Neurovision

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Che succede se in ogni gara o selezione non vengono premiati i migliori ma chi rappresenta un popolo colpito o una minoranza offesa?

C’è un Mostro travestito di Bontà che si aggira nel mondo occidentale e rischia di alterare la realtà e la verità. E’ un mostro che sostituisce la vita reale col moralismo correttivo; l’intelligenza, il valore, la bellezza, l’eccellenza con la retorica del vittimismo. Ne abbiamo avuto un esempio recente. Il trionfo della canzone ucraina all’Eurovision, in seguito a una richiesta di Zelensky, è l’effetto di una tendenza che serpeggia da tempo nel mondo dello sport, dello spettacolo, del cinema, della cultura e della letteratura, fino a propagarsi nella scuola e nella vita. Investe le competizioni, le gare, i premi letterari. E’ la sostituzione dell’eccellenza con l’emergenza, della bravura con la solidarietà, del Migliore con la Vittima, del Competere col Compatire. Finisce lo spirito della sfida e lo sprone a dare il meglio di sé: l’importante è partecipare perché a vincere sarà comunque la vittima del momento, secondo i canoni umanitari del politically correct. Naturalmente non si verifica la stessa mobilitazione per tante altre tragedie che si sono consumate in questi anni. Quanti premi e quanti campionati avrebbero dovuto vincere i paesi invasi e le popolazioni massacrate e bombardate nel mondo?

Immaginate cosa accadrebbe se alle Olimpiadi, ai Mondiali di Calcio, di Tennis o di qualunque altro sport, al Giro d’Italia, ma anche ai festival del cinema, del teatro, della canzone, ai premi letterari, non vincessero i migliori, i più meritevoli, i più forti, ma il riconoscimento fosse assegnato alle nazioni invase, agli atleti che hanno patito violenza, fame e sofferenza, agli scrittori disabili o agli artisti di paesi dove ci sono genocidi, agli attori, ai cantanti o alle miss che provengono da paesi sinistrati, che hanno subito sopraffazioni, eccidi, terremoti, calamità di ogni genere, miseria inclusa. Il criterio umanitario applicato ovunque produce mostri e uccide gli ambiti a cui si applica. E quel criterio minaccia pure la scuola, l’università, il mondo del lavoro: il riconoscimento non deve più andare a chi esprime il meglio, ma a chi se la passa peggio; non a chi ha meritato per il suo impegno e le sue capacità ma a chi è ritenuto vittima di qualcosa, di una guerra o di una discriminazione, vera o presunta.

Se si sa già in anticipo chi premiare per ragioni umanitarie, che senso ha gareggiare, cercare di dare il meglio, raggiungere primati, battere avversari, se poi non viene riconosciuto alcun talento ma tutto è prestabilito a tavolino in nome della solidarietà?

Qualcuno dirà che comunque nel caso dell’Eurovision ha votato una giuria popolare: ammesso che il voto elettronico sia davvero attendibile, ammesso pure che non sia manipolabile, ammesso perfino che non vi siano pressioni psicologiche o d’altro tipo per incanalare verso quella scelta, il problema non cambia. Se in qualunque competizione prevalgono motivazioni estranee al campo di gioco, è finita ogni gara, ogni premio, ogni campionato. Finiremo col premiare solo i danneggiati, gli emarginati, i discriminati, allora addio gara e addio riconoscimento a chi vince sul campo. Già da tempo ormai una corsia preferenziale, un trattamento privilegiato è assegnato al Nero, alla Donna, al Gay, al Migrante,e via dicendo; ancor più se accede allo statuto di vittima di violenze, abusi, ingiustizie. La bravura conta sempre meno, la qualità è sottoposta alla correttezza etica.

Quando ho scritto un tweet sulla vittoria “corretta” dell’Ucraina all’Eurovision, il presidente della Regione Emilia-Romagna, il piddino Stefano Bonaccini, è insorto dicendo che in Ucraina ci sono migliaia di vittime e di profughi, e dunque è doverosa la solidarietà. Non ha capito o ha finto di non capire che non si tratta di dimenticare i fatti tragici di questi giorni e nemmeno la solidarietà alle vittime. Ma tutto questo non può ricadere su una competizione canora, sportiva o letteraria. L’ottundimento ideologico non riesce a vedere la realtà, a capire le differenze, a distinguere gli ambiti. E’ una deviazione mentale, anzi una mentalità totalitaria e propagandistica travestita da bigottismo morale. Ma si manifesta anche in altri ambiti. Per esempio se stai parlando di argomenti religiosi, filosofici, culturali, c’è sempre un’anima bella che dice: mentre voi state discutendo di queste cose, c’è gente che muore, qualcuno sta invadendo l’Ucraina, qualche donna viene stuprata, o stanno abbattendo alberi in Amazzonia. Ma che c’entra, che nesso c’è?

Ogni giorno sulla terra ci sono delitti, catastrofi, brutture; che facciamo, smettiamo di vivere e di fare altro, per pensare al male del giorno? E ammesso che l’assurda prescrizione sia adottata, quando abbiamo pensato a questo, abbiamo parlato e solidarizzato con le vittime anziché occuparci del resto della vita, del mondo, del pensiero, cambia qualcosa per le vittime, abbiamo realmente mutato il corso degli eventi, abbiamo impedito violenze e catastrofi? Allo stesso modo, pensate che la vittoria all’Eurovision aiuterà l’Ucraina a vincere la guerra e a scacciare l’invasore russo? E’ un modo stupido e falso di solidarizzare, del tutto infruttuoso, subdolamente propagandistico, che cancella ogni differenza fondata sul merito, il talento, le capacità. Se diventa il nuovo metro di giudizio, il nuovo metodo di valutazione universale, allora scivoliamo per troppo buonismo nella barbarie, per troppo umanitarismo nella morte della civiltà. Attenti alla neurovision.

Loreto 2022: sub Christi vexilli Regis militare gloriamur!

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Quest’anno, il 14-15 Maggio un bel numero di amici del Circolo Christus Rex ha partecipato al Pellegrinaggio a Loreto organizzato dai sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii.

E’ stata occasione di santificazione, adorazione e preghiera, ma anche di riflessione su chi siamo e sotto quale stendardo combattiamo, come ha spiegato molto bene don Francesco Ricossa al sacrario di Castelfidardo. E’ fortemente consigliato l’ascolto, per comprendere quale sia, oggi, la parte che teniamo noi cattolici, in seno alla Chiesa di Cristo Re:

 

XVII edizione del pellegrinaggio a piedi dell’Istituto Mater Boni Consilii a Loreto, 14/15 maggio 2022.
 
Omelia alla Messa del pellegrinaggio a Loreto 2022
 
Fervorino di don Ricossa al sacrario di Castelfidardo 2022
 
Fervorino di don Giugni alla basilica di San Giuseppe da Copertino a Osimo 2022 
 

 

2 giugno: i grembiulini ricordano Garibaldi e la repubblica

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Per festeggiare l’anniversario della repubblica italiana, nata dai brogli del referendum del 2 giugno 1946, il sito del Grande Oriente d’Italia ha pubblicato il ‘curriculum’ massonico di Giuseppe Garibaldi, che morì il 2 giugno 1882. Del resto la costituzione atea della repubblica affonda le sue radici nell’affiliazione massonica dei principali protagonisti del “risorgimento”.
 
Buona festa della Repubblica dal Gran Maestro Stefano Bisi nel segno di Giuseppe Garibaldi che moriva il 2 giugno di 140 anni fa
 
Buona festa della Repubblica dal Gran Maestro Stefano Bisi nel segno di Giuseppe Garibaldi che il 2 giugno di 140 anni fa a Caprera Giuseppe Garibaldi dopo aver combattuto tutta la vita per la Libertà, l’ Uguaglianza e la Fratellanza di tutti cercando di unificare questa nostra Italia.
 
L’eroe dei due mondi, che era nato a Nizza nel 1807, fu iniziato nel 1844 a Montevideo in una loggia indipendente denominata “L’Asilo de la virtud” per passare di lí a poco nella officina “les Amis de la Patrie”, che operava nella capitale dell’Uruguay all’obbedienza del Grande Oriente di Francia. Nel 1850 Garibaldi frequentó a New York i lavori dei fratelli americani, e lo stesso fece a Londra, nel 1854.
 
Arrivato Palermo fu consacrato al grado di maestro massone e sempre nel capoluogo siciliano nel 1862 fu elevato dal quarto al trentatreesimo grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, assumendo la guida del Supremo Consiglio scozzesista palermitano.
 
