… – simbolo di libertà di chi la porta e garanzia di sicurezza per la società civile tutta, dal momento che tale è lo spirito secondo il quale la costituzione degli USA consente ai cittadini di armarsi privatamente.
Ma la realtà è ben diversa da queste rosee intenzioni. L’articolo di Nieri lo documenta con puntualità impressionante (Minima Cardiniana 380/4 | I valori dell’Occidente (francocardini.it)).
Si delinea qui un confine preciso tra la società civile della nostra Europa e quella del “nostro” Occidente, che tale per fortuna non è o non è ancora del tutto. Noi europei preponiamo la libertà e la sicurezza comunitarie alla libertà e alla possibilità d’arbitrio dei singoli. La nostra libertà è concettualmente infinita, ma strutturalmente e fenomenologicamente si arresta là dove comincia la libertà altrui.
Allo stesso modo ci comportiamo in modo differente per quanto concerne altre forme di libertà: sia quella “di”, sia quelle “da”. Nella nostra vecchia Europa siamo sensibili da molto tempo nei confronti della libertà di parola, di stampa, di pensiero, di associazione: e ciascuna di queste libertà è definita nei suoi limiti in quanto non deve nuocere alla libertà di nessuno dei nostri concittadini. Ma i risultati conseguiti fino ad oggi dalla “libertà di” sono comunque sempre soggetti a minacce (nelle ultime settimane, troppi sono stati minacciati da attentati alla loro libertà d’opinione da parte di censori che ai sensi della legge hanno loro impedito di diffondere notizie ch’essi giudicavano fake news); mentre a nostro avviso è ancora troppo carente – a livello europeo e, a maggior ragione, in tutto il mondo – la lotta contro le “libertà da”: dalla fame, dalla miseria, dalla malattia, dalla paura. Una corretta società civile deve lottare per il conseguimento della liberazione da questi mali; così come deve difendere il suo passato, ma ha pieno diritto di denunziarne quegli aspetti che hanno condotto, oggi, al pubblico instaurarsi di un regime solidamente fondato sulla giustizia sociale. Il ricorrere allo “strumento dell’oblio”, cioè per esempio alla cancel culture, non è né civicamente, né culturalmente, né moralmente corretto: ma la condanna storica di modelli che hanno condotto al manifestarsi o all’instaurarsi di sistemi politici fondati sull’ingiustizia e sull’ingiusto privilegio, questo sì. Non si giustificano le violenze e i soprusi commessi nel nome della conversione dei popoli alla fede cristiana o di quella che grottescamente venne a suo tempo definita “esportazione della democrazia”; non si nega il diritto alla libertà, al rispetto delle tradizioni, all’autodeterminazione, nel nome di quelli che a nostro avviso sono soluzioni migliori e “più civili”. Anche perché di solito non lo sono. L’aggressione del 2001 all’Afghanistan controllato dai fondamentalisti di al-Qaeda ha condotto a una “esportazione della democrazia” che ha finito con una prospettiva di occupazione straniera e di un progressivo deterioramento che ha sfociato un ventennio più tardi all’instaurazione di un regime fondamentalista ancora peggiore di quello sradicato.

Il multilateralismo al centro del meeting dei BRICS

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di Mario Lettieri e Paolo Raimondi – 29/05/2022

Il multilateralismo al centro del meeting dei BRICS

Fonte: Arianna editrice

Lo scorso 19 maggio i ministri degli Esteri dei Paesi BRICS si sono incontrati, in via telematica, per discutere della situazione strategica globale e per promuovere il loro processo di cooperazione e d’integrazione.
Si tratta di un evento degno di grande attenzione da parte dell’Occidente e in particolare dell’Unione europea. E’ opportuno sempre ricordare che i BRICS rappresentano più del 40% della popolazione mondiale e ben il 20% del Pil del pianeta.
Ovviamente la guerra in Ucraina è stata affrontata. Al punto 11 della Dichiarazione finale si afferma: ”I ministri hanno ricordato le loro posizioni nazionali sulla situazione in Ucraina espresse nelle sedi appropriate, segnatamente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e l’Assemblea Generale dell’Onu. Essi sostengono i negoziati tra Russia e Ucraina. Hanno anche discusso le loro preoccupazioni per la situazione umanitaria in Ucraina e dintorni ed hanno espresso il loro sostegno agli sforzi del Segretario generale delle Nazioni Unite, delle agenzie Onu e del Comitato Internazione della Croce Rossa per fornire aiuti umanitari in conformità con la risoluzione 46/182 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.”.
Importanza grande ha assunto la sessione separata del gruppo “BRICS Plus”, che ha incluso l‘Argentina, l’Egitto, l’Indonesia, il Kazakistan, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Senegal e la Tailandia in rappresentanza dei Paesi emergenti e di quelli in via di sviluppo.  E’ in considerazione un possibile allargamento dei BRICS. Se ne discuterà a giugno in Cina al 14° summit annuale, dedicato a una “Nuova era di sviluppo globale”.
Il presidente cinese Xi Jinping, definendo la situazione attuale di grande “turbolenza e trasformazione”, ha chiesto un rafforzamento della cooperazione, della solidarietà e della pace attraverso la Global Security Initiative per una “sicurezza comune” da affiancare alla sua Global Development Initiative (Gdi). Egli ha rilevato che lo scontro tra blocchi contrapposti e la persistente mentalità della guerra fredda dovrebbero essere abbandonati a favore della costruzione di una comunità globale di “sicurezza per tutti”. E’opportuno ricordare che la Gdi è stata valutata positivamente da più di 100 Paesi e da molte organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite.
La Dichiarazione fa del multilateralismo l’idea portante della politica dei BRICS. Ribadisce il ruolo guida del G20 nella governance economica globale e sottolinea che esso “deve rimanere intatto per fronteggiare le attuali sfide globali.”. Evidentemente l’aggettivo “intatto” indica la volontà di avere anche la Russia nei meeting del G20, che, dopo l’Indonesia, nei prossimi tre anni saranno presieduti rispettivamente dall’India, dal Brasile e dal Sud Africa.
Un certo disappunto è stato manifestato nei confronti dei Paesi ricchi che nella pandemia Covid non hanno dato una giusta attenzione ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo.
In sintesi, di là del dramma della guerra, nel mondo ci sono segnali per realizzare iniziative miranti a un nuovo ordine mondiale. Per esempio, l’ex presidente brasiliano Lula Da Silva, candidato alle elezioni di ottobre, propone esplicitamente la creazione di una nuova valuta, il Sur, da usare nel commercio latinoamericano per non continuare a dipendere dal dollaro.
A marzo diverse società cinesi hanno acquistato carbone russo pagando in yuan.

E’ il primo acquisto di merci russe pagate in valuta cinese dopo che la Russia è stata sanzionata dai Paesi occidentali.
Crediamo che sia il momento non solo di valutare meglio gli interessi dell’Unione europea ma anche di accentuare il ruolo di maggiore autonomia per contribuire a realizzare un assetto multipolare.
*già sottosegretario all’Economia **economista

L’Europa è ormai soltanto un vassallo degli USA (in italiano e francese)

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di Laurent Mucchielli

Fonte: Come Don Chisciotte

“Lo spirito critico è come anestetizzato. La sottomissione all’autorità è totale.” sono queste le parole che il dottor Mucchielli ha utilizzato in questa intervista per caratterizzare cosa è successo in Francia negli ultimi due anni. Partendo dall’analisi di come le autorità francesi hanno gestito la pandemia, comprenderemo infatti quanto la storia nostra e quella dei nostri cugini d’oltralpe abbia seguito la stessa traiettoria. Due anni in cui il destino dell’Europa è stato segnato da profondi cambiamenti, in cui le ultime certezze sulla speranza di vivere in stati democratici sono crollate e in cui abbiamo visto nascere nuove modalità di sottomissione dei popoli. 

Ovunque abbiamo assistito a proteste contro i lockdown, le restrizioni e le chiusure. L’intero mondo è stato messo agli arresti domiciliari grazie a una narrazione mediatica che, per la prima volta nella storia a reti unificate, ha prima imposto il problema e poi ci ha donato la soluzione…i vaccini. Continuano a crescere i gruppi di persone che non hanno accettato di vedere i loro diritti calpestati e ogni giorno nuovi inganni vengono svelati…eppure, come dice Mucchielli “quando lo dico in giro, penso che mi prendano per pazzo” poichè in questi due anni la paura ha prevalso sulla ragione.

Tirando le somme, oggi scopriamo finalmente a cosa è servita l’Unione Europea, lo abbiamo visto con la pandemia e ne abbiamo la conferma con la guerra. Siamo ufficialmente tutti una colonia continentale della talassocrazia americana. 

Per molto tempo ho creduto anch’io che la costruzione europea fosse una grande cosa. Ma cerco di tenere gli occhi aperti e quello che vedo oggi non ha nulla a che vedere con questo. Vedo un’Europa che è diventata un mero vassallo degli Stati Uniti e che è dominata da interessi economici e finanziari, con grandi problemi di corruzione.

Intervista di Massimo A. Cascone al noto sociologo francese Laurent Mucchielli (vedi la sua pagina professionale) per ComeDonChisciotte.org


Versione italiana dell’intervista

– Salve dottore, la ringrazio di aver accettato di rilasciare un’intervista alla nostra Redazione. Per iniziare può presentarsi brevemente e spiegare il suo lavoro d’analisi sugli ultimi due anni di pandemia in Francia?

Ho 54 anni. Sono un sociologo francese, noto per i miei lavori sulla storia e l’epistemologia delle scienze sociali, nonché sulla sociologia del crimine e delle istituzioni penali. Statutariamente, sono direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e insegno all’Università. Nella mia carriera ho diretto un laboratorio di ricerca, diversi programmi di ricerca nazionali e internazionali, ho fondato una rivista scientifica, ho pubblicato una ventina di libri e più di 200 articoli in riviste scientifiche e capitoli in libri collettivi. Ma devo avvertirvi che se vi limitate a leggere la stampa su Internet (invece di leggere ciò che scrivo…), probabilmente verrete a sapere che sono un “teorico della cospirazione”, “anti-vax”, “di estrema destra”, “antisemita” e persino “scienziato del clima”. Si tratta di una propaganda falsa e diffamatoria. Sono un intellettuale e ambientalista di sinistra da sempre, e ho persino pubblicato un intero libro contro le ideologie razziste di estrema destra poche settimane prima dell’inizio di questa crisi (vedi qui).