Due anni più tardi, nel 1864 verrá eletto Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, la cui sede era stata trasferita da Torino a Firenze, e prezioso fu il suo “diretto intervento per attribuire alla massoneria unità e potere determinante nella vita del paese tra il 1864 ed il 1869″. Si dimise dalla carica alcuni mesi dopo per assumere il titolo di Gran Maestro Onorario.
 
 

Allarme Dimon (Jp Morgan): “Tenetevi forte: è in arrivo un uragano economico”

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di Mariangela Tessa

La politica restrittiva della Fed insieme alla guerra in Ucraina causeranno “un uragano” economico di cui nessun conosce l’entità. A lanciare l’allarme è Jamie Dimonamministratore delegato di JPMorgan, che invita gli investitori a prepararsi al peggio.

“Ho detto che ci sono nuvole di tempesta, ma ora lo cambio… è un uragano”, ha detto ieri il banchiere americano, durante una conferenza finanziaria a New York, come riporta Cnbc. “In questo momento c’è un po’ di sole, le cose stanno andando bene, tutti pensano che la Fed possa gestire la situazione”, ha continuato l’ad, “ma quell’uragano è proprio là fuori, in fondo alla strada, in arrivo sulla nostra via. È meglio che vi teniate forte”, ha detto Dimon alla platea di analisti e investitori. “JPMorgan si sta preparando e saremo molto prudenti con il nostro bilancio”.

Come abbiamo anticipato sono due sono i fattori principali che preoccupano Dimon: in primo luogo, la Federal Reserve ha segnalato l’intenzione di invertire i programmi di acquisto di obbligazioni di emergenza e di ridurre il proprio bilancio. Il cosiddetto quantitative tightening, o QT, inizierà questo mese e aumenterà fino a 95 miliardi di dollari al mese di riduzione dei titoli.

“Non abbiamo mai avuto un QT di questo tipo, quindi si tratta di qualcosa su cui si potrebbero scrivere libri di storia per 50 anni”, ha detto Dimon, aggiungendo che “molti” programmi di quantitative easing “si sono ritorti contro”. Le banche centrali “non hanno scelta perché c’è troppa liquidità nel sistema”, ha detto Dimon. “Devono rimuovere un po’ di liquidità per fermare la speculazione, ridurre i prezzi delle case e cose del genere”.

L’altro grande fattore che preoccupa è la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle materie prime, tra cui cibo e carburante. I prezzi del petrolio salgono a causa delle interruzioni causate dal peggior conflitto europeo dalla seconda guerra mondiale, “potenzialmente posizionandosi sulla strada per un rialzo fino a 150 o 175 dollari al barile”, ha detto Dimon. Secondo il numero di Jp Morgan, inoltre, non si stanno intraprendendo le azioni adeguate per proteggere l’Europa da ciò che accadrà al petrolio nel breve periodo. Insomma fa paura l’inflazione.

Mea culpa Yellen: “ho sbagliato sulla traiettoria dei prezzi”

E proprio sul rialzo dei prezzi, ieri è arrivato il mea culpa di Janet Yellen, segretario al Tesoro americano, ex numero uno della FED: “Ho sbagliato sulla traiettoria dell’inflazione” ha detto ai microfoni di Cnn, ammettendo il suo errore nel prevedere la corsa dei prezzi. Una galoppata che sembra quasi inarrestabile sulle due sponde dell’Atlantico – con tassi oltre l’8% sia in Europa che negli Usa – e che creando non poche difficoltà alle banche centrali.

All’interno della Bce intanto i falchi incalzano la più cauta Christine Lagarde e premono per un rialzo dei tassi di interesse da mezzo punto percentuale alla riunione di luglio.

In casa Fed, invece, la stagione dei rialzi del costo del denaro si è già aperta ed è destinata a continuare con strette da mezzo punto alle prossime riunioni. Nella lotta all’inflazione la banca centrale americana ha dispiegato anche l’arma della riduzione del bilancio. Il processo si apre ufficialmente l’1 giugno anche se i primi Treasury a maturare e non essere reinvestiti saranno il 15 giugno. Anche sulla riduzione del bilancio, esploso a quasi 9.000 miliardi di dollari con la pandemia, la Fed intende procedere a passo spedito con una velocità da 47,5 miliardi al mese fino a settembre, per poi balzare a 95 miliardi, ovvero quasi il doppio del ritmo del 2017. Per la Fed è un esperimento senza precedenti intorno al quale c’e’ non poca preoccupazione visto che gli effetti non sono ancora chiari.

Riforma catasto: dal valore di mercato alle case fantasma, cosa cambierà

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di Alessandra Caparello

Continua il cammino della riforma del catasto con il nuovo testo coordinato della delega fiscale, con emendamenti e riformulazioni da approvare, frutto dell’accordo maggioranza-governo, distribuito ai gruppi in vista del voto in commissione Finanze alla Camera che dovrebbe ripartire dal 14 giugno.
Il Catasto italiano verrà progressivamente aggiornato, secondo un’“operazione trasparenza” indicata dalla delega approvata dal governo il 5 ottobre scorso, e sarà nel 2026 che vedrà ufficialmente la luce.

Riforma catasto: dal valore di mercato alle case fantasma

La prima novità riguarda i valori di mercato che verrà desunto in via indiretta attraverso un’altra attribuzione parallela a quella delle rendite attuali, e che potrà essere aggiornata periodicamente. Questo valore indicherà le nuove rendite e i canoni annuali, senza però influenzare il calcolo dell’Imu e delle altre tasse immobiliari. Nel testo si parla di «un’ulteriore rendita, suscettibile di periodico aggiornamento, determinata utilizzando i criteri previsti dal Decreto del Presidente della Repubblica del 23 marzo 1998, n. 138». Tra i criteri del decreto del 1998 per la revisione delle tariffe d’estimo delle unità immobiliari c’è anche il valore di mercato.

Fra gli elementi – si legge ancora nel testo sulla delega fiscale – di cui tenere conto, “ove necessario”, l’articolazione del territorio comunale in ambiti territoriali omogenei di riferimento, la rideterminazione delle destinazioni d’uso catastali, distinguendole in ordinarie e speciali, l’adozione di unità di consistenza per gli immobili di tipo ordinario, e si prevede nella consultazione catastale l’accesso alla banca dati OMI.
Le informazioni frutto della riforma del catasto, disponibili dal 2026, non possono essere usate “per la determinazione delle agevolazioni e dei benefici sociali”, formula che sostituisce l’originaria “per finalità fiscali”.   All’articolo 6 vengono poi aggiunti due commi: una quota dell’eventuale maggiore gettito derivato dall’emersione di immobili fantasma è destinata alla riduzione dell’Imu, con priorità ai comuni dove si trovano gli immobili; inoltre verranno previsti procedimenti amministrativi semplificati e modalità di collaborazione tra i Comuni e l’Agenzia delle entrate, affidando a quest’ultima anche i compiti di indirizzo e coordinamento.

Tra gli obiettivi fissati dalla riforma del Catasto la lotta all’abusivismo edilizio, uno delle piaghe del sistema immobiliare italiano considerando che, in base agli ultimi dati Istat 2020, su 100 case edificate, quelle abusive sono 6,1 al Nord, 17,8 al Centro e ben 45,6 nel Mezzogiorno, in media il 17,7% delle nuove costruzioni.

Ma nell’operazione trasparenza finiranno anche le case fantasma: si partirà con una semplificazione delle comunicazioni e dell’uso di strumenti ai fini dei controlli sul territorio da parte degli enti locali. L’obiettivo del Governo è la lotta all’evasione immobiliare, verificando in concreto consistenze di terreni e fabbricati, ma anche il corretto classamento e accatastamento, con incentivi per i Comuni che realizzano questi accertamenti.

Il fisco nella riforma catastale

La delega fiscale conferma flat tax, cedolari secche e aliquote agevolate, mentre dal nuovo testo scompare la “progressiva e tendenziale evoluzione del sistema verso un modello compiutamente duale”, che avrebbe portato a una aliquota proporzionale per i redditi da capitale (anche nel mercato immobiliare) e mantenendo l’Irpef progressiva su quelli da lavoro.