Nei primi mesi del 2020, ero ovviamente uno spettatore dell’inizio della pandemia, come tutti gli altri. Durante le settimane ho notato che rapidamente  venivano prese decisioni politiche e mediche così strane che ho deciso di sospendere il mio lavoro in quel periodo per avviare un’indagine. Vedrete che la mia analisi critica della gestione della pandemia è completa. Ma prima di spiegarlo, devo dire ancora alcune cose essenziali. La prima è che rispetto l’etica scientifica, la cui prima regola è il disinteresse. Cerco la verità per amore della verità. Non ho assolutamente nulla da guadagnare in questa faccenda: nessun interesse finanziario, nessun interesse di carriera, nessun secondo fine politico. La seconda cosa è che bisogna mobilitare un’ampia gamma di strumenti intellettuali per comprendere questa crisi, che è medica, scientifica, politica, giuridica, economica e sociale. Ho quindi condotto uno studio multidisciplinare collaborando con una cinquantina di colleghi universitari e medici. La terza cosa che voglio dire è che questa crisi è una terribile sconfitta per la scienza e per gli intellettuali. Perché il dibattito di idee è quasi inesistente. Ogni giorno possiamo leggere una marea di commenti sulla crisi nei media e sui social network, oltre che su riviste e giornali generalisti. Ma questi sono solo commenti e opinioni. In realtà, non esiste un vero e proprio dibattito sostanziale su ciò che è accaduto negli ultimi due anni e mezzo. Anche all’università, la maggior parte dei miei colleghi evita l’argomento, a volte pensa addirittura che non esista. Sembrano pensare che tutto vada bene, che tutto quello che è successo sia normale e che non ci sia bisogno di guardare oltre quello che dicono le autorità politiche e i media. Lo spirito critico è come anestetizzato. La sottomissione all’autorità è totale. È impressionante. È la prima volta che lo vedo nella mia carriera. La paura, che è stata instillata nelle menti e nei cuori delle persone fin dall’inizio, è ovviamente una spiegazione importante. L’emozione ha prevalso sulla ragione.

– Come hanno gestito la pandemia le autorità francesi? Quale denuncia vuole portare alla nostra attenzione?

La gestione della pandemia è stata catastrofica, in Francia come nella maggior parte dei Paesi europei, ad eccezione dei Paesi scandinavi. In Francia, il presidente Macron ha dichiarato nel marzo 2020 che eravamo in guerra. Dobbiamo allora valutare la sua strategia militare e abbiamo scoperto alcuni errori incredibili.

Il primo errore è quello di aver detto alla fanteria di rimanere nelle caserme. In tutte le epidemie, la prima linea di difesa è sempre la medicina locale, i medici di base, supportati da infermieri privati. Ma il governo sosteneva che non c’era nulla da fare, che i malati dovevano solo prendere il paracetamolo e rimanere a casa, per poi chiamare i servizi di emergenza per essere portati in ospedale in caso di difficoltà respiratorie.

Il secondo errore è stato quello di sabotare la più grande arma che avevamo. A Marsiglia esiste un “Istituto Ospedaliero Universitario” (che è sia un ospedale che un centro di ricerca universitario) specializzato in malattie infettive ed epidemie. Si tratta del più grande e migliore centro francese (e probabilmente anche europeo) per queste situazioni, costruito dal 2009 con molti fondi pubblici. Il giorno in cui è arrivata la pandemia, hanno alzato le mani per dire “siamo qui, possiamo testare la popolazione generale per identificare le persone infette, possiamo isolarle e trattarle con antivirali e antibiotici perché conosciamo già i coronavirus”. Ma invece di affidarsi alla loro esperienza, i politici e i media hanno cercato di dipingerli come “ciarlatani”. Come è potuto accadere?

Il terzo errore è stato quello di non reclutare mercenari per aiutarsi a vincere la guerra. In primo luogo, i veterinari, che avrebbero potutoo eseguire test PCR e quindi aiutare a identificare le persone infette. Poi le cliniche private, che avevano capacità di posti letto. Dovete sapere che in Francia, in alcune città, la televisione mostrava ospedali stracolmi costretti a smaltire i malati, mentre a poche centinaia di metri c’erano cliniche private molto ben attrezzate con letti vuoti. Perché non li hanno requisiti?

Nel mio libro mostro infatti che il governo aveva una strategia totalmente “ospedalocentrica” che consisteva nel lasciare che alcuni pazienti si deteriorassero a casa (o nelle case di riposo) senza essere curati, per poi ricoverarli in emergenza quando spesso era troppo tardi. Visto che eravamo “in guerra”, allora devo sottolineare che il nostro personale è stato incompetente e ci ha portato alla sconfitta. E sono anche costretto a dire che, oltre alla questione della competenza, c’è anche il classico problema della corruzione della medicina da parte dell’industria farmaceutica. È stato fatto di tutto per screditare il trattamento precoce basato su farmaci generici quasi gratuiti (idrossiclorochina, azitromicina, ivermectina, ecc.) a favore di farmaci brevettati che costano molto (come il Remdesivir) e naturalmente a favore di vaccini prodotti in fretta e furia per tutto il pianeta, con un’efficacia in realtà molto bassa e con effetti collaterali a volte molto gravi (incidenti cardiaci, incidenti vascolari cerebrali, gravi disturbi del ciclo mestruale, paralisi, vari disturbi neurologici, ecc.)

– Com’è cambiata la vita in Francia in questi due anni di restrizioni?

Invece di organizzare uno screening nella popolazione generale, isolare temporaneamente le persone infette e lasciare che i medici le curassero, i nostri governi (in Francia come in Italia) hanno inventato una politica che non è mai esistita nella storia della Repubblica: il confino generale. Si sono ispirati al modello cinese (il che dovrebbe già far sorgere delle domande), hanno sostenuto che ciò avrebbe salvato le nostre vite e ci hanno infantilizzato, fatto sentire in colpa e fatto sorvegliare dalla polizia affinché rimanessimo saggiamente chiusi in casa. Ma la realtà è che nessuno ha mai valutato seriamente le conseguenze del confino. Si tratta di un compito complesso, perché ci sono impatti individuali e impatti collettivi, impatti economici e finanziari, ma anche impatti psicologici e sociali. Ci sono poi impatti immediati e altri che si manifesteranno solo con il tempo. Ad esempio, nella sociologia dell’educazione, sappiamo che l’abbandono e l’insuccesso scolastico sono fenomeni che segnano l’intera traiettoria di vita dei giovani. Se fossimo seri, tutto questo sarebbe stato preso in considerazione. Ma non è affatto così.

– Oltre al confino generale, la politica ha inventato un altro strumento di controllo molto importante: il Green Pass. Per lei è uno strumento di controllo della popolazione?

Si tratta di una quesito del tutto legittimo, soprattutto quando vediamo il forte e rapido aumento degli strumenti di sorveglianza digitale. Ma prima vorrei discutere il principio. I governi sostengono che questa politica di introdurre un “pass sanitario” e poi un “pass vaccinale” sia basata sulla scienza. Ma ancora una volta, come scienziato libero e disinteressato, sono obbligato a dire che questa è una menzogna. La realtà è che le persone vaccinate possono contrarre e trasmettere il virus. Pertanto, logicamente, questa nuova discriminazione tra vaccinati e non vaccinati è una misura puramente politica, non scientifica. Tutto questo parlare di vaccinazione “altruistica” (per proteggere gli altri) è propaganda bigotta basata su nulla di scientifico. L’unico interesse della vaccinazione è eventualmente individuale: per le persone che sarebbero a rischio di gravi forme di Covid, cioè persone il cui sistema immunitario è molto indebolito dall’età avanzata e/o da altre malattie di vecchia data (ad esempio, tumori). E a condizione che le persone abbiano dato il loro consenso “libero e informato”, come richiesto da tutte le norme nazionali e internazionali di etica medica. Ciò non ha nulla a che vedere con questa propaganda politico-industriale il cui principale beneficiario non è la salute pubblica, ma i conti bancari dell’industria farmaceutica e dei suoi azionisti.

– Rimanendo allora sul discorso politico, secondo lei questi due anni di pandemia hanno aiutato quale schieramento/partito politico maggiormente? Macron, Le Pen, Mélenchon?

Come ho detto all’inizio della nostra intervista, non faccio politica. Ascolto e osservo ciò che le persone dicono e fanno. In Francia, quasi tutti i partiti politici sono stati ingannati da questa enorme propaganda politico-industriale. Solo un piccolo partito di estrema destra ha denunciato chiaramente questa manipolazione, ma non so se per sincera convinzione o per calcolo politico. Il partito di Mélenchon ha criticato il fatto che la democrazia sia stata addormentata (tutti i poteri sono stati concentrati nelle mani dell’esecutivo, senza alcun controllo), ma non è stato in grado di fare una vera controanalisi e di formulare controproposte in termini di salute pubblica. Lo stesso vale per i sindacati. Sono tutti caduti nella trappola retorica del governo di Macron, che consisteva nel dire: se non siete d’accordo con noi, allora siete per l’estrema destra. È un disastro politico. Ed è anche un disastro per la legge, per le libertà individuali e per le libertà pubbliche. Spero che il sistema giudiziario si svegli e guardi con attenzione a tutto ciò che è accaduto negli ultimi due anni e mezzo.

– Da sociologo esperto, ha potuto costatare il sorgere o il radicarsi di comportamenti sociali particolarmente interessanti e/o pericolosi?

Ho visto forme di solidarietà improvvisate e mobilitazioni cittadine originali e creative, ma purtroppo ho visto anche fenomeni di denuncia che ricordano le ore buie della storia dei nostri Paesi. E soprattutto, questa crisi è stata un modo (triste) per osservare e confermare la pertinenza di tutto il lavoro di psicologia sociale svolto a partire dagli anni Trenta sui fenomeni del conformismo, della propaganda e della sottomissione all’autorità. Siamo nel XXI secolo eppure abbiamo sperimentato fenomeni collettivi e comportamenti sociali molto simili a quelli osservati durante le guerre del XX secolo.

– Parlando allora di mobilitazioni cittadine, quanta opposizione c’è in Francia e quanta consapevolezza c’è tra le persone che scendono in piazza a protestare?

Nel 2020 non ci sono state quasi proteste perché la paura ha paralizzato più o meno tutti. Credo sia importante capire che tutto questo si basa sulla paura e sul senso di colpa, che sono emozioni estremamente forti che bloccano la ragione. Le prime reazioni importanti si sono avute a partire dall’estate del 2021, quando Macron ha annunciato ufficialmente (in realtà lo aveva detto da tempo) che tutti dovevano essere vaccinati, per obbligo o per ricatto. Probabilmente all’inizio c’erano diversi milioni di manifestanti, ma sono stati stigmatizzati dal governo e dai media che lo obbediscono. Ancora una volta, l’intera propaganda consiste nel dire: “se non sei con noi, allora sei per l’estrema destra”. È così semplice. E funziona abbastanza bene in Francia.