Nel provvedimento inoltre si legge che il governo dovrà procedere al riordino delle deduzioni e detrazioni, con particolare riguardo alla tutela del bene casa, e destinando le risorse derivanti dalla loro eventuale eliminazione o rimodulazione ai contribuenti soggetti all’Irpef, con particolare riferimento a quelli con redditi medio-bassi e garantire il rispetto del principio di equità orizzontale. È la novità introdotta dal «testo coordinato con le riformulazioni del relatore, che recepisce l’intesa di maggioranza sulla delega fiscale, all’art. 1. La nuova versione del comma 2, alla lettera c), delega dunque il Governo a «preservare la progressività del sistema tributario e garantire il rispetto del principio di equità orizzontale.

Che cosa è il Catasto e a cosa serve

Il Catasto è archivio di tutti i beni immobili, sia terreni che fabbricati, presenti in un Comune o in una Provincia. Si tratta quindi di una sorta di carta d’identità contenente le informazioni utili sulla localizzazione geografica, estensione della proprietà, destinazione d’uso e caratteristiche di un bene.
Il Catasto registra tutte le proprietà ed eventuali cambiamenti che subiscono nel tempo, cioè tutti i dati che serviranno per calcolare la tassazione.

L’Agenzia delle Entrate gestisce la banca dati catastali, dove si trovano:

  • identificazione catastale: numero di mappa, Comune, sezione, particella e subalterno;
  • indirizzo;
  • classe di redditività, solo in alcuni casi;
  • consistenza, indicata in superficie oppure in numero di vani;
  • rendita catastale,
  • categorie catastali.

Proprio la rendita catastale è uno degli elementi imprescindibili da cui calcolare una serie di tasse come l’Imu, la vecchia Ici per intenderci.

Ci stanno impedendo con minacce e violenze di difendere la sacralità della Vita

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Segnalazione di Jacopo Coghe, Presidente di Pro Vita & Famiglia

Ci stanno impedendo con minacce e violenze di difendere la sacralità della Vita.

Ricordi i manifesti affissi a Roma l’8 marzo con l’immagine di una bimba e lo slogan: “Potere alle donne, facciamole nascere”?

Quella campagna ci costò cara: censura del Comune, manifesti rimossi e sede vandalizzata (due volte) dai collettivi di estrema sinistra.

Ti scrivo perché sono tornati all’attacco – più di prima.

A Imperia, in Liguria, i manifesti sono stati strappati poco dopo l’affissione (vedi foto).

Il collettivo femminista Non Una Di Meno ci ha attaccato con parole deliranti: “nel Medioevo ci mettevano al rogo, nel 2022 usano metodi piu moderni”.

I manifesti di Pro Vita & Famiglia strappati a Imperia (Liguria)

A Torino si combatte la battaglia più difficile.

I collettivi femministi stanno facendo pressione sul Comune perché disponga la censura.

Sulla stampa stanno massacrando la nostra iniziativa con accuse false e vergognose.

Ecco i titoli di alcuni articoli contro di noi apparsi sul Corriere della Sera e La Stampa:

Le vicende di Roma e Torino mi hanno fatto capire davvero la potenza del nostro semplice messaggio.

Ecco perché voglio portare questa campagna di affissioni anche negli altri capoluoghi italiani.

Voglio coinvolgere tutte le Regioni e tutti i territori.

Ovviamente, dipende anche da come andrà questa raccolta fondi, perché quando ci attaccano dobbiamo affrontare spese e costi del tutto imprevisti.

Per questo spero che anche tu vorrai aiutarmi.

Non solo per difenderci a Torino, ma per rilanciare in tutta Italia. Dobbiamo fargli capire con chi hanno a che fare.

Grazie per essere accanto a me nella difesa della Libertà e della Vita. La posta in gioco è più alta di quanto sembri.

In alto i cuori!

Schei! Farli tornare e investirli è la sfida della prossima amministrazione

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di Matteo Castagna per Verona news del 3/6/2022

Gian Antonio Stella intitolava un famoso ritratto del Veneto degli anni d’oro, ovvero il ventennio ’80 e ’90 del secolo scorso con un emblematico: SCHEI! Quelli che hanno reso felice l’intero Nord-Est grazie alla laboriosità ed all’iniziativa imprenditoriale, ad una visione politica d’insieme che mirava, da un lato a valorizzare le migliori offerte del territorio e, dall’altro, a trarne anche un profitto personale, non privo d’avidità ed egoismo.

All’epoca la finanza veronese era tra le più importanti del Belpaese e “i schei” erano davvero tantissimi. Dal 2000 in poi la città è rimasta silenziosa di fronte ad un declino terribile: Verona ha perso la direzione della Cassa di Risparmio e della Banca Popolare, mentre Cattolica Assicurazioni andava incontro a perdite rovinose, come sanno bene anche i piccoli risparmiatori della Popolare. I nostri storici gioielli finanziari e il bancomat per gli investimenti di pregio come la Fondazione Cariverona sono andati alla malora, assieme al turismo, all’ente lirico ed al terzo settore, mentre la politica pensava a cimiteri verticali e alle coppole sull’arena.

Due anni di Covid ed una comunicazione pubblica non proprio all’altezza di una città come Verona non hanno agevolato il sindaco uscente, Federico Sboarina, che è apparso, in troppe occasioni, assente, tanto che dal solito bar Liston 12, in Brà, un capannello di persone di mezza età si ferma e dice: “va ben, ma, insomma, sa alo fato sto’ Federico in sinque ani? L’è un bon butèl, ma èlo bon de far politica?” L’impegno non è mancato, ed il coraggio di fare scelte importanti, anche se inizialmente impopolari, potrebbe essere il frutto positivo dei prossimi 5 anni, delle polemiche che lo hanno investito in questo primo mandato.

Se poi ci si sposta nelle zone in cui i lavoratori, spesso devono prendere l’aereo per viaggiare, non si sono sentite solo le lamentele per le problematiche relative alle restrizioni governative contro la pandemia. “E sto’ qua sarésselo n’aeroporto? Al massimo i te porta fin a Zevio co’ un volo scancanà, na olta al mese…” 

Poi, dopo, se si passeggia in Corso Porta Nuova, all’altezza del bar “Ai Duchi”, c’è gente in giacca e cravatta che si chiede che differenza passi tra i 22 anni di incontrastato potere assoluto di Paolo Biasi e il suo successore, il cardiochirurgo Alessandro Mazzucco, indicato, a tal ruolo, proprio da Biasi. Si parlò di “continuum tosiano” perché tale operazione fu benedetta dall’allora sindaco Flavio Tosi. Vicepresidente vicario resta l’avvocato Giovanni Sala, uomo molto vicino a Biasi. Ma Mazzucco dirà ad Alessio Corazza sul Corriere di Verona del 5/11/2017 che “la Fondazione cui guarda è un ente che vuole dire quel che fa e vuol dire quel che dice” perché non deve essere un centro di potere (come poteva sembrare prima) ma un’azienda che realizza profitti e li investe in operazioni senz’altro virtuose, ma destinate a rendere profitti.

Il periodo di queste elezioni amministrative non è dei migliori. Se, da un lato, stanno pian piano scomparendo le restrizioni, dall’altro il clima estivo favorisce la voglia di uscire e di viaggiare, di andare al mare, piuttosto che in montagna o sul lago. Si ricordi che il partito dell’astensionismo è una sciocchezza, perché non c’è quorum alle elezioni amministrative: chi va a votare decide anche per chi sceglie di andare in spiaggia. Invece, il quorum del 50%+1 degli aventi diritto al voto è indispensabile per i 5 Referendum sulla Giustizia, che dobbiamo votare per iniziare una riforma del sistema giudiziario, che in Italia manca da troppo tempo.

Verona è una città piccolo-borghese e conservatrice. Non ha troppa simpatia per i cambiamenti repentini, ma pretende risposte concrete ai problemi di tutti i giorni: dal traffico ai parcheggi, dai servizi alla tutela dell’ambiente, dalla sicurezza al decoro. In fondo, si aspetta una visione di città in prospettiva, senza tentennamenti, che superi l’atavico provincialismo e alzi il livello alla portata che merita, facendo rinascere i suoi gioielli finanziari e storico-culturali, che debbono tornare a luccicare fino ad abbagliare, con progetti fattibili ma molto attenti al sociale. La ricchezza di Verona è la sua gente, che va amata, pregi e difetti, e messa in condizione di risorgere dagli anni bui delle crisi e della “città fantasma” alle nove di sera.