– Dopo due anni di paura per generalizzata per un virus, adesso il nuovo tema è la guerra. Crede che questo conflitto Russia-Ucraina possa essere utilizzato dai governi europei per continuare sulla strada dell’autoritarismo interno? Che percezione c’è della guerra?

Non ho indagato su questo conflitto, quindi non ho un’opinione da esprimere pubblicamente. L’unica cosa che posso dire, perché è evidente, è che questo conflitto viene presentato alle popolazioni dei nostri Paesi con gli stessi meccanismi di propaganda moralistica e manichea (i buoni contro i cattivi). Per semplificare un po’ le cose, il discorso politico e mediatico consiste nel dire: 1) la guerra “non è buona”, 2) Putin è un terribile dittatore. Mi dispiace dire che questo è il livello di pensiero di bambini di 7 o 8 anni. Le cose sono ovviamente più complicate.

– Tra crisi politica e asservimento dei media mainstream, che futuro vede per i giovani e per l’Europa?

Sono preoccupato per il futuro dei giovani che sono vittime della propaganda e delle tecniche di manipolazione di massa, da un lato, e della graduale scomparsa del pensiero critico e della riflessione politica nel senso nobile e generale del termine, dall’altro. Sono anche preoccupato per il futuro della democrazia. La democrazia è una costruzione molto recente su scala storica e possiamo constatare la sua fragilità. Lo abbiamo già visto con la questione della sicurezza negli ultimi vent’anni: con il pretesto del rischio terroristico, i governi non hanno esitato  a introdurre leggi liberticide. Più che mai lo vediamo oggi con la questione della salute: con il pretesto di un rischio epidemico, i governi sospendono tutte le libertà e creano nuove forme di discriminazione tra i cittadini. Per quanto riguarda l’Europa, appartengo alla generazione i cui genitori hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale e sono stati segnati dall’entusiasmo della costruzione europea tra il 1950 e il 1980. Per molto tempo ho creduto anch’io che la costruzione europea fosse una grande cosa. Ma cerco di tenere gli occhi aperti e quello che vedo oggi non ha nulla a che vedere con questo. Vedo un’Europa che è diventata un mero vassallo degli Stati Uniti e che è dominata da interessi economici e finanziari, con grandi problemi di corruzione.

Qual è stato il “grande merito” dell’Europa in questa crisi? La risposta è che la Commissione europea ha organizzato l’acquisto e la distribuzione di miliardi di dosi di vaccini anglo-americani (Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson) a condizioni molto dubbie. Ricordo che la Presidente della Commissione europea, Ursula Van der Leyen, ha negoziato di persona e in privato contratti segreti con gli amministratori delegati delle industrie (la principale delle quali è la Pfizer), pur avendo un marito che lavora in un’azienda farmaceutica che si occupa della produzione di vaccini e un figlio che lavora nel gabinetto commerciale McKinsey. Da parte mia, quando lo dico in giro, penso che mi prendano per pazzo. Ma ognuno può farsi un’idea propria.

– Dottor Mucchielli la ringrazio nuovamente, l’intervista termina qui.



Laurent Mucchielli vient de publier La doxa du Covid, en 2 volumes (voir la présentation des tomes 1 et 2 sur le site de l’éditeur). Deux de ses précédents livres ont déjà été traduits en Italien.

“L’esprit critique est comme anesthésié. La soumission à l’autorité est totale” : ce sont les mots utilisés par le Dr Mucchielli dans cette interview pour caractériser ce qui s’est passé en France au cours des deux dernières années. En partant de l’analyse de la gestion de la pandémie par les autorités françaises, nous comprendrons en effet combien notre histoire et celle de nos cousins transalpins ont suivi la même trajectoire. Deux années au cours desquelles le destin de l’Europe a été marqué par de profonds changements, au cours desquelles les dernières certitudes quant à l’espoir de vivre dans des États démocratiques se sont effondrées et au cours desquelles nous avons assisté à l’émergence de nouvelles manières de soumettre les peuples.

Partout, nous avons vu des protestations contre les verrouillages, les restrictions et les fermetures. Le monde entier a été assigné à résidence grâce à un récit médiatique qui, pour la première fois dans l’histoire sur les réseaux unifiés, a d’abord imposé le problème, puis nous a donné la solution… des vaccins. Les groupes de personnes qui n’ont pas accepté de voir leurs droits bafoués continuent de s’agrandir, et chaque jour de nouvelles tromperies sont dévoilées… pourtant, comme le dit Mucchielli, “quand je le dis aux gens, je pense qu’ils me prennent pour un imbécile”, car au cours de ces deux années, la peur l’a emporté sur la raison.

En résumé, aujourd’hui nous découvrons enfin ce à quoi l’Union européenne a servi, nous l’avons vu avec la pandémie et nous en avons la confirmation avec la guerre. Nous sommes tous officiellement une colonie continentale de la thalassocratie américaine.

J’ai donc longtemps cru moi aussi que la construction européenne était une chose formidable. Mais j’essaye de garder les yeux bien ouverts et ce que je vois aujourd’hui n’a plus de rapport avec ça. Je vois une Europe qui est devenue un simple vassal des Etats-Unis et qui est dominée par des enjeux et des intérêts économiques et financiers, avec des problèmes de corruption importants.