Damiano Tommasi, in questa campagna elettorale è sembrato un pesce fuor d’acqua. La politica non pare il suo ambiente. Il Palazzo non è l’oratorio. Le partite per il bene comune non si giocano in uno stadio, ma nel confronto con le categorie, sapendo trovare una sintesi, che è il miglior assist per il più bel gol. Ascoltatolo, non appare un candidato da nazionale, quanto da campionato dilettanti: sempre i soliti slogan, tre frasette in croce per compiacere i catto-progressisti, gli ambientalisti e poi? Dio ha dato a ciascuno dei talenti, siamo sicuri che questo sia il suo o lo vedremmo meglio al Coni?

Flavio Tosi è una eccellente macchina da voti. Non avendo mai lavorato, se non per il consenso personale, è quello che ha più esperienza di tutti. Però, ha già dimostrato in un doppio mandato e con una clamorosa sconfitta quanto sia bravo a fare il barbecue, producendo tantissimo fumo e un po’ di arrosto, da dividere con gli amici e i benefattori. L’impressione è che la sua grande spinta sia dovuta maggiormente ad un isterico spirito di rivalsa rispetto alla fila dei suoi fallimenti politici, dalla cacciata dalla Lega in poi nel 2015, piuttosto che all’amore per la città. Ma, qualcuno, a distanza di 7 anni, nel partito di Salvini pare sentirne, inspiegabilmente, la mancanza. Chissà…

Infine, ci sono gli outsider. Con buona pace di Paolo Berizzi, non si presenta alcuna lista di “estrema destra” nella città “laboratorio-fantasma” del neo-fascismo. Ci sono, però, ben tre liste della galassia “no vax” o “free vax” che, disgraziatamente per loro, si presentano divise. Sarebbe stato curioso vedere una civica unica e compatta sui diritti costituzionali e le libertà individuali quale risultato avrebbe potuto dimostrare a tutt’Italia. Fra di esse, colpisce il coraggio e la determinazione di Paola Barollo che si candida sindaco per la civica Costituzione Verona Libero Pensiero. Alla luce dell’incidente che ha subito 20 anni fa, Barollo si propone come sindaco per rimettere al centro le esigenze delle persone più fragili, come disabili e anziani e per costruire una Verona più inclusiva e accessibile per tutti. Io sono vaccinata e quindi non mi considero assolutamente una No Vax. Non voglio essere assolutamente citata in questo senso, perché non lo sono. La nostra lista è a favore della libertà di pensiero e bisogna rispettare chi non vuole vaccinarsi perché siamo un Paese civile e democratico e quindi è giusto che ogni persona decida cosa fare nella sua vita”. 

Anna Sautto per il Movimento 3 V sembrerebbe più decisa sulla questione “no vax”, mentre Alberto Zelger, ex consigliere comunale uscente della Lega, si presenta con Verona per le libertà e altre due civiche sempre della galassia “no vax, no green pass”. Con lui, Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia e alcune frange minoritarie del mondo cattolico conservatore, che, forse, hanno fatto venire qualche mal di pancia al vescovo Giuseppe Zenti.

E’ d’uopo ricordare che si può esprimere il voto disgiunto, ossia barrare il nome di un candidato sindaco e dare la preferenza ad una lista ed un candidato consigliere comunale di un partito o civica che ne sostiene un altro.

Ad esempio, chi volesse votare Fratelli d’Italia potrebbe scrivere, che so, Daniele Polato, accanto al simbolo e, se non gli piace Sboarina, mettere una “X” sul nome di Paola Barollo. Alle amministrative, è importantissimo guardare alle persone ed esprimere la preferenza. Se non piace Sboarina, ma si vuol votare la Lega, si può scrivere, ad esempio, Damiano Buffo accanto al simbolo e apporre una “X” su un altro candidato sindaco, mentre se si lascia solo la preferenza, il voto va direttamente anche a Federico Sboarina. Sono molte le donne che si mettono in gioco in questo agone elettorale, ma un giovane, promettente ristoratore e agricoltore veronese, che desta particolari attenzioni per l’entusiasmo di questi giorni. Lui è Achille Carradore e si presenta per la civica Verona Domani a sostegno di Sboarina. I sondaggi danno per vincente la riconferma di Sboarina. La lista del sindaco, per i più affezionati di Federico Sboarina, vede in campo un volto noto come Riccardo Caccia, che si candida col centrodestra in dissenso col suo partito, Forza Italia, che ha deciso di spaccare la coalizione e di sostenere Flavio Tosi con le sue civiche, ove spicca il nome di De’ Manzoni, fratello di Massimo, caporedattore del quotidiano La Verità.

I veronesi scelgano con retto discernimento il loro destino dei prossimi 5 anni, siano esigenti, pretendendo progettualità e concretezza, visione politica di medio e lungo periodo, rinascita del meglio di questo territorio. L’esperienza di Polato, la tenacia di Buffo e l’entusiasmo di Carradore potrebbero essere molto utili in questa prospettiva.

Pensateci su e non delegate le scelte agli altri: andate a votare!

Fonte: https://www.veronanews.net/schei-farli-tornare-e-investirli-e-la-sfida-della-prossima-amministrazione/

Stipendi Italia: unico paese in Europa dove sono scesi in dieci anni (-2,9%)

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di Mariangela Tessa

Mentre il costo della vita è in costante aumento, gli stipendi degli italiani non solo non seguono l’incremento dell’inflazione ma addirittura scendono, complice la stagnazione di Pil e produttività. Il grafico Openpolis su dati Ocse (vedi sotto) parla chiaro: l’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari nel decennio chiuso al 2020 sono scesi. Un calo del 2,9% per la precisione, che si confronta con il +6,2% della Spagna, penultima in classifica.

Stipendi, Italia in fondo alla classifica

I primi posti della classifica sono tutti occupati dei paesi baltici dove il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi 25 anni, mentre in alcuni paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia) è raddoppiato.

Al primo posto, spicca la Lituania: in dieci anni, gli stipendi hanno segnato +276%. Seguono l’Estonia (237%) e la Lettonia (200%). Tra le grandi economie europee, la Germania segna aumenti del 33% e la Francia del 31%. Anche Grecia e Portogallo fanno meglio di noi: nei due Paesi i salari hanno segnato rialzi mesi rispettivamente del 30 e del 13%.

Mariangela Tessa | Wall Street Italia
L’impennata dell’inflazione mangia potere d’acquisto

I nati dopo il 1986 hanno il reddito pro-capite più basso della storia italiana. Quest’anno l’Istat prevede che a fronte di un timido aumento delle retribuzioni contrattuali (+0,8) l’inflazione si mangerà almeno cinque punti di potere di acquisto. Ma sono stime provvisorie destinate  a peggiorare, alla luce dell’impennata dei prezzi. Dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare a maggio salendo a un livello che non si registrava da marzo 1986, segnando una crescita dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua. Lo afferma l’Istat. Il rialzo dell’inflazione rappresenta “una tragedia” secondo il Codacons che stima “una maggiore spesa fino a +2.753 euro annui a famiglia.

Ma quanto guadagna in media un lavoratore in Italia? Secondo i dati Eurostat riferiti al 2021 la retribuzione annua netta media di un dipendente single a tempo pieno senza carichi familiari è di 22.339 euro, a parità di potere d’acquisto, cioè tenendo conto dei prezzi nei diversi Paesi, contro i 29.776 della Germania e i 24.908 della Francia.

In Italia, le buste paga sono più leggere. In particolare, quelle dei giovani. Qui i dati Eurostat arrivano al 2019 e si riferiscono alle retribuzioni medie lorde mensili di chi ha meno di 30 anni: 1.741 euro in Italia contro 1.914 in Francia e 2.114 in Germania.

Sanzioni Russia: l’UE stila il pacchetto più punitivo di sempre. Accordo UE-GB, veto sulle polizze delle navi russe

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di Aleksandra Georgieva

L’Unione Europea ha finalmente stillato i dettagli del sesto e più duro pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Dopo una partenza in salita i 27 Paesi Ue hanno trovato il compromesso “giusto” per mettere in difficoltà il motore dell’economia russa ovvero il comparto energetico.

Sanzioni Russia, i nuovi divieti

L’accordo firmato ieri dai 27 paesi europei include l’embargo al petrolio russo importato soltanto via mare ma non quello che scorre attraverso l’oleodotto “Druzhba”, venendo così incontro alle richieste di Ungheria e Repubblica Ceca.

In sostanza entro sei mesi, a partire da gennaio 2023, verranno bloccati circa due terzi dell’”oro nero” di Putin facendo crescere progressivamente la percentuale fino al 90%.

“Ora le sanzioni mordono forte l’economia russa”, ha commentato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen concludendo il Consiglio straordinario.