Interview de Massimo A. Cascone avec le célèbre sociologue français Laurent Mucchielli (voir sa page professionnelle) pour ComeDonChisciotte.org

Version française de l’interview

– Bonjour Docteur, merci d’avoir accepté une interview avec notre rédaction. Pour commencer, pouvez-vous vous présenter brièvement et expliquer votre analyse des deux dernières années de la pandémie en France ?

J’ai 54 ans, je suis un sociologue français, connu notamment pour des travaux sur l’histoire et l’épistémologie des sciences sociales, ainsi que sur la sociologie de la criminalité et des institutions pénales. Statutairement, je suis directeur de recherche au Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), et j’enseigne à l’Université. Dans ma carrière, j’ai dirigé un laboratoire de recherche, plusieurs programmes de recherche nationaux et internationaux, j’ai fondé une revue scientifique, j’ai publié une vingtaine de livres et plus de 200 articles de revues scientifiques et chapitres de livres collectifs. Mais je dois vous avertir que si vous lisez simplement la presse sur Internet (au lieu de lire ce que j’écris…), vous apprendrez sans doute que je suis un « complotiste », « antivax », « d’extrême droite », « antisémite » et même « climato-septique ». Ceci constitue une propagande mensongère et diffamatoire. Je suis un intellectuel de gauche et un écologiste depuis toujours, et j’avais même publié un livre entier contre les idéologies racistes d’extrême droite quelques semaines avant le début de cette crise (ici).

Au début de l’année 2020, j’ai bien sûr été spectateur du démarrage de la pandémie, comme tout le monde. Mais j’ai rapidement constaté aussi des décisions politiques et médicales tellement étranges que j’ai décidé de suspendre mon travail du moment pour commencer une enquête. Vous verrez que mon analyse critique de la gestion de la pandémie est globale. Mais avant de l’expliquer, je dois dire encore quelques petites choses essentielles. La première est que je respecte la déontologie scientifique dont la première règle est le désintéressement. Je cherche la vérité pour la vérité. Je n’ai absolument rien à gagner dans cette affaire : ni intérêt financier, ni intérêt de carrière, ni arrière-pensées politiques. Ce n’est pas le cas de tout le monde… La deuxième chose est qu’il faut mobiliser des outils intellectuels très variés pour comprendre cette crise qui est à la fois médicale, scientifique, politique, juridique, économique et sociale. J’ai donc mené un travail pluridisciplinaire en travaillant avec une cinquantaine de collègues universitaires et de médecins. La troisième chose que je veux dire est que cette crise est une défaite terrible pour la science et pour les intellectuels. Car le débat d’idées est quasiment inexistant. Nous pouvons lire chaque jour une avalanche de commentaires sur la crise dans les médias et sur les réseaux sociaux, ainsi que dans des revues généralistes et des magazines. Mais ce ne sont que des commentaires et des opinions. En réalité, il n’y a aucun véritable débat contradictoire de fond sur ce qui se passe depuis deux ans et demi. Même à l’université, la plupart de mes collègues évitent le sujet, parfois même ils estiment qu’il n’y a pas de sujet. Ils semblent penser que tout va bien, que tout ce qui s’est passé est normal et qu’il n’y a pas à chercher plus loin que ce que racontent le pouvoir politique et les médias. L’esprit critique est comme anesthésié. La soumission à l’autorité est totale. C’est impressionnant. C’est la première fois que je vois ça dans ma carrière. La peur, qui est instillée depuis le début au plus profond des esprits et des cœurs, en est évidemment une explication importante. L’émotion a pris le pas sur la raison.

– Comment les autorités françaises ont-elles géré la pandémie? Quelles erreurs souhaitez-vous porter à notre attention?

La gestion de la pandémie a été catastrophique, en France comme dans la plupart des pays européens, à l’exception des pays scandinaves. En France, le président Macron a déclaré en mars 2020 que nous étions en guerre. Pourquoi pas. Mais alors nous devons évaluer sa stratégie militaire. Et on découvre alors des erreurs incroyables.

La première erreur est d’avoir dit à l’infanterie de rester à la caserne. Dans toutes les épidémies, la première ligne de défense est toujours la médecine de proximité, les médecins généralistes, appuyés par les infirmiers libéraux. Or le gouvernement a prétendu qu’ils n’avaient rien à faire, que les malades devaient seulement prendre du paracétamol et rester à la maison, puis appeler les services d’urgence pour être amenés à l’hôpital s’ils avaient des difficultés respiratoires.

La deuxième erreur est d’avoir saboté la plus grosse arme dont nous disposions. Il existe à Marseille un « Institut hospitalo-universitaire » (qui est donc à la fois un hôpital et un centre de recherche universitaire) spécialisé dans les maladies infectieuses et les épidémies. C’est le plus grand et le meilleur centre français (et sans doute même européen) dans cette spécialité, construit depuis 2009 avec énormément d’argent public. Le jour où est arrivé la pandémie, ils ont levé la main pour dire « nous sommes là, nous pouvons faire des tests en population générale pour repérer les personnes infectées, nous pouvons les isoler et les soigner avec des antiviraux et des antibiotiques car nous connaissons déjà les coronavirus ». Mais au lieu de s’appuyer sur leur expertise, le pouvoir politique et les médias ont cherché à les faire passer pour des « charlatans ». Comment est-ce possible?