Nel sesto pacchetto di sanzioni inevitabilmente vengono accolte molte delle esigenze dell’ungherese Victor Orbán, a causa della forte dipendenza di Budapest dal greggio russo, pari a circa due terzi delle importazioni del paese.

Se l’embargo del greggio è stato il punto principale sul tavolo del sesto pacchetto di sanzioni UE contro la Russia, sono poi state inserite anche alcune novità per colpire la cerchia ristretta di Vladimir Putin e la sua propaganda di regime. Sberbank, il principale istituto bancario russo è stato escluso dal sistema Swift (che veicola le transizioni tra le banche).

L’ultimo pacchetto colpisce anche tre emittenti principali della Russia: Rossiya RTR/RTR Planeta, Rossiya 24 e TV Centre International.

È stato un Consiglio europeo un po’ lungo ma dei cui risultati possiamo essere soddisfatti”, ha detto il premier Mario Draghi in conferenza stampa. “L’accordo sulle sanzioni è stato un successo completo.”

Accordo UE-GB, stop alle polizze delle navi russe che trasportano greggio

Secondo quanto riporta il WSJ, l’UE e la Gran Bretagna hanno raggiunto anche un accordo per vietare le coperture assicurative delle navi russe che trasportano greggio. Il bando assicurativo rientra nell’ultimo pacchetto di sanzioni della UE contro Mosca nel tentativo di scombussolare ulteriormente l’economia russa. Il bando sulle polizze dovrebbe essere implementato nei prossimi sei mesi dando il tempo necessario agli stati specializzati nei noli come la Grecia e Cipro di adattarsi ai cambiamenti.

L’ultima mossa dei leader Europei di vietare le importazioni di petrolio via mare insieme al coinvolgimento del Regno Unito ed il bando sulle polizze rappresenta indubbiamente il colpo più duro nei confronti della Russia. Poche società sono disposte a noleggiare petroliere non assicurate. Ricordiamo che proprio questo tipo di blocco delle polizze ha frenato le esportazioni di greggio di Tehran, cercando di convincere il paese di rivedere i propri programmi nucleari.

L’ultima misura renderà difficile anche la rilocazione di Mosca anche verso il mercato Asiatico.

Secondo le previsioni degli organi di governo russo la produzione di petrolio diminuirà del 17% quest’anno a causa delle sanzioni dell’Occidente. Ciò rappresenta un problema di lungo termine per Mosca in quanto le infrastrutture del paese non sono adattate per rapidi e profondi tagli alla produzione.

Il mese del Sacro Cuore di Gesù

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Io vi saluto, o adorabile Cuore di Gesù, sorgente vivifica ed immutabile di gaudio e di vita eterna, tesoro infinito della Divinità, fornace ardentissima del supremo amore: Voi siete il mio rifugio, Voi la sede del mio riposo, Voi il mio tutto. Deh! Cuore amantissimo, infiammate il mio cuore di quel vero amore di cui avvampate: infondete nel mio cuore quelle garzie di cui Voi siete la fonte. Fate che l’anima mia sia totalmente unita alla vostra, e la mia volontà divenga alla vostra ognora conforme; giacchè io desidero che da oggi innanzi il piacer vostro sia la regola e lo scopo di tutti i miei pensieri, affetti ed operazioni. Così sia.
 
Litanie del Sacro Cuore e Atto di consacrazione: 
 
Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis.
 

Kissinger complice dei crimini contro l’Ucraina?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/30/kissinger-complice-dei-crimini-contro-lucraina/

ESISTONO ALMENO 3 “ELEMENTI CHE DURANO NEL TEMPO” ALL’INTERNO DI UN PAESE, CHE NON MUTANO MAI E VANNO SEMPRE PRESI IN CONSIDERAZIONE NEL MOMENTO DI COMPIERE SCELTE STRATEGICHE: TERRA, STORIA E TRADIZIONI

L’inglese Halford Mackinder (1861-1947), uno dei padri della moderna geopolitica, definiva l’Eurasia come cuore geopolitico e geostrategico del mondo, unità organica nata dal rapporto stretto tra i mondi russo e turco-musulmano. La sua celebre teoria dell’Heartland (traducibile come Terra-Cuore), cioè un’area geografica il cui controllo avrebbe consentito di dominare l’intero mondo, veniva individuata al centro del supercontinente eurasiatico.

Nella sua prima pubblicazione sul “The Geographical Journal” nel gennaio del 1904, Mackinder sosteneva che esistessero degli “elementi che durano nel tempo”, all’interno di un Paese, che non mutano mai e vanno sempre presi in considerazione nel momento di compiere scelte strategiche. Pena la sconfitta. Esse sono: 1) il luogo geografico, 2) il contesto storico, 3) le tradizioni di un popolo.

Mackinder individuò nella zona della Russia tra Europa ed Asia, il nuovo fulcro geopolitico mondiale. Si tratta della pianura che si estende dall’Europa centrale fino alla Siberia occidentale, che ha una posizione strategica sul Mar Mediterraneo, Medio Oriente, Asia meridionale e Cina. Egli individuò in questa zona l’Heartland (zona centrale, cuore della terra), perché, da allora in avanti, chi l’avesse controllata, avrebbe guadagnato il dominio di Eurasia ed Africa, blocco da lui chiamato “Isola mondiale”. Mackinder, di fatto, fa proprie le parole di Sir Walter Raleigh che si era espresso così: «Chi possiede il mare, possiede il commercio mondiale; chi possiede il commercio, possiede la ricchezza; chi possiede la ricchezza del mondo possiede il mondo stesso».

Negli Stati Uniti, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter, fece uscire The Great Chessboard (La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), un libro che influenzò come pochi altri le analisi e le strategie statunitensi per l’Eurasia alle soglie del XX secolo. Lo studioso italiano Davide Rognolini scrive, già il 18 Aprile 2017 sull’Istituto di Politica, che il pensatore di origini polacche fornì il quadro entro cui da allora è stata pensata la continuità della politica estera statunitense all’epoca aurorale del “momento unipolare”, fornendo le coordinate di medio e lungo periodo con cui si sono misurati analisti e studiosi di politica internazionale di ogni orientamento.

A partire dal suo Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the 21st Century (Il mondo fuori controllo), pubblicato nel 1993, all’indomani della dissoluzione dell’URSS, il suo pensiero geostrategico era connotato da un’insoddisfazione teorica verso due opposte teorie occidentali dominanti: quella ottimistica espressa da Fukuyama da un lato, e quella pessimistica di impronta neo-conservatrice sul destino di collisione dell’Occidente coi suoi nemici dall’altro. Né il determinismo di una felice globalizzazione delle democrazie liberali, né il fatalismo di una politica della forza, avrebbero consentito di plasmare adeguatamente un ruolo egemone mondiale per gli Stati Uniti. Come avrebbe riconosciuto ex post 10 anni dopo nel suo Second Chance. Three Presidents and the Crisis of American Superpower, alla leadership globale americana serviva una legittimazione morale, senza remore verso alcuna accusa di strumentalità: i diritti umani e civili sarebbero stati elevati perciò a priorità globale. Ogni impero abbisogna di un mito fondativo originario; ogni aspirante impero di una giustificazione mitizzante per la sua azione storica presente. Ecco il perché di questa ossessiva propaganda occidentale sui cosiddetti “diritti civili”, a costo della compressione dei diritti fondamentali e naturali, declassati a vecchiume retrogrado e reazionario.

Nella seconda metà degli anni 90’, la posizione geostrategica classica di Mackinder veniva con Brzezinski restaurata per farne la base materiale della leadership globale statunitense. A seguito della prima guerra del Golfo, l’Heartland mackinderiano, esteso dal Golfo Persico alla regione siberiana, diventava la scacchiera su cui sfidare i suoi principali attori aspiranti al rango di egemoni regionali o globali: Russia e Cina, con i loro pedoni, alfieri e torri, ne rappresentavano i giocatori avversari. Dal punto di vista di Brzezinski, la vittoria su questa “Grande Scacchiera” sarebbe dipesa dalla capacità degli Stati Uniti di compiere alcune mosse verso il cuore del continente eurasiatico.

L’Europa, come avrebbe ribadito in un articolo apparso su “Foreign Affairs” pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, altro non era che “la testa di ponte” dell’America sul continente, consentendo a Washington di avanzare sulla “Grande Scacchiera” attraverso il rafforzamento dei rapporti euro-atlantici e l’allargamento della NATO. L’ancoraggio dell’Ucraina all’Unione Europea era già riconosciuto come parte integrante di tale mossa, scongiurando il ritorno di Kiev nelle braccia di Mosca, temuto dal giocatore statunitense. Infine, la grande mossa per conseguire uno scacco matto nella regione eurasiatica: la prevenzione geostrategica e diplomatica dello scenario descritto come “più pericoloso” per la partita egemonica statunitense, rappresentato da una coalizione tra Russia, Cina ed Iran, che avrebbe de facto preso forma attraverso un rafforzamento della SCO e il “Pivot verso l’Asia” della Russia a seguito dello scoppio della “Seconda Guerra Fredda”. Oggi gli Stati Uniti cessano di essere un “potere imperiale globale” a fronte dello smottamento tettonico in corso nel Medio Oriente e in Eurasia; secondariamente, la crescita costante della Cina rappresenta la più solida minaccia estera all’egemonia statunitense sul lungo periodo quale suo “eventuale pari e probabile rivale”. Le mosse sulla “Grande scacchiera” appaiono dunque meno prevedibili che ai giocatori e osservatori di 25 anni fa.

È a buona ragione che lo stesso politologo polacco-statunitense, entusiasta sostenitore anti-comunista dello smembramento dell’URSS, diceva di aver tratto da Marx un’importante lezione: la coscienza arranca di fronte alla realtà storica in mutamento. Di fronte agli stessi attori, i giochi geopolitici sullo scacchiere eurasiatico sono oggi in balìa di un confronto epocale per gli equilibri dell’‘Isola-Mondo’, inediti rispetto a quelli delineati in The Great Chessboard.

In questo nuovo scenario, mutato in grande debolezza statunitense, a fronte di un’ Eurasia divenuta Superpotenza globale, è l’anziano ex Segretario di Stato Henry Kissinger a completare l’opera, in linea con il pensiero di Mackinder e Brzezinski, adeguandolo all’era presente. Intervenuto al World Economic Forum e citato da diversi media internazionali, fra cui il britannico Telegraph, Kiev deve “avviare negoziati prima che si creino rivolte e tensioni che non sarà facile superare“.

Kissinger ha aggiunto che, “idealmente, il punto di caduta dovrebbe essere un ritorno allo status quo ante” di prima del conflitto. “Continuare la guerra oltre quel punto non riguarderebbe più la libertà dell’Ucraina, ma una nuova guerra contro la stessa Russia“, ha aggiunto l’anziano politico e diplomatico Usa. Kissinger ha ricordato come la Russia sia parte dell’Europa e che sarebbe un “errore fatale” dimenticare la posizione di forza che occupa nel Vecchio continente da secoli e che l’Occidente non deve perdere di vista il rapporto di lungo termine con Mosca, pena un’alleanza permanente e sempre più forte di quest’ultima con la Cina. “Spero che gli ucraini siano capaci di temperare l’eroismo che hanno mostrato con la saggezza“.

La risposta al discorso del 98enne diplomatico americano, è arrivata a stretto giro: il sito ucraino Mirotvorets ha definito Kissinger come “complice dei crimini contro l’Ucraina“. Saggezza vorrebbe, invece, come sottende Kissinger, l’accettazione di un mondo multipolare da porre sullo scacchiere globale, per continuare il “gioco”, in pace.

 

Scrivere pericolosamente: lettera aperta ad un Giovane Russo dimorante in Italia. Parte seconda

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Riceviamo e pubblichiamo la seconda parte della Lettera del Lettore che abbiamo ricevuto dall’Avv. Luigi Bellazzi di Verona:

dell’Avv. Gigi Bellazzi

Scrivere pericolosamente:
Lettera aperta ad un Giovane Russo dimorante in Italia. Parte seconda
Sconosciuto ma prezioso Amico,
nella vicenda dell’Ucraina c’è una vendetta della Storia. Nel 1945 le sue frontiere si spostavano a ovest di 500 km, ai danni della Polonia, mentre quelle della Polonia si spostavano di altri 500 km ai danni della Germania.
L’Ucraìna, da allora, non era più omogenea, russa per lingua, ortodossa per cristianesimo. Era diventata il polpettone etnico che conosciamo oggi, una sorta di super Bosnia, fonte di ogni possibile conflitto, nutrita di ricordi (olocausto per fame del 1934 come mito anticomunista per i russofoni; nostalgie asburgiche come mito fondatore per i polacchi diventati, senza volerlo, russi). Ebbene quell’Ucraìna sovietica collaborava dal 1945 con gli anglosassoni alla damnatio memoriae degli eroici tedeschi vinti e dei loro collaboratori ucraìni, criminalizzandoli.

 

Oggi, vigente la dittatura del Pensiero Unico, la Csi – vulgo Russia – subisce analoga sanzione propagandistica. Diventati artificialmente atroci, i simboli dei vinti del ’45 sono riabilitati da agenti degli Usa perché gli ucraini servono – come carne da macello – contro i Russi.

 

Se questo il testo, veniamo al contesto. L’Entità Sionista scatena la fabbrica delle bugie a qualsiasi costo e con qualsiasi simbolo. Torna in auge perfino la Croce Uncinata, vietata nei modellini in scatola di montaggio e sulle gradinate degli stadi. Anch’essa serve, pur di condurre passo a passo, se non al conflitto mondiale in territorio europeo, a incoraggiare come negli anni ‘30/’40 del ‘900 l’emigrazione di ogni cittadini ucraìno che abbia un solo avo ebreo e, più determinante per ottenere accoglienza, un titolo di studio scientifico superiore.

 

Così l’Entità sta ottenendo che il perno geopolitico mondiale torni dall’Estremo Oriente al Medio Oriente. Ovvero che al perno segua l’”attenzione” della Us Navy e quella finanza internazionale(BlackRock), che investiva sui mercati cinesi, non più su quelli europei. E poi, comunque finisca, una parte di Ucraìna sarà da ricostruire. E l’Entità riavrà il ruolo di cuneo tra una Europa ancora ricca di tecnologie, ma sempre povera di risorse energetiche. Cuneo che, alimenti l’integralismo islamico, impedendo la collaborazione con l’Europa cristiana, che si sta tagliando le vene del gas con la Russia.
Ciò che accade da tre mesi pare un telefilm della serie americana The Twilight Zone (in Italia nota come Ai confini della realtà). Solo nella persecuzione contro i negazionisti storici (Irving, Rassinier, Garaudy, Harwood, Butz, Leuchter, Faurisson, Mattogno…) si era vista la quasi totalità della propaganda – stampa, tv, radio, cinema, teatro, fumetti, libri – schierata contro il “Male Assoluto” di turno.

 

Con gli stessi mezzi mediatici, però oggi il battaglione (?) Azov viene elogiato per riproporre la figura del soldato politico. Da dove scaturisce, dalle trincee del Carso? Dall’epopea del Baltico 1919-21? Dalla guerra di Spagna, evidente modello per internazionalizzare e ideologizzare quella di Ucraina oggi?

 

No, sono i figli dei reduci di Terza Posizione o gli ormai maturi scampati delle bande mercenarie al servizio dei croati (contro i serbi). Ed è grottesco ritenerli gli eredi delle gesta militari delle Waffen Ss. Offrire loro, per la resa, l’onore delle armi, è la speranza ( per i Sognatori?) che i peggiori nemici di oggi diventino i migliori alleati di domani contro il male americano. Magari certe illusioni sono come le promesse elettorali: impegnano solo chi ci crede.

 

Poiché il mondo è ormai piccolo, ricordiamo la Cina, con la quale per la Russia potranno esservi intese tattiche, non strategiche. La Mongolia esterna per i cinesi (per i russi è Siberia), tredici milioni di kmq e trenta milioni di abitanti, è il punto di instabilità che ha finora consentito la stabilità tra Russi e Han (etnia prevalente in Cina). Alle megalopoli serve che le industrie pericolose siano poste fuori dai confini: la Siberia sarebbe la loro auspicata collocazione. Ma la Csi – che, come tutti gli Imperi, vive prima di immagine e poi di forza – non può cedere un solo centimetro di quei milioni di kmq, pena il rischio dello sgretolamento degli altri diciotto milioni di kmq, quelli già nella Csi.

 

Gli Usa, che cercano di staccare Pechino dall’Asse con Mosca (da quello con Berlino ce l’hanno quasi fatta), potrebbero presto immolare Taiwan, con una formula analoga a quella che dal 1997 si applica a Hong Kong, detta “una bandiera, due sistemi”. Può funzionare anche in Europa, come funzionò per mezzo secolo anche alle nostre frontiere, con la Jugoslavia.