La troisième erreur a été de ne pas recruter des mercenaires pour aider à gagner la guerre. D’abord les vétérinaires, qui pouvaient faire des tests PCR et ainsi aider à repérer les personnes contaminées. Ensuite les cliniques privées, qui avaient des capacités d’accueil. Il faut savoir que, en France, dans certaines villes, la télévision mettait en scène des hôpitaux débordés qui étaient obligés de trier les malades, alors que, à quelques centaines de mètres de là, il y avait des cliniques privées très bien équipées avec des lits vides. Pourquoi ne pas les avoir réquisitionnées?

En réalité, je montre dans mon livre que le gouvernement a eu une stratégie totalement « hospitalo-centrée » qui a consisté à laisser certains malades se dégrader à la maison (ou dans les maisons de retraite) sans être soignés, pour ensuite les hospitaliser en urgence alors qu’il était souvent trop tard. Puisque nous étions « en guerre », alors je dois dire que notre état-major est incompétent et qu’il nous a mené à la défaite. Et je suis également obligé de dire que, à côté de la question de la compétence, se pose aussi le problème – classique – de la corruption de la médecine par l’industrie pharmaceutique. Tout a été fait pour discréditer les traitements précoces basés sur des médicaments génériques presque gratuits (hydroxychloroquine, azithromycine, ivermectine, etc.), au profit de médicaments brevetés qui coûtent très cher (comme le Remdesivir) et bien entendu au profit des vaccins fabriqués en urgence pour la planète toute entière, avec une efficacité en réalité très faible et avec des effets secondaires parfois très graves (accidents cardiaques, accidents vasculaires cérébraux, graves perturbations du cycle menstruel, paralysies, troubles neurologiques divers, etcetera).

– Comment la vie a-t-elle changé en France pendant ces deux années de restrictions?

Au lieu d’organiser le dépistage en population générale, d’isoler temporairement les personnes infectées, et de laisser les médecins les soigner, nos gouvernements (en France comme en Italie) ont inventé une politique qui n’a jamais existé de toute l’histoire de la République : le confinement général. Ils se sont inspirés du modèle chinois (ce qui devrait déjà nous poser question), ils ont prétendu que cela allait nous sauver la vie et ils nous ont infantilisé, culpabilisé et fait surveiller par la police pour que nous restions bien sagement enfermés dans nos domiciles. Mais la réalité est que personne n’a jamais évalué sérieusement les conséquences des confinements. Ce serait un travail complexe car il y a des impacts individuels et des impacts collectifs, des impacts économiques et financiers, mais aussi des impacts psychologiques et sociaux. Et puis il y a des impacts immédiats et d’autres qui ne se verront seulement avec le temps. Par exemple, en sociologie de l’éducation, nous savons bien que le décrochage et l’échec scolaires sont des phénomènes qui marquent toute la trajectoire de vie des jeunes. Si nous étions sérieux, tout ceci devrait être pris en compte. Or ce n’est pas du tout le cas.

– Outre l’enfermement général, la politique a inventé un autre instrument de contrôle très important : le passeport vert. Le voyez-vous comme un instrument de contrôle de la population ?

C’est une question politique, qui est tout à fait légitime, surtout quand on voit l’augmentation très forte et très rapide des outils de surveillance numérique. Mais je voudrais d’abord discuter du principe. Les gouvernements prétendent que cette politique d’instauration d’un « passe sanitaire », puis d’un « passe vaccinal », repose sur la science. Or, à nouveau, en tant que scientifique libre et désintéressé, je suis obligé de dire que ceci est un mensonge. La réalité est que les personnes vaccinées peuvent attraper et transmettre le virus. Dès lors, en toute logique, cette nouvelle discrimination entre vaccinés et non-vaccinés est une mesure purement politique, et non scientifique. Tous ces discours sur la vaccination « altruiste » (pour protéger les autres) constituent une propagande moralisatrice qui ne repose sur rien de scientifique. Le seul intérêt de la vaccination est éventuellement individuel : pour les personnes qui risqueraient de faire des formes graves de Covid, c’est-à-dire les personnes dont le système immunitaire est très affaibli par le grand âge et/ou par d’autres maladies anciennes (les cancers, par exemple). Et à condition que les personnes aient donné leur consentement « libre et éclairé », comme le prévoient toutes les règles nationales et internationales d’éthique médicale. Ceci n’a rien à voir avec cette propagande politico-industrielle dont le principal bénéficiaire n’est pas la santé publique mais le compte bancaire des industriels pharmaceutiques et de leurs actionnaires.

– Pour en rester au discours politique, à votre avis, ces deux années de pandémie ont aidé quel côté/parti politique le plus important ? Macron, Le Pen, Mélenchon ?

Comme je l’ai dit au début de notre entretien, je ne fais pas de politique. J’écoute et j’observe de que dise et ce que font les uns et les autres. En France, la quasi-totalité des partis politiques ont été dupés par cette énorme propagande politico-industrielle. Seul un petit parti d’extrême droite a dénoncé clairement cette manipulation, mais je ne sais pas si c’est par conviction sincère ou par calcul politique. Le parti de M. Mélenchon a critiqué la mise en sommeil de la démocratie (tous les pouvoirs ont été concentrés entre les mains du pouvoir exécutif, sans aucun contrôle) mais n’a pas été capable d’avoir une véritable contre-analyse et de formuler des contre-propositions en termes de santé publique. Même chose pour les syndicats. Tous sont tombés dans le piège rhétorique du gouvernement de M. Macron qui consistait à dire : si vous n’êtes pas d’accord avec nous, alors c’est que vous êtes pour l’extrême droite. C’est un désastre politique. Et c’est aussi une catastrophe pour le droit, pour les libertés individuelles et pour les libertés publiques. J’espère que la justice va se réveiller et étudier de près tout ce qui s’est passé depuis deux ans et demi.