 

Belgrado – che per decenni ha fatto manovre militari nel Mediterraneo con la Marina britannica, era alleata di Ankara (che era nella Nato) – aveva attriti scintillanti con l’Albania (alleata della Cina) per il Kosovo e divergenze con l’Italia (anch’essa nella Nato) per Trieste, Istria e Adriatico tutto. Emerse più avanti, ma già prima del trattato di Osimo, che Slovenia e Croazia erano, informalmente, anch’esse nella Nato, mentre il resto della Jugoslavia era col… Patto di Varsavia.

 

Parevano trucchi da magliari, eppure hanno tenuto insieme la Jugoslavia per mezzo secolo e di conseguenza salvato la pace in Europa. La tregua che forse verrà in Ucraìna, dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre, potrebbe essere connessa a una soluzione “bosniaca” per l’Ucraina. Solo una tregua. Per la pace si dovrà aspettare un futuro Presidente USA affrancato dal ruolo di burattino dell’Entità Sionista( ad impossibilia…).

 

A forza di continuare a sostenere con armi e bugie l’Ucraina, stiamo rischiando una terza (quarta?) guerra mondiale. E’ l’esito del “sonnambulismo” dei popoli Europei che si lasciano scivolare consapevolmente e di buon grado nella imminente catastrofe bellica.

 

San Marco 2022

 

Luigi Bellazzi

QUANTO COSTA DAVVERO ALL’INGROSSO IL GAS CHE ARRIVA IN ITALIA?

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SORPRESA: UN TUBO! RISPETTO ALLE STANGATE CHE CI TROVIAMO IN BOLLETTA, IL PREZZO È QUATTRO VOLTE MENO – IERI IL PREZZO SUL TTF SI È FERMATO A 86 EURO AL MEGAWATTORA, MA ALL’INDOMANI DELLO SCOPPIO DELLA GUERRA HA TOCCATO VETTE ALTISSIME, FINO A 350 EURO AL MEGAWATTORA – IL PREZZO REGISTRATO ALLA DOGANA È DECISAMENTE BASSO: PARTE DA 17,70 EURO AL MEGAWATTORA – PERCHE’ NON SI BLOCCA IL MECCANISMO DEI RIALZI?

Roberta Amoruso e Andrea Bassi per “Il Messaggero

CARO BOLLETTE GASCARO BOLLETTE GAS

Fino ad oggi la domanda è rimasta senza risposta. Quanto costa davvero all’ingrosso il gas che arriva in Italia? Quanto cioè, le compagnie che lo importano e lo vendono in Italia lo pagano effettivamente. E dunque, quanti profitti ricavano?

Del prezzo di vendita ai consumatori ormai si sa tutto. Anche i meno esperti hanno imparato a familiarizzare con il Ttf, la borsa olandese sulla quale ogni giorno vengono contrattati i futures, i prezzi a una determinata data, del gas.

bollette del gasBOLLETTE DEL GAS

I consumatori italiani pagano il gas al prezzo che si forma nella borsa olandese. E lo stesso prezzo incide anche sulle bollette elettriche per il meccanismo (europeo) per cui la materia prima che costa di più fa il prezzo per tutte le altre.

Così se anche in Italia c’è una buona fetta di energia prodotta con le rinnovabili, nelle bollette tutta l’energia consumata viene pagata dai consumatori come se fosse prodotta da una costosissima centrale a gas.

DRAGHI PUTIN GASDRAGHI PUTIN GAS

Ieri il prezzo sul Ttf si è fermato a 86 euro al Megawattora, ma all’indomani dello scoppio della guerra ha toccato vette altissime, fino a 350 euro al Megawattora. Cifre insostenibili per le famiglie e che hanno indotto il governo italiano a intervenire per ben tre volte stanziando 30 miliardi di euro per abbassare il conto energetico delle famiglie e delle imprese. Da tempo Mario Draghi spinge per rompere questo meccanismo. Innanzitutto chiedendo un tetto europeo al prezzo del gas. Fino ad oggi invano.

L’altra strada è quella di legare le tariffe energetiche italiane sempre meno al Ttf e sempre più ai costi reali del gas come stabilito dall’ultimo decreto anti-rincari grazie a un emendamento voluto da Davide Crippa del M5S.

bollette luce gasBOLLETTE LUCE GAS

Già, ma quali sono questi costi reali? Il governo ha dato mandato all’Arera, l’Authority dell’Energia, di acquisire tutti i contratti firmati dalle compagnie energetiche e di analizzarli. Fino ad oggi quei contratti, come detto, erano uno dei segreti meglio custoditi.

Nei prossimi giorni l’Arera dovrà relazionare al ministero della Transizione su quanto scoperto dall’analisi dei contratti. E nel prossimo aggiornamento delle tariffe, quello di luglio, dovrà tenere conto dei prezzi reali del gas e non solo di quelli finanziari che si formano sulla borsa olandese. Cosa c’è scritto in quei contratti non è ancora noto.

bollette luce gasBOLLETTE LUCE GAS

Ma qualche idea di quale sia il prezzo reale della materia prima si può ricavare altrove. Per esempio da un documento della Direzione Energia della Commissione europea di cui si è discusso in un convegno alla Camera nei giorni scorsi organizzato proprio dal deputato M5S Davide Crippa.

IL DOCUMENTO

Nel documento predisposto dagli uffici della Commissione europea vengono indicati i prezzi doganali del gas. In pratica il costo che chi importa il metano dai vari Paesi produttori dichiara alla dogana. Un dato che probabilmente non racconta proprio tutto del costo del gas, ma di sicuro dice molto.

bollette luce gasBOLLETTE LUCE GAS

Il tema era stato affrontato qualche tempo in un’intervista rilasciata al Messaggero, da Marcello Minenna, direttore dell’Agenzia delle Dogane italiana. Il prezzo massimo registrato in entrata del metano nel nostro Paese non ha mai superato i 60 euro. Il documento della Commissione è più preciso.

Al suo interno, infatti, viene dettagliato il prezzo del gas all’ingresso in Italia per ognuno dei tubi che lo trasportano. Prendiamo il metano che arriva da Passo Gries, attraverso il gasdotto Transitgas che trasporta il gas dai giacimenti norvegesi.

bollette luce gas stangataBOLLETTE LUCE GAS STANGATA

Il prezzo registrato alla dogana è decisamente basso: 17,70 euro al Megawattora. Per il gas russo, quello che arriva attraverso il Tarvisio, il prezzo alla dogana risulta essere di 18,96 euro. Il metano algerino trasportato da Transmed e che approda in Sicilia, ha un prezzo doganale di 19,95 euro.

Il gas via tubo più costoso, sempre in base alle bolle doganali, è quello che arriva dai giacimenti di Shah Deniz in Arzebaijan attraverso il Tap, il gasdotto che entra in Italia a Melendugno in Salento.

Il costo di questo gas alla dogana è di 63,3 euro. Il metano leggermente più costoso risulta quello liquefatto, il Gnl (o Lng secondo l’acronimo inglese). In Italia il gas che arriva via nave per alimentare i tre rigassificatori nazionali, è importato secondo i valori doganali, a 41,54 euro.

gasdottoGASDOTTO

I dati sono sicuramente un indicatore. Ma vanno presi con le molle e non è detto che ci sarà un riscontro preciso con quelli contenuti nei contratti trasmessi all’Arera. Di certo però, il valore del Ttf risulterà ben più elevato dei costi reali. Come ha spiegato Minenna nel suo intervento durante il convegno alla Camera, sulla Borsa olandese ha inciso anche la speculazione finanziaria.

E soprattutto una scommessa sbagliata fatta dagli operatori: che il prezzo del gas sarebbe sceso. Invece è salito spiazzando gli investitori, che sono stati costretti a coprire le loro scommesse al ribasso facendo alzare ulteriormente i prezzi di Borsa. E le bollette di imprese e famiglie.

Fonte: DAGOSPIA

Le glorie di Maria Ausiliatrice

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Maria Ausiliatrice: l’affresco della Basilica
 
Ogni mattone di questo santuario ricorda una grazia della Madonna. La cupola potrebbe rivendicare il primato della serie. Per almeno due motivi.
 
Don Bosco era povero. Lo fu per tutta la vita. Ma la mancanza di mezzi gli provocò giorni di trepidazione e di pena, soprattutto quando, nel corso dei lavori per la costruzione della Basilica di Maria Ausiliatrice, si vide quasi costretto a sospendere l’innalzamento della cupola progettata dall’architetto Spezia. Un giorno, aveva deciso di rinunciare, sostituendola con una semplice volta; ne diede in realtà ordine al suo economo e al capomastro. Questi, dolorosamente sorpresi, disubbidirono. Don Bosco non insistette; taceva e pregava. 

La Madonna intervenne. Un riccone in fin di vita fece chiamare don Bosco per gli ultimi conforti religiosi. Don Bosco andò e, al termine della visita, disse all’infermo: «Che cosa farebbe se Maria Ausiliatrice le ottenesse la grazia di guarire?». «Prometto, rispose l’infermo, di fare per sei mesi consecutivi una generosa offerta per la chiesa in Valdocco». Don Bosco accettò la promessa; pregò, benedisse l’infermo e ritornò al suo Oratorio. Tre giorni dopo, gli fu annunziata la visita d’un vecchio signore. Era il banchiere Antonio Cotta, Senatore del Regno, di anni ottantatré, perfettamente guarito dopo la promessa fatta e la benedizione ricevuta da don Bosco. «Sono qui, disse lieto e sorridente: la Madonna mi ha guarito contro l’aspettazione di tutti, con stupore e gioia della mia famiglia. Ecco la prima offerta per questo mese». 
E la cupola fu innalzata e coronata dalla grande statua di Maria, solennemente benedetta il 21 novembre 1867 dal nuovo Arcivescovo di Torino monsignor Riccardi di Netro, successo a monsignor Fransoni. Don Bosco avrebbe tanto desiderato, prima di morire, vedere decorato tutto il santuario e particolarmente la cupola. Non fu possibile. Ma la Madonna intervenne di nuovo. 

Alla morte di don Bosco, don Michele Rua, vedendo sorgere gravi difficoltà per ottenere dalle autorità civili il permesso di seppellire don Bosco presso qualcuno degli Istituti salesiani, e temendo di vederlo portato nel cimitero comune, promise che se Maria Ausiliatrice avesse concesso la grazia di poter conservare la tomba di don Bosco a Valdocco, o almeno nel vicino Collegio di Valsalice, si sarebbero subito iniziati i lavori di decorazione del santuario, come ringraziamento del favore ottenuto. 
Neanche a farlo apposta era Capo del Governo il ministro Crispi, che, mentre era esule a Torino, era stato aiutato da don Bosco, e la salma poté essere sepolta nel Collegio di Valsalice. I lavori di decorazione furono iniziati l’anno dopo e inaugurati l’8 dicembre 1891, nella ricorrenza del primo cinquantenario dell’Opera salesiana. 

Il grandioso affresco della cupola è opera del pittore Giuseppe Rollini che, da ragazzo, era stato allievo di don Bosco. Egli lasciò nella chiesa dell’Ausiliatrice un artistico e splendido documento della sua riconoscenza verso don Bosco e la gloriosa Regina del Cielo. Ecco una sintesi dell’opera. 
 
La gloria dell’Ausiliatrice in cielo e l’opera di don Bosco in terra
Per osservare le principali figure di questo gran quadro, bisogna collocarsi a giusta distanza, e guardare innanzi tutto la parte della cupola che è verso l’altar maggiore. È tutta una visione luminosa di Paradiso. 
Nel centro, l’Ausiliatrice, Regina del cielo, siede sul suo trono e tiene ritto sulle ginocchia il Bambino che ha le braccia aperte in atto di richiamo. Sopra il capo della Vergine, la figura maestosa dell’Eterno Padre ha sul petto splendente una candida colomba, simbolo dello Spirito Santo. Intorno alla Vergine si librano a volo e fanno corona angeli e arcangeli; Gabriele inginocchiato e chino presso il trono, come lo pensiamo nell’umile casa di Nazareth il giorno memorando dell’Annunciazione quando rivolse alla Vergine il saluto Ave, gratia plena; Michele in alto, sfolgorante con la spada e con la bilancia. In piedi, con il bastone fiorito in mano, san Giuseppe alla destra di Maria. 
Sotto i cumuli delle bianche nubi si apre un lembo di terra, dove la cara e sorridente figura di don Bosco ci appare in mezzo ai suoi figli, con le opere del suo apostolato nei paesi civili e tra i popoli selvaggi. Monsignor G. Cagliero, Vicario Apostolico della Patagonia, presenta a don Bosco un gruppo di Patagoni, alcuni inginocchiati, uno, di statura gigantesca, in piedi con le braccia aperte in atteggiamento di stupore, di gioia, di riconoscenza verso colui che mandò i Missionari per la loro redenzione. Accanto sono due Suore delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nelle scuole, negli ospizi, negli asili, negli ospedali compiono la loro santa missione fra le povere donne e le fanciulle della Patagonia. 
Più in alto, sopra le Suore, è collocato un gruppo di Santi cari a don Bosco: san Francesco di Sales, san Filippo Neri, san Luigi Gonzaga e dinanzi a loro, inginocchiato, san Carlo Borromeo. Più in alto ancora sono riconoscibili san Giovanni Battista, santa Teresa con la freccia in mano, e, seduti, san Pietro con le chiavi e san Paolo con la spada. 
A destra delle Suore, due Missionari salesiani. A sinistra di don Bosco, sono raffigurati i Salesiani con le loro scuole. 

 
Gli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari
Più a sinistra sono raffigurati gli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari, che operarono per la liberazione dei cristiani caduti schiavi dei Musulmani. La figura che è più in alto, inginocchiata sulle nubi, con la croce sul petto, le braccia aperte, rapita nella contemplazione della Vergine, è quella di san Giovanni di Matha, che fondò nel 1198 l’Ordine della SS. Trinità, con san Felice di Valois, rappresentato più in basso mentre invita gli schiavi liberati a rivolgere le loro preghiere di ringraziamento alla Madonna. Tra san Giovanni di Matha e san Felice di Valois è collocato san Pietro Nolasco, che nel 1218 fondò l’Ordine dei Mercedari. II personaggio che è più a sinistra, con un povero schiavo inginocchiato ai suoi piedi e nell’atto di pagare la mercede per riscattare alcuni poveri cristiani fatti schiavi e incatenati, è san Raimondo Nonnato, che fu il secondo generale dell’Ordine della Mercede. 
Presso l’Arabo che riceve i soldi, c’è un cartello con la firma del pittore e la data dell’anno in cui fu terminato il lavoro: G. Rollini, 1891. 
 
La battaglia di Lepanto
Nella parte della cupola che è di fronte al trono della Vergine Ausiliatrice, un gruppo di Angeli con le ali spiegate, di mirabile finezza e perfezione, sostiene un grande arazzo sul quale è rappresentata la scena della battaglia di Lepanto, che decise dei destini d’Asia e d’Europa. 
Accanto, a destra, il papa Pio V col braccio teso indica la Vergine Ausiliatrice, per il cui materno intervento fu ottenuta la vittoria. 
A ricordo di questa insigne vittoria, il papa Pio V, fissò nel giorno 7 ottobre la festa del santo Rosario. 
 
I vincitori di Lepanto
A destra della grandiosa rappresentazione della battaglia, il pittore Rollini ritrasse accanto al pontefice san Pio V, i principi cristiani che contribuirono con le loro armate e con il loro braccio, ad ottenere la vittoria di Lepanto. È un gruppo di dieci slanciate figure di cavalieri sfarzosamente vestiti secondo il costume del tempo, raccolti intorno al re di Spagna, Filippo II. 
 
Sobieski e la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi
Procedendo sempre verso sinistra si presenta sul bianco destriero, il re di Polonia Giovanni Sobieski che liberò Vienna dall’assedio dei turchi. Al suo fianco un altro cavaliere abbassa a terra, in segno di omaggio alla Vergine, la grande bandiera del profeta, strappata ai Turchi. 

 
Pio VII e la festa di Maria Aiuto dei Cristiani
L’ultimo gruppo che completa la decorazione e chiude l’anello del quadro grandioso dipinto dal Rollini nella cupola, rappresenta il Pontefice Pio VII solennemente vestito degli abiti pontificali e con la tiara in capo. Tiene in mano un foglio che è la Bolla con cui egli istituì la festa di Maria Auxilium Christianorum, nel 1815, proprio l’anno in cui nacque don Bosco. Una colonna tronca gli sta accanto con la data «1815», a ricordo dell’avvenimento; da essa pendono le spezzate catene della tirannide napoleonica. 
Il papa Pio VII istituì la festa di Maria Ausiliatrice da celebrarsi il 24 maggio. 
 
 
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