– En tant que sociologue expérimenté, avez-vous observé l’émergence ou l’enracinement de comportements sociaux particulièrement intéressants et/ou dangereux ?

J’ai constaté des formes de solidarités improvisées et des mobilisations citoyennes originales et créatives, mais j’ai hélas constaté aussi des phénomènes de délation qui rappellent les heures sombres de l’histoire de nos pays. Et puis surtout, cette crise a été une façon (triste) d’observer et de confirmer la pertinence de tous les travaux de psychologie sociale menés depuis les années 1930 sur les phénomènes de conformisme, de propagande et de soumission à l’autorité. Nous sommes au 21ème siècle et pourtant nous avons vécu des phénomènes collectifs et des comportements sociaux qui ressemblent beaucoup à ceux que l’on observait durant les guerres du 20ème siècle.

– En parlant ensuite des mobilisations dans les villes, quelle est l’ampleur de l’opposition en France et quelle est la sensibilisation des personnes qui descendent dans la rue pour protester ?

En 2020, il n’y a eu quasiment aucune protestation car la peur a paralysé presque tout le monde. Je crois qu’il faut bien comprendre que tout ceci repose sur la peur et la culpabilisation, qui sont des émotions extrêmement fortes et qui bloquent la raison. Les premières grandes réactions ont eu lieu à partir de l’été 2021, lorsque M. Macron a annoncé officiellement (il l’avait dit en réalité depuis longtemps) qu’il fallait vacciner tout le monde, par obligation ou par chantage. Il y a eu au début sans doute plusieurs millions de contestataires mais qui ont été stigmatisé par le gouvernement et par les médias qui lui obéissent. Encore une fois, toute la propagande consiste à dire : « si vous n’êtes pas avec nous, alors c’est que vous êtes pour l’extrême droite ». C’est aussi simple que cela. Et ça marche assez bien en France.

– Après deux ans de peur généralisée d’un virus, le nouveau thème est la guerre. Pensez-vous que ce conflit Russie-Ukraine peut être utilisé par les gouvernements européens pour continuer sur la voie de l’autoritarisme interne ? Quelle est la perception de la guerre ?

Je n’ai pas mené d’enquête sur ce conflit, donc je n’ai pas d’avis à exprimer publiquement. La seule chose que je peux dire, car elle est évidente, c’est que ce conflit est présenté aux populations de nos pays avec les mêmes mécanismes de propagande moralisatrice et manichéenne (les gentils contre les méchants). En simplifiant à peine, le discours politico-médiatique consiste à dire : 1) la guerre « c’est pas bien », 2) Poutine est un affreux dictateur. Je suis désolé de dire que c’est le niveau de réflexion des enfants de 7 ou 8 ans et que ce n’est pas sérieux. Les choses sont évidemment plus compliquées.

– Entre la crise politique et l’asservissement des grands médias, quel avenir voyez-vous pour les jeunes et pour l’Europe ?

Je suis inquiet pour l’avenir des jeunes qui sont victimes d’une part des techniques de propagande et de manipulation des masses, d’autre part de la disparition progressive de l’esprit critique et de la réflexion politique au sens noble et général du terme. Je suis également inquiet pour l’avenir de la démocratie. Cette dernière est une construction très récente à l’échelle historique et on voit combien elle demeure fragile. On le voyait déjà avec la question sécuritaire depuis une vingtaine d’années : sous prétexte d’un risque terroriste, les gouvernements n’hésitaient plus à instaurer des lois liberticides. On le voit aujourd’hui avec la question sanitaire : sous prétexte d’un risque épidémique, les gouvernements suspendent toutes les libertés et créent de nouvelles formes de discrimination entre les citoyens. Quant à l’Europe, j’appartiens à la génération dont les parents ont connu la guerre de 39-45 et ont été marqués par l’enthousiasme de la construction européenne des années 1950-1980. J’ai donc longtemps cru moi aussi que la construction européenne était une chose formidable. Mais j’essaye de garder les yeux bien ouverts et ce que je vois aujourd’hui n’a plus de rapport avec ça. Je vois une Europe qui est devenue un simple vassal des Etats-Unis et qui est dominée par des enjeux et des intérêts économiques et financiers, avec des problèmes de corruption importants.

Quel a été le « grand mérite » de l’Europe durant cette crise? La réponse est que la Commission Européenne a organisé l’achat et la distribution de milliards de doses de vaccins anglo-américains (Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson & Johnson) dans des conditions plus que douteuses. Je rappelle que la présidente de la commission européenne, madame Ursula Van der Leyen, a négocié en personne et en privé des contrats tenus secrets avec les PDG des industries (le principal étant Pfizer), tout en ayant un mari qui travaille dans une société pharmaceutique impliquée dans la production des vaccins et un fils qui travaille dans le cabinet McKinsey. Pour ma part, lorsque je découvre ça, je me dis qu’on me prend vraiment pour un imbécile. Mais chacun se fera son opinion.

– Docteur Mucchielli merci encore, l’interview se termine ici.


Massimo A. Cascone per ComeDonChisciotte.org

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